di Andrea Senesi
Corriere della Sera, 21 marzo 2020
Misure anti-sovraffollamento nel "Piano clochard". La palestra del centro sportivo diventa dormitorio. L'obiettivo è alleggerire Casa Jannacci e altre strutture. Troppo elevato il rischio contagio nei dormitori pubblici: servono spazi per accogliere i senzatetto e per evitare affollamenti nei centri che normalmente li ospitano. La prima risposta arriva da Milano Sport, per la precisione dal Saini di via Corelli.
Tra oggi e domani nella "palestra 2", una gigantesca tensostruttura in fondo al centro sportivo, arriveranno i primi clochard solitamente ospiti di Casa Jannacci, il dormitorio comunale di viale Ortles. Alla fine dovrebbero essere almeno cento i senza fissa dimora che dormiranno dalle prossime notti sotto il tendone del centro sportivo. Il tutto fa parte di un piano che ha l'obiettivo di alleggerire Casa Jannacci e le altre strutture "tradizionali", per evitare che troppe persone convivano sotto lo stesso tetto e consentire un'accoglienza più adeguata al momento. L'obiettivo è arrivare a ospitare non più di 200 persone all'interno del centro di viale Ortles (ora sono 550).
La palestra del Saini trasformata in ricovero provvisorio: è uno degli effetti dell'emergenza coronavirus sulla vita di chi non ha una casa dove poter passare il periodo di coprifuoco sanitario. Con rischi sanitari altissimi. "Per questo stiamo ragionando con Milano Sport per individuare altri possibili luoghi per ulteriori trasferimenti", raccontano dall'assessorato al welfare di largo Treves. I centri di Milano Sport costituiscono l'opzione migliore, perché sono tutti dotati di docce e servizi igienici ed è fondamentale, in questo momento, garantire l'igiene massima per tutti". A gestire la nuova struttura al Saini sarà Spazio Aperto Servizi.
Il Comune ha deciso poi di estendere fino al 3 aprile il "piano freddo", che durante i mesi invernali ha messo a disposizione 2.700 posti letto, e di mantenere aperti anche di giorno i centri che prima erano solo notturni, in modo da permettere a chi non ha una casa di adeguarsi ai decreti del governo tutelando la propria e l'altrui salute. Le strutture considerate invece non idonee ad accogliere le persone anche di giorno sono state via via chiuse e gli utenti spostati altrove. L'assessorato alle politiche sociali ha per questo allestito due nuovi centri in città, in via Satta e in via Cenisio, mentre Milano Ristorazione sta garantendo, dall'inizio ell'emergenza, tutti i pranzi nelle strutture che rimangono aperte di giorno. È invece grazie alla collaborazione con Emergency che i centri sono stati adeguatamente attrezzati al rispetto delle misure di sicurezza (le distanze, le protezioni sanitarie per gli operatori, la distribuzione del gel igienizzante prodotto dal Politecnico e distribuito dal Comune).
I medici di Emergency si occuperanno anche del primo screening sanitario degli ospiti. Palazzo Marino ha infine messo a disposizione lo stabile di via Carbonia per chi è costretto alla quarantena sanitaria ma non ha un alloggio dove passarla. "In questa situazione di emergenza - commenta l'assessore alle Politiche sociali Gabriele Rabaiotti - stiamo lavorando per prevenire eventuali situazioni di pericolo per le persone più fragili di cui ci prendiamo cura. Ecco perché, per ridurre il rischio, abbiamo scelto di alleggerire i centri più grossi come Casa Jannacci e continueremo a farlo per far sì che chi non ha una casa possa trovare l'aiuto necessario nella massima sicurezza". "Sono grata a Milano Sport per il pronto sostegno - aggiunge Roberta Guaineri, assessore allo Sport -. Gli impianti della città sono una risorsa preziosa e, oltre al Saini, come assessorato stiamo individuando quelli più idonei da mettere a disposizione della comunità per affrontare questa emergenza".
settimanalediocesidicomo.it, 21 marzo 2020
Un giorno fa, nella solennità di San Giuseppe, il Papa ha ricordato nella preghiera tutti i detenuti, la cui condizione di reclusione è ulteriormente appesantita dalle restrizioni imposte dall'emergenza Covid-19.
Ma come procede la vita carceraria all'interno della Casa Circondariale del Bassone di Como? Anche il carcere di Albate una decina di giorni fa, sulla scorta delle gravi proteste messe in atto in altri istituti anche il Bassone ha registrato qualche intemperanza: dallo sbattere rumoroso di pentolame sulle sbarre, al lancio di oggetti, all'incendio di qualche lenzuolo. Nulla di paragonabile a quanto accaduto a Modena, e velocemente rientrato in poche ore, ma che testimonia il disagio e la fatica con cui i detenuti si stanno adattando alle novità imposte da virus. Le proteste al Bassone sono rientrate anche grazie all'impegno messo in campo dalla struttura nel mantenere sempre aperti i canali di dialogo con i detenuti.
Dialogo che si è concretizzato anche in un incontro in videoconferenza di una rappresentanza dei detenuti con alcuni magistrati. Nell'ambito del quale i detenuti hanno manifestato il loro disagio rispetto alla situazione ed avanzato alcune richieste, in particolare sulla velocizzazione di pratiche pendenti come la detenzione domiciliare, piuttosto che valutazioni più rapide sulla concessione della libertà anticipata.
Positiva la risposta dei magistrati, dichiaratisi disponibili a valutare ancor più rapidamente le problematiche sollevate, anche in considerazione dell'emergenza sanitaria in atto e dei rischi potenzialmente generati dalle condizioni di affollamento in cui i detenuti vivono.
Ricordiamo che presso il Bassone sono oggi detenute circa 450 persone, a fronte di una capienza regolamentare di circa 230.
Ma che cosa è cambiato, effettivamente, per "ospiti" e personale della Casa Circondariale di Como nelle ultime settimane? Va innanzitutto detto che il Bassone sta gestendo la fase di emergenza in collaborazione con l'ASST Lariana, in attuazione delle linee d'indirizzo diramate dalla direzione generale del welfare di Regione Lombardia.
Uno dei primi interventi è consistito nella limitazione degli accessi dall'esterno: in particolare, la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari. Ed è stato soprattutto questo provvedimento ad accendere la miccia della protesta. Anche se, in realtà, non si è trattato di una vera e propria sospensione, piuttosto della loro sostituzione con conversazioni telefoniche. Fino a prima dell'emergenza la prassi prevedeva per ogni detenuto il diritto a sei colloqui al mese e una telefonata a settimana. Oggi, eliminate le visite, sono consentite tre chiamate la settimana. Inoltre, per i familiari che hanno la possibilità di attrezzarsi adeguatamente, il Bassone permette anche colloqui a distanza attraverso la piattaforma Skype.
Oltre a sospendere l'accesso ai familiari si è, ovviamente, reso necessario, alle prime avvisaglie dell'emergenza, attivare un sistema di controllo degli ingressi dei nuovi detenuti e del personale che quotidianamente opera all'interno della struttura. A questo proposito la Protezione Civile ha provveduto al montaggio di una tensostruttura destinata al triage. In base alle linee di indirizzo della direzione generale del welfare regionale i controlli consistono della somministrazione di un questionario da parte di operatori sanitari, nella misura della temperatura corporea e in una visita che rilevi eventuali sintomi evidenti di malessere. Sulla base dell'esito della visita si autorizza o meno l'accesso al carcere da parte di personale esterno.
Come detto stessa procedura viene messa in atto nei confronti del personale: dopo un primo controllo, come da procedura indicata, ogni operatore viene invitato a far presenti eventuali successive condizioni di malessere. Il personale non viene pertanto sottoposto a triage tutti i giorni, però ogni giorno è rilevata la temperatura.
Detto ciò la vita continua con regolarità all'interno del Bassone, pur con l'inevitabile riduzione di alcune tradizionali attività quotidiane. Lo stop degli ingressi non ha riguardato infatti soltanto i familiari, ma anche i volontari. Ciò ha imposto, obbligatoriamente, una frenata a tutti quei servizi che richiedevano una guida dall'esterno.
Fanno eccezione le attività rivolte a detenuti ex tossicodipendenti, portate avanti dagli operatori del Sert, che continuano ad accedere alla struttura. Sospese invece tutte le attività didattiche, come del resto è avvenuto in tutto il Paese.
Alcuni servizi, come il centro stampa, proseguono in gestione autonoma da parte dei detenuti. Ovvie limitazioni sono state imposte anche alle attività sportive, che si svolgono regolarmente laddove non sia necessaria la presenza di insegnanti o guide esterne, mentre i detenuti continuano a frequentare la palestra così come a gestire in autonomia alcuni eventi.
ilgerme.it, 21 marzo 2020
"Noi restiamo in cella ma voi restate a casa. Tutto andrà bene". E se lo dicono loro che alla reclusione sono allenati, c'è da credergli. Così, con l'esposizione di diversi cartelli, i detenuti del carcere di Sulmona oggi hanno voluto improvvisare un flash mob nelle stanze della socialità: un modo per far sentire la loro vicinanza e il loro coinvolgimento alla battaglia che tutti in questo momento stanno combattendo contro il Coronavirus. E un messaggio, anche, a chi fino a ieri ha continuato a camminare davanti al carcere di via Lamaccio per una passeggiata che ora il Comune è stato costretto a vietare per evitare il diffondersi del virus. L'impegno degli ospiti di via Lamaccio, però, non si limita ai cartelli, ma da qualche giorno ventidue di loro, sotto la direzione del tecnico di sartoria Maria Impedovo, stanno realizzando mascherine protettive.
Non si tratta di prodotti certificati, ma di mascherine di cotone con intercapedine nelle quali è possibile poi inserire un ulteriore filtro di protezione (che sia carta forno o assorbenti). Se i controlli necessari dovessero passare l'esame, per quanto privi di filtri, i detenuti del carcere saranno in grado di produrne duecento esemplari al giorno che, spiegano dalla direzione della casa di reclusione, saranno utilizzati per il consumo interno, ma anche al servizio della comunità. "Abbiamo avviato anche un progetto per la produzione di mascherine certificate - spiega il direttore Sergio Romice - e ci auguriamo che in futuro la nostra sartoria possa essere riconvertita a questa utile produzione".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 21 marzo 2020
Da una nuova, esclusiva indagine visuale di Amnesty International e Situ Research è emerso con tragica chiarezza come, durante le manifestazioni dello scorso ottobre, le forze di sicurezza irachene abbiano volutamente ucciso o ferito in modo grave decine di manifestanti lanciando granate di tipo militare direttamente contro la folla. Le due organizzazioni hanno realizzato un sito interattivo che contiene tra l'altro una ricostruzione in 3D di episodi mortali avvenuti nella capitale Bagdad, nei pressi di piazza Tahrir e del ponte Jimhouriya.
La nuova indagine conferma quella precedente di Amnesty International, che per prima aveva identificato quelle granate come modelli per uso militare: la granata M99 prodotta dalla fabbrica serba Sloboda Cacak, la granata contenente gas lacrimogeno M651 e la granata fumogena M713, queste ultime prodotte dall'Organizzazione delle industrie della difesa in Iran. Del peso di circa 250 grammi, queste granate sono 10 volte più pesanti dei normali candelotti di gas lacrimogeno. Viaggiano alla stessa velocità di questi ultimi ma hanno un impatto assai maggiore, specialmente quando vengono lanciate da un'angolatura bassa. La forza prodotta ha colpito le vittime in maniera orribile: granate intere (come si vede nel dettaglio di una Rx in alto) o grandi schegge di metallo sono penetrate nel cranio e nei corpi dei manifestanti, dalle cui ferite aperte usciva ancora del fumo. Gli esperti di Amnesty International hanno detto che quelle immagini sono tra le peggiori mai viste.
Situ Research ha utilizzato un modello digitale per simulare il lancio di una delle granate, attraverso l'uso di gelatina balistica: un'analisi fatta comunemente dagli esperti per determinare il tipo e la gravità delle ferite causate dalle pallottole e da altri proiettili. Sulla gelatina la granata ha avuto un impatto notevolmente simile a quello di un fucile calibro 12 usato per cacciare selvaggina. In altre parole, quando sono esplose direttamente contro un bersaglio da un'angolatura bassa, le granate cosiddette "meno che letali" sono letali tanto quanto armi pesanti che hanno lo scopo dichiarato di uccidere.
Attraverso l'esame dei video e la raccolta di testimonianze di manifestanti e operatori sanitari, Amnesty International ha potuto documentare la morte di oltre 20 persone a causa di queste granate da quando, lo scorso ottobre, sono iniziate le proteste. Ma poiché le ricerche si basano solo su immagini validate e su testimonianze dal terreno, il numero reale delle vittime potrebbe essere assai più alto. Purtroppo, dopo una pausa tra la fine di novembre e dicembre, nuove immagini hanno di nuovo documentato l'uso delle granate, a gennaio e a febbraio del 2020.
Askanews, 21 marzo 2020
Nove membri del personale penitenziario francese sono risultati positivi al coronavirus in Francia e circa 230 detenuti sono stati messi in isolamento: lo ha annunciato oggi l'amministrazione penitenziaria di Parigi (Dap). Tra le nove persone risultate positive al coronavirus figurano due infermieri e il direttore delle risorse umane di Fresnes.
"Circa 300" secondini in Francia, su un totale di circa 70.000, "sono nelle loro due settimane a casa", ha detto il Dap, e altri 50 sono usciti dalla quarantena. Finora un solo detenuto, un uomo di 74 anni nella prigione di Fresnes (Val-de-Marne), è risultato positivo. È deceduto lunedì sera, senza essere stato in contatto con il resto della popolazione carceraria, secondo il ministero della Giustizia.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 21 marzo 2020
La dura vita dei tossicodipendenti (soprattutto senza fissa dimora) con i servizi ridotti e lo spaccio al minimo. L'Italia divisa in due anche per gli assuntori: Sert, drop in e dormitori si riorganizzano
Roma, una donna senza fissa dimora al Pantheon nei giorni del Covid 19, con la sua gatta "Fortunella".
"Cerco droga, ne ho bisogno". È finita sui titoli di cronaca la giustificazione di un giovane fiorentino annotata sull'autocertificazione presentata alla pattuglia che lo ha fermato per i controlli anti Coronavirus, ma c'è poco da sorridere. Fa parte della realtà di una fascia di popolazione che in queste settimane sta vivendo un dramma nel dramma: i tossicodipendenti. Alcuni dissimulano abbastanza bene la loro condizione, e hanno mezzi e soldi per fare rifornimento in tutta sicurezza. Altri non possono o non ce la fanno, e vagano alla ricerca di uno spacciatore su piazza che sfidi le misure di emergenza o si avvicinano per la prima volta a un Sert, oppure ancora spariscono. Qualcuno risucchiato dalla propria emarginazione o in strada, senza fissa dimora, cerca anche di sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine e alle denunce.
Ma a fare la differenza tra le condizioni di vita di consumatori di sostanze più o meno problematici e di barboni, nell'era del Covid 19, è anche la collocazione territoriale. Perché se è vero che nel Nord la paura del contagio ha diminuito notevolmente l'accesso ai servizi, è pur vero che in quella parte di Italia ci sono più centri di supporto e di riduzione del danno, drop in, strutture di prima accoglienza, dormitori. Anche se tutto procede a ranghi ridotti e i medici dei Sert spesso si sono trasferiti nelle corsie d'ospedale a dare una mano nell'emergenza.
"Da noi a Torino i servizi a bassa soglia sono in gran parte chiusi e la distribuzione di siringhe e strumenti per la riduzione del danno avviene solo in alcuni punti e in alcuni giorni - racconta Lorenzo Camoletto, formatore del gruppo Abele - le unità mobili si sono ridotte da quattro a una e la disponibilità in strada di cocaina ed eroina è anche diminuita. Eppure invece di aumentare, si riducono gli accessi: delle centinaia di passaggi al giorno nei servizi che avevamo fino a due settimane fa è rimasto ben poco".
Forse molti hanno fatto scorta, altri non hanno il coraggio di muoversi e resistono, anche perché, come spiega Cristiano Bregano, coordinatore delle unità mobili della Cnca a Milano, "da tempo ormai la qualità delle sostanze si è abbassata molto, insieme ai prezzi, e ciò vuol dire che sono più tagliate, hanno meno principio attivo, danno meno dipendenza e più effetti collaterali imprevedibili".
A Milano, ma un po' in tutto il Nord est, la repressione ha disperso lo spaccio: "Le piazze classiche utilizzate da fasce sociali più marginali si sono molto ridotte - riferisce Riccardo De Facci, presidente del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza: a Rogoredo e al Parco delle Groane non c'è il via vai delle persone che compravano e consumavano in loco. Ora vengono in macchina a ritirare, previo appuntamento telefonico con lo spacciatore". Così, spiega ancora Bregano, "è più difficile per noi agganciarli ai servizi e fare riduzione del danno. I tossicodipendenti sono più abbandonati e tra poco saranno ancora più soli e più vulnerabili".
A Roma e Napoli i numeri dell'accesso ai Sert sono più stabili. Addirittura la sensazione degli operatori - ma i dati certi non ci sono ancora - è che l'utenza sia perfino leggermente in aumento. Forse per via della difficoltà di spostamento sul territorio, o per una marginalità maggiore, o perché, come riferiscono, le sostanze hanno subito un aumento dei prezzi insieme al "rischio d'impresa" e allo stesso tempo è più difficile procurarsi i soldi per l'acquisto (meno lavoro, meno possibilità di delinquere, meno prostituzione), fatto sta che le richieste di metadone in qualche Sert sono aumentate. In via Casilina 1368, il Sert romano che serve anche Tor Bella Monaca, con 1700 cartelle cliniche, come dappertutto, "il contatto con il paziente è diventato più veloce - racconta il medico Michele Pellegrino - stiamo allungando i tempi di consegna dei farmaci sostitutivi per evitare di farli uscire di casa troppo, perciò abbiamo meno contatti. Non si riesce a seguire la routine multidisciplinare, anche se abbiamo rafforzato il supporto telefonico, soprattutto psicologico".
Il problema più grande però - è l'opinione di tutti - sta nei tossicodipendenti (spesso poliassuntori e alcolisti) senza fissa dimora. In Italia le persone che vivono in strada, secondo i dati del Ministero delle politiche sociali, nel 2015 erano 50.724, 85,7% uomini, 4 su 10 italiani, l'80% vive nel Nord e centro. "A Roma, grazie al sindaco Alemanno, tutta la rete di residenzialità leggera dove vengono accolte le persone con dipendenza media è stata smantellata - ricorda De Facci - è rimasta solo Villa Maraini, con una decina di posti letto. Nella Lombardia ci sono otto strutture di prima accoglienza, 200 posti letto a Milano". Poi ci sono i posti nei dormitori pubblici, ma il turn over lì è bloccato per prevenire il contagio, e si cerca il più possibile di non farli uscire di giorno.
Gli operatori stanno riorganizzando, con difficoltà inaudite, i servizi. La Federserd, la federazione dei Sert, che ogni anno tratta 300 mila utenti, sta lavorando a ritmo serrato per questo. E, racconta lo psichiatra Alfio Lucchini, ex direttore del Dipartimento delle Dipendenze della Asl Milano 2, "abbiamo lanciato una campagna sui social e attraverso altri canali per invitare le persone tossicodipendenti a rivolgersi ai servizi in questo momento, per la loro salute e per quella degli altri".
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 21 marzo 2020
Si moltiplicano le richieste di geolocalizzare i cittadini per limitare l'infezione. Ma si può fare solo nel rispetto della privacy e in un quadro di garanzie costituzionali. La gestione delle misure per arginare il Coronavirus ha rivelato la totale, marchiana e colpevole incapacità dei leader europei ed occidentali di preservare la salute pubblica. Macron lo sapeva dai primi di gennaio, Johnson ha temporeggiato, Trump ha sottovalutato e la Merkel tentennato. L'Italia ha fatto meglio. Tuttavia ritardi, errori nella comunicazione, notizie trapelate a giornalisti amici, impreparazione e indecisioni, hanno favorito la pandemia. Come annunciare la zona rossa in Lombardia senza chiudere le stazioni.
Adesso si pensa di correre ai ripari utilizzando strumenti tecnologici di sorveglianza per tracciare gli spostamenti della popolazione. L'unico leader "occidentale" capace di dirlo a chiare lettere è stato il capo ad interim del governo israeliano, Benjamin Netanyahu. Nel suo discorso alla nazione ha citato l'uso efficace dei dati telefonici a Taiwan per garantire la quarantena. Come pure è successo nell'autoritaria Singapore e nella Cina che prima aveva negato e poi censurato la notizia dell'epidemia.
Nethanyahu è stato molto criticato perché alludeva all'uso di sistemi di sorveglianza di tipo militare usati dall'antiterrorismo del suo paese e, pare, ai tool di una start up di nome Rayzone che usa Big Data, intercettazioni telefoniche, geolocalizzazione e fonti aperte - social network, social media e blog - per effettuare la sorveglianza elettronica del target. Ora un approccio populista al problema chiede di decidere tra la salute e la privacy anche da noi. È una falsa dicotomia. I paesi democratici devono trovare un giusto equilibrio fra i due diritti fondamentali e preservarli entrambi.
Si potrà fare in Italia? Sappiamo che in caso di eventi eccezionali è possibile derogare dalla Gdpr, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali. Ma a patto di capirne l'utilità. Secondo il professore Michael Birnhack dell'università di Tel Aviv è possibile applicare un criterio proporzionale di sorveglianza per garantire privacy e salute pubblica. A cominciare dai target del Big Brother elettronico.
Per primi, i pazienti. Hanno bisogno delle migliori cure, la loro privacy è ridotta dall'ospedalizzazione ma protetta. La loro anamnesi dice tutto.
Secondo, le persone isolate in casa. Chi esce viola la legge. Dovrebbe essere un deterrente sufficiente per chi non ha motivi impellenti. Geolocalizzare quelli che consapevolmente violano le restrizioni potrebbe non servire perché lascerebbero il telefono a casa.
Terzo, i malati di cui si vuole ricostruire il percorso dell'infezione. Non tutti ricordano dove sono stati prima di essere infettati. I dati del cellulare possono aiutare. Secondo il professor Birnhack la maggior parte delle persone è pronta a cedere quei dati e consentirne l'utilizzo. Rimarrebbero quelli che devono nascondere la frequentazione con pusher, amanti e prostitute.
Infine la localizzazione di chi è stato esposto a un paziente conclamato. Qui ogni informazione serve. Per avvisare quelli potenzialmente contagiati la sorveglianza telefonica può aiutare. Si può fare con i dati delle compagnie telefoniche ma è una misura probabilmente sproporzionata. Secondo Birnhack si può fare il contrario: chiedere alle compagnie di contattare chi era nel posto sbagliato al momento sbagliato, offrendo una serie di garanzie legali. Le possiamo immaginare: l'adeguata protezione cibernetica di quei dati; l'uso temporaneo e la distruzione degli stessi una volta utilizzati; il divieto di usarli per altri fini; un comitato di vigilanza sull'intero processo e il coinvolgimento del Garante della Privacy.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 21 marzo 2020
Giustiziati gli uomini che nel dicembre 2012 aggredirono e violentarono una studentessa su un bus di Delhi. Decine di persone si sono radunate davanti al carcere di Nuova Delhi dove stamattina sono stati impiccati dopo vari rinvii i quattro uomini condannati a morte per lo stupro che sconvolse l'India la sera del 12 dicembre 2012.
Una studentessa di fisioterapia di 23 anni, Jyoti Singh, ribattezzata dai media Nirbhaya venne aggredita e violentata mentre tornava in autobus dal cinema con un amico, a sua volta ferito nel tentativo di fermare gli assalitori. La ragazza morì 17 giorni dopo in un ospedale di Singapore dove fu portata per un estremo tentativo di salvarla mentre gli autori venivano rintracciati e arrestati sull'onda montante di un'opinione pubblica sempre più infuriata per l'ennesimo stupro in un Paese dove ben pochi responsabili finivano davanti alla giustizia.
Tra loro l'autista stesso Ram Singh - trovato in cella senza vita in circostanze misteriose un anno dopo - quattro adulti e un minorenne che non poteva essere condannato a morte. L'impiccagione è stata eseguita come previsto alle 5,30, dopo che i giudici della Corte Suprema hanno respinto anche l'ultima richiesta di perdono e di grazia presentata dal più giovane del gruppo, Pawan Gupta, che sosteneva di essere minorenne all'epoca dei fatti. Allo stesso modo nell'ultimo anno erano state respinte tutte le altre istanze dei legali. Anche se la revisione dei singoli casi ha fatto slittare le esecuzioni di un mese e mezzo, i dirigenti della prigione di Tihar dove è avvenuta l'impiccagione avevano già ordinato da tempo le speciali corde necessarie al boia realizzate appositamente dai prigionieri di un altro carcere a Buxar, difficili da rompere e fabbricate in modo da non tagliare la gola dei condannati mentre sono appesi.
"Questo calvario è durato 8 anni, ma Nirbhaya ha ottenuto giustizia - ha detto la madre della ragazza Asha Devi - tutte le donne e i bambini dell'India hanno ottenuto giustizia" e ora "l'anima di mia figlia riposerà in pace". Un sentimento condiviso da molti indiani che aspettavano l'esecuzione come un monito per gli autori dei numerosi altri casi di violenza che continuano ad accadere in India. Ma la morte della studentessa di Delhi avvenne in circostanze tali da far inorridire un paese intero, e I medici che tentarono di salvarla hanno descritto le condizioni drammatiche in cui venne ricoverata Nirbhaya, con lesioni mortali agli organi vitali frutto di sevizie crudeli.
Secondo le testimonianze del giovane amico della studentessa - ferito a sua volta non mortalmente a bordo dello stesso bus - il capo della banda di balordi era senza dubbio l'autista Ram Singh, 34 anni, che secondo alcune testimonianze potrebbe essere stato ucciso in cella un anno dopo camuffando la sua morte come suicidio. Ma non ci sono prove certe e resta per ora la certezza del suo ruolo durante quella notte di orrore, spalleggiato dal fratello Mukesh, 32 anni. Entrambi vennero arrestati nel Rajasthan pochi giorni dopo l'inizio delle indagini basate su immagini registrate e testimonianze di altri impiegati del deposito di autobus privati con licenza di trasporto pubblico. I fratelli provenivano da uno degli slum a sud della capitale, la baraccopoli di Ravidas, mentre Vinay Sharma, 26 anni, era un assistente istruttore di palestra, e Pawan Gupta vendeva frutta ai mercati. Tutti sono stati condannati a morte nel 2013, sentenza confermata dalla Corte suprema nel 2017. "Dedico questo giorno a tutte le donne e i bambini di questo paese - ha voluto aggiungere la madre di Nirbhaya. Ho iniziato questa battaglia per mia figlia, ma continuerò a combattere per tutte le donne e i bambini di questo Paese".
di Viviana Mazza*
Corriere della Sera, 21 marzo 2020
La ragazza ha passato due anni in cella. L'udienza rimandata ancora una volta, a causa dell'emergenza coronavirus. L'attivista saudita Loujain Al-Hathloul non è apparsa in tribunale l'altro ieri a Riad: la seduta è stata rinviata di nuovo, come già una settimana fa, a causa dell'emergenza coronavirus. "I nostri genitori hanno il divieto di lasciare l'Arabia Saudita ma potevano andare a trovarla una volta la settimana in carcere. Ora non possono più, anche le visite sono state sospese per timore dei contagi", dice al Corriere la sorella Lina, che vive a Bruxelles. Preoccupata, chiede l'immediato rilascio di Loujain, una dei 17 attivisti per i diritti umani - quindici donne, due uomini - arrestati quasi due anni fa.
Era il 17 maggio 2018. Un giornale pubblicò le loro foto sotto il titolo "Traditrici". Le accuse: minare la stabilità del Regno con l'assistenza economica di "entità straniere" e sovvertire le tradizioni nazionali e religiose. Cinque di loro - Samar Badawi, Naseema al-Sada, Nouf Abdulaziz, Maya'a al-Zahrani e la stessa Loujain al-Hathloul - restano in prigione e dovevano apparire in tribunale. Gli altri sono stati provvisoriamente rilasciati, ma tenuti sotto stretta sorveglianza, con il divieto di usare i social e rilasciare interviste, in attesa di giudizio.
Tra le prove presentate contro Loujain Al-Hathloul, ci sono un noto viaggio in macchina che intraprese nel 2014 dagli Emirati fino al confine saudita e i video condivisi sui social mentre era alla guida; inoltre, un'intervista con una tv americana e una sua domanda d'impiego presso gli uffici delle Nazioni Unite. Nel 2014, dopo aver annunciato le sue intenzioni a 228.000 follower su Twitter, la giovane, allora venticinquenne, con studi in Canada e laurea in letteratura francese, partì da Abu Dhabi con una regolare patente ottenuta negli Emirati. Quando cercò di entrare in Arabia Saudita fu arrestata. Non era la prima volta che attiviste come lei finivano in manette per aver chiesto di poter guidare. Ha colpito comunque che sia successo di nuovo nel 2018, un mese prima che quel diritto fosse finalmente concesso alle saudite. "Loujain è stata fermata mentre guidava da Dubai ad Abu Dhabi. È stata bendata, costretta a salire su un aereo e portata in Arabia Saudita", dice Lina. "Un rapimento".
L'unico loro crimine - ha dichiarato Human Rights Watch - sembra essere l'aver voluto che le donne guidassero prima che lo volesse il principe Mohammad bin Salman, che mira a diventare il prossimo sovrano dell'Arabia Saudita. Le sue recenti riforme economiche e "sociali" - a partire dalla perdita di potere della polizia religiosa - sono state accompagnate dalla repressione del dissenso e di ogni minaccia percepita contro il suo potere. Nell'ottobre 2018, il principe ereditario dichiarò in un'intervista che quelle attiviste erano spie che volevano destabilizzare il Paese e c'erano prove; poi un anno dopo - forse anche a causa dello scandalo dell'omicidio di Jamal Khashoggi per mano dei servizi sauditi- Mohammad bin Salman si è limitato a dichiarare che il caso "è di competenza della magistratura".
Lina afferma che il messaggio è chiaro: le riforme sono concesse dall'alto ai sudditi, non sono diritti per cui si lotta. Giura che continuerà a parlare di sua sorella finché non sarà libera. Nel dicembre 2018 i familiari hanno denunciato che Loujain è stata sottoposta a torture con l'elettroshock, frustate, "waterboarding" e denudata da ufficiali della sicurezza che l'hanno aggredita sessualmente. La famiglia ha chiesto una perizia medica, il Regno ha negato tutto.
Le torture fisiche sono cessate - dice Lina - ma non quelle psicologiche. In uno degli ultimi tweet prima dell'arresto del 2018, Loujain citava una frase del principe Mohammad: "Non abbiamo la situazione migliore al mondo per i diritti umani, ma stiamo facendo grandi passi avanti".
L'attivista commentava: "Dichiarazioni come questa sono rassicuranti, riflettono un chiaro interesse per le norme internazionali. Possiamo fare un salto avanti, migliorare la reputazione del Regno e provare la serietà di queste affermazioni rivedendo i casi dei prigionieri di coscienza". Un appello che ora viene rilanciato da Lina: "Mia sorella e gli altri non sono criminali, ma prigionieri di coscienza. Lasciateli andare se volete provare che il Regno è cambiato".
*Ha collaborato Farid Adly
di Rossella Grasso
Il Riformista, 20 marzo 2020
Negli ultimi giorni l'emergenza Coronavirus ha imposto misure ancora più dure nelle carceri limitando i colloqui tra detenuti e parenti e scatenando così proteste in tutta Italia. Per sopperire all'emergenza ci ha pensato la Cisco, la grande multinazionale delle telecomunicazioni che ha aperto svariate Academy nelle carceri Italiane tra cui Bollate. Ed è proprio da qui che è partita la sperimentazione di video-colloqui che sono stati possibili grazie alla piattaforma Webex. Così i detenuti hanno potuto vedere e parlare con i propri familiari ed evitare ulteriori tensioni all'interno dell'istituto.










