di Giovanni Fiandaca
Il Foglio Quotidiano, 27 marzo 2020
L'attuale emergenza sanitaria da Covid19 - com'è noto - comporta rischi di enorme gravità e crea, di conseguenza, gravissimi problemi nell'universo penitenziario. Non a caso, su questo giornale sono stati più volte evidenziati i molti limiti delle misure deflattive già varate dal governo ed è stata prospettata l'esigenza di più efficaci disposizioni normative tendenti ad allargare l'area dei detenuti potenzialmente beneficiari.
Il Dubbio, 27 marzo 2020
Ecco il drammatico appello dell'Associazione Italiana Professori di Diritto Penale: decongestionare gli istituti, a inizare dai reclusi più deboli. Sul rischio di un'apocalisse da Covid-19 nelle carceri italiane si leva da giorni un grido d'allarme, in cui si uniscono più voci.
di Maria Miceli
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
La questione carceri ai tempi del coronavirus sembra essere relegata a una questione di secondo piano; eppure, il totale dei detenuti nelle carceri italiane - secondo l'ultimo dato Istat - è pari a 60.581 detenuti: di cui 58.308 uomini e 2.273 donne. Nelle scorse settimane si sono susseguite ondate di ribellioni in diversi istituti di pena, culminate con evasioni, morti e feriti in diverse carceri. I detenuti protestano perché esasperati dal rischio di contagi da Covid-19, e inoltre sono insofferenti per le nuove misure prese dal Governo, che hanno imposto restrizioni su visite parentali e colloqui.
Tali decisioni, quindi, si innestano in un sistema carcerario già al collasso: il sovraffollamento è pari al 120%, con punte del 140 % in Lombardia. Appare di tutta evidenza che le misure per contenere l'emergenza Covid -19 siano - ad oggi - assolutamente impraticabili all'interno delle carceri, basti pensare al metro di distanza da mantenere per evitare il contagio; a questo si aggiunge anche la necessaria tutela del personale della polizia penitenziaria, e di operai e impiegati amministrativi.
A questa situazione di sovraffollamento le limitazioni dovute alle misure adottate dal Governo per contenere l'epidemia, fino al prossimo 3 aprile hanno comportato, altresì, che i colloqui in carcere si svolgeranno in video o al telefono, e saranno limitati i permessi e la libertà vigilata, mentre maggiore libertà è stata riconosciuta alla detenzione domiciliare. Ad oggi, e in un momento di piena emergenza sanitaria, l'attuale sistema carcerario presenta il 90,1 % di personale di custodia, mentre la media europea è del 68,6 % [Fonte: Antigone]: negli altri Paesi europei, infatti, è molto più pregnante la presenza di altro tipo di personale, in particolare di educatori professionali, il cui numero è invece ridottissimo nei nostri istituti di pena.
Questo dato ci indica come il nostro sistema carcerario, per quanto il dato costituzionale ci indichi diversamente (la Carta costituzionale all'art. 27 espressamente prevede la funzione rieducativa della pena) sia orientato verso una dimensione custodiale più che, appunto, rieducativa.
A più voci i garanti regionali dei diritti della persona avevano richiamato il senso di responsabilità dei magistrati di sorveglianza, a cui è stato chiesto di applicare in misura maggiore le misure alternative alla detenzione previste dalla legge, in particolare la detenzione domiciliare, che potrebbe contribuire allo sfollamento delle carceri indispensabile nella attuale situazione sanitaria.
I garanti, inoltre, chiedono che presso le case circondariali vengano predisposti i necessari presidi sanitari, a tutela di tutti gli operatori del settore. La gestione dei nuovi ingressi così sarebbe guidata adottando i protocolli sanitari elaborati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, nel caso d'ingresso di soggetti risultati positivi al virus, l'ISS dovrà provvedere a porre in isolamento il detenuto, valutando ove possibile anche le misure alternative al carcere di detenzione domiciliare.
Così, il Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 oltre ad aver introdotto misure di sostegno economico per famiglie, lavoratori ed imprese per contrastare gli effetti sull'economia provocati dall'emergenza epidemiologica da Covid-19, dopo le rivolte scoppiate all'interno di numerose carceri italiane a causa dell'emergenza sanitaria ha introdotto disposizione che dovrebbero interessare circa 4000 detenuti, prevedendo la detenzione domiciliare per chi ha meno di 18 mesi di pena da scontare.
In particolare, sino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che debbono scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi, il tutto grazie ad una procedura semplificata. Il Consiglio dei Ministri, con una propria nota, ha chiarito le misure contenute all'interno del decreto ed ha stabilito che la misura sarà applicata dal magistrato di sorveglianza, non solo su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del pubblico ministero o della direzione del carcere.
Queste misure - come riferito dall'avvocato Valentina Restaino, portavoce di Mga sindacato nazionale forense - non sono state stabilite in modo uniforme per tutto il territorio nazionale "ma lasciate dal Governo alle decisioni delle singole amministrazioni carcerarie": il sindacato, per ridurre le presenze nelle carceri in tempi di emergenza sanitaria, chiede ad esempio di: sospendere il rientro serale presso l'istituto di detenzione dei semiliberi, di rendere quotidiana la possibilità dei colloqui telefonici dei detenuti con i congiunti; infine chiede altresì di disporre che gli operatori carcerari e gli impiegati la cui attività sia a ciò compatibile proseguano il loro lavoro in modalità smartworking. La questione carceraria in Italia, quindi, continua a ricoprire un ruolo scomodo. Da una parte si sgomberano i parchi e dall'altra prevale l'istinto punitivo. Il contagio è già dentro le carceri.
*Analista giuridico
agi.it, 27 marzo 2020
I sanitari chiedono tamponi e controlli su chi entra e spiegano che, oltre il coronavirus, sono molti i problemi all'interno delle carceri italiane. I medici penitenziari, dopo le rivolte di inizio marzo, tornano a lanciare l'allarme sulla situazione nelle carceri legata al rischio coronavirus e non solo. Le misure prese, come i casi sintomatici dei nuovi ingressi messi in isolamento, i colloqui in modalità telefonica o video e la limitazione di permessi e libertà vigilata, "si sono scontrate con una realtà non semplice", sottolinea il Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria - Simspe, Luciano Lucanìa.
"Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi rispetto all'effettiva capienza delle carceri, in grado di ospitare intorno ai 51 mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60 mila, di cui circa un terzo stranieri".
"Nel sistema carcere - aggiunge - ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus, già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia. Nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata".
"Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale - evidenzia Lucanìa. - Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute".
Ad oggi tra i positivi al Covid-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. "Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma Lucanìa - Credo che dovremmo invocare un forte comportamento pro-attivo e, oltre alle comuni misure di pre-triage. Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente".
"Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".
Non solo Coronavirus, perché come emerso già nel Congresso Simspe di fine 2019, tra i detenuti continuano a prevalere patologie psichiatriche e infettive, la cui gestione e cura costituisce in larga parte l'attività di Simspe. La prevalenza di detenuti HIV positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale.
"Questi dati - spiega Sergio Babudieri, Direttore Scientifico Simspe - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l'infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti".
Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera.
di Marina Lomunno
lavocedeltempo.com, 27 marzo 2020
Sebbene le proteste nelle carceri italiane causate dai provvedimenti restrittivi per l'emergenza coronavirus sembrano per il momento rientrate, non si placa l'apprensione degli operatori e dei reclusi in strutture spesso sottodimensionate e obsolete.
A questo proposito, il Garante dei detenuti della Regione Bruno Mellano con il coordinamento dei garanti dei Comuni piemontesi, ha espresso nei giorni scorsi preoccupazione per la situazione di emergenza causata dal coronavirus nella popolazione carceraria auspicando che al più presto, laddove è possibile si mettano in atto - come è accaduto nel carcere di Rebibbia a Roma - gli arresti domiciliari, provvedimento ancora a rilento per via della carenza dei braccialetti elettronici indispensabili per il controllo dei ristretti.
Dopo il Papa che non manca mai nelle sue preghiere di ricordare i detenuti che in questo tempo di isolamento soffrono l'impossibilità di essere visitati da parenti e volontari, anche il Presidente della Repubblica Mattarella, ringraziando i reclusi delle carceri del Veneto che hanno avviato una raccolta fondi per il reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Mestre, ha inviato una lettera rivolgendosi a tutti i carcerati italiani: "Ho ben presente la difficile situazione delle nostre carceri, sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana e mi adopero, per quanto è nelle mie possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare la condizione di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio".
Anche nel carcere minorile torinese "Ferrante Aporti", come sottolinea Emma Avezzù, Procuratore per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, in questi giorni difficili i ragazzi reclusi raggiungono la capienza massima dell'Istituto: "L'auspicio" sottolinea il Procuratore "è che si possano mettere in atto per i giovani detenuti definitivi misure alternative come la detenzione domiciliare in modo da alleggerire un momento difficile in cui, a causa dell'emergenza coronavirus, non si possono mettere in atto attività sia dentro che fuori dal carcere".
Stessa preoccupazione espressa dal cappellano del "Ferrante", il salesiano don Domenico Ricca che, a causa dell'impossibilità di ingresso dei volontari, ha dovuto sospendere la Messa quindicinale nella cappella dell'Istituto a cui partecipano regolarmente decine di ragazzi ristretti di tutte le confessioni religiose.
"Il carcere per ora regge grazie a chi lo presidia, allo staff di direzione, agli agenti della Polizia Penitenziaria in continuo contatto con i ragazzi, al personale educativo e di supporto psicologico, ai Servizi Sociali. Siamo rimasti noi. Grazie ai ragazzi, che reggono questo stato di privazione, ma sono troppi, speriamo che con i nuovi decreti alcuni possano trovare altre strade con le misure alternative" spiega don Ricca.
"Dopo l'interruzione della Messa avevo invitato i ragazzi a venire in cappella la domenica per una riflessione quaresimale ma abbiamo dovuto interrompere anche questi incontri per motivi di sicurezza. I giovani mi chiedono un ricordo nella preghiera per loro e le vostre famiglie. Lo faccio ogni mattina nella celebrazione della Messa prima di andare in carcere con la mia comunità religiosa".
Il cappellano ha poi mandato a tutti i detenuti un messaggio: "Sono sempre disponibile per un incontro personale anche solo per condividere una preghiera. Fatemelo sapere tramite solita domandina. Siamo in tempo di Quaresima, ma guardiamo alla Pasqua. Il Signore risorto è il fondamento della nostra speranza. E in questo momento abbiamo bisogno di speranza. Coraggio ragazzi".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 marzo 2020
Il virus e le misure di contenimento degli spostamenti ridisegnano la geografia del crimine nel Paese. Mai così pochi furti e rapine, allerta maltrattamenti. Nel Paese chiuso e pressoché immobile causa misure anti coronavirus diminuiscono i reati, com'è naturale che sia. Calano di due terzi, il 64 per cento in meno se si raffrontano i primi 22 giorni di marzo del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Tutti i tipi di reati, a cominciare da quelli "da strada". Tranne per una categoria, che invece si consuma normalmente tra le mura domestiche: i crimini informatici, e in particolare l'adescamento dei minori on line. Sul sito del ministero dell'Interno è comparso un allarme fondato sui dati raccolti dalla Polizia postale, che non si ferma alle denunce (in calo anche su questo fronte) ma si basa su altri sensori; in particolare un monitoraggio del web attraverso algoritmi che consentono di rilevare i traffici che più interessano gli investigatori telematici.
Il risultato è che l'obbligo di restare a casa si trasforma in maggior tempo da trascorrere davanti al computer. E "i pedofili che usano i social network per individuare le vittime, sfruttano l'attitudine dei più giovani a "postare" larga parte della loro vita pubblica e privata, fornendo così agli adescatori tutta una serie di dati preziosi. Servizi come WhatsApp, Snapchat, Telegram e quelli di messaggistica istantanea vengono scelti dai pedofili on line come territori di "caccia" dove tentare l'aggancio delle potenziali vittime, privilegiando quei social network che rendono tecnicamente più difficile l'identificazione dei "predatori".
Anche i tentativi di truffa telematica sono in aumento, proprio nel tentativo di sfruttare l'emergenza: "False raccolta fondi, siti civetta per la vendita di mascherine e prodotti igienizzanti per le mani, oppure la vendita a prezzi aumentati anche del 5000 per cento". Attraverso messaggi ben confezionati vengono indicati Iban truffaldini dove inviare soldi, o finti messaggi dell'Organizzazioni mondiale della sanità sui dati della diffusione del coronavirus, che una volta aperti scaricano malware in grado di prelevare dati sensibili come quelli delle carte di credito; oppure di rubare i dati di studi professionali per i quali si chiede un immediato pagamento del riscatto in bitcoin.
"Bisogna fare grande attenzione - avverte Nunzia Ciardi, dirigente della Polizia postale e delle comunicazioni - perché ormai queste truffe sono confezionate in maniera efficace e suggestiva, e anche tra le persone più avvedute è facile cadere nella trappola. Occorre diffidare della propaganda digitale, e verificare sempre ogni informazione che rimanda a raccolte fondi o comunicazioni ufficiali controllando sempre sui siti istituzionali". Come quelli informatici, ci sono altri tipi di reati rispetto ai quali al calo delle denunce certificato dal Viminale non corrisponde - probabilmente - una diminuzione nella realtà. È il caso dei maltrattamenti in famiglia, che registrano una riduzione del 43,6 per cento (dunque inferiore alla media generale), ma l'obbligo di rimanere a casa, o di tornarci dopo essersi rivolti a polizia o carabinieri, non facilita l'emersione di queste situazioni. Che anzi potrebbero aumentare in virtù della convivenza forzata.
Per altre categorie di crimini, invece, la riduzione è reale, a partire dagli omicidi (- 65 per cento), i furti (-67,4 per cento, quelli in abitazione -72,5) e le rapine (54,4 per cento). Tuttavia i furti e le rapine nelle farmacie sono tra i reati che calano meno (rispettivamente -13,8 e -24,6 per cento). Analizzando la realtà delle singole regioni si scopre che tra quelle dove si registra il maggior calo di reati ci sono Lombardia e Veneto, dove le limitazioni alla circolazione sono entrate in vigore prima che altrove; ciò nonostante la Lombardia resta la regione dove sono stati commessi più reati, anche in tempi di riduzione causa virus.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 27 marzo 2020
Primo report della Direzione centrale della polizia criminale. Nel mirino dei rapinatori restano però le farmacie. Diminuiscono, ma a un ritmo più lento, anche i maltrattamenti in famiglia. Il Coronavirus blocca in casa anche i criminali. Dal primo report pubblicato oggi sul sito del Viminale, viene fuori che le limitazioni agli spostamenti hanno fatto crollare i delitti del 75 per cento. Preso in esame il periodo dall'1 al 22 marzo, sono stati 52.596 i delitti consumati a fronte dei 146.762 dello stesso periodo dell'anno scorso.
Il report - elaborato dalla Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento di pubblica sicurezza - prende in esame diverse tipologie di reati. Calano del 69 per cento le violenze sessuali, del 67,4 i furti in genere, del 72,5 quelli in abitazione. Percentuali analoghe (-73,7 per cento) per le rapine agli uffici postali e -77 per cento per lo sfruttamento della prostituzione. Dimezzate invece le rapine (-54,4 per cento) anche se in queste settimane nel mirino restano le farmacie, dove furti e rapine fanno registrare un decremento molto lieve, solo -13,8 e -24,6 per cento. Fanno registrare una diminuzione, ma inferiore rispetto alla media, anche i maltrattamenti in famiglia (-43,6 per cento) ma il timore è che ci siano solo meno denunce. Diminuiscono del 46 per cento anche i reati relativi agli stupefacenti anche se gli spacciatori stanno adattando le modalità di consegna degli stupefacenti ai clienti o a domicilio o con incontri davanti ai supermercati o davanti ai pochi negozi rimasti aperti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
Troppo numerosi i procedimenti penali da tenere. Da precisare il perimetro del fermo delle udienze nel civile. Da valutare il rispetto del contraddittorio nel settore civile. E infine, assolutamente insufficiente l'intervento sulle carceri. Il plenum del Csm ha approvato ieri a maggioranza un denso parere, 32 pagine, sulle misure approvate dal Governo per fronteggiare l'emergenza sanitaria e assicurare l'attività giudiziaria, sia pure a scartamento ridotto. Misure inserite nel decreto Cura Italia.
Nel merito, nel settore penale, il parere mette in evidenza come è troppo ampio l'elenco dei casi di trattazione obbligatoria su richiesta dell'interessato del difensore: vi rientrano per esempio, anche i procedimenti relativi a misure cautelari reali, come il sequestro, oppure le misure di prevenzione patrimoniali che dovrebbero essere trattati con urgenza solo dopo valutazione del giudice sull'effettività del pregiudizio. Nel civile, ha sollevato perplessità la sottrazione al rinvio di tutti i procedimenti di inibitoria dell'efficacia esecutiva delle sentenze, quando il pregiudizio legato alla celebrazione della sentenza di appello andrebbe valutato con attenzione nel contesto della sospensione delle procedure esecutive.
Ancora e quanto alla sospensione dei termini, il Csm sottolinea come, in sede di conversione del decreto, andrebbe chiarita meglio la tipologia degli atti esclusi nel settore penale. In caso contrario nel regime di sospensione potrebbero rientrare anche i termini imposti per assicurare un controllo tempestivo da parte del giudice o del pm su atti che incidono su diritti fondamentali degli indagati (è il caso, per esempio, dei termini per le richieste di convalida e proroga delle intercettazioni e di quello per l'interrogatorio di garanzia di un indagato sottoposto a custodia cautelare). Insomma, a giudizio del Csm, dall' area soggetta a sospensione andrebbero esclusi quegli atti indirizzati alla tutela di diritti costituzionalmente garantiti.
Nel civile si mettono in evidenza aspetti particolarmente problematici soprattutto per la trattazione da remoto delle udienze (misura che i capi degli uffici giudiziari possono adottare dopo il 15 aprile). Dove andrebbero meglio chiarite le conseguenze del mancato deposito delle note scritte di parte e la sua equivalenza con la mancata comparizione. Tutto l'appello, è il suggerimento, potrebbe poi svolgersi solo su base documentale e senza celebrazione di udienze. A dividere il Csm è stata però la parte sulle carceri. Il parere, infatti, considera assolutamente inadeguato il meccanismo della detenzione domiciliare in deroga voluto dal Governo. Non convince soprattutto l'avere reso l'utilizzo dei braccialetti elettronici una condizione per l'accesso alla misura di decongestione delle carceri per chi ha tra 6 e 18 mesi di pena residua da scontare. I braccialetti infatti sono pochi e distribuiti con il contagocce; inoltre ai domiciliari potrà andare solo chi ha un domicilio e non tutti i detenuti ne hanno uno effettivo. Tra le proposte, la sospensione delle pene detentive non superiori a tre o quattro anni e la previsione di un'ulteriore ipotesi di rinvio facoltativo dell'esecuzione della pena.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2020
"Non solo per uso interno, vanno anche a strutture sanitarie". Sono 25 gli istituti penitenziari che hanno aderito all'iniziativa in tutta Italia, nata dall'iniziativa del penitenziario di Massa: "L'idea è venuta dal crescente bisogno di protezione e fabbisogno all'interno della prigione, ma adesso le distribuiamo in tutta la provincia".
Venticinque istituti penitenziari di tutta Italia per un totale di circa 10mila mascherine chirurgiche al giorno. Dall'inizio dell'emergenza coronavirus, le carceri italiane hanno fatto notizia solo per le rivolte interne, ma negli ultimi giorni, in realtà, proprio in molti istituti sparsi su tutto il territorio nazionale è iniziata la produzione autonoma di mascherine di cui c'è grande bisogno nelle strutture sanitarie, nei luoghi di lavoro tutt'ora aperti e nelle stesse carceri. Il progetto del Dipartimento dell'Amministrazione Giudiziaria (Dap) del Ministero della Giustizia ha ottenuto il via libera dell'Istituto Superiore di Sanità: i 25 laboratori sartoriali nelle carceri di tutta Italia - da quelli delle zone più colpite di Bergamo, San Vittore e Opera passando per Massa, Volterra e Orvieto fino a Rebibbia, Lecce e Siracusa - hanno iniziato a produrre le mascherine chirurgiche "in tessuto non tessuto", ovvero composti da due o tre strati di poliestere e polipropilene.
Dopo le richieste di maggiori protezioni per i detenuti, nel question time di mercoledì pomeriggio alla Camera, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha assicurato che negli istituti penitenziari sono già arrivate 200mila mascherine e 768.889 guanti per metterli in sicurezza, mentre la capacità giornaliera di mascherine prodotte è di circa 8mila al giorno che "potranno rappresentare un evidente incremento della dotazione". Alcuni istituti sono già partiti e hanno già distribuito le mascherine, altri inizieranno la produzione nei prossimi giorni.
Il prototipo e la prima produzione a Massa - Il prototipo di mascherina, di cui è già stato prodotto un primo lotto, arriva dall'istituto penitenziario di Massa (circa 200 detenuti) che, in seguito all'autorizzazione dell'Asl, ha convertito il proprio laboratorio sartoriale dalla produzione di federe e lenzuola alle mascherine chirurgiche. Il primo stock ha riguardato circa un migliaio di mascherine che, a pieno regime, diventeranno circa 5mila al giorno, distribuite a detenuti e agenti penitenziari interni, ma anche alle strutture ospedaliere e alle Rsa della Asl Toscana Nord-Ovest con cui è stato firmato un protocollo. "La collaborazione tra istituzioni è sempre importante e determinante per una buona gestione del bene comune - spiega il direttore generale della Asl, Maria Letizia Casani - ma lo è ancor di più in momenti di difficoltà e di emergenza".
Un'iniziativa fortemente voluta dalla direttrice del carcere di Massa, Maria Cristina Bigi: "L'idea è nata dal crescente bisogno di protezione e fabbisogno di mascherine all'interno carcere - spiega al fattoquotidiano.it - e ci tengo a precisare che il lavoro dei detenuti non è solo una auto produzione per i dipendenti del carcere, ma le mascherine vengono distribuite anche nelle strutture sanitarie della provincia che hanno bisogno. Credo sia un bel modo attraverso cui i detenuti possono rendersi utili in un momento così difficile".
"Le mascherine servono agli agenti penitenziari" - Tra i penitenziari che hanno già iniziato a produrre mascherine ci sono quelli campani di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e Salerno, il carcere "Mammagialla" di Viterbo e quello di Sulmona (L'Aquila). Molti di questi lo stanno facendo per uso interno, tra cui il carcere Orvieto che inizierà nei prossimi giorni: "Avevamo già un laboratorio di tappezzeria che è stato convertito per produrre mascherine - racconta la direttrice del carcere umbro, Chiara Pellegrini - Il carcere è un luogo chiuso che, in quanto tale, protegge i detenuti, ma solo in parte perché noi operatori accediamo dall'esterno. Quindi servono mascherine più agli operatori penitenziari che ai detenuti, che possono indossarle quando c'è un caso sospetto o di contagio. La salute nelle nostre carceri è un principio fondamentale che va garantito quotidianamente".
retesei.com, 27 marzo 2020
Ciambriello: "un gesto per migliorare la qualità della vita dei detenuti e gli standard di igiene e sicurezza sanitaria". "Ci sono gesti piccoli, ma che in un momento di emergenza assumono un grande valore e sono essenziali. Sono lieto di annunciare che grazie al sostegno dell'Assessore regionale alle politiche sociali Lucia Fortini, l'ufficio del Garante riuscirà a consegnare agli istituti penitenziari della Campania, 25 lavatrici che serviranno a migliorare la qualità della vita dei detenuti e gli standard di igiene e sicurezza sanitaria" Così Samuele Ciambriello, Garante regionale delle persone prive della libertà personale, commenta l'iniziativa realizzata in poche ore di concerto con il Dipartimento regionale dell'amministrazione penitenziaria.
"Con la sospensione dei colloqui e del supporto dei familiari - ha spiegato Ciambriello - c'è la necessità di lavare nelle carceri gli indumenti della popolazione reclusa e, purtroppo, non c'erano abbastanza lavatrici per farlo. Su richiesta del provveditore il dr. Antonio Fullone, ci siamo immediatamente attivati per risolvere il problema. È il segno che se le istituzioni sanno dialogare si trova modo per rispondere alle piccole e grandi emergenze.
In un clima come questo, di grande preoccupazione per la salute pubblica, dobbiamo saper dire a tutti i cittadini che ognuno deve fare la sua piccola parte per rendere più ricchi di speranza questi giorni difficili. Da parte nostra, ce la stiamo mettendo tutta perché tutti coloro che operano e vivono negli istituti penitenziari (agenti, personale civile, detenuti) sentano vicine e presenti le istituzioni".
- Verona. L'appello dei penalisti: "Tempo scaduto, pene alternative ai detenuti"
- Voghera (Pv). Coronavirus, cinque contagiati fra i detenuti
- Milano. Polizia penitenziaria, seconda vittima: infettato durante un piantonamento
- "Giusto tutelare i detenuti, no allo svuota-carceri"
- Impugnazioni, se c'è incertezza sui termini va scelta la via più restrittiva










