di Angelica Ratti
Italia Oggi, 25 marzo 2020
Da due settimane negli Stati americani più colpiti dal coronavirus le amministrazioni degli istituti penitenziari hanno deciso di liberare alcuni detenuti, confinandoli ai domiciliari, per ridurre l'affollamento delle prigioni (2,2 milioni di persone sono dietro le sbarre) e tentare, in questo modo, di limitare la diffusione del virus all'interno delle carceri a protezione anche del personale che vi lavora. Già centinaia di detenuti sono stati messi in quarantena e tra loro la pandemia di Covid-19 sta seminando il panico, mentre le visite dei famigliari sono state sospese in 37 Stati (in 15 Stati anche quelle degli avvocati).
Dalla prigione di Rickers Island di New York è partito l'allarme diretto al ministero della giustizia. A Los Angeles la popolazione carceraria è stata ridotta di oltre 800 persone (su un totale di 17.076) e gli arresti sono diminuiti da 300 al giorno a 60. Nell'Ohio, Kentucky, Texas, migliaia di detenuti anziani o in attesa di giudizio sono stati mandati ai domiciliari.
In California, il carcere di Santa Rita, uno dei più grandi dello Stato americano con 2.600 detenuti, ha deciso di liberare 314 prigionieri, secondo quanto ha riportato Le Monde. Per i detenuti è stato un regalo inaspettato del coronovirus anche se sono consapevoli di passare da un confinamento ad un altro dal momento che il governatore della California, Gavin Newson ha detto ai 40 milioni di abitanti del suo Stato di stare chiusi a casa. L'amministrazione del penitenziario di Santa Rita ha scelto di liberare chi aveva pene brevi da scontare, inferiori a 45 giorni, ma anche quelli che normalmente non avrebbe voluto rilasciare come alcuni carcerati che scontano pene per omicidio che hanno beneficiato di questa opportunità perché affetti da patologie croniche che aumentano i rischi in caso di contagio.
La pandemia di Covid-19 accelera la riforma penale avviata dall'ex presidente Barack Obama e proseguita da Donald Trump per riconsiderare il modello repressivo della guerra contro la droga degli anni 1980-90. Un gruppo di procuratori ha chiesto alla polizia di evitare di incarcerare i sospettati che non sono accusati di minacce fisiche e che non possono pagare la cauzione per la libertà provvisoria. Inoltre, hanno suggerito anche di liberare i detenuti di età superiore ai 55 anni che sono i più esposti al rischio di contagio.
di Mauro Valpiana* e Francesco Vignarca**
Il Manifesto, 25 marzo 2020
È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. La pubblicazione del Decreto della Presidenza del Consiglio relativo alle più recenti (e dure) limitazioni a causa del coronavirus, in particolare per le attività produttive, ha riservato una sorpresa non gradita a chi si occupa di disarmo. Tra le pieghe delle norme approvate viene infatti prevista la possibilità per l'industria della difesa di rimanere operativa, mentre invece la grande maggioranza delle aziende deve rimanere chiusa.
Sembra davvero che l'industria militare sia intoccabile, e che il governo Conte consideri la produzione di sistemi d'arma tra le attività strategiche e necessarie. Immediata la risposta di chi (come Sbilanciamoci, Rete Disarmo e Rete Pace) ha sottolineato l'insensatezza di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori con pericolo di ulteriore diffusione del contagio solo per non intaccare i profitti dell'industria delle armi. È incomprensibile come il governo non abbia il coraggio di ordinare questo stop, se addirittura il presidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, ha dichiarato: "Fino a poco tempo fa era considerata strategica l'industria bellica, adesso abbiamo capito che non ce ne frega niente, meglio avere una provetta, un respiratore".
Positive sono state le immediate reazioni dei sindacati, che hanno condotto a diversi scioperi spontanei anche in aziende a produzione militare, a testimonianza del fatto che sempre più spesso sono lavoratori e lavoratrici i primi a vedere chiaramente quali dovrebbero essere le scelte più utili per il Paese. Perché da questa tragica emergenza dobbiamo uscire con prospettive e scelte che si allontanino dalle logiche che hanno determinato la riduzione degli investimenti sanitari (passati dal 7% del Pil al 6,5%) mentre lievitava una spesa militare ormai stabilmente oltre l'1,4%.
Abbiamo bisogno di una reale alternativa, che non può essere che nonviolenta (e quindi di disarmo). Ma cosa c'entra la nonviolenza con l'emergenza sanitaria da Covid-19? C'entra, eccome, perché è scelta non solo etica e morale. La politica della nonviolenza ha senso pieno proprio oggi; "altrimenti non so che farmene", diceva Gandhi, che la pensava come strumento per trovare il pane per gli affamati, come oggi dobbiamo trovare posti letto per i malati.
È una nonviolenza che ha radici antiche. Pensiamo a Raoul Follerau che chiedeva a gran voce "il costo di un giorno di guerra per la pace" o ad Albert Schweitzer che già all'inizio del Novecento comprese il legame stretto tra spese militari e investimenti in salute. Fino a ieri sembravano due sognatori utili solo per farne santini da parrocchia, ma hanno invece anticipato di un secolo quel che oggi, messi al muro dall'evidenza, anche governanti europei sovranisti sono costretti ad ammettere: meglio avere un respiratore automatico in più, e una bomba o un missile in meno.
È evidente a tutti (tranne che a certi manager e a certi politici): abbiamo bisogno di caschi per la respirazione ventilata, non di caschi per i piloti degli F-35. Abbiamo bisogno di posti letto di terapia intensiva, non di posti di comando nelle caserme. L'industria bellica non è un settore essenziale e strategico: questa può essere l'occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria (in primo luogo verso produzioni sanitarie).
Per la prima volta, forse, con il nuovo mondo nato dopo il conflitto mondiale che ha sconfitto il nazismo, e fatto nascere l'Onu, ci si rende conto che persino l'economia mondiale, viene dopo la salute individuale.
È una rivoluzione impensabile fino a qualche settimana fa. E tutti capiscono che per tutelare la salute propria e delle persone care, figli, nipoti, amici, è assolutamente indispensabile avere un sistema sanitario pubblico che funzioni. In Europa, nel bene e nel male, ce l'abbiamo, con pregi e difetti; là dove, invece, la sanità è considerata una merce come altre l'impatto della pandemia sarà ancora più devastante.
Per questo l'impegno delle reti e movimenti italiani per la Pace e il Disarmo si basa da tempo sulla richiesta di una drastica riduzione delle spese militari, a favore di quelle sociali. Si tratta dell'obiettivo politico principale della Campagna per la "Difesa civile, non armata e nonviolenta". Quando diciamo: "Un'altra difesa è possibile", significa che è necessario e ormai inderogabile invertire la rotta. Finché non sarà a disposizione delle nostre istituzioni anche una scelta possibile di azione non armata e nonviolenta sarà facile il ricatto di chi chiede soldi per le strutture militari e per le armi.
*Presidente del Movimento Nonviolento
**Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2020
Sospensione della prescrizione ma nessuno stop per i procedimenti in cui sono state adottate misure cautelari con termini in scadenza. Dalla Corte di cassazione arrivano le prime indicazioni operative alla luce delle ricadute sui giudizi penali del Dl 18/2020, che ha esteso al 15 aprile il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini, ferma la possibilità per i capi degli uffici giudiziari di prolungare la sospensione.
Chiarimenti quanto mai opportuni visto che la norma non è "tarata" in particolare sul giudizio di legittimità. La Suprema Corte precisa che le udienze di rinvio dovranno essere fissate in una data che assicuri che il termine con "computo a ritroso possa essere interamente sfruttato, tenendo conto a tal fine della porzione di esso eventualmente trascorsa al di fuori del periodo di sospensione". La prima importante eccezione alla sospensione riguarda i procedimenti in cui solo state adottate misure cautelari con termini massimi in scadenza.
Inoltre, la sospensione dei termini e il rinvio d'ufficio delle udienze non è applicabile nel caso in cui i detenuti o i difensori chiedano di procedere. Ancora una precisazione è per la nozione di misure cautelari, nella quale rientrerebbero le personali, detentive, non detentive, e interdittive, nonché le misure cautelari reali, mentre sarebbero fuori i sequestri probatori e i Daspo. Chiarimenti anche sui procedimenti cumulativi in cui solo uno o alcuni detenuti chiedano la trattazione. In tal caso l'esigenza di tutelare la salute pubblica impedirebbe di far partecipare al giudizio persone, anche detenute, che non abbiano richiesto di evitare il differimento.
La Cassazione precisa che, ferma restando la verifica della possibilità o meno di rinviare i procedimenti con detenuti a data successiva al 30 giugno 2020, pare corretto affermare che la sospensione della prescrizione e dei termini non possa in ogni caso sforare la data del 30 giugno 2020. Per l'ufficio del massimario dalla lettura congiunta degli articoli 83, commi 4, 7 lettera g), e 9, scaturirebbe il seguente regime: fino al 15 aprile 2020 opererebbe la sospensione della prescrizione e dei termini previsti per la custodia cautelare e per le misure coercitive diverse (articoli 303 e 308, del Codice di rito penale); mentre non è sospeso il solo termine massimo (articolo 304, comma 6).
Nel periodo tra il 15 aprile ed il 30 giugno 2020 permarrebbe la sospensione della prescrizione e dei termini sempre con l'eccezione di quelli previsti dall'articolo all'articolo 304. Dopo il 30 giugno 2020 dovrebbe riprenderebbe l'ordinaria decorrenza sia della prescrizione che dei termini di fase per le misure cautelari e dei termini processuali per le decisioni ad essere relative. Proprio ieri la settima sezione penale della Cassazione ha deciso da remoto ricorsi relativi a detenuti per i quali i termini massimi di custodia cautelare erano in scadenza.
di John Robbiani
cdt.ch, 25 marzo 2020
Annullate buona parte delle attività lavorative e, soprattutto, le visite dei familiari - Il direttore: "È la misura che ho preso più a malincuore" - Detenuti e personale uniti per non fare entrare il virus: "Gli ospiti hanno dimostrato un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa". "La situazione è cambiata in modo drastico". Sono parole di Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. È a lui che ci siamo rivolti per capire come l'emergenza coronavirus ha cambiato le giornate all'interno delle prigioni.
Il carcere infatti, nonostante sia per antonomasia un luogo di isolamento (dall'esterno), non è rimasto immune all'emergenza e in queste settimane ai detenuti (tra cui al momento non si registrano casi di positività al virus) sono stati imposti sacrifici. "La situazione - spiega Laffranchini - viene monitorata costantemente dal nostro servizio medico. Siamo in ogni caso pronti sia dal profilo logistico, sia da quello procedurale, a gestire l'epidemia nel caso in cui dovesse diffondersi. Per preservare il personale, abbiamo inoltre messo in atto anche da noi le misure varate dal governo, limitando le attività (e conseguentemente le risorse necessarie) all'indispensabile e prevedendo la possibilità, per parte del personale, di lavorare da casa tenendosi pronto a raggiungere il posto di lavoro entro sessanta minuti".
Niente visite, ma più ore d'aria - Ma come è mutata la vita dei detenuti? "La situazione è cambiata in modo drastico, e la necessità di preservare la popolazione carceraria dal contagio mi ha purtroppo costretto a sospenderne alcuni diritti. I congedi verso l'esterno e ogni tipo di visita sono stati sospesi, quando normalmente ogni detenuto beneficia, in regime normale, di 7 ore di colloquio mensili. Ammetto che questa è stata la misura che ho preso più a malincuore, in quanto la risocializzazione dei detenuti passa dal mantenimento delle relazioni e dei propri contatti sociali. Ogni detenuto vive inoltre la stessa situazione del resto della popolazione, con parenti, anche vulnerabili e anziani, che ora non può più vedere o incontrare, una situazione che ne accresce la preoccupazione". Ma c'è di più. "Anche gran parte delle attività lavorative e tutte le formazioni sono state sospese, sia per l'impossibilità di garantire il concetto di distanza sociale, sia per mancanza di lavoro; riverbero del blocco di gran parte delle attività produttive deciso dal Governo. Non vi sono per contro state limitazioni alla libertà di movimento dei detenuti. Anzi, la stessa è stata ampliata. Questo per estendere la superficie di movimento e ridurre la densità delle persone, nel rispetto sempre del concetto di distanza sociale".
"Ho riscontrato maturità" - È dunque un periodo di detenzione più duro (anche solo dal punto di vista psicologico) del solito? "Per i motivi che ho accennato in precedenza, e per l'inattività forzata e l'impossibilità di intrattenere contatti di persona con i propri cari, la situazione per i detenuti non è affatto semplice. Eppure ho riscontrato una maturità, una presa di coscienza e un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa.
La crisi sta in qualche modo unendo popolazione carceraria e personale, che solidalmente si sentono unite nel tentativo di preservare le strutture dal contagio o, anche se questo dovesse avvenire, nel gestirlo nella calma e con responsabilità. Questo è stato possibile grazie a un dialogo continuo con l'insieme dei detenuti, ed è qualcosa che mi serve da insegnamento per il futuro. La gestione della quotidianità di un carcere non forzatamente deve essere comunicata tramite una circolare interna, ma può essere, nel limite del possibile, condivisa: anche in situazioni normali, le scelte gestionali più drastiche, se spiegate compiutamente e dovutamente, rispondendo immediatamente ai dubbi dei detenuti, potrebbero venir comprese e rispettate più responsabilmente".
Attaccamento al lavoro - E come stanno reagendo invece gli agenti di custodia? "Stanno dimostrando un attaccamento alla professione che non mi sorprende. Non è la prima volta che, in situazione di crisi, posso contare su collaboratori che danno tutto per il bene delle strutture carcerarie. Alcuni sollevano legittimi dubbi, perplessità e timori, ma grazie al rapporto di fiducia preesistente instauratosi con i superiori, con la direzione, con il servizio medico e con l'Ufficio dell'Assistenza Riabilitativa ne parlano apertamente, dando modo ai vari servizi di fornire loro le necessarie risposte in tempo reale". E per la sezione aperta? Immaginiamo che i detenuti che aveva una possibilità di lavoro esterno oggi non possono più svolgerla.
"I congedi verso l'esterno dalla sezione aperta - spiega Laffranchini - sono stati sospesi, mentre chi lavora per un datore di lavoro continua a farlo, sempre che l'attività non sia stata sospesa. Sei detenuti continuano a essere impiegati all'azienda agricola Orto, in quanto operativa in un'attività considerata essenziale. Occorre però immaginarsi le condizioni della sezione aperta quasi come quelle "domestiche": a parte l'impossibilità di lasciare l'edificio e di rimanere con i propri cari, i mezzi di comunicazione, la libertà individuale, eccetera fanno sì che le condizioni dei detenuti non si discostino molto dal cittadino comune costretto a rimanere a casa".
di Giorgio Doninelli
tio.ch, 25 marzo 2020
L'ex carcere di Horgen sarà trasformato in una sorta d'infermeria. Il canton Zurigo ha deciso di utilizzare la prigione di Horgen - chiusa lo scorso dicembre - per trasferirvi i detenuti positivi al coronavirus che necessitano di cure. È prevista una collaborazione con altri cantoni. La prigione di Horgen sarà trasformata a titolo preventivo in una sorta di infermeria per i detenuti malati di Covid-19, ha fatto sapere l'ufficio cantonale per l'esecuzione delle pene, confermando una notizia della radio svizzero tedesca Srf1.
Ancora non si sa quanti letti disporrà il nuovo reparto nella prigione di Horgen. Ci si trova ancora in fase di pianificazione, affermano le autorità zurighesi. In linea di principio, i detenuti infetti vengono curati nei penitenziari dove stanno scontando la loro pena. Ad Horgen saranno trasferiti i detenuti che necessitano di cure più intensive. Non sono ancora disponibili dati sui detenuti contagiati nel canton Zurigo o in Svizzera. Ci sono "casi isolati", sia tra i detenuti che tra i dipendenti, ha risposto a precisa domanda la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia (Cdcgp). Per non mettere in pericolo la sicurezza e l'ordine nelle prigioni, la Cdcgp non fornisce alcun dettaglio e si limita a dire che al momento non sono note "concentrazioni rilevanti". In tutte le carceri colpite, la cura e il trattamento delle persone contagiate sono garantiti.
sputniknews.com, 25 marzo 2020
In Francia il ministero della Giustizia autorizzerà il rilascio dei detenuti al termine della loro pena nei prossimi giorni. L'obiettivo è evitare un sovraffollamento delle prigioni durante il periodo di quarantena.
Secondo Franceinfo, il Ministero della Giustizia acconsentirà all'uscita di prigione di circa 5.000 detenuti. Questa decisione è stata presa in una riunione di lunedì 23 marzo tra l'ufficio e i sindacati delle guardie carcerarie al fine di facilitare la quarantena nelle carceri durante l'epidemia del coronavirus. In particolare i giudici autorizzeranno la liberazione dei detenuti incarcerati per reati minori e hanno dimostrato una buona condotta durante la custodia. Le punizioni del tipo "braccialetto elettronico" non saranno possibili nel prossimo futuro, perché gli specialisti tecnici non lavoreranno durante la quarantena.
Venerdì, il ministro della Giustizia Nicholas Belloube ha dichiarato a Franceinfo che "verrà fatto, da un lato, per i detenuti malati che hanno altre malattie oltre al coronavirus, e dall'altro, per le persone che devono scontare meno di un mese di pena possiamo procedere alla loro liberazione". Inoltre il ministero della Giustizia francese ha anche dichiarato di "aver ordinato di non eseguire condanne penali brevi" al fine di ridurre il rischio di una crisi sanitaria se il coronavirus si diffondesse nelle carceri, riporta Franceinfo.
mondoemissione.it, 25 marzo 2020
Il boia si è fermato in Texas, ma in Pennsylvania - nonostante un'ingiunzione del giudice - le autorità carcerarie non vogliono sottoporre a un test un detenuto nel braccio della morte che presenta sintomi di possibile coronavirus. Intanto proprio in queste ore il Colorado è diventato il ventiduesimo Stato ad abolire la pena capitale. L'emergenza Coronavirus è ormai esplosa in tutta la sua drammaticità anche negli Stati Uniti, con oltre 40mila casi e un numero di morti che aumenta in maniera molto rapida (siamo già abbondantemente sopra i 500). L'allarme è particolarmente grave a New York ma coinvolge anche tutti gli altri Stati. ma c'è un punto di osservazione del tutto particolare da cui osservarlo: quello dei detenuti che si trovano nel braccio della morte. Proprio mentre in tutto il mondo si lotta per salvare delle vite, che cosa sta succedendo a queste persone?
A fare da punto di riferimento per le notizie su di loro è ancora una volta sister Helen Prejean la religiosa la cui storia di accompagnamento ai detenuti condannati a morte dai tribunali americani è stata raccontata dal celebre film Dead Man Walking. È stata lei a dare per prima la notizia che il Texas - lo Stato che da anni detiene il triste record delle esecuzioni capitali negli Stati Uniti - ha sospeso le due condanne a morte che avrebbero dovuto svolgersi proprio in questi giorni. Le autorità giudiziarie locali sono intervenute all'ultimo momento con una sospensiva di 60 giorni che ha per il momento risparmiato la vita a John Hummel e Tracy Beatty, due detenuti per cui l'iniezione letale era fissata rispettivamente per il 18 e il 25 marzo. Paradossalmente è stata proprio la macabra liturgia delle esecuzioni capitali a risparmiare loro la vita: il giudice ha motivato infatti il rinvio sostenendo che in tempo di Coronavirus può essere pericoloso per le guardie carcerarie, i familiari delle vittime, i cappellani e i giornalisti che assistono all'esecuzione.
In Pennsylvania invece c'è grande preoccupazione per un altro detenuto - Walter Ogrod, 55 anni - che si trova nel braccio della morte e ella sua cella ha mostrato sintomi che fanno pensare possa aver contratto il Coronavirus. L'amministrazione penitenziaria non vuole però non vuole sottoporlo a un test. Per questo motivo un giudice di Philadelphia ha emesso un'ordinanza in cui chiede che il detenuto venga trasferito in una struttura sanitaria. Ma la direzione del carcere continua opporre resistenza e la questione resta aperta. "È una scelta che espone anche gli altri detenuti e il personale del penitenziario a gravi rischi", protesta sister Prejean.
In queste ore, però, indipendentemente dal Coronavirus, sempre dagli Stati Uniti è giunta la notizia di un altro Stato che ha scelto di abolire il ricorso alla pena capitale: il governatore del Colorado Jared Polis ha firmato una legge che abolisce le esecuzioni capitali e ha commutato in un ergastolo la pena per tre detenuti che si trovavano attualmente nel braccio della morte.
Il Colorado diventa così il ventiduesimo dei cinquanta Stati americani ad aver abolito la pena di morte. Il gesto ha un valore soprattutto simbolico: dal 1976 a oggi il Colorado aveva eseguito una sola sentenza capitale. Resta però il segnale di un trend che vede da tempo la pena di morte in frenata negli Stati Uniti: secondo i dati del Pew Research Center anche tra gli Stati che tuttora la mantengono nel loro ordinamento un terzo non l'ha mai applicata negli ultimi dieci anni.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 marzo 2020
Ventuno organizzazioni umanitarie e per i diritti umani (l'elenco è in fondo a questo post) hanno chiesto al governo della Grecia di ridurre immediatamente la congestione di migranti e richiedenti asilo nei Centri di accoglienza e identificazione (Cai) nelle isole dell'Egeo, onde evitare una crisi della salute pubblica nel contesto dell'attuale pandemia da Covid-19.
Migliaia di persone - anziani, malati cronici, bambini e minori non accompagnati, donne incinte, neo-mamme e disabili - sono intrappolate sulle isole greche in condizioni deplorevoli e di sovraffollamento estremamente pericolose. Costringere i richiedenti asilo a rimanere in una situazione che viola i loro diritti umani e che mette in pericolo la loro salute, il loro benessere e la loro dignità non può essere giustificato da alcuna ragione sanitaria. Il 17 marzo il governo greco ha annunciato l'adozione di misure per prevenire la diffusione del Covid-19 nei Cai delle isole dell'Egeo: in sintesi, la quarantena di questi centri, con migliaia di migranti e richiedenti asilo intrappolati al loro interno.
Tali misure, secondo quanto dichiarato dal ministero per l'asilo e la migrazione, prevedono il fermo di tutte le attività e di tutte le strutture speciali allestite nei Cai, come l'educazione informale, e la sospensione per due settimane delle visite e della fornitura di servizi essenziali da parte delle organizzazioni e delle agenzie di aiuto umanitario. Sono stati predisposti rigidi controlli sia sui movimenti in uscita dai Cai, persino per reperire alimenti, sia sulla circolazione interna senza una valida ragione.
Il 22 marzo il primo ministro greco ha annunciato il divieto di "tutti i movimenti non necessari" sul territorio nazionale. A quella data, la popolazione dei Cai sulle isole di Lesbo, Samo, Chio e Lero era di 37.427 persone, superiore di 31.400 unità rispetto alla capienza massima prevista di 6095. Le condizioni in questi centri non possono essere considerate idonee per vivere in modo dignitoso e umano. L'accesso all'acqua corrente, ai gabinetti e alle docce è limitato, l'attesa in fila per la distribuzione del cibo dura ore, non vi è numero sufficiente di medici e infermieri.
Pertanto, è pressoché impossibile rispettare le linee-guida per la protezione dal Covid-19. In questo modo, le persone corrono un elevato rischio di essere esposte alla trasmissione del virus. Le 21 organizzazioni umanitarie e per i diritti umani chiedono al governo greco di adottare provvedimenti per prevenire la diffusione del Covid-19 e di preparare un piano d'emergenza a attuare non appena sia riscontrato il primo caso di positività nei Cai.
Se e quando si verificasse, una quarantena che intrappolasse migliaia di persone sane in campi affollati accanto a persone positive, aggiunta all'assenza di un'adeguata e appropriata presenza di personale medico, provocherebbe quasi certamente la morte evitabile di numerose persone. Le 21 organizzazioni chiedono pertanto al governo greco di adottare una serie di misure per ridurre il rischio di contagio da Covid-19 nei Cai e per contribuire a proteggere la salute pubblica collettiva, tra cui:
- trasferire le persone che si trovano attualmente nei Cai in strutture più piccole situate sulla terraferma, come appartamenti e alberghi, dando priorità agli anziani, ai malati cronici e a quelli che versano in condizioni di salute critiche, ai disabili, alle donne incinte, alle neo-mamme e ai loro bambini, ai bambini e ai minori non accompagnati;
- adottare misure speciali per garantire accesso universale e libero ai servizi di salute pubblica per i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, senza alcuna discriminazione e compresi i tamponi e le cure per i positivi al Covid-19;
- informare tutti i residenti nei Cai, in tutte le lingue necessarie e in modo comprensibile anche dalle persone con disabilità, su come prevenire il contagio da Covid-19 e su cosa fare se avvertiranno sintomi del contagio;
- assicurare che siano a disposizione misure quali l'isolamento volontario e la quarantena e la presenza di personale medico adeguatamente formato e dotato di maschere protettive;
- venire incontro alle specifiche necessità delle persone che vivono in insediamenti informali nei pressi dei Cai, che possono avere problemi ancora più acuti in termini di mancanza di acqua, prodotti e servizi igienico-sanitari e raccolta dei rifiuti;
- garantire che fino a quando i Cai non saranno decongestionati, siano disponibili e presenti medici e infermieri in numero adeguato così come personale specializzato nella salute mentale. Ove possibile, questi servizi potrebbero essere forniti da remoto.
Le organizzazioni che hanno sottoscritto l'appello al governo greco sono le seguenti:
Action Aid Hellas, Amnesty International, Arsis - Association for the Social Support of Youth, Defence for Children International Greece, Elix Ngo, Greek Forum of Refugees, Help Refugees / Choose Love, Hias Greece, HumanRights360, Human Rights Watch, International Rescue Committee, Jesuit Refugee Service Greece (JRS Greece), Legal Centre Lesvos, Médecins du Monde - Greece (MdM-Greece), Network for Children's Rights, Praksis, Refugee Legal Support, Refugee Rights Europe, Refugee Support Aegean, Solidarity Now e Terre des hommes Hellas.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 25 marzo 2020
Con la stagione delle piogge si temono nuovi contagi. L'allerta dell'inviato Onu: se arriva il coronavirus qui sarà una tempesta perfetta. Lo stallo delle trattative e l'attendismo saudita. Un'epidemia già in corso e una pandemia che rischia di indebolire ulteriormente il Paese più povero del mondo arabo mentre non si fermano i bombardamenti che da cinque anni colpiscono la popolazione e che hanno fatto fin qui 100 mila vittime. È la fotografia drammatica dello Yemen che entra oggi nel suo sesto anno di conflitto e che, sebbene non abbia ancora registrato alcun caso di Coronavirus, è più esposto di altri alla crisi sanitaria globale data la mancanza di strutture sanitarie.
L'arrivo della stagione delle piogge rischia di provocare, nelle prossime settimane, un nuovo esponenziale picco di colera in Yemen. Da inizio anno sono più di 56 mila le persone contagiate, e oltre 2,2 milioni dal 2017. Nel 2019, si era già registrato il secondo più alto aumento di contagi dallo scoppio dell'epidemia: oltre 860 mila casi sospetti, con oltre mille vittime, poco meno del milione registrato nel 2017.
"Mentre il sistema sanitario è ormai al collasso, con solo la metà delle strutture in funzione in tutto il paese a causa dei bombardamenti e degli scontri degli ultimi anni, il numero di contagi potrebbe aumentare con l'arrivo della stagione delle piogge in aprile", spiega Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. Dopo aver registrato nel 2017 il più alto numero di casi di colera, il nord dello Yemen, rimane la zona a maggior rischio per la quasi totale mancanza di fonti d'acqua pulita, soprattutto nei cinque governatorati di Sana'a, Hajjah, Houdeida, Taiz e Dhamar. Un'epidemia che quindi dall'aprile del 2017 - quando sfuggì subito dal controllo contagiando 360 mila persone nei primi tre mesi - continua a dilagare nel Paese con il numero di casi che sono tornati a salire l'anno scorso, dopo una leggera flessione nel 2018.
"La popolazione dello Yemen ancora una volta deve affrontare una prova durissima, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. - continua Pezzati - La mancanza di acqua e cibo espone la popolazione, soprattutto le comunità più povere e vulnerabili, ad epidemie come questa. 10 milioni di persone sono sull'orlo della carestia, più di 17 non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienico sanitari". La proiezione di Oxfam è che potrebbero esserci poco più di 1 milione di casi nel 2020. Inoltre negli ultimi 5 anni si sono verificati, secondo i dati dell'Oms e dei suoi partner, oltre 142 attacchi su ospedali e strutture sanitarie.
Secondo Save the Children il colera colpisce in particolare modo i bambini: la Ong ha reso noto che più di 190 bambini sono morti di colera dall'inizio dell'anno e che 9 milioni di minori sono senza accesso all'acqua potabile. Tra loro la storia del piccolo Khalid, un neonato di soli 70 giorni nato nel governatorato di Hadramawt, territorio isolato dal resto del paese a causa dell'assenza di collegamenti stradali, un accesso reso quasi impraticabile anche alle organizzazioni umanitarie. Khalid è malnutrito, il tempo è un orologio che batte sulla sua vita in pericolo. Con delle cliniche mobili, la Ong Intersos è riuscito a raggiungere Khalid, visitarlo, e avviare le cure necessarie per farlo tornare in salute.
"Il conflitto in Yemen entra nel suo sesto anno e una soluzione in grado di alleviare le sofferenze della popolazione appare ancora lontana - sottolinea Kostas Moschochoritis, segretario Generale di Intersos - Milioni di yemeniti sono più affamati, più malati e versano in condizioni peggiori di un anno fa. Per molti, l'aiuto umanitario rappresenta l'unica ancora di salvezza.
In questo momento circa 900 operatori di Intersos, yemeniti e internazionali, sono in prima linea per portare aiuto ai più vulnerabili. Quella per salvare vite umane è spesso una corsa contro il tempo. Per questo, nel quinto anniversario della guerra, vogliamo lanciare un appello chiaro: non abbassiamo l'attenzione su quanto sta avvenendo, la guerra non resta a casa, e l'azione umanitaria non si ferma, anzi, va sostenuta e intensificata".
Per quanto riguarda la pandemia di Coronavirus, fin qui lo Yemen non ha fatto registrare ufficialmente nessun caso. Tuttavia è chiaro come l'assenza di casi positivi possa ricondursi alla totale assenza di controlli e di strutture dove poter effettuare i tamponi. "Se questo virus dovesse arrivare in Yemen sarebbe una tempesta perfetta", ha dichiarato il rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Altaf Musani. Musani ha anche spiegato come attualmente lo Yemen abbia una capacità di test pari a 200 tamponi.
Per fare fronte all'emergenza lunedì scorso le autorità Houthi che controllano il nord del Paese hanno dichiarato di aver chiuso i confini terrestri con parti dello Yemen controllate dal governo per due settimane tranne che per il traffico merci. La scorsa settimana hanno poi fermato i voli delle Nazioni Unite dall'atterraggio all'aeroporto di Sana'a, gli unici aerei autorizzati dalla coalizione a guida saudita, che controlla lo spazio aereo.
Sia gli Houthi che il governo sostenuto a livello internazionale hanno spinto i viaggiatori all'auto-quarantena. Il governo di Aden ha anche ordinato la chiusura delle scuole. Ma non basta. "In un momento in cui il mondo sta affrontando una pandemia, l'attenzione delle parti in conflitto deve cambiare" e spostarsi dal conflitto verso la tutela della sicurezza sanitaria, ha tuonato l'inviato speciale dell'Onu nel paese, Martin Griffiths. "I pericoli dovuti al #Covid19 rendono ancora più urgente il rilascio di tutti i prigionieri di guerra - ha aggiunto - Le parti devono consentire alle persone di tornare a casa in sicurezza".
di Daniele Priori
Il Riformista, 24 marzo 2020
Sono 13mila i detenuti in sovrannumero nelle carceri italiane e, in quanto oggettivamente fascia più debole a livello sociale, maggiormente a rischio in questo momento di pandemia da Covid-19. Il Partito Radicale non molla di un centimetro e torna oggi, per bocca del segretario Maurizio Turco e della tesoriera Irene Testa, a rivolgersi al Capo dello Stato chiedendo una inedita (ma non del tutto) grazia di massa.
La richiesta arriva con una lettera al presidente Mattarella che segue di pochissimi giorni gli appelli della scorsa settimana di Rita Bernardini e dell'associazione Nessuno Tocchi Caino per gli arresti domiciliari, l'indulto e l'amnistia, sostanzialmente ad oggi disattesi, tanto da necessitare una denuncia a carico del Guardasigilli, Alfonso Bonafede per procurata epidemia colposa.
"Abbiamo scritto al Presidente della Repubblica a seguito del suo intervento per garantire dignità nelle carceri e, visto il silenzio del Governo, prospettargli una iniziativa che possa raggiungere almeno l'obiettivo di liberare i 13mila detenuti in sovrannumero rispetto alla capienza prevista dalla legge".
"Al Presidente Mattarella chiediamo di operare al più presto un massiccio esercizio del potere di grazia a partire dal valutare con disponibilità, attenzione e celerità le istanze di grazia che Le sono state sin qui avanzate e che lo saranno nei prossimi giorni. E agli avvocati di avanzare con la massima urgenza le richieste" dichiarano i due portavoce radicali.
"Nei giorni scorsi il gip distrettuale di Catanzaro ha posto agli arresti domiciliari un detenuto in attesa di giudizio con l'accusa di associazione mafiosa perché, in caso di coronavirus, la struttura penitenziaria di Lanciano, dove era ristretto, non sarebbe in grado di curarlo e, essendo stato in passato operato per altre gravi patologie, alto sarebbe il rischio di decesso e "si imporrebbe un immediato ricovero in una struttura specializzata in terapia intensiva" si legge nella lettera.
"L'articolo 123 del decreto-legge n. 123 del 2020 poco o nulla fa per alleviare tale carico, che richiederebbe misure di assai più incisiva portata, in una situazione tanto straordinaria come l'attuale, nella quale ci sono stati già dieci contagi, un agente di polizia penitenziaria ed un medico carcerario" prosegue la missiva.
"Per questi motivi occorre dare corso a tutti gli strumenti di deflazione carceraria esistenti nel nostro ordinamento: gli atti di clemenza di competenza parlamentare (amnistia e indulto) restano la prima richiesta del Partito radicale, ma non ci nascondiamo che nelle Sue dirette competenze vi è il potere di grazia e che esso può contribuire alla risoluzione delle criticità sopra denunciate".
"In una situazione di emergenza nazionale come il secondo dopoguerra, due Suoi predecessori - Einaudi e Gronchi - adottarono varie centinaia di decreti cumulativi di grazia, riferibili complessivamente a 20mila persone. Sappiamo che la prassi successiva del Quirinale è mutata e che i principi costituzionali sono meglio serviti dall'istruttoria individuale e dall'atto di clemenza rivolto alla singola persona.
Purtuttavia - aggiungono Turco e Testa - il Ministro della Giustizia non si fa carico di questa emergenza come dovrebbe, anche in questo campo: siamo perciò a rammentarle che la Corte Costituzionale (con sentenza n. 200 del 3 maggio 2006) riconfermò al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia; pur assegnando al ministro guardasigilli il diritto di 'rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento'. la Corte negò al Guardasigilli la possibilità di "rifiutarsi di dare corso all'istruttoria e di concluderla".
Al presidente della Repubblica, dunque, l'ultima parola in una vicenda delicata che - come tutte di questi tempi - incrocia emergenza sanitaria, diritto e diritti dei cittadini, in questo caso dei più deboli in assoluto che tuttavia, come proprio Mattarella ha ricordato rivolgendosi alle detenute e ai detenuti delle carceri del Nord Est, fanno parte delle collettività.
Una pietra su cui fondare la speranza di un positivo ancorché tardivo ritorno a una "epidemia di diritto", doppiamente necessaria a limitare l'aumento del contagio.
Firma l'appello: https://www.change.org/p/tutti-dramma-carceri-e-coronavirus-firma-l-appello-al-governo-di-camere-penali-e-riformista










