di Luca Bonzanni
Avvenire, 24 marzo 2020
Impegnato da sempre con carcerati, giovani fragili e donne vittime di tratta. Carcerati, giovani fragili, donne vittime della tratta. Per loro don Fausto Resmini c'era sempre: col calore della parola, con la concretezza dell'aiuto. Il "prete degli ultimi" di Bergamo s'è nella notte tra domenica e lunedì, a 67 anni, all'ospedale di Como dove era ricoverato in terapia intensiva, aggredito dal coronavirus.
Originario di Lurano nella Bassa bergamasca, si era formato al Patronato San Vincenzo di Bergamo, storica testimonianza dell'impegno diocesano per il sociale, accanto a don Bepo Vavassori. Passo dopo passo è diventato l'anima di mille iniziative, sempre in sostegno delle tante persone lasciate indietro dalla società. Dal 1992 era cappellano del carcere di Bergamo; a Sorisole, hinterland del capoluogo orobico, ha fondato la Comunità don Milani, dedicata al recupero di minori "difficili". Col servizio Esodo - un camper con pasti caldi - del Patronato San Vincenzo ha solcato per anni le notti di Bergamo per prestare sostegno a chi si trovava nelle condizioni più disperate. "Don Fausto è tornato alla casa del Padre - queste le parole con cui la Comunità don Milano ha annunciato il lutto -. Ha combattuto fino alla fine contro questo virus così tremendo. Se ne è andato nel silenzio e nella solitudine della notte, proprio come molti uomini vissuti in strada di cui lui si è preso cura nel suo ministero. Ora preghiamo Dio perché lo accolga nel suo Regno. Sarà accolto dai santi, da don Bepo e dagli ultimi della terra che lui ha amato e servito, li potrà trovare pace e gioia eterna".
Il Giornale, 24 marzo 2020
Duecento detenuti del carcere di Bollate ammessi al lavoro esterno potrebbero iniziare da oggi uno sciopero della fame, dopo il blocco dei permessi dovuti all'emergenza Coronavirus. Lo ha annunciato ieri Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, nel suo intervento in videoconferenza alla commissione consiliare Carceri dedicata alle rivolte e all'emergenza sanitaria.
"Siamo in una situazione in cui è improbabile che ci siano altre rivolte - ha premesso - ma io temo forme di protesta autolesive. Ho avuto notizia che 200 detenuti a Bollate sono in una situazione in cui potrebbero iniziare uno sciopero della fame, detenuti che sono ammessi al lavoro esterno ex articolo 21 e che fino a prima dell'epidemia ogni giorno andavano a lavorare. Da loro mi e un arrivato un appello: se i magistrati di sorveglianza emettessero in tempo i provvedimenti, potrebbero uscire a svolgere delle attività oppure lavorare da remoto nelle proprie case".
E durante la commissione il presidente dell'Ordine degli avvocati Vinicio Nardo ha sollevato polemicamente un'altra questione: "Come è possibile - ha domandato - che si facciano pagare le telefonate ai detenuti in questo momento? So quanto sia difficile muovere un sasso nell'amministrazione penitenziaria, ma è stato fatto un provvedimento da 20 milioni di euro per le carceri devastate dalle rivolte e non si possono stanziare 100mila euro per pagare le telefonate?
E come mai non si riesce a mettere a disposizione mezzo albergo anche per le persone che sono già fuori dal carcere? Chi ha un impegno e un ruolo politico intervenga.
Il direttore del carcere di San Vittore Giacinto Siciliano ha riferito che dopo le rivolte del 9 marzo ci sono stati un centinaio di trasferimenti in altri istituti e nessun ingresso in custodia cautelare mentre sono in arrivo 28 smartphone e 10 postazioni Skype sono già attive per le comunicazioni dei detenuti con l'esterno. E a San Vittore proprio ieri è stato isolato un detenuto positivo al Covid-19.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 24 marzo 2020
A preoccupare è l'impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l'attuale emergenza. "Siamo in guerra contro un nemico invisibile". Istèresi. I fisici chiamano così il fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina.
Per analogia, numerosi analisti hanno prospettato il rischio di una "isteresi sociale e politica" alla fine della pandemia di coronavirus. A preoccupare è l'impiego disinvolto della narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l'attuale emergenza. "Siamo in guerra contro un nemico invisibile", hanno detto due leader di temperamento e visione opposti come Donald Trump e Emmanuel Macron.
La questione non è meramente linguistica. Di fronte all'estendersi rapido dei contagi, i vari esecutivi del mondo stanno adottando misure proprie di una situazione di conflitto, dalla chiusura allo schieramento dell'esercito. Il coronavirus, oltretutto, arriva in un momento di infatuazione collettiva verso l'autoritarismo populista, considerato più efficiente nella risoluzione dei problemi. In questo senso, l'epidemia finirebbe con il diventare un ulteriore fattore di crisi della democrazia. Certo, impatto e conseguente istèresi variano enormemente da contesto a contesto. In Paesi dalla solida tradizione democratica, i provvedimenti eccezionali sono previsti dalle Costituzioni in caso di situazioni gravi come quella attuale. Gli anticorpi sociali e politici dovrebbero, dunque, essere in grado di superare senza troppi traumi la parentesi. "Nessuno discute sulla forza maggiore.
Il punto è che quando un governo sviluppa nuove forme di controllo sociale, non gli è sempre facile tornare indietro", afferma Scott Radnitz, politologo della Washington University. Il Covid-19 rappresenta, dunque, uno snodo anche in termini di riflessione, una sorta di nuovo 11 settembre. L'ultima dimostrazione è arrivata da Israele, dove l'opposizione è insorta contro la decisione del premier, Benjamin Netanyahu, di tracciare i cellulari per verificare violazioni alla quarantena. Una commissione parlamentare di pronuncerà entro martedì al riguardo e, in caso, la Corte suprema bloccherà la misura.
Il problema maggiore restano, comunque, quegli esecutivi che già prima tendevano a stiracchiare a proprio piacimento istituzioni e garanzie individuali. "Il coronavirus è un'ottima scusa per i leader autoritari ansiosi di comprimere le libertà dei cittadini", afferma efficacemente Barzou Daraghi, analista anglo- iraniano di The Independent.
Dalla Manila isolata da domenica e presidiata dall'esercito, arrivano dunque denunce di abusi dei militari, già responsabili di 27mila uccisioni nel corso della "guerra alla droga" dichiarata dal presidente-sceriffo Rodrigo Duterte. Lo stesso accade nell'Iran degli ayatollah.
In America Latina, dati i trascorsi, i cittadini osservano con preoccupazione il dispiegamento delle forze armate, dal Perù a El Salvador. Nella Bolivia del dopo-Morales, in particolare, coprifuoco e militari rischiano di far il precario equilibrio raggiunto tra sostenitori e oppositori dell'ex leader. La situazione potrebbe surriscaldarsi ulteriormente se, come è probabile, il governo rinvierà le elezioni a causa dell'epidemia. Una istèresi dagli effetti imprevedibili.
askanews.it, 24 marzo 2020
L'appello della Presidente del Tribunale di Sorveglianza Di Rosa. Il Comune di Milano individui degli alberghi da mettere a disposizione di quei detenuti che possono beneficiare della detenzione domiciliare ma che non dispongono di un domicilio dove poter scontare la pena alternativa al carcere. È l'appello lanciato dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, durante la sua audizione davanti ai componenti della commissione carceri di Palazzo Marino.
Le sommosse dei detenuti scoppiate a Milano e in altre città italiane nelle scorse settimane hanno portato alla ribalta il "vecchio problema" del sovraffollamento delle carceri. "Come Tribunale di Sorveglianza - ha spiegato il magistrato - stiamo cercando di gestirlo disponendo misure alternative nel modo più rapido e tempestivo possibile", ad esempio concedendo la detenzione domiciliare a tutti i condannati a pene inferiore ai 18 mesi di carcere. Ma lo scoglio maggiore è rappresentato da quei detenuti che non dispongono di un proprio domicilio: "Il problema - ha argomentato Giovanna di Rosa - è che l'applicazione delle misure alternative presuppone un domicilio. Cominciamo a tirare fuori un domicilio per chi non ce l'ha e non pensiamo ai braccialetti elettronici".
Da qui la richiesta della presidente del Tribunale di Sorveglianza ai vertici di Palazzo Marino "di riuscire a trovare soluzioni abitative per queste persone. Ci sono richieste di domiciliari di detenuti a cui mancano 3 mesi di fine pena ma che non possono essere accolte. La gente fa la quarantena negli alberghi, perché non mettere a disposizione hotel anche per detenuti".
Per il momento, ha precisato ancora il magistrato, è arrivata l'adesione da parte della Diocesi di Milano, "ma si tratta di poche disponibilità di posti". Immediata la risposta della presidente della Commissione carceri di Palazzo Marino Anita Pirovano: "Mi faccio carico della richiesta e ne parlerò al più presto con l'assessore Gabriele Rabaiotti, sapendo che c'è un problema in più rispetto alle persone libere".
agenpress.it, 24 marzo 2020
Rientrava in carcere dopo essere stato ricoverato dal 2 marzo scorso in una struttura ospedaliera cittadina: al momento dell'ingresso, come previsto dai protocolli sanitari del Ministero della Salute e dalle circolari del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, è stato subito messo in isolamento precauzionale. Sottoposto a tampone, due giorni fa è risultato positivo.
È avvenuto al carcere di San Vittore, a Milano. Si tratta del diciassettesimo caso di positività al Covid-19 riscontrato fra i detenuti sull'intero territorio nazionale nell'ultimo mese, da quando, il 22 febbraio scorso, il Dap ha varato i primi provvedimenti per fronteggiare il rischio contagio. Di questi, poco meno di un terzo sono ricoverati in strutture ospedaliere, mentre la rimanente parte, quasi tutti asintomatici, si trova in isolamento all'interno di apposite camere di pernottamento, singole e dotate di bagno autonomo, poste in sezioni separate dal resto della popolazione detenuta. In alcuni casi, come ad esempio i due che si registrano a San Vittore, si tratta di detenuti che hanno contratto il virus all'esterno degli istituti penitenziari, mentre si trovavano ricoverati, per altri motivi, presso strutture sanitarie.
di Jasmine Ceremigna
sicurezzainternazionale.luiss.it, 24 marzo 2020
La Polonia sta valutando di dare la possibilità a un massimo di 20.000 detenuti di scontare la pena nella propria dimora, a causa dell'emergenza da coronavirus nel Paese. È quanto rivelato, lunedì 23 marzo, da Reuters, il quale ha specificato che la proposta è giunta dal Ministero della Giustizia, il quale mira a contenere la diffusione del coronavirus, attualmente diagnosticato in 684 cittadini della Polonia.
In totale, i detenuti nelle carceri del paese sono oltre 75.000, suddivisi in 172 carceri e centri di detenzione. Precedentemente, la possibilità di scontare la pena all'interno della propria dimora, sotto sorveglianza elettronica, era possibile per condanne di massimo un anno. Tuttavia, la proposta del Ministero della Giustizia prevede l'estensione anche alle sentenze con condanne fino a un massimo di 18 mesi. In caso di conversione in legge, la misura beneficerebbe circa 20.000 detenuti.
Attualmente, in via preventiva, le carceri del Paese hanno già interrotto le visite e le attività lavorative all'aperto dei detenuti. In alcune strutture, inoltre, i carcerati stanno seguendo corsi di cucito, per produrre mascherine e tute protettive utili al contenimento del contagio, data la carenza di dispositivi protettivi nel Paese. Per trovare un rimedio alla scarsità di mascherine e dispositivi medico-sanitari, la Polonia ha annunciato, il 18 marzo, di essersi rivolta alla Cina, la quale si è detta disposta a inviare oltre 10.000 test diagnostici per il coronavirus e decine di centinaia di dotazioni, tra cui mascherine, occhiali protettivi e protezioni per le calzature. Nello specifico, da un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri della Polonia si apprende che la Cina invierà 20.000 mascherine, 5.000 tute protettive, 5.000 visiere, 10.000 guanti medici monouso e 10.000 protezioni per le calzature.
Come la Polonia, anche la Bulgaria e la Serbia avevano chiesto aiuto a Pechino. Nello specifico, l'emergenza da coronavirus nel Paese balcanico è ancora contenuta, ma la Serbia si è sentita abbandonata dai leader dell'Unione Europea, di cui il Paese balcanico non è ancora membro, impegnati con Paesi più colpiti dal virus.
Ciò ha lasciato spazio alla Cina per dimostrare la sua solidarietà nei confronti dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, consentendo a Pechino di estendere il suo mezzo diplomatico correlato al coronavirus a una regione che negli ultimi anni è divenuta un campo da battaglia geopolitico per la definizione delle sfere di influenza di UE e Cina.
Nello specifico, secondo il South China Morning Post, dopo aver raggiunto livelli controllabili di diffusione del virus all'interno del proprio territorio, la Cina sta ora attuando la sua strategia diplomatica correlata al coronavirus nell'Europa centrale e orientale. Nello specifico, tale strategia si articola in modo binario. Da un lato vi è la fornitura di strumenti e dotazioni mediche, al prezzo di mercato o in via gratuita, ai Paesi maggiormente colpiti, come l'Italia e la Spagna.
all'altro lato, la Cina sta tenendo sessioni di condivisione di esperienze con Paesi meno sviluppati dell'Europa centrale e orientale, di cui 17 si sono uniti al formato "17+1". In tale contesto, un funzionario europeo, che ha rilasciato dichiarazioni in condizioni di anonimato, ha commentato che la Cina non potrà ospitare il formato 17+1 per via dell'emergenza legata al coronavirus. Eppure, la diffusione del virus stesso è diventata una opportunità per la Cina, la quale può puntare a costruire relazioni più forti con gli stessi Paesi.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 24 marzo 2020
Stefano Zamagni, economista e presidente della Pontificia Accademia delle scienze sociali: "Il governo ha sbagliato a non coinvolgere il non profit sin dall'inizio. Servono fondi nel prossimo decreto".
Scandisce bene le parole: "In questa crisi il Terzo settore avrebbe potuto e dovuto avere un ruolo di rilievo, invece non è stato minimamente coinvolto. Ed è stato un grave erro-re". Stefano Zamagni, economista e teorico dell'economia civile, primo presidente dell'agenzia del Volontariato e riferimento di tutti questi mondi, dalla sua Bologna analizza la situazione. "Durante l'emergenza fino a qui non si è voluto fare uso del principio di sussidiarietà da tutti acclamato come necessario. Se c'era un'occasione in cui il coinvolgimento degli Enti di Terzo settore era doveroso era proprio questo perché è in questi momenti che i corpi della società civile esprimono la loro massima potenzia di fuoco, come mi piace definirla".
Come, ad esempio?
"Penso, e ne ho già parlato, a realtà come Ant o come Vidas che seguono malati terminali, hanno una grandissima esperienza e personale altamente qualificato. Ant ha 500 tra medici e infermieri e loro stessi mi hanno detto che se li avessero chiamati si sarebbero messi a disposizione. Penso a tutta la rete di Ail, l'associazione per le leucemie e a tutto il volontariato ospedaliero. Fatte salve le misure di sicurezza, ma quanto sostegno avrebbero potuto dare a medici e infermieri già massacrati da turni e emergenza?".
Come si spiega questa "emarginazione" di tutto il comparto del Terzo settore?
"La sensazione è che sia stato considerato ruota di scorta perché in fondo continua a essere visto e vissuto in posizione subordinata".
Che messaggi raccoglie da enti, cooperative e imprese sociali?
"Anzitutto il rammarico per questa mancata chiamata in causa. E poi c'è una grande preoccupazione per il futuro. Pensi al problema delle donazioni: la stragrande maggioranza di queste realtà si regge sul fundraising, completamente fermo, e sulle donazioni che in questo momento si rivolgono ovviamente agli ospedali e alla Protezione civile. Come faranno con tutti i progetti già avviati e con il lavoro a sostegno di bambini, Neet, anziani, disabili, disoccupati, cooperazione internazionale?".
Proposte?
"Spiace dire che anche in questo caso il Governo ha perso un'occasione. Nel decreto da 25 miliardi a sostegno di imprese e famiglie e partite Iva, tutte iniziative sacrosante, andava inserito anche il Terzo settore. Mi auguro che si faccia con il prossimo decreto perché questi non sono figli di un Dio minore e il Paese sta correndo un enorme rischio".
Quale?
"Rischiamo di trovarci con un'Italia più povera dal punto di vista sociale e civile. E sarebbe davvero ironia della storia. Invece va affrontato fin da ora il tema di come si riparte: l'Italia è stata chiusa, ed è stato giusto farlo. Ma chiudere è più semplice che riaprire: allora chiediamoci da ora come si può garantire un tessuto sociale e come il Terzo settore può far fruttare in una fase così decisiva le proprie competenze, le reti, l'esperienza accumulata. In questo senso anche chi fa informazione, e quindi il Corriere con Buone Notizie, può avere un ruolo cruciale".
Professore, lei in questi giorni ha contatti con volontari e operatori sociali?
"Di continuo. Molti sono delusi per il mancato coinvolgimento, tutti sono preoccupati per il futuro ma c'è una grande tensione al futuro, una grande energia che mi auguro non vada dispersa".
Ricorda altri momenti di crisi come questo?
"Dal Dopoguerra il nostro Paese non ha mai attraversato una crisi così grave. Questa emergenza ha messo a nudo il fatto che le persone non soffrono solo per le malattie ma anche per la solitudine e l'incertezza. E per questo non si può chiedere l'intervento di ospedali e sanitari, che già stanno facendo miracoli. Per rispondere a questo enorme e diffuso senso di abbandono e di solitudine esistenziale sarà basilare attivare il Terzo settore che già ora si sta dando da fare sfruttando le potenzialità delle tecnologie e l'esperienza delle associazioni. Solo così supereremo insieme questa crisi socio-relazionale e potremo ripartire con un rinnovato tessuto sociale".
di Mariangela Mianiti
Il Manifesto, 24 marzo 2020
"Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Come in ogni sottrazione delle libertà, anche questi arresti domiciliari collettivi stanno producendo effetti non benefici, ma svelanti. Prima fase: si è ottimisti e si vede il lato positivo delle cose dicendosi "Resisterò, andrà tutto bene, ne usciremo". Seconda fase: si avvertono le prime mancanze. Terza fase: si va in depressione. Quarta fase: si sbrocca.
Se l'attuale stato di cose che prevede si possa uscire di casa solo per lavorare, andare in farmacia, fare la spesa mettendo in conto ore di fila, o fare il giro dell'isolato dovesse protrarsi a lungo, fra non molto si arriverà alla guerra civile, con la differenza che, invece di battersi per le strade per cambiare il mondo, si darà battaglia da un balcone all'altro per smania di controllo del vicino, altro che "Vogliamoci tutti bene".
I primi segnali di violenza serpeggiante li hanno già sperimentati quei malcapitati che, tornando a casa dopo un turno massacrante all'ospedale o da un lavoro considerato essenziale, si sono sentiti urlare dalle finestre: "Ma non l'hai capito che bisogna restare a casa? Stai a caaasa, cretino", e giù a filmare, fotografare e segnalare ai carabinieri il presunto disobbediente. Così come succede con il vino, questa costrizione sta tirando fuori il vero carattere delle persone, e non sempre è il migliore: biechezza anziché empatia, animus fascistoide piuttosto che spirito collaborativo, tendenza al rancore contro capacità di essere umani, godimento a farsi delatori invece che trasparenti.
Mia nonna, che in famiglia chiamiamo Highlander perché sta per compiere 106 anni e sta bene anche se negli ultimi tre non è più tanto lucida, al tempo in cui gestiva la sua osteria emarginava gli ubriachi cattivi rifiutandosi di servir loro da bere. Era una riduzione del danno che non risolveva il problema alla radice, però lo teneva a bada. Al prossimo che per sfogare le proprie frustrazioni vi grida addosso "Stai a casa cretino", invece di giustificarvi rispondetegli: "Ti mando su mia nonna e poi te la vedi con lei". Ve la do in prestito virtualmente, tanto quello mica può saper se l'ava Highlander è davvero vostra o no. Per la cronaca, la nonna si chiama Angiolina.
di Antonia Macaluso*
palermotoday.it, 24 marzo 2020
Appello ai governatori inviata via PEC: in un momento così drammatico di un'emergenza epocale, che cambierà per sempre le nostre vite non posso non pensare ai nostri utenti detenuti (attualmente1380) e a tutti gli operatori (circa 1.200) del Pagliarelli-Lorusso.
La nostra Associazione "Un Nuovo Giorno" fin dalla sua costituzione, assiste e si occupa di favorire l'inserimento socio-lavorativo delle persone fragili, vulnerabili ed emarginate, ad alto rischio di discriminazione e di esclusione sociale. In particolare l'associazione si occupa: dei detenuti reclusi al carcere Pagliarelli e delle loro famiglie, prestando assistenza carceraria e post carceraria con dei programmi di trattamento in un'ottica di riduzione del rischio di reiterazione del reato e di reinserimento socio/lavorativo attraverso le attività laboratoriali, stage presso aziende partner, sartoria teatrale, teatro, musica, etc., con un'équipe di soci volontari oggi continua costantemente la sua opera fuori e dentro il sistema penitenziario. Il Governo ha emanato diversi provvedimenti nati dall'urgenza coronavirus, e le carceri?
Tali provvedimenti non tengono conto, o per meglio dire, sono soluzioni inadeguate, poiché se scoppia un'epidemia, in carcere non sarà possibile gestire gli eventuali contagi: la diminuzione dei detenuti consentirebbe di poter gestire meglio una contaminazione.
Oggi più che mai, rivolgo una richiesta dettata dal cuore di chi opera tutti i giorni nel mondo carcerario, per lo meno attivatevi per la C.C. Pagliarelli-Lorusso (il 2° carcere per complessità gestionale) con:
mascherine per il personale (agenti, assistenti, educatori etc. attualmente 1200 circa);
igienizzante per le mani per i detenuti;
farVi portavoce con il governo per permettere di scontare la rimanente pena in detenzione domiciliare speciale e che sia concessa a chi ha un residuo di pena fino ad almeno due anni, e soprattutto senza tutte le altre limitazioni, in particolare relative all'art. 4 bis dell'Ordinamento Penitenziario.
fare il tampone a tutti i detenuti e a tutto il personale nel caso di contagio anche di un solo caso.
*Presidente Associazione "Un Nuovo Giorno"
albanianews.it, 24 marzo 2020
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto per fare fronte alla situazione dell'emergenza coronavirus anche nelle carceri albanesi. L'atto normativo prevede delle misure temporanee al fine di contrastare la diffusione delle infezioni dei coronavirus tra la popolazione carceraria, garantendo le condizioni per la difesa della vita e della salute dei condannati.
"L'isolamento temporaneo in casa" è un permesso speciale che si dà al condannato a causa dell'epidemia da Covid-19. Il condannato potrà restare temporaneamente in casa sua, in un'altra abitazione o presso altre strutture abilitate per l'accoglienza. Questa misura è prevista solamente per coloro che adempiano ai criteri previsti nel decreto.
"Malattia cronica che mette a rischio la vita" - I condannati che hanno malattie croniche che in concomitanza con Covid-19 possono mettere a rischio la vita del prigioniero possono ottenere questo permesso speciale.
I condannati possono ottenere un permesso speciale di tre mesi se in questo momento soddisfano i seguenti requisiti: è stato condannato in via definitiva e gli rimangono da scontare solamente tre anni di prigione; deve scontare una condanna non superiore a 5 anni; ha un'età pari o superiore di 60 anni; soffre di una malattia cronica, certificata dalla commissione medica secondo la legislazione vigente.
Il periodo in cui il condannato rimarrà in isolamento fuori dal carcere sarà calcolato come espiazione della pena. Non ne beneficiano le persone che sono state condannate per omicidio, crimini gravi, reati sessuali, rapimenti, crimini contro le autorità dello stato, e le persone che presentano alti rischi sociali o che mettono a rischio l'ordine pubblico e la sicurezza. Inoltre, anche i detenuti che non rientrano in queste categorie ma sono indagati per tali reati saranno esclusi da questi permessi. Sono esclusi anche coloro che hanno ricevuto misure disciplinari negli ultimi sei mesi.
- Medio Oriente. I detenuti palestinesi nelle carceri israeliane temono per le loro vite
- Stati Uniti. Coronavirus, fuori i detenuti che hanno commesso reati minori, anziani o malati
- Regno Unito. Coronavirus, la marina militare pronta operare nelle carceri
- Anche in Colombia il virus fa esplodere le carceri
- Congo. Covid-19: si teme un'ecatombe nelle carceri se non si interviene in tempo










