Il Resto del Carlino, 22 marzo 2020
Intanto la Camera penale promuove un progetto alternativo al carcere insieme a Porta Aperta. Sono ancora in corso gli accertamenti volti a far luce sui nove detenuti deceduti all'interno del carcere Sant'Anna o durante il trasferimento in altri penitenziari a seguito della maxi rivolta.
Nei giorni scorsi sono state effettuate le autopsie e nel caso delle cinque salme recuperate all'interno dello stesso penitenziario pare sia confermata l'ipotesi iniziale: ovvero decesso a seguito di overdose da farmaci.
Alle indagini però partecipa come persona offesa il garante delle persone private della libertà personale, Mauro Palma che sta procedendo alla nomina del proprio difensore, oltre che di un proprio consulente medico legale per l'analisi degli esiti autoptici. Venerdì il garante si è recato nell'altro carcere dove ci sono stati tre morti, quello di Rieti, e dove si sarebbero verificate dopo la rivolta presunte violenze contro le persone detenute secondo una lettera di denuncia che gli è pervenuta. Qui Palma ha avuto l'opportunità di esaminare i dati delle tre persone decedute, sulla cui morte è stata avviata l'indagine dalla competente procura della Repubblica.
"Resta aperto il tema, per ora per nulla toccato - ha dichiarato - di ridurre il ricorso alla custodia cautelare in carcere e di rivalutare rispetto a quelle già applicate la permanenza della necessità della misura detentiva in carcere piuttosto che nel proprio domicilio".
A tal proposito arriva una proposta degli avvocati della camera penale a fronte della maxi rivolta dello scorso otto marzo: trovare una collocazione esterna al carcere. L'ipotesi è quella di alloggiare i detenuti nella struttura di via delle Costellazioni. Come noto, infatti, l'inagibilità del sant'Anna sta costringendo l'amministrazione penitenziaria a trasferire la popolazione carceraria in altre strutture d'Italia. La camera penale fa presente come, al momento, il penitenziario sia popolato da un numero esiguo di carcerati che hanno già in corso o sono in procinto di ottenere misure finalizzate a dare piena attuazione all'articolo 27 Costituzione, con percorsi rieducativi e risocializzanti quali il lavoro esterno, la semilibertà e le altre misure alternative.
Da qui il progetto dell'associazione di volontariato Porta Aperta e della Camera penale che propone di consentire ad altri detenuti di intraprendere percorsi esterni al carcere, attualmente preclusi a causa della emergenza in cui versa l'istituto e dell'emergenza coronavirus. Il progetto nuova Dimora, come spiega l'avvocato Francesco Muzzioli, è finalizzato a creare opportunità alloggiative per le persone private della libertà che si trovano in regime di lavoro all'esterno o in regime di semilibertà o già ammesse ad altre misure alternative. Porta Aperta è riuscita a ricavare circa 30 posti letto.
di Susanna Ripamonti
huffingtonpost.it, 22 marzo 2020
Da quasi un mese noi volontari non possiamo entrare nelle carceri italiane, e l'istituto di Milano-Bollate non fa eccezione. Tutte le attività che svolgevamo all'interno si sono interrotte il 23 febbraio, ed è giusto così, non c'erano alternative. Quando sono arrivate le notizie drammatiche delle rivolte, abbiamo tremato pensando a tutti coloro con i quali, per anni, abbiamo lavorato e di cui non avevamo più nessuna notizia, ma subito ci hanno rassicurato: a Bollate la situazione è tranquilla, difficile, ma sotto controllo e non perché si sia usato il pugno di ferro, ma perché si è andati nella direzione opposta, usando gli strumenti del dialogo, del confronto e della responsabilizzazione, ovvero la filosofia su cui si regge il carcere migliore d'Italia.
Bollate non è esplosa neppure quando si è tolta ai detenuti la possibilità di incontrare i propri familiari, che è la cosa a cui tengono di più, il loro nervo scoperto. Il guardasigilli Alfonso Bonafede non lo sapeva? Non lo sapeva il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini? La decisione di chiudere i colloqui con le famiglie, senza offrire subito e contestualmente delle alternative, ha provocato più vittime del coronavirus, 12 morti su cui nessuno indaga, archiviate come casi di overdose, senza che la magistratura si sia preoccupata di aprire un'inchiesta.
Se calcoliamo il tempo che i detenuti passano con le loro famiglie in un anno, abbiamo un totale di 72 ore, che equivalgono a tre giorni all'anno. Le telefonate sono concesse per 10 minuti a settimana: era facile capire che questo tempo così limitato, riservato all'affettività, non poteva essere soppresso per decreto, come se improvvisamente, per tutti i detenuti italiani, si fosse deciso di applicare un regime di alta sicurezza, ma chi doveva decidere non ne ha tenuto conto ed è ancora al suo posto, malgrado in Parlamento siano arrivate richieste di dimissioni da tutti gli schieramenti.
Ecco, a Bollate si è andati subito in un'altra direzione, concedendo ai detenuti e alle detenute una telefonata al giorno (decisione poi estesa alle altre carceri) e adottando misure deflattive, scarcerando, in accordo con la magistratura di sorveglianza milanese, tutti coloro che avevano i requisiti per ottenere misure alternative. Soprattutto si è continuato a dialogare: i detenuti di Bollate hanno da parecchi anni una sorta di organismo sindacale, le commissioni di reparto, che si confrontano regolarmente con la direzione dell'Istituto su tutti i problemi relativi alla vita detentiva e anche in questa circostanza le decisioni si sono prese in modo condiviso.
Le aziende che svolgono attività lavorative all'interno hanno continuato a funzionare, si sono attivati sistemi di e-learning per gli studenti universitari, che sono una quarantina, per non interrompere le attività didattiche. Grazie a Cisco, la multinazionale delle telecomunicazioni che ha aperto svariate Academy nelle carceri Italiane tra cui Bollate, è partita la sperimentazione di video-colloqui che sono stati possibili grazie a una piattaforma apposita che consente quattro colloqui simultanei.
Non si è mai interrotta la possibilità di inviare e-mail all'esterno attraverso una cooperativa, Zerografica, che raccoglie le lettere dei detenuti, le scannerizza e le inoltra, riconsegnando le risposte nell'arco di 24 ore. E così, con queste mail indirette, anche noi della redazione di Carte Bollate, il periodico che da vent'anni viene fatto all'interno dell'istituto da una redazione di 25 detenuti e detenute, con il supporto di un gruppo di volontari, abbiamo saputo che l'attività del giornale non si era fermata. La redazione si è riunita autonomamente, ha lavorato, scritto pezzi sull'emergenza coronavirus, che un po' alla volta ci stanno arrivando. Sarà dura, ma anche in questa situazione così drammatica riuscirà ad andare in stampa e a raccontare il carcere ai tempi della pandemia. Il primo caso di smart working senza internet.
È con questo senso di responsabilità che le persone detenute a Bollate stanno fronteggiando l'emergenza, dando anche prova di una grande solidarietà. Le donne per esempio, stanno confezionando mascherine di stoffa per tutti coloro che entrano maggiormente in contatto con altre persone: poliziotti, educatori, coloro che lavorano e che devono girare tra i reparti.
E sono solidali con tutti noi che siamo all'esterno e che per la prima volta stiamo sperimentando gli arresti domiciliari, spiazzati da questa improvvisa limitazione della libertà, a cui un po' alla volta ci stiamo abituando. Scrive Blanca, dolcissima signora colombiana: "Essere carcerati pur avendo le chiavi della porta di casa per uscire, deve essere terribile. Bisogna avere la forza di accettarlo, come quando si entra in carcere e non si hanno alternative, se non accettare la situazione. Bisogna staccare la spina, dedicarsi a letture, attività creative, pensare a cose belle, far emergere i ricordi e guardare avanti nell'attesa che finisca quest'incubo". Elena ci parla delle difficoltà: "possiamo fare una telefonata al giorno, ma il lavoro manca e non abbiamo i soldi per farle".
Il Garante Francesco Maisto si è attivato per raccogliere fondi allo scopo di sopperire a questa difficoltà e in un giorno sono arrivati i soldi necessari. Da un'educatrice, Catia Bianchi, è partita la richiesta di aiuto per una ventina di detenute e detenuti di Modena che sono stati trasferiti a Bollate, lasciando nel vecchio carcere tutti i loro averi. "Non hanno niente, siamo riusciti a dotarli di vestiti e di generi di prima necessità grazie all'associazione Sesta Opera, ma non hanno soldi e non possono comprarsi nulla".
Anche in questo caso è scattata una colletta che ha immediatamente risolto l'emergenza. Altre associazioni si sono attivate per dare supporto alle famiglie dei detenuti e questa solidarietà tra il dentro e il fuori, questo legame costruito negli anni tra la società esterna e il carcere non si è interrotto. Per questo Bollate non è esplosa, per tutto ciò che si è fatto in questi anni, utilizzando semplicemente ciò che la legge prevede e che rende possibile un modo diverso di scontare la pena.
palermotoday.it, 22 marzo 2020
Così Angelo Testa, di San Severo, in provincia di Foggia: "Da giorni non ho notizie di mio padre, so soltanto che è stato trasferito a 780 chilometri da casa sua, al Pagliarelli". Una lunga lettera per "lanciare un messaggio rivolto a tutti, alla polizia penitenziaria, alla procura, ai magistrati, a quanti più mi possano sentire".
Lui si chiama Angelo Testa ed è di San Severo, un comune di 50 mila abitanti in provincia di Foggia. Attraverso una lettera ha voluto raccontare "una storia vera, di cui nessun giornale ha parlato". Quella di suo padre, detenuto adesso nel carcere di Palermo. L'uomo si trovava recluso a Foggia durante la guerriglia dello scorso 9 marzo, poi è stato trasferito al carcere di Melfi. Quindi è finito a Palermo.
"Mi chiamo Angelo Testa, vengo da San Severo in provincia di Foggia e sono figlio di un uomo detenuto nel carcere di Melfi. A quanto ne dicano i giornali e la procura è ritenuto noto elemento di spicco della criminalità locale, per me è semplicemente mio padre, il nonno di mio figlio, un marito amorevole e un cittadino italiano. Oggi, attraverso questa lettera, voglio lanciare un messaggio rivolto a tutti, alla polizia penitenziaria, alla procura, ai magistrati, a quanti più mi possano sentire.
Voglio parlarvi di una storia vera, di cui nessun giornale ha parlato. Una storia di uomini che sono stati massacrati, presi a sprangate nella casa circondariale di Melfi. Torniamo ai giorni della rivolta, quando i detenuti di tutta Italia si sono ribellati a causa della sospensione dei colloqui per l'emergenza sanitaria, e per le scarse condizioni igieniche delle strutture.
Parte di loro non aveva partecipato alla rivolta, così come mio padre, essendo in età avanzata e per nulla amante degli scontri e della violenza. Eppure lui, insieme ad altri 71 uomini, sono stati portati via con pigiama e ciabatte senza neanche avere la possibilità di portare i propri vestiti. Attualmente sono stati trasferiti presso altre strutture. Oggi sono arrabbiato, mi chiedo come sia possibile che tutto questo avvenga nel silenzio più assordante, nessun servizio al telegiornale, nessun articolo, nessuno che ne stia parlando.
Da due giorni non ho notizie di mio padre, so soltanto che è stato trasferito a 780 chilometri da casa sua, a Palermo nell'istituto penitenziario Pagliarelli; so che è arrivato la sera del 17 marzo, ma non conosco le sue condizioni di salute, non so se sta bene, non ho possibilità di telefonargli e neanche il nostro legale riesce a mettersi in contatto con lui. Condanno fortemente i gesti di rivolta che ho visto in televisione. Volevano farsi sentire, ma ho disprezzato la piega violenta della situazione.
I detenuti non sono tutti dei mostri, mio padre è in attesa di processo, se ha delle colpe pagherà, ma tutto quello che ho letto riguardo i disordini so che non gli appartiene. Ma perché, mi chiedo, perché ancora una volta non si fa più distinzione, i detenuti hanno delle colpe ma sono esseri umani, qui fuori ci sono delle famiglie che soffrono lentamente aspettando il loro ritorno.
Perché a causa dei soggetti che hanno causato la rivolta devono pagare tutti? Perché i giornali non parlano di quello che hanno fatto la notte del 16 marzo nel carcere di Melfi? Perché nessuno ne sta parlando? Perché state vietando di far chiamare il detenuto a casa dopo due giorni dal trasferimento?
Sono arrabbiato, mia madre è una paziente oncologica, sta affrontando una situazione altrettanto drammatica e non è nelle condizioni per poter affrontare il viaggio per arrivare a Palermo, complice anche il momento delicato che in Italia stiamo affrontando per via del coronavirus.
In questo momento si accontenterebbe anche di una semplice telefonata che la possa rassicurare, ha chiamato ripetutamente la casa circondariale di Palermo, implorando la sua preoccupazione, nessuno dice niente.
Per quanto un uomo abbia potuto sbagliare, in uno Stato di diritto questa situazione non è ammissibile! La pena dovrebbe avere una funzione rieducativa e non vissuta come una punizione fisica e morale! Lo ricorda anche la Corte Costituzionale in una storica sentenza (n. 313 del 1990) dove vi è sancito che la pena non può avere caratteri afflittivi. È incostituzionale quello che sta accadendo, qui parliamo di un vero e proprio abuso di potere.
foggiatoday.it, 22 marzo 2020
Le famiglie dei detenuti si rivolgono alle associazioni e denunciano: "Ci stanno arrivando testimonianze da brividi, attraverso lettere, da parte dei nostri cari, si segnalano violenze di ogni genere. Cosa sta succedendo?".
L'eclatante protesta del 9 marzo al carcere di Foggia, l'evasione di massa, la paura in città. Poi le prime catture degli evasi, la caccia all'uomo (non ancora terminata) e i trasferimenti dei detenuti presso altre strutture penitenziarie. In attesa della cattura degli ultimi tre fuggitivi, sembrava essersi chiuso il cerchio sulla vicenda che visto protagonista la struttura di via delle Casermette. Invece, a riaccendere i riflettori sulla gestione dell'emergenza sono i familiari dei detenuti che si rivolgono all'associazione Yairaiha, che difende i diritti dei carcerati, per chiedere ascolto e denunciare alcune anomalie.
"Siamo un gruppo numeroso di familiari di persone recluse, fino ad una settimana fa, nel carcere di Foggia. Quello che chiediamo è solo ascolto, proveremo ogni tentativo per dare voce alle nostre paure, alle nostre preoccupazioni ma soprattutto ai nostri diritti. Come ben sapete, il giorno 9 marzo c'è stata una rivolta all'interno del penitenziario di Foggia, cominciata già in maniera pacifica la sera precedente; la rivolta è degenerata con danni all'interno ed evasioni, e su questo potremmo soffermarci a lungo poiché le anomalie sono tante, non ci spieghiamo come sia stato possibile non riuscire a contenere una rivolta cominciata la sera prima arrivando a conseguenze di questo tipo", si legge nella lettera denuncia.
"Premettiamo che chi sbaglia paga e non giustifichiamo quello che i nostri parenti detenuti abbiano fatto! Ora la cosa che più ci sta facendo soffrire, e di cui vogliamo fare chiarezza, è la questione dei trasferimenti fatto il giorno 12 marzo. A distanza di una settimana molti di noi non hanno notizie dei propri familiari, molti non hanno ricevuto gli indumenti e addirittura molti sono messi in isolamento senza la possibilità di comunicare con la propria famiglia.
Ci stanno arrivando testimonianze da brividi, attraverso lettere, da parte dei nostri cari, si segnalano violenze di ogni genere, abbiamo tra l'altro saputo che la mattina dei trasferimenti sono stati trasportati con pigiami e scalzi senza l'opportunità di potersi mettere una tuta e un paio di scarpe".
La Repubblica, 22 marzo 2020
Il coronavirus è entrato anche nel carcere di Bologna, secondo una guardia penitenziaria sarebbero 4 le persone risultate positive all'interno della struttura: "Due medici, un dottore e una guardia penitenziaria che durante le rivolte dei giorni scorsi hanno avuto contatti diretti sia con il personale che con i detenuti, rischiamo di essere tutti contagiati".
Preoccupazioni condivise dal Sinappe: "Vogliono fare 40 tamponi a campione tra il personale, mentre gli agenti chiedono sia fatto un screening di massa all'interno dell'istituto". La situazione all'interno della struttura penitenziaria, messa in subbuglio dopo le rivolte della scorsa settimana "è drammatica, i detenuti non sanno dei casi di contagio, è una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, perché da tempo chiedevano un piano di sicurezza sanitaria che qui non esiste - rivela l'agente penitenziario- non ci sono i Dpi (dispositivi di protezione individuale) ci hanno dato delle mascherine di carta che come rivela il foglietto illustrativo, non proteggono le vie respiratorie ed è stata montata una tenda della Protezione civile per il pre-triage, dovrebbero misurare la febbre a chiunque entri in carcere, invece è vuota".
brindisioggi.it, 22 marzo 2020
La segreteria regionale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria maggior associazione di categoria, chiede di intraprendere tutte le iniziative necessarie per la valutazione ed individuazione della possibile contaminazione da coronavirus da parte degli operatori della polizia penitenziaria, i quali sono esposti quotidianamente in violazione di quanto previsto dall'Oms (ad esempio l'impossibilità di rispettare la distanza di sicurezza tra persone nonché la grave carenza di dispositivi di protezione), nell'espletamento delle proprie attività di controllo della popolazione detenuta. Il sindacato chiede di valutare la possibilità di effettuare:
1. Tampone nasofaringeo orofaringeo a tutti gli operatori della polizia penitenziaria ed a tutti gli operatori (sanitari e civili) che abbiano contatto giornaliero con la popolazione detenuta;
2. Tampone nasofaringeo orofaringeo a tutti gli operatori della polizia penitenziaria e da tutti gli operatori (sanitari e civili) che abbiano contatto giornaliero i detenuti e test rapidi come l'Antibody Determination kit o comunque altri test rapidi autorizzati per lo screening del coronavirus, al fine di campagne di massa.
"L'importanza di tale richiesta - dicono - è proprio nell' evitare che nelle carceri pugliesi possano spuntare focolai che diventerebbero poi impossibile da gestire, da un punto di vista sanitario, di sicurezza per gli operatori penitenziari tutti e per le città che ospitano un carcere, nonché per i detenuti stessi".
napoli.fanpage.it, 22 marzo 2020
Un termo-scanner all'interno del carcere di Poggioreale, per contrastare ulteriormente la diffusione del coronavirus. Lo ha annunciato l'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria. Nel carcere partenopeo, anche dispenser di gel disinfettanti, dispositivi di protezione individuale e rispetto della distanza di sicurezza.
Un termo-scanner all'interno del carcere di Poggioreale, per controllare la temperatura di chi entra nella struttura detentiva napoletana, come ulteriori misura di contenimento verso il coronavirus. Lo ha reso noto l'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria (Osapp): l'installazione avverrà a breve, e sarà subito operativo. Oltre al termo-scanner, tra le altre misure ci sono i dispenser di gel disinfettanti, a disposizione per il personale e per i detenuti, mentre è già iniziata la distribuzione dei dispositivi di protezione individuale (Dpi), con un'altra prevista a stretto giro.
Soppresso invece il servizio bar interno al carcere di Poggioreale, mentre il rispetto delle distanze minime individuali, altra misura necessaria per arginare la diffusione del coronavirus, viene fatto rispettare sotto stretto controllo del personale interno. "Confidiamo anche nel buonsenso dei familiari dei detenuti", ha spiegato Luigi Castaldo, vice segretario regionale dell'Osapp in Campania. Lo stesso Castaldo ha poi auspicato anche "maggior celerità negli investimenti per la tutela della sicurezza e della salute e maggiore gratitudine per il delicato e rischioso compito etico-sociale della Polizia Penitenziaria".
Nei giorni scorsi, la situazione nel carcere di Poggioreale (così come in altri carceri d'Italia) si era fatta incandescente, sfociando in vere e proprie rivolte tra i detenuti all'interno e manifestazioni dei parenti all'esterno, dopo la notizia che i colloqui tra i primi e i secondi sarebbero stati interrotti per arginare, ulteriormente, la diffusione del coronavirus all'interno delle carceri italiani.
Redattore Sociale, 22 marzo 2020
I lavoratori detenuti nel penitenziario di Massa, saranno impegnati nella produzione di mascherine in tessuto non tessuto, per una quantità complessiva che presumibilmente arriverà a 5mila pezzi al giorno. Per garantire tutte le misure igieniche del processo produttivo, i laboratori sono stati ispezionati ed i materiali sono stati selezionati in accordo con il dipartimento del farmaco della ASL Toscana nord ovest, diretto dal dott. Giuseppe Taurino.
Le mascherine saranno prodotte secondo gli indirizzi redatti dalla Regione Toscana che, con l'ordinanza 17 del 19 marzo, ha stabilito le caratteristiche tecniche e le prove di sicurezza effettuate dall'Università di Firenze. Questi presidi hanno le stesse caratteristiche di quelli testati dall'Ateneo fiorentino e possono essere utilizzati esclusivamente, nei checkpoint, dai cittadini e da eventuali accompagnatori che devono recarsi in strutture sanitarie territoriali e ospedaliere.
La direzione aziendale ringrazia l'amministrazione carceraria per la disponibilità. "La collaborazione tra istituzioni è sempre importante e determinante per una buona gestione del bene comune - sottolinea il direttore generale, Maria Letizia Casani - ma lo è ancor di più in momenti di difficoltà e di emergenza, come quelli che stiamo attraversando".
di Maria Fiore
La Provincia Pavese, 22 marzo 2020
L'avvocato: "Diabete e obesità, con il virus è a rischio". Il magistrato: "Il contagio c'è anche fuori dal carcere". Niente detenzione domiciliare a un detenuto del carcere di Voghera con problemi di salute. L'avvocato Nicolò Meazza aveva chiesto che al suo assistito, che sta scontando una condanna definitiva a otto anni di carcere, fosse data la possibilità della detenzione al suo domicilio, almeno fino alla fine dell'emergenza sanitaria da Covid-19. "Per le patologie di cui soffre il mio assistito in carcere rischia la vita", spiega l'avvocato.
Il detenuto, 57enne, ha diverse patologie, tra cui obesità, diabete e problemi cardiovascolari. "Proprio quelle che fanno aumentare il rischio di morte in caso di contagio", dice il legale, che nella sua istanza ha anche sottolineato come proprio nel carcere di Voghera si siano già verificati alcuni casi di detenuti positivi al test per la ricerca del Covid-19.
Ma per il magistrato di sorveglianza i presupposti per la detenzione domiciliare non ci sono. Nel provvedimento si precisa che "il pericolo rispetto al possibile contagio da Covid non costituisce un elemento di incompatibilità con la detenzione in carcere, non essendoci indicazione di un rischio "maggiore in carcere che all'esterno".
Tanto più, aggiunge il magistrato, che il detenuto, che sta scontando una pena per associazione a delinquere di stampo mafioso, è residente a Garbagnate Milanese, "in piena zona rossa". Infine, dice il magistrato, una richiesta per la detenzione domiciliare era stata già respinta nel 2018: l'emergenza sanitaria, in sostanza, non modifica i requisiti.
Il legale nella sua istanza ha sottolineato come il suo assistito in carcere abbia già trascorso cinque anni, dal marzo 2014, e che, calcolando i giorni di liberazione anticipata, gli resterebbero da scontare poco più di sei mesi. Un termine che scadrebbe a ottobre. "L'attuale condizione sanitaria portata dall'emergenza Coronavirus rende lo stato di salute del mio assistito incompatibile con il carcere - ribadisce l'avvocato -. Le condizioni del carcere non permettono di applicare alcuna misura di prevenzione di contagio".
Una norma per alleggerire le carceri in questa situazione di emergenza è prevista nel decreto "cura Italia".
Fino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che devono scontare una pena o residuo di pena fino a 18 mesi, come già previsto dalla normativa vigente, ma con una procedura semplificata.
Per coloro che devono scontare una pena da 7 a 18 mesi è previsto il ricorso ai braccialetti elettronici o ad altri strumenti tecnici. Sono esclusi i detenuti che hanno commesso reati particolarmente gravi, chi ha partecipato alle rivolte e chi è privo di domicilio effettivo e idoneo.
civonline.it, 22 marzo 2020
L'esempio dei detenuti del carcere di Borgata Aurelia. In molti si sono resi disponibili a donare il sangue per la città. Un gesto di solidarietà, un messaggio di speranza, un invito a non mollare.
Esortazioni che arrivano dal carcere di Aurelia, dove i detenuti pare abbiano recepito perfettamente il pericolo coronavirus, abbandonando le intenzioni rivoltose che, se a Civitavecchia sono state di lieve entità, nel resto d'Italia nei giorni scorsi hanno fatto vivere momenti di paura.
Il timore di non rivedere i propri cari, le concessioni straordinarie da parte del direttore Patrizia Bravetti (foto), la disponibilità del personale di Polizia Penitenziaria, hanno portato i detenuti non solo ad ammorbidirsi, ma a dare addirittura un esempio di come si reagisce di fronte al pericolo reale, anche stando dietro le sbarre.
Toccante la lettera trasmessa dalla popolazione carceraria dell'alta sicurezza alla direzione della struttura, nella quale viene chiesto a gran voce di "rispettare le regole imposte dal Ministero, affinché insieme e con l'impegno di tutti si riesca a fermare la diffusione del virus.
Lo dobbiamo a tutti i medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari che in questo momento così drammatico si stanno sacrificando per il bene di tutti".
L'invito, anche da parte dei detenuti, è quello di rimanere a casa: "Fatelo per i vostri figli, per i vostri genitori, per i vostri nonni, per voi stessi e anche per noi".
"Noi - si legge nella lettera - a differenza di quanto successo in diversi carceri italiani, abbiamo deciso di non effettuare nessun tipo di rivolta: solo rimanendo uniti e collaborando riusciremo venire fuori da questa tempesta".
La consapevolezza dei detenuti dell'alta sicurezza diventa un incoraggiamento, non solo per chi opera all'interno del carcere di Aurelia: "Noi siamo qui per pagare il nostro debito con la giustizia, voi, invece, restate a casa per un dovere morale verso l'intera nazione. Uniti ce la faremo. #andràtuttobene".
Ma se i detenuti dell'alta sicurezza dimostrano di aver compreso la gravità del momento, quelli delle altre sezioni non sono da meno.
Molti di loro, infatti, hanno chiesto alla direzione del carcere di poter donare il sangue, vista la mancanza momentanea di sacche negli ospedali.
Un gesto fatto affinché si prenda conoscenza che solo seguendo alla lettera i consigli dei medici e degli esperti si riuscirà a venire fuori da questo dramma che sta tenendo il mondo in apprensione.
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