di Marta Rizzo
La Repubblica, 20 marzo 2020
"Aspettiamo che il decreto "Cura Italia" dia i primi risultati". Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone Private delle Libertà Personali, fornisce dati e ragiona sulla delicatissima situazione del Paese e dei sui detenuti nel tempo del Covid-19. Dopo le insurrezioni, i morti e il primo caso di Covid-19 nell'Istituto penitenziario di Voghera, in attesa che si torni all'ordine in seguito ai decessi nei giorni scorsi, Mauro Palma - Garante Nazionale delle persone Private delle Libertà Personali - riflette sullo scollamento tra carcere e società, preesistente al Covid-19. Restando vigili, affinché i provvedimenti del Decreto Cura Italia si rivelino efficaci, oppure vadano rivisti.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Si prevedono domiciliari e dispositivi elettronici per chi sconta residui di pena. Ma in realtà decide il magistrato e ci sono poche cavigliere. E si lascia in carcere chi è in custodia cautelare, cioè non colpevole. Pochi braccialetti, ultima parola al magistrato di sorveglianza, imminente accesso di altri detenuti ai requisiti che prevedono i domiciliari per i detenuti. Sono molte le perplessità suscitate dalle misure contenute nel decreto Cura Italia per limitare la diffusione del virus nelle carceri.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 20 marzo 2020
I Dem Verini e Mirabelli: si rischia una bomba sanitaria negli istituti penitenziari. Decongestionare le carceri, evitare la bomba sanitaria innescata nelle celle, neutralizzare la tensione che ha messo a ferro e fuoco molte istituti di pena, diminuire lo stress della polizia penitenziaria: il Pd vuole convincere il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a rendere più facile la concessione dei domiciliari, snellendo le procedure.
di Ornella Favero
Vita, 20 marzo 2020
La presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia commenta le misure del Decreto #CuraItalia relative al carcere: "Soluzioni deboli e inadeguate, in luoghi in cui c'è fame di tutto, di spazi più accettabili, di cure, di informazioni attendibili".
di Enrico Deaglio
Venerdì di Repubblica, 20 marzo 2020
Quando tutto ciò finirà - sì, ma quando? - i sopravvissuti racconteranno le mille storie del tempo del primo Coronavirus. Temo che gli "avvenimenti di Modena" saranno dimenticati; resteranno comunque, grazie a questi annali. Dunque, le cose precipitarono domenica 8 marzo 2020, alla notizia delle misure restrittive del governo; in 27 penitenziari ci furono proteste, per il timore del contagio, per le condizioni di vita, per la sospensione dei colloqui con i famigliari.
Gli episodi più gravi avvennero nel carcere S. Anna di Modena (aperto m1991, pensato per 369 posti, ma occupato da 548 detenuti). La tv mostrò incendi e colonne di fumo, i cronisti parlarono di locali devastati, di scontri con le guardie, di feriti. Poi giunse la notizia di un morto. Poi, di due. Passò la notte e i morti erano diventati tre. Poi, di un balzo, sei.
Tutti i detenuti vennero trasferiti in altre carceri. Tre feretri furono fatti uscire tra due spaventate e minacciose file di poliziotti in tenuta antisommossa più mascherina. Alcuni, probabilmente famigliari, erano lì per chiedere notizie. Un breve filmato mostra un battibecco tra un poliziotto in borghese e un maturo signore. Si coglie solo la frase, in pesante accento emiliano: "Allora aveva ragione Hitler che li mandava tutti nelle camere a gas".
Ma non era finita. Nei giorni successivi, si apprese che altri detenuti erano morti, in altre carceri; ma erano sempre quelli di Modena, trasferiti. La cifra finale, denuncia la Camera Penale di Modena, "lascia sgomenti": tredici morti. Sicuramente un record per l'orribile sistema carcerario italiano, che pure ha conosciuto le raffiche di mitra alle Murate di Firenze (1975), la strage nel carcere di Alessandria (1974), il massacro nel carcere di Poggioreale durante il terremoto del 1980, le torture nel carcere di Bolzaneto nel 2001, i misteri dell'Ucciardone e del 41bis.
Una settimana dopo ancora non si sapeva quasi nulla. Chi erano i detenuti, di che nazionalità, di che età, per quale reato erano in carcere? Erano morti per botte, coltellate, spari? No. Secondo i responsabili del penitenziario, "ufficiosamente", i tredici sarebbero morti per un'overdose di metadone, il succedaneo dell'eroina legalmente usato per alleviare le crisi di astinenza dei tossicodipendenti.
Per legge, il metadone in carcere è conservato in bottiglie da un litro nella cassaforte dell'infermeria e viene distribuito, alla bisogna, in bicchierini di plastica da personale autorizzato. Si lascia quindi pensare che un gruppo di detenuti abbia forzato la cassaforte (o se la sia fatta aprire) e abbia bevuto il metadone a garganella.
Perché? Nessuno lo sa, ma si può pensare a una sorta di ebbrezza di libertà, o a una pulsione suicida. Ma, dicono gli esperti, il metadone raramente provoca overdose negli adulti, e tantomeno a scoppio ritardato. E quindi forse è stato un mix di farmaci. Si potrà sapere solo dopo i risultati della perizia tossicologica, tra cinque o sei mesi. Ma chissà se avremo tempo per questa storia, tra cinque o sei mesi.
di Franco Corleone
dirittiglobali.it, 20 marzo 2020
Il rischio che si sta correndo nelle carceri in questo tempo malato è l'ecatombe. Va detto a chiare lettere e ad alta voce, perché troppi non vogliono vedere e sapere. E soprattutto, chi ne ha il potere e il dovere, non sembra voler provvedere. Ciò accade per la situazione obiettivamente drammatica e difficile che questo maledetto virus ha creato nel mondo e - in modo almeno per il momento più tragico e accentuato - in Italia, ferita da oltre 30mila contati e 2.500 decessi. Anche e assieme, per non dire soprattutto, le carceri si trovano a rischio tracollo per gli errori catastrofici sin qui commessi dal ministro della Giustizia e dal vertice del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Mancata prevenzione, scarsa lungimiranza, incompetenze, comunicazione imprecisa, disattenta o sbagliata. L'ultima lunedì 17 marzo sera, con una nota del Dap che, confermando la notizia del primo caso di positività al Covid-19 di un detenuto nella Casa circondariale di Voghera, ha aggiunto un inciso esplosivo, dagli effetti imprevedibili, come ben immagina chiunque capisca qualcosa di carcere e della contagiosità della paura, specie se costretti in luoghi chiusi e affollati: "Si tratta di uno dei rari casi, dieci fin qui, di positività che sono stati riscontrati fra i detenuti sull'intero territorio nazionale in oltre venti giorni", ha comunicato il Dap.
Una nuova proverbiale scintilla lasciata distrattamente cadere in una polveriera. Si tratta di una reiterazione diabolica, dopo i disordini degli scorsi giorni.
Per confermare il caso di Voghera, insomma, il Dap comunica per la prima volta l'esistenza di altri nove detenuti colpiti dal virus, senza premurarsi contestualmente di fornire dettagli e rassicurazioni, sui luoghi, le ipotesi sulle origini ed eventuali rischi di estensione del contagio, sulle modalità di isolamento e trattamento dei reclusi risultati positivi. Magari lo farà in seguito, ma intanto la miccia è stata accesa, con la diffusione della notizia nei telegiornali della sera.
Lo stesso era accaduto nei giorni scorsi con la relazione al Parlamento da parte del ministro Bonafede: approssimata, lacunosa, reticente. E dunque pericolosa. Senza che, peraltro, alcun parlamentare abbia ritenuto di eccepire, di esigere le informazioni e i dettagli che il ministro aveva colpevolmente e incredibilmente omesso.
I vertici politici e amministrativi delle carceri sono così riusciti in una impresa straordinaria: siamo tornati ai detenuti sui tetti, alle rivolte che avevamo visto quaranta o cinquanta anni fa, alla disperazione, alla violenza e alla repressione. E al silenzio di Stato.
La morte di tredici persone (9 detenute a Modena, di cui 4 dopo il trasferimento; 3 a Rieti; 1 a Bologna) è stata archiviata come un dettaglio irrilevante, forse perché "stranieri" e "tossicodipendenti", almeno secondo le parzialissime, e altrettanto lacunose e omissive, informazioni di stampa. Di quelle 13 persone per molti giorni non sono stati neppure diffusi i nomi. Trattati come morti anonime, simili alle tante migliaia lasciate altrettanto colpevolmente morire nel cimitero marino del Mediterraneo.
Intanto, un altro detenuto si è suicidato a Porto Azzurro, uno è morto a Udine: corpi a perdere.
Garanti delle persone private della libertà, magistrati di sorveglianza, operatori, associazioni e volontari, chiunque abbia buon senso e non sia accecato dal populismo penale (come purtroppo parte non piccola e anzi crescente delle forze politiche e dei loro rappresentanti in Parlamento) chiedono da tempo, e con più urgenza in questi giorni, provvedimenti seri e tempestivi per consentire l'uscita dal carcere in affidamento sociale o in detenzione domiciliare a quelle migliaia di persone attualmente recluse con pene, o residue di pene, brevi da scontare.
Il governo invece ha disposto misure ridicole, palliativi, che rischiano di alimentare in chi è chiuso in una cella - per giunta sovraffollata -paura e disperazione, e dunque poi facilmente anche rabbia, con grandi rischi per la salute e per la convivenza in un momento delicatissimo.
Bisogna pure necessariamente ricordare che il sovraffollamento è in buona parte determinato dalla legge antidroga in vigore, decennale parto insano e criminogeno di una visione ideologica, proibizionista e a-scientifica promossa o sposata da diversi partiti e governi succedutisi nel tempo.
Certo è difficile che rivedere quella normativa diventi una scelta di questo governo che, per bocca della ministra Lamorgese, solo un mese fa annunciava un decreto per mandare in galera anche i responsabili di fatti di lieve entità. Ricalcando così le orme e l'impostazione in materia del governo e ministro precedenti, quel Salvini che evidentemente ha fatto scuola.
Tutto ciò ha prodotto la situazione disastrosa di oggi. Anche perché nessun responsabile si dimette o viene rimosso. Se mai, prima o poi, viene promosso (do you remember Genova 2001?)
Il diritto alla vita e alla salute è maggiormente in pericolo nel luogo proprio dove le persone sono affidate allo Stato; quei diritti costituzionali sono attribuiti al servizio sanitario nazionale, ma le Regioni sono distratte e poco sensibili.
Da qui, da queste consapevolezze, dobbiamo partire. Anzi, ripartire. Dalla Costituzione e da una visione del carcere e della pena centrata sul reinserimento sociale.
Anche per rinverdire questa cultura, quella del "liberarsi dalla necessità del carcere", sta nascendo - e speriamo che, con il concorso di molti riesca presto a decollare e a produrre risultati - questo Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere.
Perché non c'è riforma e cambiamento possibili se la prigione continua a essere non solo una discarica sociale, ma anche un antro buio e opaco, dove i suoi responsabili non sono chiamati alla chiarezza, alla responsabilità, alla legalità.
Verità e giustizia, dunque. Il Parlamento faccia il suo mestiere e chieda conto. Chi ne ha l'obbligo istituzionale risponda, non gli sia più consentito di balbettare o di omettere come ha fatto sinora. Noi, come associazioni, come Garanti, come cittadini impegnati, continueremo a fare il nostro dovere e tutto ciò che ci sembra necessario per sollecitare, denunciare, approfondire.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Denuncia del Partito Radicale contro il Ministro della Giustizia e il Capo del Dap. Il reato ipotizzato è quello di procurata epidemia colposa mediante omissione. Il Partito Radicale, impegnato nell'iniziativa "messaggio alle istituzioni" in relazione alla situazione delle carceri in tempo di coronavirus e all'organizzazione della Marcia di Pasqua-Amnistia per la Repubblica, ha ieri inviato a tutte le Procure della Repubblica una denuncia nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini.
Il reato ipotizzato è quello di procurata epidemia colposa mediante omissione. La denuncia è stata presentata dai dirigenti del Partito Maurizio Turco, segretario; Irene Testa, tesoriera; Rita Bernardini e l'avvocato Giuseppe Rossodivita, membri del Consiglio generale.
La denuncia parte dal presupposto che il governo ha adottato misure "draconiane" volte a garantire l'unico presidio al momento esistente per evitare il diffondersi dell'epidemia: la distanza tra le persone fisiche. In caso di violazione dei divieti posti con una serie di Dpcm vi sono infatti varie sanzioni penali. Ma i dirigenti radicali sottolineano che ciò è valido per tutte le categorie di persone, tranne le persone detenute e per coloro che con i detenuti sono a stretto contatto come gli agenti penitenziari. Tutto questo, si legge sempre nella denuncia, mentre persino in uno Stato caratterizzato dal dispotismo teocratico, qual è l'Iran, si sono liberati oltre 50.000 detenuti per contenere il contagio, i malati, i morti, sia tra la popolazione detenuta, sia tra la popolazione non detenuta.
I membri del Partito Radicale denunciano che è in atto un sovraffollamento carcerario che riporta ai numeri precedenti la nota sentenza pilota della Cedu, cd. Torreggiani (da ricordare che l'esponente radicale Rossodivita è stato l'avvocato che ha difeso davanti alla Corte Europea, due dei detenuti che con i loro ricorsi hanno prodotto la nota sentenza), dove i giudici di Strasburgo evidenziarono come il sovraffollamento delle carceri italiane porti ad una strutturale violazione dei diritti umani fondamentali.
Ma nonostante ciò, si legge nella denuncia, nulla è cambiato. Quindi la distanza sociale, secondo la denuncia mandata a tutte le procure d'Italia, è di difficile attuazione. Infatti viene ricordato che, ad oggi, i contagiati con il Covid sono 10. Un sovraffollamento che rende l'assenza degli spazi fisici per consentire un eventuale isolamento per i detenuti contagiati. Secondo i membri del Partito Radicale i provvedimenti sinora assunti dal Ministro Competente e dal Capo del Dap "sono stati e sono del tutto insufficienti ad evitare la propagazione dell'epidemia in carcere ed anzi hanno provocato delle inammissibili rivolte violente in 27 carceri su tutto il territorio nazionale, con un bilancio di guerra: 15 morti tra i detenuti, oltre 50 agenti feriti, fughe di massa".
Viene evidenziato che secondo il quadro disegnato dall'ordinamento penitenziario, in estrema sintesi, la persona detenuta è presa ' in cura' dallo Stato il quale, almeno per ciò che concerne l'esecuzione di pene definitive, lo priva della propria libertà e lo coinvolge, ("almeno in teoria", si evidenzia nella denuncia) in percorsi trattamentali rieducativi per poi riconsegnarlo alla società, dopo l'espiazione della pena, quale persona migliore di quella che è entrata.
Così lo Stato avrebbe vinto, ma secondo il Partito Radicale così non è e "che esiste una distanza siderale tra ciò che è scritto nelle norme, pur esse precettive, e la disastrosa situazione reale e ciò già di per sé segna la distanza con uno Stato di diritto". Nella denuncia si cita un'analisi del magistrato e presidente di Md Riccardo De Vito apparso su Questione Giustizia e un articolo de Il Dubbio sull'emergenza sanitaria che ha scoperchiato una pentola in ebollizione, "lasciando in superficie tutta la drammaticità di una situazione carceraria, ormai al collasso".
di Elisabetta Costa*
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Gherardo Colombo, in un'intervista sul Corriere della Sera del 18 marzo, oltre a citare l'articolo 27 della Costituzione - le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità - in un inciso dice che "non sarebbe disdicevole" usa una formula diplomatica "avere notizie precise" - non dice "indagare", troppo diretto e presterebbe il fianco a obiezioni e critiche - sui 13 morti nelle carceri italiane a seguito delle proteste dei giorni scorsi.
Nei giorni delle proteste Daria Bignardi era davanti a San Vittore mentre persone sul tetto con lo striscione "indulto" gridavano: "Non siamo bestie". Colombo non crede alla versione del furto di metadone nelle infermerie del carcere e di morti per overdose. Non ci credo neppure io.
Non solo perché è davvero fantasioso che 13 (ho sentito anche 14) persone siano morte tutte per lo stesso motivo, ma perché l'overdose potrebbe esser stata di calmante iniettato dal personale carcerario per sedare gli animi, e non solo. È prassi nelle carceri (milanesi per quanto io sappia ma forse non solo) utilizzare punture di sedativi per calmare i detenuti. Le testimonianze sono tante, così come l'invito molto forte, spesso accompagnato da minaccia di non accesso a benefici, di assumere psicofarmaci durante la detenzione. Sono ipotesi molto gravi a cui non si può opporre indifferenza.
Il coronavirus è arrivato nelle carceri. Il sovraffollamento non aiuta. Occorre immediatamente trovare vie liberatorie, misure differenti, offrire occasioni di riscatto sociale. Il cpv dell'art. 27, "tendere alla rieducazione dei condannati" come va inteso, se non come opportunità di riscatto. La civiltà non può erigere un muro alla speranza senza sparire.
Lo sperimentiamo in questi giorni di permanenza domiciliare per ragioni sanitarie, in cui sopportiamo la compressione massima di vari diritti di rango costituzionale: l'art. 2, i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle forme sociali ove si svolge la sua personalità, l'art. 4, il diritto al lavoro, l'art. 13, la libertà personale è inviolabile, l'art. 16, libera circolazione nel territorio nazionale, l'art. 17, il diritto di riunione, per il valore della salute espresso nell'art. 32 della Costituzione.
L'art. 32, al cpv, prevede che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Siamo solidali con i medici, con il personale sanitario, con il personale carcerario e dobbiamo trovare la via della salute in ciascun settore della società.
Anche le case per gli anziani stanno vivendo giorni difficili, con il personale che li assiste e con i parenti che non possono avvicinarsi. Desidero portare loro un grazie e il messaggio che l'immunità esige l'accoglienza, esige l'ascolto, esige la sospensione di ogni giudizio sull'Altro (che non è altro se non il contraltare del giudizio di sé, posto che l'Altro resta inconoscibile, irrappresentabile, insopprimibile, come ci dice all'estremo l'esperienza di questi giorni) e rimanere aperti al miracolo, a ciò che va oltre il nostro sguardo, il nostro calcolo. Il miracolo: ciò che va oltre la nostra mira.
*Avvocato
di Gioacchino Criaco
Il Riformista , 20 marzo 2020
San Leonardo ebbe il privilegio di liberare i carcerati: ciò che la sua anima riconosceva puro, sciolte aveva le mani dalle catene, liberi i piedi dai pesanti ceppi. Santo diventò Leonardo, santo dei carcerati, la Gallia aveva per re Clodoveo, mica si occupava di giustizia un ministro dj. E la Chiesa aveva Rocco che partiva dalla Francia per abbracciarsi gli appestati Lombardi. Quando il Vangelo era vivo, un folle, votato a una qualunque fede, che si abbracciasse un prigioniero o un infettato, lo si sarebbe trovato. Ora che il Vangelo è morto, giacciono in fila e muti quindici carcerati, periti fra Modena, Rieti e Bologna, che nemmeno un santo potrebbe più liberarli. Quindici vite entrate mosse e uscite stese dalle dita dello Stato.
Ora che il Vangelo è morto gli infettati spariscono lungo i corridoi di linoleum, sbiancati dai neon: si spengono senza abbracci, senza vedere le lacrime nascoste nei volti mascherati. La Chiesa non fabbrica più mistici e folli, sbarra le porte delle cattedrali e lascia fuori il dolore. I soldati di Francesco hanno dato le spalle al fratello, lo consolano con lo streaming, quasi lo interrogassero, pure se non ha le colpe degli imputati collegati in videoconferenza. Nemmeno la società fabbrica più mistici e folli, ci sono pochi pazzi a chiedere conto di quindici morti, ci sono quattro illusi a vestirsi da Leonardo e a implorare che si aprano le porte delle carceri.
Ora che il Vangelo è morto, i cuori e gli intelletti hanno preso il diploma da ragioniere: fanno di conto. Gli piace ciò che piace, aspirano ai like più che alla santità o al martirio. Il Vangelo è morto e non c'è un Pasolini a pagarlo oro perché lo racconti, tacciono quelli che il sistema ha elevato a grandi. Ora che il morbo impazza corrono genti all'impazzata, levano dalle camerette le immagini del Che, le sostituiscono con quelle di Pinochet e non vogliono saperne dei morti carcerati, invocano solo eserciti perché tengano di mira gli appestati.
di Federica Farina*
Left, 20 marzo 2020
L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus. In questo periodo tutta l'informazione è concentrata sull'emergenza Covid-19, una minaccia che non conosce barriere, nemmeno le porte del carcere.
Ciò che le strutture carcerarie italiane non sono in grado di impedire è la diffusione del virus al loro interno, dal momento che i detenuti per ragioni oggettive non possono seguire norme di comportamento come lavarsi spesso le mani e mantenere la distanza di sicurezza. Per cercare di evitare i contagi tra i detenuti sono stati adottati alcuni provvedimenti tra i quali l'improvvisa sospensione dei colloqui con i familiari.
Questa decisione ha creato un clima di frustrazione tra i detenuti e ha fatto esplodere una situazione da tempo fortemente critica. Ai detenuti sono state date informazioni tardive, poco chiare e altalenanti, ed alcuni - è bene specificare che si è trattato di pochi elementi - hanno reagito con violenza. Ci sono stati scontri, evasioni, danni alle strutture e suicidi, una rivolta disperata e dall'esito infausto per tutti. La violenza non è mai accettabile, i reati commessi andranno perseguiti, ma questa tragedia impone riflessioni che non possono più attendere.
Le rivolte nelle carceri non si vedevano da qualche decennio ed è evidente che siano la spia che molte cose non vanno al di là del coronavirus. Il sistema carcerario italiano è da troppo tempo fuori dai limiti di legge e della decenza e i governi che si sono succeduti si sono mostrati sordi a ogni richiamo. Nel carcere l'essere umano sparisce, conta solo il reato. I detenuti vivono in celle sovraffollate, il personale della polizia penitenziaria è numericamente insufficiente.
Gli agenti si trovano a lavorare in condizioni critiche e, data l'impossibilità di garantire un adeguato controllo, in alcune carceri è molto limitata la possibilità di svolgere attività per i detenuti che trascorrono gran parte del loro tempo chiusi in cella. Oltre il 35% della popolazione detenuta è in carcere per violazione delle leggi sulle droghe e ci sono anche i malati psichiatrici, "parcheggiati" in attesa di essere trasferiti in una struttura sanitaria. Parlando con i dati alla mano, al 30 aprile 2019 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 60.439, quasi 10mila in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili, per un tasso di affollamento medio che supera il 120% ed arriva al 150% in alcune Regioni.
In numerose carceri ci sono celle che non garantiscono i tre metri quadrati di spazio a persona, soglia considerata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) come parametro minimo perché non si configuri un trattamento inumano o degradante. Nel 2013 la Corte ha sanzionato l'Italia per la violazione dei diritti più elementari ma la situazione non è stata ancora riportata nei limiti della legalità. Il sovraffollamento è un problema che è stato troppo a lungo rinviato e lo Stato non si sta attivando neanche ora che sono stati riscontrati casi di coronavirus in carcere.
Il contagio potrebbe esplodere ai massimi livelli in ambienti come questi, senza contare che l'epidemia riguarderebbe anche gli operatori che poi la porterebbero a casa. Davanti a questo scenario drammatico il nostro ministro della Giustizia si è limitato a ringraziare la polizia e ha detto che bisogna "riportare tutto alla legalità>; legalità, a quanto pare, a senso unico dato che le carceri sono da tempo fuori legge e non vi è alcun interesse ad intervenire.
Le carceri sono all'ultimo posto nei pensieri del governo, ce lo diceva la settimana scorsa su Rita Bernardini del Partito radicale intervistata da Valentina Stella e il ministro con questa affermazione non ha fatto che confermarlo. Consapevoli della gravità della situazione, le Camere penali italiane hanno proposto al governo una soluzione che garantisce comunque di scontare la pena adottando però ove possibile la detenzione domiciliare per tutti i casi di pena inferiore a due anni.
La legge già prevede questa possibilità per pene residue fino a 18 mesi, gli avvocati propongono di innalzare il limite a 24 mesi e di applicare il principio con decreto legge, lasciando quindi ai tribunali di sorveglianza solo il compito di verificare l'esistenza del domicilio familiare disponibile. Considerando che i detenuti che si trovano a dover scontare meno di due anni sono circa 16mila, si capisce bene che il problema del sovraffollamento verrebbe presto ridimensionato e i detenuti che dovrebbero rimanere in carcere potrebbero vivere in condizioni più umane. Questo governo è chiamato ad intervenire in fretta ma va detto che questa situazione è un risultato imputabile anche alla politica poco coraggiosa di chi lo ha preceduto.
L'ex ministro Orlando aveva avviato una riforma che avrebbe potuto migliorare la situazione ma il suo lavoro non è stato portato a compimento ed è stato poi spazzato via dall'esecutivo Lega M5s e, purtroppo, anche l'attuale esecutivo non sembra fare di meglio. L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus.
A questo punto viene da chiedersi perché succede tutto questo, perché non si è ancora corsi ai ripari? Il problema parrebbe essere sia politico che culturale. La sinistra non ha trovato il coraggio di fare le scelte giuste, ha rinunciato da tempo alla sua componente garantisca lasciandosi spesso superare, per quanto riguarda la giustizia, perfino da una certa destra di matrice liberale.
La sinistra dovrebbe rivedere le sue priorità e ritrovare un'adeguata collocazione all'interno dello Stato di diritto tutelando gli esseri umani, senza distinzioni perché uguali per nascita, ed i loro diritti. Se la sinistra si ritrova con gli occhi annebbiati in tema di diritti e non riesce ad affrontare situazioni gravissime come quella del sistema carcerario, a loro volta le persone, e quindi l'elettorato, si lasciano confondere, perdendosi nella spasmodica e continua ricerca di un capro espiatorio.
Bisognerebbe riappropriarsi dell'idea di recupero sociale, tornare a recepire quanto indicato dalla nostra Costituzione che è molto chiara: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27) e, soprattutto, bisognerebbe recuperare un'idea più profonda di essere umano. Occorre una rivoluzione culturale in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte, con tutta la sensibilità e l'onestà intellettuale di cui siamo capaci.
*Avvocato










