Il Dubbio, 25 marzo 2020
L'appello dell'Unione Camere Penali. Nelle carceri va evitata un'apocalisse da Covid-19. Prima che sia troppo tardi. Quando un'emergenza incrocia un'altra emergenza il rischio di una tragedia diventa concreto. E con un sovraffollamento carcerario che supera le 13.000 unità, se il Covid-19 attecchisse nei luoghi di detenzione, il rischio sarebbe reale.
di David Allegranti
Il Foglio, 25 marzo 2020
L'Oms ha stilato le regole per controllare la diffusione del contagio in carcere, ma il sovraffollamento impedisce di osservarle. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Covid-19 nelle carceri. Le mani devono essere lavate spesso con sapone e asciugate con asciugamani usa e getta; i detergenti per pulire le mani devono contenere almeno il 60 per cento di alcol; la distanza fisica dovrebbe essere osservata; se possibile, servono dispenser di sapone montati al muro.
Queste e altre ottime linee guida per prevenire il contagio sono contenute in un documento dell'Oms del 15 marzo scorso. Guardandole da una prospettiva italiana però verrebbe da ridere, se non fosse tutto così maledettamente drammatico. A partire dalla distanza di sicurezza da rispettare nelle carceri italiane, che già in condizioni normali hanno problemi di sovraffollamento. Figuriamoci ora.
"È assolutamente necessario che siano adottati interventi urgenti e realmente incisivi" per affrontare l'emergenza nelle carceri italiane, dice la Giunta Esecutiva Centrale dell'Associazione Nazionale Magistrati. Interventi che "senza abdicare alla fondamentale funzione dello stato di garantire la sicurezza della collettività, tengano realmente conto del fatto che le carceri sono pericolosissimi luoghi di diffusione del contagio che espongono a rischio intere comunità, costituite dai detenuti e da tutti coloro che continuano a prestarvi servizio".
D'altronde nelle carceri italiane, osserva provocatoriamente Emilio Santoro, "il distanziamento è impossibile e due detenuti che dormono su un letto a castello sono in violazione della norma per cui Fontana vuole multare per 5.000 euro i cittadini".
Il punto è proprio questo: "Le linee guida dell'Oms se servono per limitare la libertà sono vangelo che non ci si può permettere di discutere, se comportano dare maggior libertà a qualcuno non ne parliamo neppure", dice Santoro al Foglio. Meglio dimenticarsi dei detenuti insomma. Il problema naturalmente non riguarda solo l'Italia. Giorni fa, secondo uno schema simile a quello del 'Giorno della marmotta', in Francia ci sono state proteste analoghe fra i detenuti dopo la comunicazione di misure più stringenti per il contenimento del coronavirus in carcere. In Svizzera, a Zurigo, il cantone ha deciso di utilizzare la prigione di Horgen - chiusa lo scorso dicembre - per trasferirvi i detenuti positivi al coronavirus che necessitano di cure.
In Italia dall'inizio di questa emergenza sanitaria in carcere i problemi non mancano (e anche la trasparenza si fa fatica a trovarla). Ogni giorno se ne pone uno. Per esempio c'è la questione dei bambini in carcere.
Lo ricorda sull'edizione online del Foglio Sofia Ciuffoletti, direttrice dell'Altro diritto: "Non ce lo ricordiamo mai ma forse in questo strano tempo dilatato dell'emergenza sanitaria, alcune cose si ricordano: i bambini incolpevoli reclusi nelle patrie galere insieme alle madri. In Italia sono 59, secondo l'ultima rilevazione statistica del Ministero della Giustizia.
59 bambini che si trovano, per la maggior parte, all'interno dei reparti 'nido' (mai termine fu meno appropriato) di quegli istituti penitenziari sovraffollati a cui guardiamo, con molta indifferenza e con troppa ignavia in questi giorni, ma che rappresentano la sconfitta di uno stato che intenda tutelare la salute individuale come bene pubblico.
La salute di tutte e di tutti, non dei meritevoli, non di chi paga le tasse, non dei cittadini, non di chi ha un valido permesso di soggiorno sul territorio italiano o la fedina 'pulita', ma di tutti. Indifendibili o indifesi che siano".
Tutte problematiche che il ministero della Giustizia dovrebbe affrontare quanto prima. A partire già oggi dal question time alla Camera, durante il quale il Pd chiederà al ministro Alfonso Bonafede "quali misure si intendano adottare per risolvere la drammatica situazione nelle carceri, sia a tutela della salute degli operatori che di quella dei detenuti". Meglio tardi che mai.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2020
Qualcosa non sta andando nel verso giusto nella gestione dell'emergenza pandemia per quanto riguarda il mondo penitenziario. La questione riguarda da vicino proprio il personale: agenti e operatori sanitari. In alcuni istituti - denuncia il sindacato della Uil polizia penitenziaria - diversi agenti sono risultati positivi al coronavirus, mentre i loro colleghi - con i quali sono venuti in contatto - sono costretti a ritornare in servizio.
di Giuliano Napoli*
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2020
Credo che sia davvero molto difficile questo periodo per la maggior parte delle persone che sono costrette a vivere in una sorta di detenzione domiciliare senza aver commesso alcun crimine, "isolamento sanitario" lo chiamano, ed io che prima di finire in carcere non ho mai accettato qualsiasi forma di restrizione della libertà posso solamente immaginare le difficoltà che tanti giovani sono, loro malgrado, costretti a sopportare, dalla continua convivenza forzata alle possibili discussioni e conflitti che si possono creare per la mancanza di spazio e di quella riservatezza che ogni persona cerca, chi più chi meno.
di Alessandro Pedrotti*
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2020
In questi giorni così difficili per tutti, più volte il volontariato ed il terzo settore hanno segnalato le difficoltà di chi, privato della libertà personale, vive all'interno di carceri sovraffollate e deve affrontare la paura del virus, la solitudine per la lontananza dei famigliari, l'impossibilità di rispettare regole minime come la "distanza sociale".
di Luigi Amicone
Tempi, 25 marzo 2020
Italia pluripregiudicata in Europa per le condizioni dei detenuti. Bonafede immobile. Davigo se la prende con chi "fornisce i dati". Io vedo magistrati in lacrime. In questi giorni le commissioni del Consiglio comunale milanese si svolgono, come da decreto Conte, in modalità "da remoto", attraverso collegamenti in via digitale, grazie all'encomiabile applicazione di impiegati e funzionari che presidiano fisicamente ciò che ai consiglieri è dato di frequentare virtualmente.
Ieri mi ha impressionato la commissione Carceri. Dove dalle audizioni di Giovanna Di Rosa, già membro del Csm e ora presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, del magistrato Francesco Maisto, già presidente del tribunale di sorveglianza di Bologna e ora garante dei detenuti, degli avvocati Vinicio Nardo, presidente dell'ordine degli avvocati di Milano, e Andrea Soliani, presidente del consiglio direttivo della Camera penale meneghina, abbiamo appreso che la condizione dei detenuti al tempo del coronavirus è appena un poco inferiore a quello degli scimpanzé dello zoo di Berlino.
L'Iran, che è l'Iran, un paese in cui le condanne a morte vengono eseguite per tramite impiccagione in piazza - solitamente appendendo i malavitosi sulla cima delle gru usate per la costruzione degli edifici - ebbene l'Iran che è l'Iran, ha rimesso in libertà 70mila detenuti per evitare la contaminazione nelle carceri. Il nostro ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, invece, che non è neanche un mullah, dopo aver inchiodato per mesi il governo a sigillare manette e a tifare galera, abolizione della prescrizione e microspie fin sotto le lenzuola, si è fatto trovare totalmente impreparato - come l'intero governo d'altronde - a mettere non diciamo "in sicurezza", ma in un minimo di contenimento sanitario, l'orrido circuito delle carceri italiane.
Non esiste nell'Italia del giustizialismo un'idea, un tavolo, un piano, che affronti il tema dei reclusi al tempo di una feroce pandemia. Bonafede non ha messo ai domiciliari praticamente nessuno. Ha fatto trasferire i ribelli delle rivolte. Non ha messo in campo nessun intervento serio. È rimasto fedele alla linea (Davigo) secondo la quale non esiste nessun sovraffollamento carcerario. Sebbene la Corte dei diritti umani del Consiglio d'Europa (Cedu) ci abbia condannato per il sovraffollamento delle carceri e l'Italia resti l'unico paese europeo sanzionato dal diritto internazionale per il suo circuito giudiziario incivile. Ma secondo Piercamillo Davigo - per il quale mi sono permesso ieri di proporre alla commissione Carceri di farsi promotrice di un esposto all'autorità giudiziaria - "siamo l'unico paese europeo condannato per sovraffollamento penitenziario, perché abbiamo dei deficienti che forniscono questi dati".
Così ieri abbiamo dovuto vedere piangere un magistrato presidente del tribunale di sorveglianza. "Sono saltate tutte le regole, non c'è la facciamo più, è diventato impossibile dare risposte adeguate alle giuste richieste di tanti detenuti che non possono vedere i famigliari e temono il contagio". Piangere dalla disperazione perché di fatto, nonostante il prodigarsi di tutti - magistrati, funzionari, guardie penitenziarie - dalla cima di un ministro importante, non ci sono idee, direttive, misure adeguate alla spaventosa tragedia in atto.
Lo so che è impopolare parlare di carceri. Però non devo andare al governo, io. Non devo andare tutte le settimane a predicare a La7 le prediche di mastro Lindo. Non devo guadagnarmi da vivere insegnando come ci si masturba al tintinnar di manette. Dopo di che, sono persuaso che con la stessa misura con cui abbiamo giudicato saremo giudicati.
Per tornare alla commissione, ieri il garante Maisto ha ribadito che "le misure del governo per le carceri al tempo del coronavirus sono largamente insufficienti". Il magistrato Di Rosa ha implorato tra le lacrime di trovare il modo di ospitare in ambienti esterni al carcere almeno quei detenuti che possono usufruire dei benefici di legge. E visto che i detenuti non posso più avere colloqui con i familiari, è concepibile che seguitino a pagare le telefonate? Amico Sergio Scalpelli, pensateci voi di Fastweb, regalate ai galeotti un po' di traffico telefonico, umiliate quei neanche all'altezza morale e politica dei mullah iraniani.
Ancora. La dottoressa Di Rosa ci ha implorato: "Perché non requisire alcune strutture alberghiere per alleggerire per qualche mese gli istituti di detenzione?". Toc toc, c'è qualche albergatore che si offre di sua sponte, visto che governo e parlamento si sono liquefatti in mano? Non è cambiato nulla dall'appello rivolto al ministro il 15 marzo scorso da magistrati e lavoratori dei penitenziari. "Le carceri versano in situazione di gravissimo collasso" ed "emergenziale mai vista prima", nella quale un focolaio di infezione sarebbe "ingestibile" dal punto di vista sanitario, favorirebbe nuove rivolte dei detenuti che "potrebbero crescere senza possibilità di contenimento", mentre il personale e gli agenti della polizia penitenziaria sono ormai allo "stremo". I detenuti in Lombardia sono circa 8.500, per una capienza carceraria di 6.200. Complimenti al "social distancing".
Ps. Informazione di servizio per il dottor Piercamillo Davigo, illustrissimo presidente di Corte di cassazione nonché famosissimo opinionista televisivo. Gli ultimi dati forniti dai "deficienti" (fonte: Il Dubbio, quotidiano telematico delle Camere penali) rappresentano quanto segue del circuito penitenziario italiano: "Attualmente ci sono 60.971 detenuti, quando le carceri italiane ne possono ospitare 50.692. Quindi sono ben 10 mila e 279 i detenuti in più. In alcune carceri si arriva a un sovraffollamento del 214%.
Altro dato che sfata il luogo comune che i condannati non vanno in carcere per condanne brevi è che al 13 gennaio risultano 23.024 detenuti che stanno scontando una pena inferiore ai tre anni. Altro dato che colpisce è la presenza di ben 1.572 persone condannate ad una pena inferiore ad un anno. Sono 3.206, invece, le persone che hanno una pena inflitta da uno a due anni. Resta il dato oggettivo che attualmente ci sono più di 23 mila persone candidate ad una misura alternativa, ma nonostante ciò rimangono dentro".
di Stefano Vecchio
fuoriluogo.it, 25 marzo 2020
La rivolta nelle carceri italiane e i tredici detenuti morti in condizioni ancora tutte da chiarire, sembra che sia stata riposta nel dimenticatoio approfittando dell'emergenza e dello stato di eccezione nel quale siamo immersi.
Non è facile trovare spiegazioni chiare sulle circostanze reali che hanno determinato le morti dolorose di quei 13 detenuti che si stavano ribellando, insieme alla moltitudine disperata dei detenuti, a causa dell'editto del Ministero della Giustizia che interrompeva senza alcuna mediazione per un lungo periodo gli incontri con i familiari e cioè l'unico contatto con gli affetti e con l'esterno che consente di reggere la situazione sofferta della detenzione. E naturalmente senza nessun tentativo di coinvolgere attivamente i detenuti nell' informazione sui rischi per la salute e condividere l'esigenza di adottare le misure ulteriormente restrittive, informando da subito che ci sarebbe stata l'attivazione di vie di contatto alternative, con il telefono cellulare e in video, intensificandone la frequenza.
Penso che se si fosse adottato questo semplice comportamento incentrato a una sicurezza "dolce" si sarebbero con molta probabilità evitate o fortemente limitate le rivolte e la strage collegata.
In altri tempi come minimo si sarebbero invocate le dimissioni dei responsabili istituzionali... Invece al contrario le goffe risposte ufficiali hanno spostato tutta l'attenzione sullo stigma del detenuto violento e pericoloso e non è un caso che per le morti si utilizza il "rinforzo" dello stigma del tossicodipendente in modo ancora più goffo.
Provo a ragionare. Si dice che i detenuti hanno "svaligiato" l'infermeria e hanno fatto incetta di psicofarmaci e metadone. Ora è vero che l'abuso di psicofarmaci è diffusissimo nelle carceri italiane e si configura come un tentativo estremo di autocura che i servizi di salute mentale stentano a governare. È probabile che la custodia degli psicofarmaci non sia particolarmente soggetta a protezioni se non quelle tipiche per i farmaci tutti, per cui i detenuti hanno potuto prelevarli senza grandi difficoltà. Ma il metadone è un farmaco stupefacente e quindi viene custodito in cassaforte e mi sembra quanto meno difficile, in un momento di casino come una rivolta, che tredici persone abbiano avuto il tempo e trovato gli strumenti per aprire una cassaforte. O il metadone non era custodito in cassaforte? Sarebbe una grave mancanza! E poi perché forzare una cassaforte per il metadone? Se, come si dice, i detenuti non erano tossicodipendenti, perché avrebbero dovuto compiere una operazione così impegnativa se avevano già a disposizione i più appetibili psicofarmaci?
Il metadone non è un farmaco ricercato per sentirne l'effetto, in genere, almeno nella preparazione per via orale, unica permessa in Italia.
Il metadone, ad esempio, in diversi casi viene acquistato nel mercato "grigio" da persone che per motivi diversi non si rivolgono ai servizi, ma prevalentemente per gestire l'astinenza, in mancanza dell'eroina. Inoltre, nei servizi per le dipendenze rivolti ai cittadini cosiddetti liberi il metadone funziona all'opposto, e cioè per evitare le overdosi da eroina, e come componente importante del recupero di funzionalità sociale.
Certo si potrebbe obiettare che proprio perché i detenuti non erano tossicodipendenti e quindi non avevano sviluppato una tolleranza al metadone sia bastato un quantitativo anche basso per procurare una overdose. Possibile. Ma ripropongo la domanda. Che attrattiva avrebbe avuto il metadone per detenuti non tossicodipendenti? E pensiamo che i detenuti siano, in generale, così sprovveduti da usare un farmaco che si sa che è pericoloso avendo la possibilità di usare in alternativa psicofarmaci magari meglio conosciuti e gestibili?
Gli interrogativi sono molti e l'eventuale rilievo di metaboliti del metadone dovrà essere ben documentato e in particolare riportando i dosaggi ritrovati, perché di per sé dice poco, se non si risponde a tutti gli interrogativi esposti. Certo è possibile anche l'ipotesi della intossicazione da combinazione da farmaci.
Ma allora si dovrà spiegare come mai non si aveva a disposizione il narcan e l'anexate che evitano l'uno le morti da overdose da oppioidi e l'altro da intossicazione acuta da benzodiazepine!
Non sono ancora disponibili i risultati delle autopsie e fidiamo sul ruolo del Garante Nazionale dei Detenuti per fare chiarezza.
L'idea che mi sto facendo è che l'uso di categorie stigmatizzanti come "detenuto" e "tossicodipendente" sia stato rozzamente utilizzato per nascondere una realtà particolarmente grave di violenze attualmente non ancora emersa e che forse non conosceremo mai. Noi faremo tutto il possibile perché venga alla luce la verità e si faccia giustizia. Ma nonostante l'emergenza, questo evento doloroso ci darà un nuovo impulso a promuovere un nuovo dibattito pubblico sulla esigenza non più rinviabile per un cambio di rotta radicale nelle politiche sulle droghe e sul carcere.
italpress.it, 25 marzo 2020
Tra le tante cose che la drammatica emergenza di queste settimane ha fatto emergere, vi è la "gravissima condizione di sovraffollamento delle carceri italiane". Lo sottolinea la Giunta Esecutiva Centrale dell'Associazione Nazionale Magistrati.
Quando finalmente, "speriamo presto, torneremo allo svolgimento ordinario delle nostre attività, avremo tutti il dovere di non dimenticare il carcere e le condizioni dei detenuti, predisponendo - dice l'Anm - ineludibili interventi strutturali che consentano di ripristinare condizioni dignitose all'interno degli Istituti Penitenziari e che rendano effettivo il precetto costituzionale della funzione rieducativa della pena".
Ma in questo momento è "assolutamente necessario che siano adottati interventi urgenti e realmente incisivi che, senza abdicare alla fondamentale funzione dello Stato di garantire la sicurezza della collettività, tengano realmente conto del fatto che le carceri sono pericolosissimi luoghi di diffusione del contagio che espongono a rischio intere comunità, costituite dai detenuti e da tutti coloro che continuano a prestarvi servizio".
Merita "apprezzamento il grande lavoro che stanno continuando a svolgere tutti gli operatori, istituzionali e non, che, anche in questi giorni, continuano ad operare nella complessa realtà del carcere. Questo sforzo, tuttavia, non basta. Il numero dei detenuti si è ridotto di circa mille unità, a fronte di un sovraffollamento stimato in oltre dodicimila persone rispetto ai posti effettivi".
I magistrati di sorveglianza hanno già evidenziato "l'inadeguatezza dell'intervento normativo del decreto legge 2020 n.18. La detenzione domiciliare prevista dall'art. 123, infatti, è istituto sovrapponibile - anche per limite di pena entro il quale è fruibile - all'esecuzione della pena presso il domicilio, stabilizzata nel nostro ordinamento già dal 2013".
L'ipotizzata utilizzazione dei braccialetti elettronici, "che potrebbero essere reperiti quando sarà ormai troppo tardi, si scontra con l'attuale disponibilità di numero del tutto insufficiente di dispositivi. Occorrono misure, che possano essere verificate agilmente dalla magistratura di sorveglianza - i cui uffici sono sottoposti a grande pressione lavorativa - e che allo stesso tempo garantiscano risultati effettivi in tempi brevi. Occorre pensare anche alla salute di tutti coloro che in carcere lavorano e che - conclude la nota dell'Associazione Nazionale Magistrati- stanno continuando a rendere il proprio servizio con eccezionale dedizione e professionalità".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 25 marzo 2020
L'intera comunità dei giuristi denuncia la grave insufficienza delle misure per prevenire l'epidemia e quando finalmente lui si decide a parlare, cosa dice? Nulla. Quello del nostro Presidente del Consiglio è un caso tra i più misteriosi della storia contemporanea.
Pensavamo che il mistero più inestricabile, ed in effetti ancora oggi privo di risposte, fosse già quello relativo alle ragioni per le quali un pressoché sconosciuto docente di diritto privato potesse essere diventato Presidente del Consiglio dei Ministri di uno dei primi dieci Paesi più industrializzati del mondo.
Ma oggi occorre cimentarsi su un quesito ancora più complesso: che dice? Intendo dire: quando parla, quando risponde (raramente) a qualche domanda, quando si produce in drammatici soliloqui su Facebook spacciati per conferenze stampa, cosa dice - esattamente - il nostro Professore? Prendete la storia delle carceri al tempo del coronavirus.
Da alcuni giorni l'intera comunità dei giuristi italiani denuncia la eclatante, irresponsabile insufficienza delle pseudo misure adottate nell'ultimo decreto per prevenire il rischio di epidemia nelle carceri (prevenire, non intervenire dopo che è esplosa). Abbiamo iniziato noi penalisti, proprio insieme al Riformista.
Dopo pochi giorni, ci hanno seguito il Coordinamento dei Magistrati di Sorveglianza italiani, Magistratura Indipendente, Magistratura Democratica e - finalmente ieri - A.N.M; l'Associazione degli Studiosi del Diritto Penale (centinaia di colleghi del Nostro), gli esponenti più autorevoli della maggioranza non grillina (Pd, Leu, Italia Viva); le associazioni di categoria della Polizia Penitenziaria; tutto il mondo del volontariato carcerario, e molti altri ancora.
I Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza di Milano e Brescia, in particolare, hanno pronunciato parole di fuoco in un appello al Governo che solo degli irresponsabili potrebbero ostinarsi ad ignorare. Da cinque giorni, ogni giorno, mentre piovono notizie di contagiati nelle varie carceri, noi penalisti gli chiediamo di dire pubblicamente almeno quante scarcerazioni il Governo ha calcolato di ottenere con le misure adottate, e dove diavolo sarebbero quei braccialetti elettronici che si pretenderebbe di imporre per la concessione della detenzione domiciliare.
Niente. Lui, nemmeno un plissè. Poi il Presidente Mattarella, con toni paludati ma inequivoci, gli tira la giacchetta di media sartoria, e finalmente il Nostro si decide a dire qualcosa, prendendo spunto, secondo l'accurata regia granfratellesca della sua comunicazione, da una colletta di alcuni detenuti. Va beh, meglio di niente.
Ma che ha detto? Ecco il punto. Nulla. Ma nulla non per modo di dire, proprio nulla. È un non dire dicendo, un parlare senza articolare pensiero che ha un solo, leggendario esempio degnamente paragonabile. Egli è la versione istruita di "Chauncey il Giardiniere" - come ha raccontato su questo giornale Paolo Guzzanti - formidabile (ed oggi dobbiamo dire: profetica) metafora antropologica consacrata nella leggendaria interpretazione di Peter Sellers in "Oltre il Giardino".
Un uomo che non sapendo nulla delle cose che gli venivano chieste, e rispondendo senza dire nulla, affascinava a tal punto i suoi stupefatti interlocutori da arrivare ad un passo dalla Presidenza degli Stati Uniti d'America. Leggo: "Vi ringrazio per il senso civico con il quale avete espresso il vostro pensiero" "Accolgo e non sottovaluto" la vostra richiesta di aiuto (capito? "accolgo e non sottovaluto"); "il Governo e le istituzioni del Paese stanno profondendo gli sforzi necessari per tutelare, in piena emergenza Coronavirus, la salute di chi lavora e di chi vive" nel carcere; "abbiamo fatto distribuire e continueremo a far distribuire dispositivi di protezione individuale.
Il più possibile" "abbiamo fatto montare, davanti agli istituti, le tende per il triage per poter svolgere accertamenti sui detenuti in ingresso e tenere così il virus fuori".
Roba da non credere ai propri occhi. In Iran sono stati scarcerati con provvedimento di indulto 40mila detenuti; la Turchia ne vuole scarcerare centomila; Trump forse ancora di più. Lui, imperturbabile, "accoglie e non sottovaluta" la richiesta di aiuto, distribuendo (forse) mascherine in carceri dove stanno in nove in celle da quattro e montando tende "per tenere il virus fuori". Esilarante, se non stessimo parlando di tragedie. Io, questo è certo, preferisco Peter Sellers.
*Presidente dell'Unione Camere Penali Italiane
di Paola Balducci*
Il Riformista, 25 marzo 2020
L'epidemia ha messo in luce le difficoltà degli istituti sovraffollati. Piuttosto che vincolare le "uscite" ai pochi braccialetti disponibili, pensiamo a un piano organico: custodia cautelare solo in casi di assoluta pericolosità e domiciliari per over 70 e chi deve scontare meno di due anni.
La situazione emergenziale sanitaria che il nostro Paese si vede costretto ad affrontare in questo periodo storico ha reso più evidenti le gravi difficoltà del sistema penitenziario nazionale. Partiamo da una prima riflessione di carattere generale la profilassi imposta dalle autorità competenti al fine di evitare la diffusione del contagio mal si concilia con le modalità di esecuzione della pena in regime custodiale così come delineato dalla legge di ordinamento penitenziario del 1975.
Il carcere, infatti, nella prospettiva del legislatore illuminato, pur essendo un luogo di reclusione, non si presenta come una monade ma come una finestra sul mondo esterno attraverso la quale si cerca di realizzare quel percorso di rieducazione riconosciuto dall'articolo 27 della Costituzione. Le misure cautelative che hanno coinvolto tutti i cittadini hanno pertanto investito anche il regime penitenziario ordinario con una serie di misure limitative, fra cui la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari. In tale contesto, già di per sé difficile da gestire, si inseriscono le carenze organiche del sistema penitenziario, intese sia come carenze di dotazioni che di personale, nonché la piaga del sovraffollamento carcerario.
Le rivolte dei detenuti cui abbiamo assistito nei giorni precedenti, infatti, sono solo il riflesso e l'inevitabile conseguenza di un problema endemico all'ordinamento italiano, al quale non si è ancora riusciti a dare definitiva soluzione. Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il nostro Paese, con la sentenza Soulemanovjc, veniva condannato per la prima volta - e per fatti ancor più risalenti nel tempo - perché non aveva rispettato il divieto, sancito a livello sovranazionale, di "trattamenti inumani e degradanti", per i più era solo una questione di "metri quadri".
La Corte europea dei diritti dell'uomo già in quella occasione (le affermazioni di principio saranno ben più incisive qualche anno più avanti nella decisione del caso Torreggiani vs Italia affermava che tale violazione non era frutto di una temporanea situazione emergenziale, quanto piuttosto sintomatica di un problema strutturale di cui si chiedeva, al più presto, una risoluzione.
Nonostante le pronunce successive, identiche alla prima quanto al contenuto, l'ordinamento italiano riuscì, quantomeno in via normativa a dare attuazione alle richieste avanzate dai giudici di Strasburgo. In sostanza, solo parzialmente si diede seguito alle varie misure oggetto dei decreti, cosiddetti "svuota-carceri", che si susseguirono nel corso degli anni: una piena concretizzazione degli stessi, unitamente a una serie di interventi di edilizia penitenziaria avrebbe, quasi certamente, ridotto il numero di coloro che - imputati in custodia cautelare, detenuti o internati - si trovano ristretti negli istituti penitenziari.
Proprio oggi, allora, questa mancanza di attenzione verso il mondo delle carceri si fa più evidente che mai: a fronte di una capienza regolamentare di circa 51.000 posti si registra una popolazione detenuta pari a circa 61.000 unità, in alcuni casi, in cella si sta in 9, anziché in 5, e ciò lascia ben immaginare il tragico risvolto che si avrebbe nel caso in cui, anche solo uno di loro. sviluppasse una malattia contagiosa. Ancora una volta si torna a parlare di "metri quadri".
Oltre a questo, però, si cela un dato ancor più importante, che certo non è temporaneo come la situazione emergenziale sanitaria che stiamo vivendo: il carcere non può essere trasformato in una polveriera di rabbia perché è luogo destinato al recupero sociale di un soggetto che ha sbagliato. E affinché ciò non avvenga, è necessario ed essenziale che siano garantite condizioni di vita dignitose, idonee alla rieducazione del condannato.
Come, allora, si potrebbe agire a tal fine? Se volgiamo lo sguardo alla storia penitenziaria del nostro Paese le soluzioni attuate in passato spaziano da quelle più radicali, consistenti in provvedimenti di clemenza (a seguito dell'indulto del 2006 la popolazione carceraria diminuì da 6L264 unità a 39.005) a quelle di riforma del sistema, come il pacchetto svuota-carceri a seguito del rimprovero dell'Europa. L'efficacia delle due differenti strategie si rivela nel lungo periodo: gli effetti del provvedimento straordinario si sono esauriti nell'arco di pochi anni, i decreti svuota-carceri, seppur parziali e migliorabili hanno apportato modifiche vantaggiose nell'ordinamento penitenziario soprattutto per quanto concerne l'esecuzione penale esterna.
La chiave di volta, dunque, dovrebbe essere rintracciata nella necessità di avviare un percorso organico di riforma: l'unico in grado di conseguire, a trecentosessanta gradi, una "razionalizzazione" del sistema carcerario. Quanto al piano normativo, ad esempio, si potrebbe prevedere la prosecuzione dell'espiazione della pena in detenzione domiciliare per soggetti con pena residua non superiore a 24 mesi e per detenuti ultrasettantenni, fatti salvi i divieti di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario - introducendo in questo caso una presunzione assoluta e non relativa, qual è oggi, di inadeguatezza dell'istituto penitenziario; si potrebbe poi prevedere un alimento del tetto di pena, residua e non, per la concessione delle misure alternative. Ancora, al fine di deflazionare la popolazione carceraria non definitiva, si potrebbe prevedere un utilizzo della misura della custodia cautelare in carcere entro limiti più stringenti: solo nei casi di effettiva ed estrema pericolosità procedendo, nei casi esorbitanti da questi, con misure quali gli arresti domiciliari o l'obbligo di dimora.
La risposta del legislatore dell'emergenza arrivata solo di recente con il decreto legge n. 18 pare, a una prima lettura, aderire alla seconda strategia quantomeno limitatamente alle modalità di intervento con il quale sono state previste misure di carattere economico per far fronte ai danni conseguenti ai disordini verificatisi negli istituti penitenziari nei giorni scorsi e misure deflattive della popolazione carceraria.
Nello specifico, all'articolo 123, ai fini dell'esecuzione della pena presso il domicilio per tutte le pene, anche residue, non superiori a 18 mesi, (misura introdotta nel nostro ordinamento nel 2010 proprio con uno dei primi provvedimenti svuota-carceri) è stata prevista una semplificazione della procedura applicativa, che nella ratio del legislatore dovrebbe contribuire rapidamente a diminuire i numeri della popolazione detenuta.
Tale provvedimento tuttavia, già di per sé privo di concreta vis deflattiva, risulta ulteriormente mitigato dalla previsione di cui al terzo comma che aggiunge, per le pene superiori a sei mesi l'obbligo di sottoporre il condannato a una "procedura di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici".
A ben guardare, dunque, la concreta efficacia del provvedimento è subordinata alla disponibilità, di cui più volte è stata segnalata l'inadeguatezza, degli strumenti di controllo, comunemente noti come braccialetti elettronici. Si poteva fare dunque meglio e si poteva fare sicuramente di più e ciò sia per superare il momento dell'emergenza che per migliorare le condizioni delle carceri. Un'ultima riflessione di segno positivo: l'esperienza insegna che anche da situazioni di emergenza possono venire fuori buone prassi e forse, anche quella che stiamo vivendo può essere l'occasione giusta per porre rimedio a una situazione da molto tempo trascurata.
Nell'ambito dei provvedimenti d'urgenza di questi ultimi giorni va senz'altro segnalata con favore l'implementazione dei sistemi di comunicazione a distanza mediante l'utilizzo per i detenuti del sistema di videochiamata Skype, facoltà già introdotta in via amministrativa con la circolare 30 gennaio 2019 e scarsamente attuata nelle carceri italiane. Facciamo in modo che le buone soluzioni diventino buone prassi.
*Avvocato - Docente di Diritto dell'Esecuzione penale Luisa Guido Carli
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