di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 marzo 2020
Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica e magistrato di Sorveglianza a Sassari, conosce molto bene il mondo del carcere e con grande sensibilità costituzionale affronta quotidianamente le criticità che lo contraddistinguono.
Dottor De Vito cosa ne pensa del provvedimento, contenuto nel decreto Cura Italia (nel momento in cui scriviamo ancora non pubblicato in Gazzetta Ufficiale), che mira a contrastare l'emergenza sanitaria in carcere?
Si tratta di un primo passo, ma solo di un primo passo, nella direzione giusta. Il vantaggio di questa detenzione domiciliare speciale è unicamente nella snellezza e celerità del procedimento. Le aree educative, gli uffici esecuzione esterna e i magistrati non saranno impegnati in istruttorie estenuanti, che correrebbero il rischio di ottenere risultati di deflazione della popolazione carceraria in ritardo rispetto al periodo emergenziale.
Mi sarei aspettato un po' più di coraggio sul versante dell'estensione temporale della misura - sino a diciotto mesi di pena residua mi sembra poco, sarebbe importante poter arrivare a due o tre anni - e rimango perplesso sull'utilizzo dei braccialetti, che forse potrebbero meglio essere impiegati per i detenuti in attesa di giudizio. Ripeto, si tratta solo di un primo passo e il senso più importante di questo intervento normativo è che finalmente la politica ha acceso i riflettori sul carcere, sinora rimosso dall'agenda.
Il capo del Dap Basentini in una intervista su In-Terris sulle rivolte in carcere: "L'occasione è stata utile per far emergere una serie di carenze e una voglia di libertà dei detenuti"...
Non penso sia importante commentare dichiarazioni che, senza dubbio, sono state rilasciate in un momento di grande tensione. Piuttosto credo che, una volta terminata l'emergenza, sarà importante interrogarsi tutti - Amministrazione, Polizia Penitenziaria, operatori, magistratura - sul concetto di carenze del carcere.
Abbiamo tutti le stesse idee in proposito e, soprattutto, le stesse ricette, per risolvere le questioni sul tappeto?
Faccio un esempio: la tutela della salute dei detenuti è uno dei grandi problemi del penitenziario italiano. Lo era prima e lo è di più oggi. Sento con insistenza invocare un ritorno alla sanità gestita dall'amministrazione penitenziaria, ma credo che la soluzione sia diversa e passi attraverso una miglior coinvolgimento del sistema sanitario nazionale, con più spesa e risorse per il carcere.
Ecco spero che questa emergenza possa almeno far capire due cose importanti. La prima è che spendere nella tutela della salute dei detenuti significa spendere per curare meglio tutta la società. Ai tempi del contagio, questa affermazione dovrebbe essere di immediata comprensione, perché il virus che entra in carcere riesce moltiplicato nella società.
La seconda è che la situazione emergenziale non deve diventare il viatico per ribaltare paradigmi culturali ormai acquisiti. L'affidamento della tutela della salute dei detenuti al servizio sanitario nazionale aveva le sue ragioni nell'uguaglianza tra cittadini, liberi e reclusioni, in relazioni a un diritto fondamentale, che non può sopportare cedimenti a esigenze di custodia.
Secondo lei quali sono state le cause delle rivolte? Sono state eterodirette dalla criminalità organizzata?
Non so dire se in alcuni casi vi sia stata eterodirezione dei facinorosi da parte della criminalità organizzata e se sul punto vi siano indagini. Da quello che abbiamo potuto apprendere le rivolte hanno avuto cause diverse. Le ragioni immediate sono da rinvenirsi, come ha puntualmente osservato l'autorità del Garante Nazionale, in un errore di comunicazione circa il blocco dei colloqui visivi. Si è poi visto che a livello normativo la chiusura dei colloqui è stata compensata da grande estensione delle telefonate e dei colloqui video. In questo senso mi consta che l'amministrazione stia facendo grandi sforzi per garantire quelle forme di comunicazione che, ormai, sono le uniche consentite anche nel mondo dei liberi. Vi è poi la paura del contagio. Dobbiamo pensare che il carcere è un ambiente dove non sono consentite distanze di sicurezza, la promiscuità è una condizione non reversibile e prevenzione e cura sono difficili. Non si può fare a meno di pensare che il processo riformatore, iniziato con gli Stati Generali, si è arenato ed è stata partorita una riforma monca. Se il lavoro della Commissione Giostra fosse andato in porto, forse staremmo commentando una situazione diversa. Tutto ciò, naturalmente, non giustifica la violenza. E vale ancora l'appello ai detenuti: proposte e critiche nonviolente ben vengano, ma isolate i violenti.
A causa di queste rivolte l'immagine del carcere nella opinione pubblica è davvero compromessa...
L'opinione pubblica deve sapere che a fronte di una minoranza rumorosa di rivoltosi, la gran parte dei detenuti è rimasta nei reparti e ha dimostrato senso di responsabilità. Le vicende di alcuni istituti, penso a Bologna ad esempio, hanno chiaramente dimostrato che i detenuti assistiti da più trattamenti (scuola, sport, attività rieducative in senso lato) hanno disertato le rivolte e hanno mostrato lealtà. Questo la dovrebbe dire lunga su come funziona il carcere. Non sono chiusura e custodia a garantire la disciplina (termine infido, ma rende), ma il trattamento e i diritti. Sono questi gli elementi che favoriscono processi di responsabilizzazione immediatamente verificabili.
Con questa maggioranza in Parlamento è difficile pensare ad un provvedimento di amnistia...
I provvedimenti di clemenza collettivi, amnistia e indulto, sono diventati più difficili da quando, nel 1992, è stato modificato l'art. 79 Cost. A ciò si aggiungano sistemi elettorali che hanno impedito alle assemblee parlamentari di essere le vere protagoniste della produzione legislativa. Sono d'accordo, tuttavia, che siano provvedimenti di cui recuperare l'agibilità. Occorre poterli usare, anche in situazioni emergenziali, per far in modo che la pena reale risponda a quella scritta in Costituzione: umanità, dignità, rieducazione. In questo senso il dibattito politico e culturale, lanciato da autorevoli costituzionalisti, deve essere ripreso.
Vuole aggiungere qualcosa?
Vorrei lanciare con forza un messaggio per tranquillizzare i detenuti. Tutti i soggetti che ruotano attorno al carcere stanno affrontando l'emergenza. Nessuna inerzia. I numeri della popolazione detenuta si stanno già abbassando con il lavoro fatto a normativa invariata. Anche le aree sanitarie si stanno attrezzando. Contiamo sui provvedimenti normativi in arrivo e, se ci sarà bisogno, non faremo mancare la nostra voce.
di Fabio Zenadocchio
Città Nuova, 18 marzo 2020
L'eco delle proteste è stato sopito dall'emergenza coronavirus, ma la questione carceri resta ancora in piedi, come lo è stata per anni. Miravalle (Antigone): "non siano lazzaretti". L'emergenza coronavirus ha travolto, tra le altre cose, anche il sistema carcerario italiano. Gli effetti delle rivolte carcerarie degli ultimi giorni si sono abbattuti sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e sui vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per i quali sono arrivate le richieste di dimissioni da Italia Viva, con Boschi e Renzi esposti in prima persona, o di commissariamento straordinario, da parte della Lega.
Il ministro Cinque Stelle ha relazionato in parlamento parlando di "atti criminali", annunciando misure finalizzate alla prevenzione del contagio da Covid-19. Tra queste si parla dell'assunzione immediata di oltre 1.100 nuovi agenti di polizia penitenziaria e dell'incremento dei braccialetti elettronici, per alleggerire la pressione all'interno delle carceri. Nodo della protesta, per la quale si contano 14 morti tra i detenuti, decine di feriti e diversi evasi ancora a piede libero, è che le carceri siano particolarmente esposte a eventuali contagi da Covid-19.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che il livello di sovraffollamento, leggermente rientrato in seguito alla storica sentenza Torreggiani del 2013, è tornato a livelli insostenibili: "Già da un paio di anni la media di sovraffollamento è del 130%, con punte del 200% in alcune realtà del Nord Italia". A parlarcene è Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell'osservatorio sulle carceri per Antigone, associazione che si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale.
"La popolazione carceraria è cambiata negli ultimi anni, ci sono molte persone con problemi di natura economica e di salute, che finiscono in galera per piccoli reati e che portano dentro le carceri problemi nuovi, che nelle strutture non possono essere risolti. Il 40% di loro ha problemi psichiatrici, ai quali si aggiungono quelli di natura fisica". Il panorama è più delicato di quello che si percepisce all'esterno, e il grido di dolore spesso passa inosservato: "In carcere è tornata prepotente la totale indigenza, che in situazioni di detenzione diventa insostenibile. Altro problema è la tossicodipendenza, al quale non si riesce a trovare soluzione".
La questione del contagio è, ovviamente, la miccia che ha scatenato la rivolta. La decisione è figlia dei provvedimenti emergenziali straordinari che hanno coinvolto la Nazione intera, ma il problema è stato nella comunicazione "hanno fatto passare il messaggio che fosse bloccato tutto a data da destinarsi, chiaramente una notizia del genere provoca paura, perché insinua il sospetto che nelle carceri possa già circolare il virus". La questione si presenta dunque sul piano della perdita dei diritti: "sarebbe stato necessario comunicare dei correttivi, quali l'aumento delle telefonate a casa, per bilanciare la privazione".
La protesta divampata in decine di istituti, secondo Miravalle non è stata coordinata: "personalmente non credo che esista una regia delle rivolte. Esiste una paura e una mancanza di comunicazione di cosa fare che si è tramutata in violenza. Negli istituti dove i direttori hanno spiegato la situazione, queste rivolte sono state meno violente o non ci sono state proprio". La paura di tutti gli addetti ai lavori è che la questione possa sfuggire di mano: "ogni sforzo deve essere concentrato per non far diventare le carceri dei lazzaretti. Siamo molto preoccupati, perché i luoghi sono sovraffollati e malsani, potrebbe diventare una bomba sanitaria e sociale. Le persone vulnerabili si trovi un modo di punirle diversamente e si garantisca un minimo di prevenzione". L'eco delle proteste è stato sopito dall'emergenza, ma la questione carceri resta ancora in piedi, come lo è stata per anni, seppur nascosta sotto il tappeto. Alfonso Bonafede eredita una situazione più che critica, ma oltre ai correttivi sull'emergenza, che dovrebbero entrare nel prossimo Dpcm, deve avviare una seria campagna di riforma del sistema carcerario.
antigone.it, 18 marzo 2020
"Sono necessari altri provvedimenti, altrimenti a rischio la salute pubblica". "La situazione nelle carceri è drammatica. E resta drammatica anche oggi a primo decreto approvato. Le norme in materia penitenziaria, inserite all'interno del nuovo decreto del governo, pubblicato ieri in gazzetta ufficiale, sono evidentemente insufficienti per rispondere alle esigenze di estrema gravità e urgenza che la situazione richiederebbe. Troppe le cautele. Nell'interesse e nel rispetto della salute e della vita di detenuti e operatori bisogna liberare le carceri di almeno altre diecimila persone". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
"Le carceri rischiano di diventare una bomba sanitaria che si può ripercuotere sulla tenuta stessa del sistema sanitario nazionale - sostiene Gonnella. La grande promiscuità in cui sono costretti a vivere i detenuti può facilmente far degenerare il numero di contagi. Inoltre lo stato di salute di chi vive in carcere, con il 67% dei reclusi che ha almeno una patologia pregressa, potrebbe rendere necessario il ricorso al ricovero nei reparti di terapia intensiva. Senza contare che un contagio in carcere può oltrepassare quelle mura con il personale penitenziario a far da veicolo tra il dentro e il fuori. Intervenire urgentemente non è quindi un regalo ai detenuti, ma una logica e irrimandabile necessità a tutela della salute pubblica".
"Con questo decreto - sottolinea ancora il presidente di Antigone - saranno pochissimi i detenuti che potranno lasciare le carceri, di gran lunga meno degli oltre 14 mila che andrebbero scarcerati per riportare le carceri ad una situazione di legalità e rendere possibile il contrasto di casi di coronavirus all'interno degli istituti. Mancano inoltre, nel decreto del governo, norme che tengano conto delle condizioni di salute dei detenuti che, se dovessero contrarre il covid-19, potrebbero non salvarsi. A loro bisognava guardare con norme ad hoc".
"Su questo - prosegue Gonnella - chiediamo che si esprima l'amministrazione penitenziaria, che non può pensare che tutto sia sotto controllo. Così non è e così non è stato".
Quello che Antigone fa è di continuare a sollecitare i provvedimenti che insieme a Cgil, Anpi, Arci e Gruppo Abele, Conferenza nazionale volontariato giustizia e Ristretti aveva segnalato come fondamentali. "Bisogna far uscire subito i detenuti che non hanno un posto regolamentare per affrontare al meglio il possibile diffondersi del coronavirus. Iniziano a esserci casi di persone detenute risultate positive ai controlli medici. Per questo ci vuole un nuovo decreto urgente" afferma Patrizio Gonnella.
"Ci appelliamo inoltre affinché da oggi si ripristini dappertutto e per tutti un collegamento (telefonico, WhatsApp o Skype) con le famiglie. Ci scrivono parenti di detenuti che non sanno più nulla dei loro cari da giorni. Inoltre abbiamo ricevuto segnalazioni e denunce di ricorso illegale alla violenza nei confronti dei detenuti nei giorni scorsi. Presenteremo altrettanti esposti alle procure. Chiediamo all'amministrazione penitenziaria di fare proprie inchieste interne e stigmatizzare ogni episodio di uso arbitrario della violenza o di rappresaglia rispetto alle rivolte dei giorni scorsi" conclude il presidente di Antigone.
di Forum Droghe Onlus
fuoriluogo.it, 18 marzo 2020
Forum Droghe, l'associazione che da 25 anni si occupa della riforma delle politiche sulle droghe con status consultivo all'Onu, esprime grande preoccupazione per i recenti eventi accaduti in alcune carceri italiane a seguito della crisi del coronavirus, nel corso dei quali - secondo quanto ha riportato la stampa - sono morti quindici detenuti, alcuni sembra per intossicazione acuta da psicofarmaci e metadone.
Ci pare che la modalità impositiva con la quale sono state applicate misure immaginate per salvaguardare la salute dei detenuti, senza adeguata informazione e coinvolgimento dei detenuti stessi, sia stata una mossa poco responsabile. L'interruzione repentina dei colloqui con i famigliari e la sospensione di tutte le misure di semilibertà e dei permessi rappresentano una vera e propria violazione dei diritti umani, soprattutto perché applicate senza adeguate soluzioni alternative, quali il rafforzamento e l'attivazione delle altre forme di comunicazione con l'esterno già permesse dal regolamento come le telefonate e le sessioni di videoconferenza.
L'effetto paradosso di una misura che avrebbe dovuto proteggere la salute dei detenuti dal coronavirus e che in realtà ha determinato morti, devastazioni e interruzione di ogni misura di flessibilità nella circolazione interna agli istituti dei detenuti, in un clima ancora più irrespirabile e repressivo, mette sempre più in evidenza che l'ingestibilità delle carceri italiane è legata alla concezione ancora imperante del ruolo di istituzione totale e sempre più socialmente pervasiva che le si attribuisce e alle leggi che la sostengono e riproducono.
In questo contesto, le morti dei detenuti avvenute per presunta assunzione di psicofarmaci e metadone, che in genere è custodito in cassaforte, evidenziano la gravità della ostinata e miope volontà di negare la evidente presenza - anche in situazioni ordinarie - di sostanze psicoattive provenienti dall'esterno e circolanti nelle carceri, e di conseguenza di non rifornire i servizi sanitari di emergenza degli Istituti con i farmaci antagonisti salvavita come il naloxone e l'anexate. Inoltre troppo spesso l'ideologia del consumo zero e dell'astinenza forzata continua ad essere il faro con il quale ancora diversi servizi sanitari intervengono in carcere, malgrado all'esterno gli stessi servizi operino con politiche molto più aggiornate e rispettose delle persone. In ogni caso risulta urgente accertare le modalità che hanno portato alla morte delle persone detenute, ad oggi non tutte chiare, secondo criteri di massima tempestività e trasparenza.
Questo momento di emergenza nazionale potrebbe essere utilizzato per mettere in atto alcune misure realmente "protettive per la salute", come la scarcerazione anticipata dei detenuti con pene residue limitate, l'attivazione di tutte le misure alternative possibili per coloro che ne hanno diritto, la collocazione agli arresti e detenzioni domiciliari, che avrebbero il risultato "salutare" di decongestionare le carceri italiane, oltre a garantire comunque forme di comunicazione adeguate con i famigliari per chi è detenuto. Nello stesso tempo tali misure avrebbero la funzione di preparare il terreno, proprio a partire da una emergenza nazionale come questa che rende esplosive le contraddizioni della logica del carcere totale e della tolleranza zero, per iniziative di cambio radicale di rotta delle leggi sulle droghe.
Come più volte abbiamo messo in evidenza la legge sulle droghe da trent'anni riempie le carceri italiane, nella gran parte dei casi a causa di reati minori. Come si evidenzia anche nell'ultimo Libro Bianco, un terzo dei detenuti è legato alla tossicodipendenza e se si aggiungono i detenuti con reati per il piccolo spaccio si sale a circa il 50% della popolazione carceraria. Da tempo Forum Droghe con molte altre realtà ha elaborato e proposto alla discussione del Parlamento disegni di legge che prevedono sia una completa decriminalizzazione delle condotte legate all'uso personale di droghe sia un abbassamento delle pene per i reati minori, una revisione radicale del sistema degli interventi nella prospettiva della Riduzione del danno, e l'ampliamento delle misure alternative alla detenzione per il piccolo spaccio. Oltre che naturalmente la regolazione legale della cannabis. Tutte misure che risolverebbero il sovraffollamento delle carceri riducendo drasticamente anche i rischi legati alla gestione delle epidemie, affrancando nello stesso tempo ampie aree di popolazione da stigmi insopportabili e socialmente e culturalmente deprivanti.
Forum Droghe continuerà a battersi, insieme alle reti delle persone che usano sostanze, agli operatori, alle associazioni che si battono per i diritti dei consumatori e dei detenuti, per mantenere alto il livello di guardia nel dibattito pubblico e nella iniziativa politica e parlamentare su queste proposte. Proposte che risolverebbero il sovraffollamento delle carceri e nello stesso tempo restituirebbero il diritto alla cittadinanza per una parte importante delle persone che vivono e transitano per il nostro Paese.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 marzo 2020
Nelle carceri campane sono un migliaio i detenuti in cella nonostante un residuo da scontare che non supera l'anno e mezzo. La proposta al vaglio del governo è di cominciare da loro per un provvedimento "svuota-carceri" che tuteli in questo momento un diritto fondamentale e irrinunciabile, come quello alla salute. Ci si chiede, se di fronte a una crisi totale come questa causata dal rapido diffondersi del coronavirus, abbia ancora senso lasciare in carcere un detenuto che ha quasi saldato il suo debito con la giustizia.
Se la certezza della pena debba prevalere sul diritto alla salute, e quindi alla vita. Se si possa, per questi detenuti, prevedere misure alternative che consentano di sfollare le celle e alleggerire il peso di una crisi sanitaria che, per fortuna, fino ad ora è solo una minaccia ma non una realtà negli istituti di pena della Campania dove non ci sono casi di contagio e si sono adottate tutte le misure per evitarli.
Da ieri si fa più fatica nel carcere di Ariano Irpino, la cittadina nell'Avellinese che rientra tra i Comuni chiusi per ordinanza del governatore De Luca nell'ambito delle misure per contenere i casi di Covid-19. Si registrano ritardi e disagi per via dei più capillari controlli disposti per chi entra e esce dal paesino, considerati tuttavia "fisiologici". Quello che invece si annuncia come una vera e propria novità è il progetto di affidare ai detenuti la produzione delle mascherine chirurgiche che cominciano a scarseggiare negli ospedali. Per far fronte a questa emergenza nell'emergenza l'aiuto potrebbe arrivare dai detenuti al lavoro nelle sartorie presenti negli istituti di pena.
In Campania la produzione è stata già avviata in via sperimentale nelle sartorie di sei carceri: Pozzuoli, Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Salerno, Benevento, Sant'Angelo dei Lombardi. Il provveditore dell'amministrazione penitenziaria campana, Antonio Fullone, ha sottolineato l'importanza del progetto: "È un'iniziativa che può rivelarsi socialmente molto utile, e sarebbe non soltanto un segnale di riscatto da parte dei detenuti, finiti per colpa di pochi violenti al centro delle cronache sulle proteste delle scorse settimane, ma sarebbe soprattutto un valido aiuto di cui c'è bisogno". Si prevede una produzione di migliaia di mascherine al giorno e vi lavorerebbero i 25 laboratori presenti negli istituti italiani.
Per avviare il processo produttivo manca solo il via libera dell'Istituto Superiore di Sanità. In Campania le sartorie delle carceri lavorano alla produzione sperimentale di mascherine di tessuto non tessuto con la collaborazione dell'Asl Napoli 1 e dell'Università Federico II, valutando anche l'idea di allargare poi la produzione anche a quelle di livello più elevato, con i più sofisticati filtri anti-coronavirus. E la solidarietà che arriva dal popolo del mondo di dentro, quello delle carceri, non si ferma qui. Perché da Poggioreale i detenuti del reparto Avellino, quello che ospita i reclusi in regime di alta sicurezza, hanno fatto sapere di voler fare la propria parte. Come? "Siamo pronti a donare il sangue per sopperire alla carenza di donazioni di cui abbiamo tanto sentito parlare in tv in questi giorni", hanno scritto in una lettera dal carcere.
In premessa hanno chiarito di non aver aderito alle proteste dei detenuti che si sono ribellati alla temporanea sostituzione dei colloqui con le telefonate ai familiari: "Ci dissociamo" hanno scritto, mostrando consapevolezza della realtà che si vive nel mondo fuori. "Siamo anche noi padri, mariti, fratelli, figli e vogliamo donare il sangue accettando tutte le procedure di sicurezza che le istituzioni riterranno necessarie". Intanto non si ferma l'attività del garante per i detenuti Samuele Ciambriello, degli avvocati dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali nazionali presieduto dall'avvocato Riccardo Polidoro, dei penalisti della Camera penale di Napoli guidati dall'avvocato Ermanno Carnevale per portare all'attenzione del governo la difficile condizione dei detenuti e sollecitare misure straordinarie per intervenire sulle esecuzioni penali e sul sovraffollamento
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 18 marzo 2020
Gherardo Colombo conosce bene il carcere. Come volontario tiene corsi di legalità per i detenuti ed è stato a lungo giudice e pubblico ministero.
Proteste, rivolte, contagi. C'è tensione "dentro"?
"Per la paura, i disagi e le restrizioni causate dal coronavirus. Ora è ancora più evidente del solito il contrasto tra la vita da reclusi e l'articolo 27 della Costituzione, secondo cui, cito, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Le carceri, nonostante le restrizioni che i detenuti subiscono, non sono isolate dal mondo. Ad esempio, entrano agenti della polizia penitenziaria e operatori, come tutti esposti al contagio. Leggo addirittura che una recente circolare del Dap dice che gli agenti devono restare in servizio anche se hanno avuto contatti con persone contagiose perché sono operatori pubblici essenziali".
Ci sono i primi contagi...
"Potrebbero espandersi rapidamente, visti gli spazi ristrettissimi nei quali sono spesso stipati i detenuti, facendo aumentare la tensione. Occorre impegnarsi molto anche nella protezione degli agenti e di tutti coloro che lavorano in carcere".
Una pentola a pressione che rischia di esplodere?
"È già esplosa nelle proteste dei giorni scorsi con 13 morti, sui quali avere notizie precise non sarebbe disdicevole, e potrebbe deflagrare ulteriormente. I benefici sono sospesi e l'affollamento aumenta. Sono sospese le attività dei volontari che, oltre ad avere effetti positivi in tema di rieducazione, contribuiscono ad allentare la tensione".
I detenuti hanno chiesto amnistia o indulto. Difficili in questo contesto politico...
"Credo che in primo luogo bisognerebbe rendere perlomeno sopportabile la situazione attraverso altri canali. I provvedimenti di clemenza li vedo lontani anni luce".
In che modo?
"Ci sono 61mila detenuti per 51mila posti, ai quali vanno tolti quelli danneggiati o in ristrutturazione. In una situazione come questa occorrerebbe andar sotto la capienza regolamentare per garantire le stesse distanze di chi sta fuori. Per ridurre il sovraffollamento bisogna applicare di più e con norme più agevoli le misure alternative, escludendole quando sia provata la pericolosità del richiedente. Solo un terzo dei detenuti è considerato pericoloso. Affidamento in prova ai servizi sociali e detenzione domiciliare dovrebbero essere estesi, come chiedono in molti, anche a chi ha problemi sanitari e che, se esposto al coronavirus in carcere, rischia la vita. Occorrerebbe che chi lavora fuori dorma a casa ed ampliare la liberazione condizionale. Assumerebbe anche il senso di un atto restitutorio prevedere che chi si trova nelle condizioni di lavorare all'esterno, ma un lavoro non ce l'ha, possa mettersi a disposizione della Protezione civile".
Il governo vuole estendere la detenzione domiciliare a fino a 18 mesi di pena...
"Ci sarebbero due possibilità nel decreto non ancora pubblicato: concederla ai detenuti che, per reati meno gravi, debbano scontare non oltre i8mesi ed abbiano un domicilio; consentire a chi si trova in semilibertà di restare fuori dal carcere, in licenza, se concessa dal magistrato di sorveglianza, fino al 3o giugno prossimo. Temo che questo, se non seguito da altri passi, difficilmente risolverà il problema".
Quanto pesa la sospensione dei colloqui in carcere?
"Molto. In una situazione così emotivamente coinvolgente sarebbe necessario almeno passare ad una telefonata al giorno e consentire l'uso, effettivo, di videochiamate e posta elettronica. Stempererebbe la tensione, conforterebbe i detenuti, li libererebbe dall'angoscia di non sapere come stanno i loro cari, in questo rapidissimo evolversi degli eventi".
di Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Nuova proroga della sospensione processuale dei termini per tutti i procedimenti giudiziari civili e penali pendenti e per quelli i cui termini di impugnazione ed opposizione vengano a scadere dal 9 marzo al 16 aprile del 2020. L'articolo 79 del decreto Cura Italia contiene anche nuove misure urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, per contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare. Vengono pertanto chiariti ed estesi i termini della sospensione processuale del precedente Dl 8 marzo 2020, numero 11 così come richiesto dalle associazioni di categoria degli avvocati.
Sono quindi sospese tutte le udienze civile e penali in tutta Italia, le stesse disposizioni sono altresì estese anche ai processi tributari, ai procedimenti della magistratura militare ed ai processi amministrativi e contabili. Gli avvocati ma anche i commercialisti, consulenti del lavoro e tutti i soggetti abilitati alla difesa presso la magistratura tributaria non potranno effettuare alcuna udienza fino al 16 aprile.
Successivamente saranno i capi degli uffici giudiziari a poter disporre ulteriori rinvii motivati dall'emergenza sanitaria. È stato espressamente chiarito che la sospensione processuale, ferme le eccezioni previste per alcune udienze urgenti, investe qualsiasi atto del procedimento e non solo del processo e si estende anche ai termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l'adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e del procedimento esecutivo, per le impugnazioni e, in genere, riguarda tutti i termini procedurali e quindi anche dei procedimenti esecutivi e concorsuali.
Ulteriore modifica e precisazione tendente a risolvere i problemi interpretativi sollevati al computo del termine cosiddetto "a ritroso" è stato l'utilizzo del differimento dell'udienza o della diversa attività cui sia collegato il termine, in modo da farlo decorrere nuovamente al di fuori del periodo di sospensione. Sono state riproposte tutte le eccezioni per i processi già definiti urgenti dal precedente decreto.
Sono state introdotte delle rilevanti novità normative al sistema delle notificazioni e delle comunicazioni attualmente previsto dal Codice di procedura penale, consentendo agli uffici giudiziari di comunicare celermente e senza la necessità di impegno degli organi notificatori i provvedimenti destinati alla comunicazione alle parti processuali delle date delle udienze attraverso il sistema di notificazioni e comunicazioni telematiche. Viene così consentita la notifica presso il difensore di fiducia dell'imputato e di tutte le parti private, da effettuarsi tramite invio all'indirizzo di posta elettronica certificata di sistema. Sempre nel settore penale, nel decreto, sono state prorogate le sessioni delle Corti di assise e delle Corti di assise di appello per evitare la convocazione di un numero considerevole di persone presso gli uffici giudiziari, per la selezione dei giudici popolari.
Infine la nuova normativa ha anche sospeso tutti i termini per il compimento degli atti previsti nei procedimenti di mediazione e di negoziazione assistita da avvocati, nonché in tutti gli altri procedimenti previsti per la risoluzione alternativa delle controversie che costituiscono condizione di procedibilità della domanda giudiziale alla data del 9 marzo, prevedendo la sospensione dello svolgimento di qualunque attività prevista adeguando questa sospensione alla durata massima degli stessi procedimenti.
La Repubblica, 18 marzo 2020
Il Garante denuncia possibili maltrattamenti a Opera. Il positivo a Milano è un ragazzo di 19 anni, positivi anche due medici penitenziari a Brescia. Nei giorni scorsi la "rivolta" delle carceri italiane. Un detenuto di 19 anni, originario del Ghana, che era recluso nel carcere di San Vittore, è risultato positivo al coronavirus e si trova attualmente ricoverato all'ospedale Niguarda di Milano. "Ha contratto l'infezione all'esterno dell'istituto dove non è presente dallo scorso dicembre", ha precisato Giacinto Siciliano direttore del carcere.
In questi giorni anche due detenuti del carcere di Pavia sono risultati positivi al Covid-19, così come un detenuto del carcere di Voghera (Pavia). Contagiati, inoltre, due medici del carcere di Brescia. Lo si apprende da fonti di polizia penitenziaria. Già all'interno del carcere Sant'Anna di Modena, dove circa dieci giorni fa è scoppiata la rivolta che ha portato alla morte di nove detenuti a quanto pare per overdose di farmaci e che poi è dilagata in molti altri penitenziari del Paese, era stato precedentemente riscontrato un caso di coronavirus in un detenuto. Un altro caso c'era stato nel carcere di Lecce.
Ma dalle carceri non arrivano solo notizie di contagi. Il garante dei detenuti del Comune di Milano, Francesco Maisto, ha presentato una denuncia alla Procura in cui fa riferimento a possibili maltrattamenti ai danni dei reclusi nel carcere di Opera. "Ho ricevuto attraverso diverse vie di comunicazione - spiega - informazioni su presunti maltrattamenti a Opera nel pomeriggio del 9 marzo scorso, rispetto ai quali ho chiesto l'attenzione della Procura perché ne accerti la veridicità e la consistenza, nonché al locale magistrato di Sorveglianza che ha effettuato due ispezioni". I pericoli di contagi, secondo Maisto, "sono costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo. I gravissimi episodi di rivolta, sinora tenuti a freno - avverte - potrebbero crescere senza possibilità di contenimento e assumere forme diverse non facilmente contrastabili".
E rimanendo ai penitenziari, ma guardando oltre la Lombardia, è partita oggi nella casa circondariale di Massa (Massa Carrara) la produzione di mascherine per l'emergenza coronavirus. Lo rende noto il parlamentare Iv Cosimo Maria Ferri. Il laboratorio interno al penitenziario, "dove già lavoravano diversi detenuti e venivano prodotte lenzuola e federe per tutte le carceri italiane e per tutte le caserme degli agenti penitenziari - spiega Ferri - vista l'emergenza sanitaria per Covid-19, trasformerà la propria attività e produrrà mascherine chirurgiche".
Le mascherine "saranno destinate prima di tutto a tutto il personale del settore penitenziario, ai detenuti, e a coloro che frequenteranno il carcere. Soddisfatte queste esigenze, grazie ad un accordo con il ministero della Sanità e con le Asl, le mascherine potranno essere destinate anche alle strutture ospedaliere".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Corte di cassazione - Sentenza n. 10275 del 16 marzo 2020. Sì alla particolare tenuità del fatto, quella prevista dall'articolo 34 del Dlgs 274/2000 che regolamenta la competenza penale del giudice di pace, anche per lo straniero che entri illegalmente nel territorio italiano o non ottemperi all'obbligo di allontanamento. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 10275 del 16 marzo, accogliendo con rinvio il ricorso di un uomo di nazionalità nigeriana. Il giudice di pace di Ferrara lo aveva condannato a 10mila euro di multa in quanto responsabile del reato previsto dall'art. 14, comma 5-ter, del Testo unico immigrazione per non aver adempiuto all'ordine di lasciare il territorio emesso dal questore di Agrigento nel dicembre 2015.
Secondo il Gdp era da escludere l'applicazione della causa di non punibilità considerato che la norma "si fonda su di un giudizio precostituito di offensività soggettiva e indifferenziata dell'interesse ad una disciplina dei flussi migratori", senza possibilità dunque di distinguere tra comportamenti più gravi o meno gravi, "trattandosi di reato di pura condotta".
Una lettura bocciata dalla Prima Sezione penale che ricorda come la Corte costituzionale abbia chiarito, nella sentenza n. 250 del 2010, con riferimento ai casi in cui lo straniero si trattenga oltre il termine per ragioni "puramente contingenti" (quali per esempio l'aver perso l'aereo o il non aver ricevuto tempestivamente dai parenti all'estero il denaro per l'acquisto del biglietto), che può operare l'istituto dell'esclusione della procedibilità per "particolare tenuità del fatto", anche considerata l'attribuzione della competenza per questo reato al giudice di pace.
Pertanto, prosegue la decisione, tale norma di diritto sostanziale si applica ai reati previsti dal Tu Immigrazione che rientrano nella competenza del giudice di pace, "anche perché nessuna indicazione in senso contrario sul punto si rinviene nelle disposizioni dello stesso T.U.".
La particolare tenuità, spiega infatti la sentenza, è fatta derivare "dalla esiguità, rispetto all'interesse tutelato, del danno o del pericolo rispettivamente derivati dalla commissione del reato, dalla occasionalità della violazione e dal ridotto grado di colpevolezza e dalla considerazione del pregiudizio che la prosecuzione del procedimento penale può arrecare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute dell'imputato".
In definitiva, conclude la Corte, "non è conforme a diritto l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata nella parte in cui afferma la non applicabilità della causa di non punibilità in riferimento ai fatti sussumibili nelle fattispecie rispettivamente previste dall'art. 10-bis e dall'art. 14-ter del t.u. immigrazione". Spetterà dunque al giudice del rinvio pronunciarsi sull'istanza di applicazione della causa di non punibilità conformandosi al seguente principio "la norma recata dall'art. 34, comma 1, del Dlgs 274 del 2000, applicabile solo quanto ai reati da tale decreto attribuiti alla competenza del giudice di pace, è astrattamente riferibile a tutti i reati indicati dallo stesso decreto; compreso quello previsto dall'art. 14-ter del Dlgs n. 286 del 1998".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione III - sentenza 16 marzo 2020 n. 10084. Il giudice non può escludere a priori uno sconto ulteriore di pena per l'imprenditore che, a causa della crisi economica, non versa le ritenute certificate per salvare posti di lavoro. Ma deve valutare la possibilità di applicare l'attenuante per aver agito per ragioni di particolare valore sociale.
La Cassazione, con la sentenza 10084, accoglie il ricorso di un amministratore di società, condannato per aver violato l'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000. Ad avviso della Suprema corte, i giudici di appello hanno correttamente affermato l'esistenza del reato. Perché la crisi di impresa, pur se non addebitabile all'imprenditore, non esclude il dolo nel reato tributario, specialmente quando, come nel caso esaminato, si protrae per anni, senza che le iniziative adottate abbiano effetto.
La corte territoriale ha però sbagliato a non considerare gli argomenti della difesa, ai fini dell'applicazione dell'attenuante generica, che stava nell'aver tentato di salvare l'occupazione di 55 dipendenti. Ad avviso della Cassazione poteva scattare l'articolo 62 bis del Codice penale, che prevede la possibilità di far concorrere le attenuanti generiche con le comuni.
A far pendere il piatto della bilancia a favore del manager c'erano le azioni messe in atto per evitare il fallimento e garantire il lavoro ai dipendenti. Dopo la marcia indietro di una finanziaria, che si era detta pronta a intervenire per il risanamento, la società di famiglia dell'imputato aveva messo in gioco tutto il suo patrimonio fino ad arrivare alla liquidazione. L'amministratore aveva rinunciato al suo compenso e offerto garanzie personali alle banche per ottenere un nuovo credito. Il tutto sperando che la congiuntura economica sfavorevole avesse una fine. La Corte d'Appello dovrà dare un peso a queste condotte, per valutare un maggiore sconto di pena, rispetto a quello concesso riconoscendo le attenuanti specifiche.
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