ansa.it, 19 marzo 2020
Il dl sulle carceri va cambiato. Per ragioni opposte lo chiedono sia chi come la Lega, lo vede come un indulto mascherato, sia tutto il fronte più impegnato sulle carceri (Radicali, Unione delle Camere penali, Antigone), che giudica le misure "inefficaci" e rischiose perché non riusciranno a frenare i contagi tra i detenuti.
Insoddisfazione anche tra le organizzazioni della polizia penitenziaria: il dl farà uscire solo duemila detenuti, non risolvendo l'emergenza, accusa il sindacato Spp. Mentre il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, continua a difendere le misure ma chiede che sia data "ampia possibilità" di accedervi a tutti quelli che ne hanno i requisiti.
In prima fila nella mobilitazione perché il decreto sia modificato ci sono i penalisti, che parlano di "scelte irresponsabili e ciniche" da parte della maggioranza, visto che le detenzioni domiciliari per chi deve scontare meno di 18 mesi di pena residua sono "condizionate" - a differenza delle iniziali bozze - a braccialetti elettronici "che non esistono e che nessuno vuole acquistare".
Le misure previste "sono evidentemente insufficienti per rispondere alle esigenze di estrema gravità e urgenza che la situazione richiederebbe" accusa a sua volta Antigone, che per garantire salute e vita di detenuti e personale della polizia penitenziaria chiede "di liberare le carceri di almeno altre diecimila persone", avvertendo che altrimenti le carceri diventeranno "una bomba sanitaria". I Radicali definiscono il decreto Bonafede "non solo inefficace ma pericoloso: da una parte si impone ai cittadini di rispettare alcune regole sanitarie, in carcere li si costringe a violarle".
Sul fronte opposto la Lega. "È inaccettabile lo svuota- carceri" tuona il leader Matteo Salvini, che chiede di cambiare nel suo insieme il decreto Cura Italia. Difende il provvedimento la presidente pentastellata della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, che accusa invece gli ex alleati di "cinismo intollerabile" visto che diffondono "notizie false" sull'uscita dal carcere di spacciatori, rapinatori e truffatori.
Di fronte alla situazione gravissima delle carceri "le norme del decreto 'cura Italia' sono un primo passo ma certamente insufficiente", riconosce Franco Mirabelli, vice presidente dei senatori del Pd, ma la Lega sbaglia: "se non vogliamo trovarci a gestire una tragedia sanitaria e di ordine pubblico nelle carceri dobbiamo diminuire il numero di detenuti".
Intanto sono saliti a 120 gli istituti penitenziari presso i quali è stata installata una tensostruttura per le attività di triage a beneficio di detenuti e personale. Sinora sono dieci i detenuti positivi al Coronavirus. A Milano un detenuto, affetto da una grave patologia, è stato scarcerato e posto ai domiciliari per i "rischi connessi all'emergenza sanitaria" del Coronavirus, che possono aggravare la sua malattia. Nelle carceri il clima resta teso. Il Garante per i detenuti fa sapere che con le Procure e con visite negli istituti sta verificando la veridicità di "casi di ritorsione" nei confronti dei detenuti che hanno partecipato alle proteste dei giorni scorsi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2020
Il Garante nazionale delle persone private della libertà pubblica relazioni quotidiane. Continua il garante nazionale delle persone private della libertà a pubblicare quotidianamente dei resoconti nei giorni dell'emergenza coronavirus. Spiega che è dell'altro ieri sera la pubblicazione del testo del Decreto legge predisposto dal Consiglio dei ministri che contiene, tra l'altro, due articoli specifici riguardanti le persone in esecuzione penale.
Il primo (n 123) interviene, come già il Garante ha anticipato, sulla legge 199 del 2010, prevedendo una deroga temporanea fino al 30 giugno 2020, deroga che semplifica la procedura di accesso alla detenzione domiciliare e toglie i vincoli relativi all'accertamento del mancato pericolo di fuga e della propensione alla reiterazione del reato.
Sono esclusi, oltre a coloro che già lo erano in base alla legge 199, anche chi abbia riportato sanzioni disciplinari relative a sommosse, evasione o reati commessi in carcere. Il testo mantiene i termini di applicazione per chi abbia una pena o un residuo pena fino a 18 mesi. Tuttavia, per chi abbia una pena o un residuo inferiore a 18 mesi ma superiore ai 6, è prevista l'applicazione del braccialetto elettronico secondo un programma di disponibilità che sarà definito entro dieci giorni dall'entrata in vigore del Decreto legge dall'Amministrazione penitenziaria di concerto con il Capo della Polizia. Il secondo articolo (n. 124) riguarda invece le persone detenute che sono in regime di semilibertà e prevede che siano loro concesse delle licenze fino al 30 giugno 2020. Ciò permetterà di liberare, fino a quella data, i reparti per persone in regime di semilibertà, creando spazi per le esigenze interne degli Istituti.
"Si tratta - scrive il Garante - di un primo passo importante che consentirà di alleggerire le presenze all'interno degli Istituti di pena, garantendo la sicurezza di tutti, e andando incontro alle esigenze di prevenzione della diffusione del Covid-19 all'interno delle carceri". Ovviamente, il Garante nazionale confida che "l'applicazione di queste misure sarà coerente con lo spirito che ha caratterizzato la loro previsione: quello di favorire, in termini certamente di sicurezza, un'ampia possibilità di accesso di coloro che si trovano nei parametri indicati dalla legge".
Il Garante nazionale, spiega che Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria ha comunicato la presenza di casi di positività tra alcuni detenuti. "Si tratta di numeri molto contenuti (dieci) - sottolinea - e di persone che in taluni casi non erano ancora entrate in contatto con il resto della popolazione detenuta, grazie al triage che viene fatto a tutti i nuovi giunti".
Negli Istituti viene applicato l'isolamento precauzionale in appositi reparti che sono in via di realizzazione in tutte le carceri. In accordo con il Ministero della giustizia, il Garante nazionale sarà informato costantemente dell'andamento della situazione. Prosegue intanto, in stretta collaborazione con i Garanti territoriali, l'attività di monitoraggio delle condizioni degli Istituti penitenziari. Sono in corso delle visite negli Istituti, soprattutto in quelli maggiormente danneggiati dalle proteste.
Il Garante nazionale anche è impegnato a controllare, in rapporto con le Procure e in taluni casi con visite, "la consistenza di alcune notizie ricevute circa possibili casi di ritorsione nei confronti di persone che hanno partecipato alle proteste". Ma non solo. Al Garante continuano anche ad arrivare da parte dei familiari richieste di informazione sui propri congiunti trasferiti a seguito delle proteste. Il garante a questo proposito aveva sollecitato l'Amministrazione penitenziaria al fine di assicurare a tutte le persone trasferite negli altri Istituti di informare i loro riferimenti affettivi circa la nuova assegnazione detentiva.
L'autorità del Garante monitora anche la situazione delle Residenze per persone con disabilità o anziane. Sottolinea la preoccupazione per la mancanza di indicazioni operative da parte di Regioni e Comuni relativi alla attivazione di servizi domiciliari individuali sostitutivi dei Centri semiresidenziali per persone anziane o con disabilità, prevista dal Decreto Legge agli articoli 47 e 48.
Il Garante, nel comunicato precedente, ha spiegato che gli ospiti delle RSA sono esposti, come altri luoghi in cui è concentrato un certo numero di persone, a un elevato rischio di contagio. "È chiaro - ha sottolineato il Garante - che il primo provvedimento possibile è la limitazione degli accessi alle strutture e un'elevata attenzione alle prassi igienico-sanitarie per prevenire la diffusione del virus al loro interno, diffusione peraltro particolarmente letale per la tipologia di ospiti". Anche in queste strutture, infatti, vanno tutelati non solo il diritto alla salute, ma anche il diritto al mantenimento delle relazioni familiari, spesso unica motivazione che sostiene la vita degli ospiti, favorendo forme di comunicazione alternative alla visita, anche a distanza, "perché sarebbe inaccettabile una svalutazione del bisogno di relazioni sociali", ha osservato il Garante.
Uno sguardo va anche alle strutture semiresidenziali, sulle quali il Garante nazionale ha competenza nel monitoraggio, e agli interventi conseguenti la loro chiusura. Il Garante nazionale ritiene che sarebbe opportuno dare seguito alla disposizione dell'articolo 9 del decreto-legge 9 marzo 2020, n. 14 "Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all'emergenza Covid-19. (20G00030)".
Tale decreto al comma 2 dell'articolo 9 prevede la facoltà delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano di istituire entro dieci giorni dall'entrata in vigore del decreto stesso, unità speciali atte a garantire l'erogazione di prestazioni sanitarie e sociosanitarie a domicilio in favore di persone con disabilità che presentino condizione di fragilità o di comorbilità tali da renderle soggette a rischio nella frequentazione dei Centri diurni per persone con disabilità.
Attualmente, non tutte le Regioni o Comuni, infatti, hanno dato indicazioni operative, con atti normativi locali, in merito alla sostituzione dei servizi diurni con servizi di assistenza domiciliare, per i quali, tra l'altro, il decreto non prevede risorse economiche straordinarie Il Garante auspica il miglioramento del testo del decreto- legge in sede parlamentare per consentire l'attivazione di queste unità speciali con una rappresentanza delle Autorità competenti, comprese l'Autorità Garante e le Associazioni di persone e famiglie con disabilità.
I centri per migranti - Per quanto riguarda invece i Centri di permanenza e rimpatrio per migranti, il Garante ha già riferito nel racconto precedente che l'attenzione è stato focalizzato sul Centro romano di Ponte Galeria dove sono presenti 95 uomini e 40 donne (è atteso l'arrivo di 3 persone tutte provenienti dagli Istituti penitenziari, come del resto tutti i nuovi ingressi attuali nei Cpr).
Resta aperto il problema della coerenza di un trattenimento finalizzato al rimpatrio nel momento in cui sono bloccate tutte le possibilità di arrivare nei Paesi di destinazione: problema che è ancor più rilevante per coloro che sono prossimi alla scadenza del numero massimo di giorni previsti per tale forma di trattenimento.
Per quanto riguarda la questione sanitaria, nel Centro di Ponte Galeria, oltre alla informazione multilingua sulle regole da seguire e a un aumento delle attività di pulizia, è stato introdotto il rilevamento quotidiano della temperatura corporea a tutte le persone trattenute. Non c'è stata comunque necessità di effettuare alcun tampone. Il clima interno è stato riferito al Garante come tranquillo, superati alcuni giorni di fibrillazione, coincidenti con le proteste in carcere. Le audizioni per i richiedenti asilo delle Commissioni territoriali sono sospese.
di Franco Mirabelli*
huffingtonpost.it, 19 marzo 2020
Tutti gli operatori, i magistrati di sorveglianza, i garanti regionali e comunali ci stanno dicendo che la situazione nelle carceri italiane è esplosiva. Le rivolte degli scorsi giorni sono state sedate, ma la tensione e la paura negli istituti sta diventando sempre più alta. Le preoccupazioni di contagio, le condizioni igieniche, l'impossibilità di comunicare coi familiari se non telefonicamente, stanno rendendo insostenibile per i detenuti, ma anche per agenti e operatori, la situazione. Di fronte a questa situazione gravissima le norme introdotte dal decreto "cura Italia" sono un primo passo, ma certamente insufficiente.
Leggo che la Lega, innanzi tutto, pensa sia possibile risolvere questo dramma chiudendo le celle e dando le mascherine agli agenti. Purtroppo non è così. E non sono neppure sufficienti le misure, giuste, previste per sanificare le carceri, sostenere il lavoro e aumentare il numero degli agenti di custodia, creare presidi sanitari all'interno, attrezzare le carceri per consentire più contatti telefonici o via Skype con i familiari.
Deve essere chiaro a tutti che nessuno di questi problemi può essere affrontato senza intervenire sulla sovrappopolazione, sul fatto che, di media, 140 detenuti stanno negli spazi definiti per 100, che mentre noi stiamo quotidianamente attenti a tenere a distanza le altre persone nelle celle convivono anche sei persone in 10 metri quadri. Quindi piaccia o non piaccia alla Lega se non vogliamo trovarci a gestire una tragedia sanitaria e di ordine pubblico nelle carceri dobbiamo diminuire il numero di detenuti. Solo una politica irresponsabile può dedicarsi a fare polemiche e propaganda.
Da questo punto di vista il governo ha introdotto nel decreto due misure importanti ma non sufficienti. Giusto scegliere di allungare al 20 giugno le licenze di chi già gode di benefici di semilibertà anche per ridurre, in questa fase di emergenza sanitaria, gli ingressi dall'esterno in carcere. Bene anche aver raccolto la nostra proposta di mandare agli arresti domiciliari chi ha ancora 18 mesi da scontare, anche se l'obbligo del braccialetto elettronico, per chi ha più di sei mesi da scontare, rischia di ridurre il numero dei beneficiari nel caso la disponibilità delle apparecchiature fosse insufficiente. Credo che in fase di conversione del decreto vada fatto di più.
Consentendo i domiciliari anche in caso di indisponibilità di braccialetti, tenendo anche conto che chi sta finendo di scontare la pena per reati gravi non potrà comunque beneficiare degli arresti a casa. E visto che oggi la legge prevede sconti di pena per buona condotta (45 giorni in meno per ogni anno), pensare di aumentare a 75 i giorni da scontare per anno aiuterebbe ulteriormente a decongestionare le carceri. Sono norme semplici che intervengono su leggi già esistenti ampliandone la portata. Norme di buon senso. Norme necessarie di cui la politica deve sapersi assumere la responsabilità non delegando la soluzione dei problemi alla magistratura di sorveglianza. Non si tratta di liberare migliaia di delinquenti, come dice Salvini, ma di far scontare la pena fuori dal carcere a chi ne ha diritto in una fase emergenziale salvando delle vite.
*Senatore Pd, capogruppo nella Commissione bicamerale Antimafia
di Adriano Sofri
Il Foglio Quotidiano, 19 marzo 2020
Faccio solo un elenco, oggi. Un promemoria. Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia. Dei 13 morti in due giorni di ribellioni in diverse carceri italiane disse al Senato, senza farsi sfiorare dalla tentazione di citarne i nomi, che erano morti "per lo più" di overdose.
Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Sostenne ostinatamente che non c'era sovraffollamento nelle carceri italiane, che era una questione di convenzioni lessicali. Bastava cambiare discorso, e gli spazi si allargavano.
I tredici detenuti morti. I loro nomi sono stati fatti solo ieri, dopo undici giorni, per quello che ho visto, da Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, e a lui rimando. Di qualcuno accompagnati da circostanze: per esempio che tre di loro non erano ancora stati processati, dunque erano in carcere da non colpevoli, per esempio che altri stavano per uscire a pena finita, uno entro due settimane, e che uno usciva in semilibertà da tre anni tenendo un comportamento lodevole. Di altri solo nomi ed età. Erano italiani, magrebini (tunisini, marocchini, un algerino), un moldavo, un ecuadoriano, un croato. Una lapide potrebbe unire i loro nomi, luogo e data di nascita, luogo e data di morte, e tre sole parole, maiuscole: PER LO PIU'.
Una menzione meritano quei giornalisti - chiamo così, per economia, persone che scrivono in sedi che per economia chiamo giornali - i quali non si concessero nemmeno un quarto d'ora di riflessione prima di proclamare che la rivolta carceraria era frutto di una cospirazione ordita da tempo e guidata dalla criminalità organizzata.
Martedì 17 marzo: primo annuncio ufficiale sui detenuti positivi al coronavirus - dieci - cui si sommano gli agenti penitenziari. In ritardo sulla società a piede libero: saprà recuperare. Un decreto governativo prevede che i magistrati di sorveglianza - buona parte dei quali lo chiedevano da tempo - possano concedere con procedure più rapide il passaggio a pene alternative, la detenzione a domicilio (per chi ce l'ha) o il braccialetto (che non c'è), dei detenuti con un residuo di pena basso.
Quasi 25 mila detenuti sono infatti in carcere con una pena residua inferiore ai tre anni, più di 16 mila con meno di due anni. Il ministero, e con lui il governo, hanno tirato al ribasso fino a indicare una pena residua tale che a usufruirne potranno essere solo 3.700, in pratica molti meno. Una misura irrisoria e derisoria. Sufficiente, certo, agli ululati di Lega e Fratelli d'Italia e fogli affini, quelli del marcire in galera. Motto aggiornato al nuovo virus: marciranno prima.
Fra le numerose esclusioni ordinate, ce n'è una in più: sono esclusi coloro che abbiano partecipato alle rivolte. La valutazione ufficiale è che siano stati 6 mila, e abbiamo visto di quale rango. Ho visto con dolore che anche persone impegnate a ridurre lo scandalo delle nostre galere hanno dato per scontata quella esclusione, non so se per un riflesso di legalismo frainteso, o per una distrazione dell'intelligenza.
Osservo che la condizione delle carceri dichiarata da tempo insopportabile ha suscitato, con la goccia (un droplet, infatti) del coronavirus a farla traboccare, una ribellione che ha costretto le autorità a confessare la propria ottusità e rassegnarsi a qualche palliativo, escludendone coloro che non hanno sopportato l'insopportabile.
Chi aderisce a una ribellione in carcere non è particolarmente delinquente, e forse non lo è affatto: se aveste anche solo un centesimo d'immaginazione, lo capireste. O se solo vi ricordaste di qualcuno dei film carcerari che vi commuovono. I nonviolenti esigono moltissimo da sé stessi: può succedere loro di non farcela a prendere una distanza di sicurezza dai loro simili che divelgono le sbarre. Ultimo punto: forse la prossima ribellione avrà per protagonisti gli agenti penitenziari. E non contro i detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2020
Tre anni fa Fastweb si è aggiudicata la gara per la fornitura. Le norme in materia penitenziaria, inserite all'interno del nuovo decreto del governo per far fronte all'emergenza coronavirus, prevede che la detenzione domiciliare sia subordinata alla effettiva disponibilità del braccialetto elettronico. Ad oggi però i braccialetti risultano insufficienti. Lo spiega la stessa relazione tecnica che parla, al momento, di circa 2600 braccialetti disponibili fino al 15 maggio.
Teoricamente, però, dovrebbero esserci almeno 15 mila braccialetti, visto che il contratto con Fastweb (la compagnia che ha vinto il bando di gara nell'agosto del 2017) prevede la fornitura di 1.000-1.200 braccialetti mensili per l'intera durata triennale, in scadenza al 31 dicembre del 2021 per un importo annuo di circa 7,7 milioni di euro ed un onere complessivo di circa 23 milioni di euro.
Fastweb in tandem con l'azienda Vitrociset aveva presentato l'offerta più conveniente dal punto di vista economico: parliamo del bando di gara a normativa Europea, sulla base del criterio dell'offerta più vantaggiosa, relativa alla produzione dei braccialetti elettronici. Sono passati oramai tre anni fa da quando ha vinto il bando. Infatti, la commissione nominata per le valutazioni tecnico/ economiche delle offerte pervenute, aveva affidato alla compagnia la fornitura, l'istallazione e attivazione mensile di 1.000 braccialetti elettronici, fino a un surplus del 20 per cento in più, con connessi servizi di assistenza e manutenzione per un arco temporale di 27 mesi.
Il servizio sarebbe dovuto partire già da ottobre del 2018. Ma c'era bisogno che il ministero dell'Interno, guidato da Matteo Salvini, nominasse la commissione di collaudo di tutto il sistema: l'emissione del servizio, quindi l'infrastruttura, la sala di controllo e i device. In quel periodo Il Dubbio ha contattato direttamente Fastweb. L'azienda rispose che la commissione sarebbe stata nominata a novembre dell'anno scorso e quindi il collaudo sarebbe dovuto partire a metà dicembre 2018.
Ma quando è partito il contratto? Secondo la relazione tecnica sarebbe partito il 31 dicembre del 2018, ma nello stesso tempo dice che, ad oggi, "nell'arco temporale di 15 mesi ne sono stati attivati circa 5200 con una media circa di 350 dispositivi". Se è vero - come relazionato nella scheda tecnica - che il contratto è partito al 31 dicembre del 2018, i braccialetti elettronici dovrebbero essere di un numero decisamente superiore.
Eppure, Il Dubbio, verso la fine dell'anno scorso ha contattato Fastweb per sapere se ci sia stato o no l'avvio dell'emissione dei braccialetti: ha risposto che la compagnia si occupa solo della fornitura e di aver ricevuto l'ordine dal ministero dell'Interno di non dare ulteriori notizie sullo sviluppo, perché questo compito spetta al Viminale. Il Dubbio, con tanto di lettera scritta come prevede la prassi, ha chiesto informazioni nel merito al ministero, ma tuttora la richiesta è rimasta inevasa.
Ora, però, dalla relazione tecnica leggiamo che il contratto sarebbe partito da tempo, ben 15 mesi fa. Ma quindi il collaudo è effettivamente avvenuto? Almeno dal sito della Polizia di Stato, risulta che la procedura è aperta. Infatti si ferma alla data del 17/12/2018 quando viene pubblicato il decreto di approvazione del verbale di collaudo positivo relativo alla fase uno. Almeno fino a ieri, dal sito della Polizia di Stato non risulta il "Piano di collaudo della fase 2", che rappresenta la base di tutte le attività di verifica di conformità della fornitura e sottoposto a valutazione e approvazione da parte dall'Amministrazione.
Resta il dato oggettivo che Il servizio erogato dalla compagnia telefonica vincitrice dell'appalto deve consentire, mensilmente, l'attivazione media di un 1.000 dispositivi con la capacità di attivarne anche il 20% in più per un periodo minimo di 27 mesi. Per "attivazione" si intende l'intero ciclo di vita di un braccialetto associato ad un soggetto destinatario del provvedimento dell'Autorità Giudiziaria che comprende la fornitura, l'attivazione, la manutenzione e la disattivazione del dispositivo stesso.
Ma quindi è partita la fornitura o no? E se è partita, perché di fatto ci ritroviamo solo con 2600 braccialetti da qui fino al 15 maggio come relazionato nella scheda? Critico l'avvocato Gianpaolo Catanzariti dell'osservatorio carceri delle camere penali. "Dinanzi agli accorati appelli a fare presto per scongiurare un disastro umanitario - tuono il penalista - il governo adotta un decreto legge con misure davvero insufficienti se non irresponsabili. Preoccupato di "percorrere moderate ed accorte soluzioni" volte ad alleggerire la concentrazione davvero elevata della popolazione penitenziaria, si è infilato in un angolo cieco senza dare le risposte congrue rispetto al delicato momento".
Il presidente dell'osservatorio carcere prosegue: "Si introduce una procedura non solo farraginosa, ma addirittura impraticabile e ciò al di là del consenso manifestato dai detenuti sull'utilizzo dei dispositivi elettronici di controllo che, ad oggi, non ci sono, se è vero che diversi sono i casi di detenuti in carcere in attesa della disponibilità del braccialetto nonostante un provvedimento favorevole del magistrato".
E conclude: "Pare che entro il 15 maggio potranno essere reperiti 2600 braccialetti. Insomma il coronavirus galoppa e non aspetterà, anche sulla base delle notizie che filtrano dalle carceri, la tempistica lenta individuata dal Dap. L'Italia è sì un modello per l'emergenza coronavirus in carcere, ma da evitare".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 19 marzo 2020
Altro che domiciliari: senza braccialetti tutti in cella. La versione definitiva corregge la bozza del decreto che consentiva almeno di far uscire un po' di detenuti. Una vergogna.
Quando il Consiglio dei Ministri discuteva dell'ormai attesissimo super decreto, la bozza relativa alle disposizioni sulle carceri sembrava accogliere il suggerimento dei penalisti italiani, ma anche del coordinamento dei Giudici di Sorveglianza e di tanti magistrati ragionevoli e soprattutto consapevoli del fuoco epidemico che cova sotto la cenere dell'indecente sovraffollamento carcerario nostrano. Detenzione domiciliare per le pene residue inferiori ai 18 mesi. Se superiori a sei mesi, esse saranno accompagnate da braccialetto elettronico "ove disponibile".
Ma nella notte, la norma viene riscritta: se il braccialetto non è disponibile, niente detenzione domiciliare. E qui casca l'asino, perché anche le pietre sanno che braccialetti elettronici non ce ne sono. I pochi esistenti, come è noto, non riescono già a soddisfare le esigenze delle custodie cautelari da scontare agli arresti domiciliari, al punto che i destinatari restano spesso molti giorni in più in carcere in attesa che se ne liberi uno.
Come si può immaginare allora che quello stesso esiguo numero di braccialetti possa d'improvviso coprire un fabbisogno del tutto nuovo ed inusuale, cioè quello della espiazione pena in detenzione domiciliare per migliaia di detenuti in pochi giorni? La cosa strabiliante è che lo stesso decreto dà atto di questo stato di fatto, visto che la Relazione illustrativa si preoccupa di spiegare i cervellotici rimedi distributivi tra le carceri dei braccialetti "in caso di parziale disponibilità" degli stessi. In caso di parziale disponibilità?!
Ma il Ministro e tutti i membri del Governo conoscono perfettamente il numero esiguo dei braccialetti disponibili e la loro cronica insufficienza già solo per le misure cautelari. Ora dovremmo addirittura sottrarli ai detenuti in attesa di giudizio. e moltiplicarli come i pani ed i pesci - ed in qual modo? - per renderli disponibili per migliaia di detenzioni domiciliari in espiazione pena?
C'è davvero da chiedersi, strabiliati, a quale livello di cinica irresponsabilità si possa tollerare che arrivi questa politica letteralmente prigioniera delle parole d'ordine populiste e giustizialiste più viete ed ottuse. È bene si sappia che la possibilità di espiare pene residue inferiori ai 18 mesi in detenzione domiciliare è già prevista dalla legge, ma senza la condizione impossibile del braccialetto elettronico.
Sostituire, come qui si è inteso fare, la valutazione del Giudice di Sorveglianza con il braccialetto elettronico significa rendere la pratica più veloce, per poi però farla certamente arenare di fronte alla già ben nota indisponibilità del necessario numero di braccialetti.
Dunque, nei fatti non solo non si è risolto il problema, ma anzi lo si è aggravato, per di più travolgendo in questa incredibile, catastrofica dimostrazione di insipienza amministrativa, tutto il delicato comparto dei detenuti in custodia cautelare (il cui numero, senza braccialetti elettronici disponibili per gli arresti domiciliari, subirà inesorabilmente una impennata).
Una vergogna, una prova sconcertante di cinismo e di incapacità amministrativa, che non potrà rimanere senza una adeguata risposta. I penalisti italiani sono pronti a fare la loro parte.
*Presidente dell'Unione Camere Penali Italiane
di Sergio Galeazzi
interris.it, 19 marzo 2020
Intervista a Giorgio Pieri, coordinatore del progetto "Cec" attraverso il quale la Comunità Papa Giovanni XXIII si occupa dei detenuti. "Negli istituti manca la comunicazione interna".
"In carcere, come in tutti i settori, l'attuale emergenza sanitaria mette in evidenza quello che c'è di bello e di brutto nelle nostre realtà", spiega a Interris.it Giorgio Pieri, coordinatore della "Cec", la comunità educante con i carcerati, un progetto della Papa Giovanni XXIII ispirato al modello realizzato fin dagli anni Settanta dall'Apac (Associazione per la Protezione e Assistenza ai condannati), il carcere a bassa presenza di guardie che in Brasile ha fatto scendere la recidiva dall'80% al 15%.
La "Cec" prevede l'accoglienza di detenuti (imputati e condannati in via definitiva) per qualsiasi reato e di ogni età e nazionalità in strutture dedicate, ossia in comunità di soli detenuti. "Abbiamo 8 strutture in Italia, 2 in Camerun e una è in aperura in Togo - precisa Pieri. 290 detenuti ed ex detenuti comuni seguono un percorso educativo personalizzato. 40 carceri sono visitate ogni settimana dai nostri operatori, per offrire sostegno morale ai detenuti, in particolare quelli che espiano pene lunghe. Solo l'8% di coloro che portano a termine il nostro programma di recupero torna a delinquere a fronte di una media nazionale del 70%".
Perché ritiene che l'epidemia di Covid-19 riveli il positivo e il negativo di ogni settore?
"Lo vediamo ovunque. Negli ospedali, per esempio, stiamo vedendo gli effetti prodotti da anni di tagli alla sanità. Parimenti l'emergenza sanitaria pone in evidenza quanto il carcere sia un ambiente disumano e come persista la mentalità del chiudere dentro le persone e buttare via la chiave. Ovviamente non è una situazione generalizzata. Varia molto a seconda degli istituti".
Le rivolte carcerarie sono state esplosioni improvvise di rabbia?
"Andava gestita diversamente la comunicazione interna. Tengo a precisare che gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori e il comparto direttivo degli istituti svolgono un lavoro immane. Sono spesso degli eroi e tra loro ci sono persone che danno la vita per migliorare la situazione, ma è in sé il carcere ad essere disumano e questa disumanità emerge in tutta la sua drammaticità in questo momento di crisi e di paura per l'epidemia di coronavirus".
Quali effetti produce dietro le sbarre questa situazione emergenziale?
"In un ambiente complesso come il carcere la paura è oggettivamente difficile da gestire. In più sono stati commessi gravi errori di comunicazione. Hanno detto ai detenuti che fino al 31 maggio erano interrotti i colloqui con i familiari e la possibilità di fare permessi premio, mentre per le scuole la chiusura è fino al 3 aprile. È comprensibile il provvedimento, ma andava spiegato meglio all'interno. Si vuole proteggere l'istituto dai detenuti che escono e poi tornando dentro possono portare il contagio in carcere. E lo stesso discorso vale per i colloqui. Misure giuste per proteggere l'istituto ma perché sfalsare le date rispetto alla comunità esterna? Perché proibire colloqui e permessi premio fino al 31 maggio e non fino al 3 aprile come stabilito per tutte le attività pubbliche al di fuori del carcere?".
Cosa bisognava tenere presente?
"Non si è tenuto sufficientemente conto che per un detenuto, cioè per una persona che vive in una condizione di isolamento, il colloquio settimanale è ciò che gli consente di vivere gli altri giorni della settimana in pace. Si poteva gestire la situazione in altri modi. Per esempio, mantenere i colloqui con i familiari adottando delle protezioni anti-contagio, oppure si potevano aumentare le telefonate dei detenuti ai familiari o garantire colloqui via Skype. Dire "colloqui cancellati" e basta è stato un errore".
Cosa insegna dell'universo carcerario questa situazione di allarme generale?
"Il sistema carcere si basa ancora molto sulla sicurezza e poco sull'educazione. Dentro diventa lecito dire dei no senza tenere conto delle conseguenze e senza neppure dare spiegazioni sommarie. Se un detenuto fa una domanda all'istituto riceve risposte spesso prive di spiegazioni. Gli si dice che è per ragioni di sicurezza. E ciò concorre a rendere disumano il carcere. Poi certo va anche detto che negli istituti, in situazioni di cattività, escono fuori le parti più brutte dell'uomo che finisce per comportarsi da bestia. Ed è doveroso tenere anche conto della comprensibile paura della polizia penitenziaria di fronte a comportamenti brutali e reazioni autenticamente bestiali".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2020
La norma già prevista dalla legge. Fino al 30 giugno ci sarà solo una procedura semplificata. Matteo Salvini evoca strade affollate di criminali a causa della misura sui domiciliari per una fascia di detenuti. E quella contenuta nel decreto "Cura Italia" che, in realtà, accelera solo la procedura già prevista dalla legge secondo la quale si può scontare a casa, non per tutti i reati, la pena residua fino a 18 mesi.
Opposta la reazione di avvocati, radicali e associazioni come Antigone, che parlano di provvedimento "inefficace" non solo per l'emergenza coronavirus, ma anche per il sovraffollamento delle carceri. Secondo Salvini siamo di fronte a uno "svuota carceri inaccettabile. Mentre si arrestano gli italiani che escono di casa, si pensa di fare uscire 5.000 carcerati fra cui spacciatori, rapinatori, ladri, truffatori".
In realtà si applica, sia pure con procedura più snella, una legge del 2010,1a 199, a firma dell'allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e votata pure dalla Lega. Il decreto, infatti, stabilisce che i detenuti con condanne definitive possono andare ai domiciliari se devono scontare una pena anche residua che non superi i 18 mesi.
Ma, in deroga alla legge del 2010 e fino al 30 giugno 2020, non ci sarà più un'udienza con tutte le parti sulla richiesta in merito, ma una procedura semplificata che prevede una nota del direttore del carcere competente in cui si attesta che il detenuto ha diritto al provvedimento e il via libera "in solitaria" del giudice di Sorveglianza "salvo che ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura".
Restano esclusi i condannati a gravi reati (quelli indicati dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario), i maltrattamenti in famiglia e lo stalking, "delinquenti abituali, professionali o per tendenza", quelli sottoposti al "regime di sorveglianza particolare" e chi ha avuto sanzioni disciplinari in carcere. Dunque, anche coloro che hanno partecipato alle sommosse dei giorni scorsi. E veniamo alla parte più criticata dagli avvocati penalisti e che riguarda i braccialetti elettronici: eccetto che per i detenuti con pena fino a 6 mesi o minorenni, per gli altri, che devono obbligatoriamente dare il consenso, "è applicata la procedura di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici".
Per la distribuzione dei braccialetti ai direttori dei penitenziari la palla passa al capo del Dap Basentini e al capo della polizia Gabrielli che entro "dieci giorni" deve adottare un provvedimento, da aggiornare periodicamente, in cui "è individuato il numero dei mezzi elettronici e degli altri strumenti da rendere disponibili nei limiti delle risorse finanziarie".
Protesta l'Unione delle Camere penali: "Scelte irresponsabili e ciniche: detenzioni domiciliari condizionate a braccialetti elettronici che non esistono e che nessuno vuole acquistare!". Ma, secondo quanto ci risulta, sono disponibili 2.500 braccialetti elettronici. E quanti i detenuti che dovrebbero andare ai domiciliari? Non ci sono ancora numeri ufficiali.
Secondo i sindacati di polizia penitenziaria non saranno più di 2 mila su oltre 61 mila detenuti complessivi di cui 8.629 hanno una pena residua che non supera un anno ma, come detto, ci sono molti reati ostativi ai domiciliari. Inoltre, i detenuti con pene sopra i 6 mesi andranno ai domiciliari gradualmente "a partire dai detenuti che devono scontare la pena residua inferiore".
Lo stesso decreto, infine, prevede che i detenuti in semi libertà, 1.100 circa, secondo quanto ci risulta, potranno avere una licenza fino al 30 giugno anche se si superano i canonici 45 giorni. Vuol dire che invece di rientrare la sera in carcere possono rimanere nelle loro case.
Un modo, sembra, per liberare posti nelle sezioni distaccate delle carceri, utili, in caso di necessità, per detenuti che devono essere magari messi in quarantena per il coronavirus. Per il Garante dei detenuti, Mauro Palma, il decreto è "un primo passo importante che consentirà di alleggerire le presenze" nelle carceri, "garantendo la sicurezza e andando incontro alle esigenze di prevenzione di diffusione" del coronavirus.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 19 marzo 2020
Circa 3.000 detenuti con condanne o residui pena non superiori a diciotto mesi potrebbero nei prossimi giorni lasciare le carceri in direzione della propria abitazione, agli arresti domiciliari. Lo prevede il decreto governativo sul coronavirus, un piccolissimo passo rispetto a quel che propone da giorni il Riformista insieme alle Camere Penali.
Bisogna risalire alla cultura radicale, liberale e di una parte della sinistra d'un tempo per ritrovare qualcuno (come ha fatto nei giorni scorsi Matteo Renzi) che ricordi come la detenzione in carcere dovrebbe essere l'extrema ratio nell'applicazione della pena.
La quale dovrebbe servire a rieducare e non a vessare, soprattutto con strumenti che ledano la dignità della persona. E anche che se le carceri scoppiano (61.230 carcerati su una capienza di 50.931) il fatto è dovuto prima di tutto all'uso abnorme della custodia cautelare, poi alla scarsissima applicazione delle misure alternative previste dal codice del 1989 e infine a una serie di norme fortemente repressive e spesso incostituzionali votate dagli ultimi governi.
Il provvedimento del governo ha già in sé un ostacolo, il reperimento dei braccialetti elettronici, che per il ministro Bonafede sono indispensabili come lo erano una volta i ceppi ai piedi. Ci troviamo quindi già davanti a una nuova, faticosa scommessa. Si riuscirà a usare il metodo "ponte di Genova", dando un calcio alle lungaggini burocratiche, per reperire questi strumenti di controllo, oppure, dopo l'immane sforzo di democrazia il ministro Bonafede, esausto, si affiderà alla sorte, cioè ai tempi biblici per eseguire il provvedimento?
Lo svuotamento delle carceri è indispensabile, il provvedimento di ieri è già tardivo e non ha saputo evitare le proteste dei detenuti in seguito alla sospensione dei colloqui. Se ci sono infatti luoghi dove la sofferenza quotidiana può trasformarsi in angoscia e stress in presenza della possibilità di epidemia, queste sono le istituzioni totali. Il Coronavirus ha illuminato a giorno la loro esistenza: il buio delle carceri, la solitudine delle case di riposo, il disagio delle malattie psichiche. Quello che oggi per tutti noi, con la presenza di un virus ignoto e insidioso, comporta già un mutamento radicale della vita quotidiana, un presente che non vede nell'immediato un futuro, una privazione del sogno e del progetto, per persone già prive della libertà rischia di essere solo un buco nero senza fine.
Per questo, oggi più che mai, un programma liberale per la giustizia è quanto mai urgente. Ripensare daccapo i principi del codice accusatorio, già fortemente inquinato nel corso degli anni da un legislatore condizionato da una casta di magistrati ancorati alla vecchia inquisizione. E porre un freno alle manette facili del carcere preventivo. Ma, prima ancora di mettere mano alle riforme, mettere in campo provvedimenti come l'amnistia e l'indulto, come forme di riparazione verso una serie di norme repressive che hanno trasformato il carcere nel contenitore di ogni problema sociale, persino di ogni fastidio.
Ci sarebbe piaciuto che il provvedimento del governo non fosse stato determinato dal coronavirus e dalle proteste, ma che fosse solo un fatto di civiltà. Che fosse esteso per esempio anche ai tanti anziani, malati psichici, tossicodipendenti che vivono nelle prigioni italiane. Si tratta di persone che dovrebbero stare altrove, nelle case, negli ospedali, nelle comunità. Sempre, non solo quando c'è il timore che un virus ignoto e pericoloso crei un problema di salute nella convivenza e nella promiscuità. Perché il problema c'è sempre. Basterebbe applicare le norme della Costituzione per affrontarlo, e magari risolverlo.
di Luigi Bisignani
Il Tempo, 19 marzo 2020
Galeotta, è proprio il caso di dire, fu la rivolta nelle carceri ai tempi del Coronavirus per far rifiorire l'amore tra il premier Conte, il suo scudiero più fidato, il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il leader della Lega Matteo Salvini, contrari ad ogni forma di provvedimenti umanitari.
Di fronte al rischio di un contagio dilagante del Covid-19 e alla totale assenza di misure di prevenzione sanitaria, le nostre carceri, più affollate di un aperitivo al Papeete in agosto, sono una polveriera pronta ad esplodere nuovamente. Il Dipartimento dell'Amministrazione Giudiziaria (Dag) lo ha scritto riservatamente, in tutti i modi, ben sapendo che una nuova rivolta nelle carceri non sarà più controllabile come la precedente, anche perché giorno dopo giorno, cresce la solidarietà tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria che, non bisogna dimenticarlo, entrano ed escono quotidianamente dagli istituti penitenziari e non dispongono tutti a tutt'oggi di alcun kit di protezione.
I dati parlano di 61 mila detenuti il 130% in più dell'effettiva capienza, in spregio a qualsiasi principio di civiltà e umanità con i reparti di infermeria allo stremo e con poche postazioni per la terapia intensiva. Un altro punto evidenziato dal Dap è il continuo arrivo dei cosiddetti nuovi giunti visto che, ovviamente, la macchina repressiva non si è fermata. Secondo gli esperti, tali soggetti non dovrebbero essere inseriti nei circuiti carcerari, ma nelle celle di sicurezza delle Forze di Polizia o delle strutture militari per rigorosi controlli sanitari, almeno per 14 giorni, così come sta avvenendo per tutti i cittadini. Ancora sulle carceri, a parte le lodevoli intenzioni, dei braccialetti elettronici e della possibilità di arresti domiciliari per i detenuti con reati minori e a fine pena, non c'è ancora nulla di chiaro, se non l'intasamento dei Tribunali di Sorveglianza, già al collasso organizzativo prima di questa pandemia, che dovranno decidere caso per caso.
Era inevitabile nelle settimane scorse che il divieto tout court introdotto con decreto-legge dei colloqui dal vivo, unico sbocco di un detenuto verso il mondo esterno e i propri affetti, e la possibilità di sospendere la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà, avrebbero determinato un'insurrezione dei carcerati, nonché un prevedibile approfittarsi della situazione da parte di alcuni di essi, invero una minoranza. È di ieri la notizia del primo detenuto positivo. Quanti sono nelle carceri, al momento, i detenuti o operatori della polizia penitenziaria con la febbre e quanti tamponi sono stati fatti per verificare se il virus è già dilagato in quelle strutture? Come se non bastasse, sul fronte giustizia continuano ad arrivare notifiche di atti giudiziari da tutte le Amministrazioni interessate, che impongono impugnazioni da parte degli avvocati dinanzi a diverse Autorità, che vanno dalla Ragioneria generale dello Stato ai giudici penali, perché non si è avuto il coraggio, o almeno la competenza, in questo periodo di emergenza, di bloccare espressamente tutto l'iter dell'attività giudiziaria, come avviene in agosto. O meglio, è stato comunicato come al solito in conferenza stampa urbi et orbi, ma senza prevedere, espressamente e chiaramente, la sospensione di tutti i termini, anche di quelli per le impugnazioni, per il deposito di querele e per qualsiasi altro atto. Il caos come conseguenza e i poveri avvocati in subbuglio, peraltro non troppo tutelati dai vari organi rappresentativi.
Se c'è una pandemia, e dunque una situazione straordinaria di necessità e di urgenza, bisogna avere il coraggio e la competenza di adottare provvedimenti seri e radicali. Tutto ciò genera ancora più sconcerto se si pensa che il Ministro della Giustizia dovrebbe essere anche un tecnico, cioè un avvocato, e il che Presidente del Consiglio si era addirittura autoproclamato "avvocato del popolo". È legittimo chiedersi di quale popolo, anche alla luce delle derive populiste di Matteo Salvini che, con la sua ultima presa di posizione contro le uscite anticipate dalle carceri, non fa altro che buttare benzina sul fuoco. Per fortuna, dopo che "Giuseppi" ha dato finalmente sfogo al suo animus manettaro mettendoci tutti ai domiciliari, ci saranno almeno molti meno reati.
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