di Gabriele Laganà
Il Giornale, 22 marzo 2020
L'allarme sulla mancanza di Dpi per affrontare l'emergenza coronavirus è stato lanciato da Franco Alberti, coordinatore nazionale Fimmg Settore medicina penitenziaria. Il lavoro nelle carceri italiane è già molto complicato a causa del clima di forte tensione provocato dal sovraffollamento delle strutture e da episodi di violenza compiuti dai detenuti.
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2020
Il capo della polizia Franco Gabrielli lancia l'allarme sul rischio di nuove rivolte nelle carceri italiane. Questa volta con l'aggravante di un possibile appoggio esterno da parte delle famiglie dei detenuti e di gruppi anarchici. Al Capo della Polizia Franco Gabrielli basta una nota stringata per lanciare l'allarme sul rischio di nuove rivolte nelle carceri italiane. Questa volta - rispetto a quelle scoppiate due settimane fa - con l'aggravante di un possibile appoggio esterno da parte delle famiglie dei detenuti e di gruppi anarchici.
Divieto di colloqui - La missiva del Capo della Polizia, datata 20 marzo - e indirizzata ai prefetti, ai questori, all'Arma dei Carabinieri, della Gdf, Polizia di prevenzione e direzione centrale anticrimine ma non al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e ai direttori degli istituti di pena - fa seguito alla decisione del Governo di prolungare il divieto di colloqui tra detenuti e loro familiari. Il divieto sarebbe scaduto il 23 marzo.
La nota della Polizia - Nella nota del Dipartimento per la pubblica sicurezza del Viminale si legge che "non si può escludere che la circostanza (divieto di colloqui, ndr) possa innescare nuove eclatanti contestazioni dei detenuti, cui potrebbero aggiungersi iniziative esterne da parte dei familiari, con il convergente interesse delle diverse anime del movimento anarchico, già protagonista di campagne anti carcerarie, culminate in manifestazioni estemporanee ed azioni improntate all'illegalità". Il Dipartimento per la pubblica sicurezza invita prefetti e questori a dare impulso all'attività informativa al fine di acquisire notizie utili a calibrare l'attività di governo e di gestione dell'ordine pubblico. In particolare prefetti e questori sono invitati ad adottare da subito misure adeguate per prevenire assembramenti all'esterno degli istituti penitenziari (anche per rispettare le regole imposte dall'emergenza coronavirus).
La voce del sindacato - Il timore del Viminale sembra essere condiviso da alcuni sindacati di categoria. "Anche nelle carceri del Sud la situazione è a limite della sopportazione e giorno per giorno diventa carica di tensioni. Qualcuno evidentemente si illude che nelle carceri è tornata la calma, ma purtroppo non è così" ha dichiarato, in una nota, il segretario generale del Spp (Sindacato di polizia penitenziaria), Aldo Di Giacomo. "Siamo di fronte - ha aggiunto - ad una situazione di calma apparente e tanto meno sarà sufficiente l'arrivo del migliaio di nuovi agenti che dovrebbero essere formati e non mandati allo sbaraglio".
agi.it, 22 marzo 2020
Per arrivare a una "gestione ordinaria" nei penitenziari, servirebbe una diminuzione della popolazione carceraria pari almeno a 10 mila detenuti. Questa la previsione di Alessio Scandurra, coordinatore dell'osservatorio di Antigone, il quale fa notare che, in tal modo, si arriverebbe ai numeri "della capienza regolamentare".
In carcere, oggi, ci sono più di 59 mila detenuti - qualche giorno fa erano oltre 61 mila - a fronte di circa 50 mila posti disponibili. "Non possiamo stimare quale sia il numero per garantire la sicurezza in questa fase di emergenza sanitaria - afferma Scandurra interpellato dall'Agi - così come il governo al momento non sa quanto debbano restare chiuse le scuole.
È chiaro però che in un ambiente sovraffollato, in condizioni igieniche precarie e con tante persone con patologie la situazione può essere molto grave". Se non vi fossero braccialetti elettronici disponibili, il bacino di detenuti che potrebbero accedere alle misure sulla detenzione domiciliare previste dal decreto Cura Italia è di "circa due-tremila", osserva Scandurra, "tenuto conto che sono 4 mila le persone in carcere per scontare pene inferiori ai 6 mesi.
Sarebbe importante - sottolinea il coordinatore dell'osservatorio di Antigone - anche pensare in modo mirato a coloro che sono particolarmente a rischio per situazioni sanitarie: al momento abbiamo registrato una sensibilità dei magistrati di sorveglianza su questo punto".
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 22 marzo 2020
La voce insistente non è stata ancora confermata dalle istituzioni: si tratterebbe di un medico, due infermieri e una guardia. Solo uno sarebbe stato ricoverato. Tre sanitari e almeno una guardia penitenziaria in servizio al carcere della Dozza sarebbero risultati contagiati dal coronavirus. La notizia circola da almeno 36 ore in ambienti penitenziari e sta creando non poco allarme tra agenti e detenuti. Il contagio da "Covid 19" non è stato smentito (anche se neppure confermato) né dall'Ausl di Bologna né dalla direzione del carcere che stanno tenendo tutte le cautele del caso, anche alla luce della rivolta dei detenuti del 9 e 10 marzo scorso.
La notizia circola da almeno 36 ore in ambienti penitenziari e sta creando non poco allarme tra agenti e detenuti. Il contagio da "Covid 19" non è stato smentito (anche se neppure confermato) né dall'Ausl di Bologna né dalla direzione del carcere che stanno tenendo tutte le cautele del caso, anche alla luce della rivolta dei detenuti del 9 e 10 marzo scorso. Dopo le devastazioni della sezione giudiziaria, si temono insomma nuove tensioni. Secondo quanto affiora da fonti sindacali (anche loro ancora a secco di conferme ufficiali) i sanitari impegnati negli ambulatori della Dozza e risultati positivi sarebbero tre. E più esattamente un medico e due infermieri. In un caso è stato necessario il ricovero in ospedale, in un altro si è registrata soltanto una febbre, mentre la terza persona sarebbe completamente asintomatica. Asintomatico anche l'agente della penitenziaria. Nei casi in cui non è stata necessaria l'ospedalizzazione si è ricorso comunque alla quarantena.
Gazzetta di Modena, 22 marzo 2020
A Sant'Anna restano ancora circa ottanta detenuti. Sono rinchiusi nell'ultima ala rimasta indenne dalla devastante rivolta dell8 marzo che come un uragano ha distrutto la casa circondariale. I familiari e difensori dei detenuti spiegano all'unisono che il timore dei carcerati è di non avere alcuna notizia sulla situazione sanitaria per l'emergenza coronavirus.
Nessuno li ha informati né si sa se vengono svolti controlli prima che vengano trasferiti. In quella fase, infatti (come conferma anche le fonti della polizia penitenziaria), i detenuti vengono fatti passare nel tendone azzurro del triage all'ingresso del carcere (lo stesso trattamento vale anche per chi entra), dove si trova anche un presidio mobile della Croce Rossa. I trasferimenti continuano senza sosta ogni volta che si trovano celle disponibili in tutta Italia.
Il Mattino, 22 marzo 2020
"Sono 194 i cellulari che sono stati distribuiti negli istituti penitenziari della Campania e il provveditorato sta valutando alcune iniziative di potenziamento della dotazione che consentirà ai detenuti di potersi mettere in collegamento ancora più agevolmente con i propri familiari".
Lo rende noto il provveditore per le carceri della Campania Antonio Fullone. "Le normative nazionale e regionale tese a fronteggiare l'emergenza coronavirus - ha detto Fullone - hanno indotto il Ministero della Giustizia ad armonizzarsi".
La data di ripristino dei colloqui in carcere, fissata per lunedì prossimo, è stata procrastinata e il Dap ha distribuito 1600 cellulari donati dalla Tim in tutti gli istituti penitenziari italiani. Fu proprio la sospensione dei colloqui a determinare le violente rivolte nelle carceri di mezza Italia nelle scorse settimane.
"Stiamo valutando l'adozione di una interessante piattaforma di collegamento in videoconferenza - spiega Fullone - che dovrebbe consentirci già dalla prossima settimana l'implementazione del sistema ed agevolare ulteriormente i colloqui a distanza che finora sono stati sostenuti attraverso skype, un sistema non strutturato per sostenere i carichi attuali".
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 22 marzo 2020
La procura di Roma ha deciso di impugnare la sentenza con la quale la corte d'assise ha condannato i due miliari dell'Arma a 12 anni per il pestaggio subito da Stefano Cucchi la sera tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Ilaria Cucchi: "Sono d'accordo". No alle attenuanti generiche. Con questa richiesta la procura di Roma ha deciso di impugnare la sentenza del novembre scorso con la quale la Corte d'assise ha condannato i due carabinieri Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale in relazione al pestaggio subito da Stefano Cucchi la sera tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, quando venne arrestato per detenzione di stupefacenti e portato in caserma. Pestaggio da cui scaturirono lesioni così gravi che portarono alla morte, appena 6 giorni dopo, il geometra di 31 anni nel frattempo ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale Pertini.
La procura contesta che ai condannati siano state concesse le attenuanti generiche, il cui riconoscimento ha contribuito a mantenere più basse le condanne. "Non posso non essere d'accordo" fa sapere Ilaria Cucchi che ha diffuso la notizia con un post su Facebook. La corte d'assise aveva concesso le attenuanti anche al maresciallo Roberto Mandolini (comandante della stazione Appia dove venne portato e picchiato Cucchi) condannato a 3 anni e otto mesi per falso per aver contribuito a manomettere le relazioni di servizio e nascondere che c'era stato un pestaggio.
In sede di requisitoria, nell'udienza del 3 ottobre 2019, il pm Giovanni Musarò aveva sollecitato le condanne degli imputati definendo le loro pene "non esemplari ma giuste". In particolare, il rappresentante della pubblica accusa aveva chiesto alla corte di assise di infliggere 18 anni di carcere a Di Bernardo e D'Alessandro, e 8 anni a Mandolini.
di Fabrizio Caccia
Corriere della Sera, 22 marzo 2020
Appello di Mattarella nella giornata per le vittime della criminalità. Iniziativa di Libera: un fiore sul web. Al 21 marzo, giorno di primavera, anche in questo difficile anno è un giorno di speranza che dobbiamo far valere contro chi la speranza vuole sottrarre", ha scritto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata della Memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie.
"Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali - parole durissime quelle del Capo dello Stato. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo".
Così, il presidente si rivolge al Paese: "Occorre vigilanza, e la consapevolezza deve farsi cultura. il ricordo si lega a un impegno civile: quelle testimonianze, quegli esempi indicano un percorso di civiltà. Occasioni come queste ci aiutano a riflettere insieme. Sconfiggeremo ed estirperemo le mafie. Con l'azione delle istituzioni, con la coesione delle comunità, con il protagonismo dei cittadini".
Una giornata speciale: "Oggi - sottolinea, Mattarella - ricordiamo le donne e gli uomini che hanno pagato con la vita l'impegno coerente, la fedeltà alle istituzioni repubblicane, la libertà di sottrarsi al ricatto criminale e al giogo violento della sopraffazione. Questa Giornata della Memoria è nata nella società civile, tra i giovani che vogliono costruire il loro futuro nella dignità e nella legalità che, sola, può garantire il rispetto e la parità dei diritti delle persone. Il Parlamento, opportunamente, ha poi deciso di dare a questo giorno la solennità di una ricorrenza".
Neppure il Coronavirus ferma il ricordo: "L'emergenza sanitaria che stiamo affrontando impone quest'anno di rimandare il momento in cui si leggeranno, nelle piazze d'Italia, i nomi delle vittime, dei martiri, dei servitori dello Stato che la disumanità mafiosa ha strappato ai loro cari e a tutta la società - conclude il capo dello Stato. Ma quei nomi, tutti i nomi, sono impressi nella nostra storia e nulla potrà cancellarli".
E dunque, rispettando l'invito a restare a casa per combattere il contagio, per la prima volta dopo 25 anni non si è tenuta la manifestazione nazionale programmata a Palermo così come gli altri incontri previsti nelle piazze di tutta Italia. Sulla pagina Facebook di Libera, però, don Luigi Ciotti ha espresso parole di gratitudine per la "piazza virtuale dei social" che si è comunque mobilitata per ricordare "i 1.023 nomi delle vittime innocenti". I promotori (le associazioni Libera e Avviso Pubblico) hanno celebrato la ricorrenza attraverso il web con la campagna "Un nome, un fiore".
camerepenali.it, 22 marzo 2020
Ancora nessuna risposta dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Giustizia alle domande poste dall'Unione delle Camere Penali Italiane sul pericolo pandemia nelle carceri.
Eppure si tratta di quesiti semplici:
1. Quale numero di detenuti avete preventivato possa beneficiare, nei prossimi giorni, di una detenzione domiciliare con braccialetto elettronico?
2. Quanti dispositivi vi risultano disponibili effettivamente, cioè al netto delle misure cautelari domiciliari con braccialetto attualmente in atto?
Dopo la presa di posizione del Consiglio d'Europa, che ancora ieri invitava i governi ad alleggerire le condizioni di sovraffollamento, oggi il governo francese dichiara che saranno sospesi gli ordini di carcerazione per le pene brevi e annuncia il ricorso automatico a modalità alternative di espiazione per i detenuti per i reati meno gravi.
In Italia l'associazione Magistratura Indipendente ed il coordinamento dei magistrati di sorveglianza richiedono con forza misure che consentano l'espiazione in detenzione domiciliare di pene brevi. Nel frattempo, il direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel comunicare che saranno incrementati gli apparecchi telefonici per i colloqui tra detenuti e familiari, informa che ancora non sono stati adottati piani sanitari per affrontare le emergenze nei singoli istituti penitenziari.
Signor Presidente del Consiglio, signor Ministro della Giustizia continueremo ogni giorno a chiedervi conto del perché il governo non adotti i provvedimenti richiesti da tutti gli operatori e auspicati anche dalle istituzioni internazionali per affrontare il pericolo del contagio nel carcere.
La Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane
Il Centro, 22 marzo 2020
La situazione dei penitenziari in questi tempi di coronavirus è al centro di una lettera che il senatore Luciano D'Alfonso (Pd) ha inviato al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, e al provveditore regionale Lazio-Abruzzo-Molise per il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Carmelo Cantone. Ai tre D'Alfonso propone una soluzione possibile per gli istituti penitenziari della regione Abruzzo per l'emergenza sanitaria da Coronavirus.
"La straordinarietà della condizione sanitaria che ci troviamo quotidianamente a combattere", spiega, "mi spinge a sottoporre alla vostra attenzione le preoccupazioni legate all'emergenza che, presto, gli istituti penitenziari della regione Abruzzo potrebbero trovarsi concretamente a dover affrontare.
La maggior parte di essi risulta, attualmente, impossibilitata a rispondere adeguatamente al pericolo in quanto, a causa del sovraffollamento, non appare rinvenibile, se non in numeri irrisori, la disponibilità di spazi idonei a garantire eventuali casi da trattare in isolamento sanitario. La preoccupazione, dunque, è che laddove si verificasse la presenza di più casi sospetti, dovendosi procedere allo spostamento in celle singole dei detenuti infettati, in ragione degli attuali pochissimi posti disponibili, si conduca gli istituti in questione a dover affrontare un contagio di massa".
Il senatore del Pd aggiunge che "criticità si potrebbero verificare anche con riferimento agli operatori dello stesso istituto penitenziario, che in ragione degli ingressi dall'esterno, potrebbero risultare portatori dell'infezione da Covid-19".
"In particolare", precisa, "l'istituto penitenziario di Chieti che conta, allo stato attuale, 117 detenuti di cui 85 uomini e 32 donne ristretti in due padiglioni detentivi separati e 73 agenti di polizia penitenziaria in forza ha individuato una possibile, utile iniziativa che, in caso di diffusione del virus, dovrebbe servire a mantenere separati, in spazi fisici differenti, coloro i quali devono essere conservati nella custodia, da coloro i quali necessitano di essere sottoposti ad un regime di ulteriore vigilanza.
Tale iniziativa "salva-carceri" potrebbe realizzarsi, specificatamente, attraverso la riconversione dello spazio attualmente destinato a funzioni culturali e teatrali in singoli moduli abitativi, che assolvano a funzioni di separatezza in grado di evitare il contagio da parte di coloro i quali risulteranno positivi al virus".
- Modena. Detenuti morti, il Garante nazionale si costituisce come persona offesa
- Bollate (Mi). Un carcere modello, anche nell'emergenza
- Palermo. "Ditemi come sta mio padre", lettera del figlio di un detenuto al Pagliarelli
- Foggia. Detenuti trasferiti dopo l'evasione di massa. I familiari disperati: "Dove sono?"
- Bologna. La denuncia di un agente: "Contagi e sicurezza, situazione drammatica"










