di Giovanni Guzzetta
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Qualche ora prima che il governo adottasse il Decreto- legge n. 19/ 2020, il Dipartimento della Protezione Civile, istituito presso la presidenza del Consiglio, diramava una "Raccolta delle disposizioni in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19". Questa specie di Testo Unico era costituito, prima dell'ultimo D. L., da un volume di 295 pagine! Una sorta di enciclopedia dell'emergenza i cui destinatari sono, oltre alle varie istituzioni, anche i 60 milioni di italiani che stanno cercando di orientarsi nella giungla di ordinanze e direttive su come circoscrivere i confini e continuare per quanto possibile a godere delle libertà previste dalla Costituzione.
Basterebbe questo dato per far salutare con favore la scelta del governo di intervenire, finalmente, con un Decreto- Legge che ha cercato di tracciare una linea chiara tra la fase tumultuosa delle ultime settimane e quello che appare essere l'orizzonte di medio periodo nel quale ci ha precipitato la crisi sanitaria, economica e sociale.
E, finalmente, verrebbe da dire, il governo e i suoi tecnici si sono applicati ad uno sforzo sistematico di dare ordine ai tanti poteri dell'emergenza, sorti o riemersi nel corso di questa crisi, sfruttando norme e istituti sparsi nell'ordinamento, ma certamente non pensati per fronteggiare una tragedia di dimensioni epocali come quella che stiamo vivendo. Si intravede, insomma, un'architettura istituzionale. Si può discutere o meno, e certamente si potrà fare a mente fredda, ma lo sforzo di porre un freno al rischio di ingorgo decisionale non può essere sottaciuto.
Il decreto-legge si propone di tipizzare i possibili interventi di emergenza, di prevedere limiti temporali ed esigenze di proporzionalità, di stabilire una gerarchia e un argine all'esercizio dei poteri tra i vari livelli di governo, di farsi carico di alcuni effetti annunciati dell'approccio precedente, come la paralisi certa di procure della Repubblica e Tribunali. Infine, esso rimette in gioco il Parlamento, sia perché, com'è noto, dovrà convertire il decreto, sia perché esso potrà esercitare un controllo sostanziale (almeno ogni due settimane) su quegli atti che formalmente gli sfuggirebbero perché adottati al di fuori del perimetro dell'art. 77 della Costituzione.
Adesso si passa alla prova dei fatti. E si tratterà di vedere se il tentativo potrà riuscire. Inoltre, il dibattito parlamentare potrebbe quantomeno aiutare ad accendere i riflettori sugli aspetti che richiedono un più attento vaglio. Alcune questioni, infatti, meritano certamente un approfondimento. Ne citerò due perché mi paiono le più rilevanti sotto il profilo del rapporto tra autorità e libertà. La questione di fondo negli stati di "eccezione".
Primo. La depenalizzazione delle violazioni delle ordinanze, al di là di alcuni aspetti di drafting che potranno essere corretti in sede di conversione, costituisce senz'altro una scelta da apprezzare. Non foss'altro che per il fatto che il sistema giudiziario non avrebbe retto l'impatto con le violazioni previste. Benché si tratti di percentuali bassissime, rispetto alla totalità della popolazione, che non elogeremo mai abbastanza per il suo spirito civico (con buona pace dei sadomasochisti dell'autodisprezzo nazionale), parliamo comunque di cifre, in termini assoluti, pur sempre rilevanti per il già sovraccarico circuito penale.
Perché però consentire che le nuove sanzioni amministrative si applichino retroattivamente con effetti pecuniari potenzialmente più gravosi di quelli previsti dalla precedente ipotesi di reato? Se è stato un errore prevedere la "criminalizzazione" dei comportamenti, perché adesso farla pagare, retroattivamente, ai cittadini (al di là di indagare se questa sia una scelta costituzionalmente corretta ai sensi della sent. 223/ 2018 della Corte costituzionale)? Non sarebbe bastato prevedere sanzioni equiparabili ai costi che avrebbero dovuto subire per estinguere il reato con l'oblazione di 103 euro (senza considerare i risparmi derivanti dal mancato utilizzo della macchina giudiziaria a tale scopo)?
Secondo. Di fronte alla disciplina dimostrata dai nostri concittadini, non sarebbe forse stato il caso di precisare un po' meglio i confini degli obblighi su di essi gravanti. A parte il pedaggio burocratico di inseguire ogni paio di giorni il nuovo modulo di autocertificazione sempre più complesso, non sarebbe il caso di spiegare un po' meglio, ad esempio, cosa significhi dichiarare di essere in uno stato di necessità "per spostamenti all'interno del comune o che rivestono carattere di quotidianità o che, comunque, siano effettuati abitualmente in ragione della brevità delle distanze da percorrere"?
Nessuno qui vuole sottrarsi agli obblighi, ma capire, una volta per tutte, quali essi siano, forse aiuterebbe a propiziare l'effettività delle norme, senza dover rincorrere alla repressione, magari dell'esercito: ipotesi non esclusa neanche da questo decreto- legge e che forse non suona esattamente come manifestazione di fiducia nei confronti del popolo italiano.
di Andrea Oleandri*
antigone.it, 28 marzo 2020
"Ieri abbiamo inviato ai parlamentari delle commissioni bilancio e giustizia e a tutti i capigruppo parlamentari una serie di proposte emendative (che è possibile leggere qui) degli articolo 123 e 124 del decreto Cura-Italia. Si tratta di proposte che vogliono far accrescere la possibilità di avere provvedimenti di detenzione domiciliare, liberazione anticipata e affidamento al servizio sociale. Ciò che chiediamo è che vengano approvate affinché le carceri possano tornare ad una situazione di legalità che consenta di affrontare al meglio il diffondersi dei casi di coronavirus. Quello di cui abbiamo bisogno sono posti in terapia intensiva e non nuovi focolai". Queste le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a proposito delle proposte che l'associazione ha avanzato insieme a Cgil, Anpi, Arci, Gruppo Abele, Ristretti, Cnvg, Diaconia Valdese, Uisp Bergamo e InOltre Alternativa Progressista.
"Abbiamo appreso dalla relazione in Parlamento del ministro della Giustizia Bonafede che i casi di detenuti trovati positivi al Covid-19 sono 15, mentre oltre 200 sono quelli in quarantena. Un dato che ci preoccupa, specialmente guardando quanto accaduto nel mondo libero in particolare riferimento alla crescita esponenziale dei contagi che, in un ambiente come il carcere, dove le persone sono tenute forzatamente a stretto contatto, sarebbe ancor più difficile da controllare e arrestare" prosegue Gonnella.
"Dal 29 febbraio sono oltre 2.500 i detenuti scarcerati. Attualmente quelli presenti negli istituti di pena sono poco più di 58.000. Tuttavia, sapendo che i posti regolamentari sono 50.000, a cui vanno sottratti varie altre migliaia di posti conteggiati ma non disponibili si può dire che ad oggi ci sono ancora 12.000 detenuti che non hanno un posto regolamentare. Una situazione di sovraffollamento che può trasformarsi in un veicolo drammatico di contagio" sottolinea ancora il Presidente di Antigone.
"Attraverso le nostre proposte emendative, dunque, vogliamo fare in modo che ancora altri detenuti possano uscire dal carcere e terminare di scontare la loro pena in detenzione domiciliare, anche a protezione di tutto lo staff carcerario. Lo Stato deve avere a cuore la salute di tutti e, in questo momento, la realtà delle prigioni italiane non può garantirla, né alle persone recluse, né agli operatori.
Purtroppo - conclude Gonnella - il tempo per agire è sempre meno. In questa direzione si tenga almeno conto del parere del Csm per non condizionare l'accesso alla detenzione domiciliare all'uso di braccialetti elettronici che nella realtà non ci sono. Inoltre chiediamo un piano straordinario di protezione igienico-sanitaria della polizia penitenziaria, dei direttori, degli educatori, dei cappellani, dei medici e degli infermieri che operano nelle carceri".
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
di Katia Poneti
societadellaragione.it, 28 marzo 2020
Gli Istituti della Toscana offrono una rappresentazione eloquente delle criticità che si sono dovute affrontare nelle ultime settimane, dalla rivolta a Prato e dalle proteste a Sollicciano e Pisa all'arrivo a Porto Azzurro e San Gimignano di detenuti trasferiti da Modena. Sono state installate tende per il controllo sanitario all'ingresso e sono sati distribuiti telefonini per telefonate skype ma il funzionamento è a macchia di leopardo. Molto poche le uscite dal carcere sulla base del decreto del Governo, troppo condizionato da requisiti impossibili. Il sovraffollamento impedisce il rispetto delle norme di igiene previste dall'Oms. La richiesta di effettuare il tampone ad agenti e detenuti.
L'arrivo dell'emergenza Covid-19 ha trovato purtroppo la Toscana senza Garante regionale dei detenuti, dopo la cessazione del mandato di Franco Corleone, già proseguito con i tre mesi di prorogatio fino alla fine di gennaio. I garanti comunali, gli esperti e le associazioni che si occupano ogni giorno di carcere stanno lavorando in rete per raccogliere e condividere le informazioni sui vari istituti e intervenire con le istituzioni.
Le carceri toscane sono state investite dall'ondata di rivolte delle scorse settimane: a Prato vi è stata la devastazione di una sezione, mentre a Pisa e Sollicciano era iniziata l'agitazione, fortunatamente rientrata. Porto Azzurro e San Gimignano ospitano alcune decine di detenuti trasferiti dal carcere di Modena e da altri in cui vi sono state rivolte. L'organizzazione interna di questi istituti ha dovuto essere ripensata, riaprendo sezioni chiuse per ospitare i nuovi giunti, mantenendoli nello stesso tempo in isolamento sanitario e separati per classificazione penitenziaria (a San Gimignano, diventato recentemente istituto solo di alta sicurezza, è stata riaperta una sezione di media sicurezza).
All'esterno delle carceri sono state montate tende della protezione civile, in cui fare il pre-triage per chi entra in carcere; che ormai, con il divieto generalizzato di spostamenti, è soltanto il personale penitenziario ed eventuali nuovi giunti, mentre non entrano più gli operatori esterni. In seguito al blocco dei colloqui, sono stati distribuiti dal Dap/Prap un certo numero di cellulari perché i detenuti possano effettuare chiamate skype e/o whatsapp con familiari e avvocati (a Sollicciano ne sono arrivati una trentina), e questo fatto ha un po' placato la sensazione di abbandono in cui si erano sentiti precipitati i detenuti.
Non solo, le videochiamate hanno portato in molti casi un grande impatto emotivo, molto positivo, sui bambini, i familiari all'esterno e quelli detenuti, trasmettendo un senso di vicinanza che da tempo non veniva sperimentato. Molti detenuti, che da mesi se non da anni non riuscivano a vedere figli, nipoti e parenti sono riusciti ad avere l'opportunità di un contatto visivo, spesso negato dalle concrete difficoltà economiche dei familiari, che da mesi non riuscivano ad organizzare una trasferta dalle zone di origine per visitare il parente detenuto.
Nell'attuale criticità c'è dunque l'opportunità per consolidare i benefici che derivano dalle videochiamate attraverso strumenti normativi, ovviamente in aggiunta ai colloqui dal vivo che una volta superata l'emergenza saranno ripristinati. La posta elettronica, l'uso dei cellulari, le videochiamate devono fare parte della normalità e non dell'eccezionalità.
Molti restano i nodi critici, primo fra tutti quello di scongiurare il diffondersi dell'epidemia all'interno delle carceri. Il primo passo sarebbe quello di ridurre, azzerare, il sovraffollamento, facendo uscire quanti più detenuti possibile, soprattutto quelli che sono vicini al fine pena e hanno una casa o una struttura in cui andare.
Ma riguardo a questo obiettivo è del tutto inadeguata la norma adottata con il Dl 18/2020, art. 123, che prevede una forma di detenzione domiciliare quasi identica nei presupposti sostanziali, a quella già in vigore ex lege 199/2010 (addirittura con l'aggiunta di due reati ostativi: artt. 572 e 612-bis c.p.), e solo con facilitazioni procedurali.
Senza parlare dell'aggravamento posto dalla necessità del ricorso al braccialetto elettronico. Sarebbero piuttosto necessarie misure più incisive, come l'estensione della detenzione domiciliare ex lege 199/2010 così come integrata dall'art. 123 DL 18/2020 alle pene sotto i quattro anni e la liberazione anticipata "speciale" di 75 giorni ogni sei mesi di detenzione.
In Toscana la Magistratura di sorveglianza sta cercando di dare la più ampia attuazione possibile alla norma, con la collaborazione degli operatori penitenziari che fanno la ricognizione dei casi e istruiscono le pratiche. Tuttavia, i primi dati che giungono dai diversi garanti comunali confermano che sono poche le persone che hanno i requisiti per accedervi, dato che chi aveva i requisiti per la 199/2010 già aveva fatto domanda. Si sa che da Sollicciano sono usciti in 3, da San Gimignano in 7, da Livorno in 2, quest'ultimi per differimento pena. Più numerose sono ovviamente le istanze pendenti, anche per differimento pena per motivi di salute.
Il blocco degli ingressi degli operatori è poi particolarmente pesante per quei 4 bambini che si trovano in carcere a Sollicciano con le loro madri, e che ora non possono più beneficiare di quelle attività che rendevano meno dura la loro prigionia. Gli avvocati, il Garante comunale, l'associazione L'altro diritto e la Magistratura di sorveglianza si stanno impegnando per dare una soluzione ai singoli casi.
I semiliberi, dal conto loro, possono beneficiare ora, con l'art. 124 DL 18/2020, di licenze anche più lunghe dei 45 giorni previsti dall'Ordinamento penitenziario, e questo è un bene. Tuttavia, per coloro che non possono accedere alla licenza si apre la prospettiva opposta della chiusura in regime detentivo. In questo frangente viene così al pettine anche il nodo della mancata collocazione dei semiliberi in una struttura differente rispetto a quella penitenziaria fiorentina.
La tutela della salute dei detenuti rimane così in un limbo, in cui la paura del contagio è in parte contenuta dalle misure prese per monitorare i casi sospetti e dalla felicità di poter parlare con i propri cari in videochiamata, ma in cui mancano misure generalizzate per una seria prevenzione, che in carcere in quanto luogo chiuso deve essere ancora più accurata che all'esterno.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato linee guida per affrontare l'emergenza da Covid-19 in carcere che dovrebbero essere attuate in tutti gli istituti toscani, tra cui si possono richiamare il lavaggio frequente delle mani con sapone, seguito dall'asciugatura con panni usa e getta, oppure l'uso di disinfettanti contenenti almeno il 60% di alcool, distanziamento fisico tra le persone di almeno 1 metro, uso di fazzoletti usa e getta per coprire la tosse.
E ancora, si richiamano la necessità di una pulizia accurata degli ambienti e le norme da seguire per l'uso della mascherina. Tutte pratiche che per essere attuate necessitano di spazi e mezzi adeguati, standard da cui le condizioni attuali delle nostre carceri sono molto lontane.
Una buona notizia arriva dall'iniziativa del Provveditore regionale Toscana e Umbria, che ha chiesto alla Regione Toscana di procedere, nell'ambito dello screening di massa deciso dalla Regione per identificare i soggetti positivi ma asintomatici, in via prioritaria allo screening del personale penitenziario e dei detenuti nelle carceri toscane. La proposta è sostenuta con forza dai garanti locali, come mezzo di tutela della salute dell'intera comunità penitenziaria.
teletermini.it, 28 marzo 2020
Stabilire criteri normativi certi per l'applicazione di misure alternative, senza creare ingiuste e pericolose disparità". "Rispetto alle carceri, l'emergenza Covid-19 apre numerose questioni. Non solo quella delle celle affollate ma della discrezionalità dei giudici rispetto alle istanze di misure extracarcerarie che in questo periodo sono in forte aumento".
Lo dice il Garante dei detenuti Giovanni Fiandaca che oggi, dalle pagine de Il Foglio, ha lanciato un appello alla politica chiedendo di "predeterminare criteri normativi volti ad eliminare, o comunque a ridurre, la discrezionalità giudiziale".
Fiandaca esamina quanto sta accadendo in Italia in questo momento: giudici che accordano, ad esempio, la detenzione domiciliare e altri che la negano anche a parità di gravi condizioni di salute.
"Allo scopo di evitare ingiustificate disparità di trattamento - dice Fiandaca - bisognerebbe fissare con legge dei criteri generali che, soprattutto in questo momento di emergenza, possano tutelare detenuti over 65 infermi e detenuti affetti da gravi patologie puntualmente documentate.
Non sono pochi, infatti, i detenuti con disturbi cardiaci e respiratori o con insufficienti difese immunitarie e dunque particolarmente esposti a un contagio con effetti potenzialmente letali e che rischiano, a loro volta, di diventare causa di ulteriore diffusione delle infezioni intramurarie. Un'epidemia all'interno delle carceri, inoltre, può provocare ulteriori effetti dannosi anche all'esterno. Tutelare la salute dei carcerati significa tutelare, più in generale, la salute di tutti".
di Pietro Del Re
La Repubblica, 28 marzo 2020
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. È uno dei pochi effetti positivi del virus. Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l'avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria.
Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.
Invece, in un Paese in guerra dopo l'altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un'altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull'impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell'Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l'appello di Guterres", ha detto la fonte.
All'origine di quest'operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una "nuova, importante iniziativa" per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l'approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.
Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l'opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l'inviato dell'Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le "risposte positive" per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo.
Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l'idea di una tregua e si sono dette disponibili "a fermare ogni azione militare" nel nord-est del Paese, mentre il Segretario generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 28 marzo 2020
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano mette in mora l'amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia e la invita a "trovare, attraverso le proprie articolazioni sociali e pedagogiche, una adeguata collocazione" per un 43enne detenuto incompatibile con il carcere per gravi malattie ma che, anche per come è scritto il decreto sull'emergenza virus nelle carceri, non può essere messo in detenzione domiciliare perché non ha un domicilio e la legge non si preoccupa di questi casi assai numerosi.
Il sovraffollamento è piaga antica e quindi certo non responsabilità di questa gestione, se mai responsabile di averla negata nel suo vertice operativo (il Dap) o minimizzata nel suo vertice politico (il ministro). Ad oggi, con 58.944 detenuti e cioè 10 mila più della capienza teorica e 12 mila più rispetto dei posti effettivamente disponibili, nelle carceri ci sono stati 2 agenti e un medico penitenziari morti, 16 detenuti positivi, 257 persone in quarantena.
Il 17 marzo un articolo del decreto legge n. 18 sull'emergenza Covid-19 ha ammesso alla detenzione domiciliare chi abbia ancora da scontare meno di 18 mesi, però con una serie di preclusioni, tra le quali soprattutto, ecco il corto circuito normativo, quella ai detenuti "privi di domicilio effettivo e idoneo".
Non a caso mercoledì in Parlamento il ministro Bonafede ha comunicato che sinora in base al decreto sono usciti appena 5o detenuti in detenzione domiciliare e 150 semiliberi. Il Tribunale di Sorveglianza doveva decidere sulla richiesta, avanzata dai legali Antonella Mascia e Antonella Calcaterra con il professore Davide Galliani, di differire in detenzione domiciliare gli ultimi 8 mesi di una condanna a 2 anni di un detenuto che già 5 volte era stato dichiarato dai giudici incompatibile con il carcere perché positivo all'Hiv, affetto da tubercolosi polmonare, deambulazione assistita e grave deficit cognitivo, dunque molto a rischio se ora prendesse pure il virus in cella con altre due persone a San Vittore.
La sorella non è in grado di gestire il congiunto super-problematico, la sua ultima casa è stata sgomberata per malsane condizioni igieniche, nessuna comunità in questa fase di rischio-contagio si rende disponibile, e quindi il giudice Simone Luerti non può che rigettare la richiesta perché il detenuto non ha appunto un domicilio: però mette alle strette il Ministero affinché allora gli trovi una "adeguata collocazione".
È un tema di larga scala, perché nella teorica platea di 6 mila trasferibili dal carcere alla detenzione domiciliare sotto i 18 mesi, sono tantissimi i senza domicilio: molti più dei 30o stimati dal ministero (che sono solo i senza tetto), e tantissimi per definizione fra gli stranieri (oltre un terzo del totale dei detenuti) e fra gli italiani in disastrate condizioni economiche e familiari.
Al punto che la presidente del Tribunale di Sorveglianza, Giovanna Di Rosa, in audizione quasi ha supplicato il Comune di trovare per questi detenuti scarceratili un albergo, un po' come fatto per la quarantena dei guariti dal virus.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Esposto in procura della Rete Emergenza Carcere con le testimonianze dei familiari. Tutti abbiamo ancora impresse le immagini della rivolta avvenuta al carcere di Foggia e la conseguente evasione di massa. Una evasione, tra l'altro, che tuttora lascia dei punti interrogativi. Dopo quell'evento qualcosa sarebbe accaduto. Tante, troppe, testimonianze si sono accavallate di presunti pestaggi che diversi reclusi avrebbero ricevuto come atto di ritorsione.
La Rete Emergenza Carcere composta dalle associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Legal Team, Osservatorio Repressione e LasciateCIEntrare, ha raccolto diverse testimonianze e ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. Si tratta di testimonianze dei familiari di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Foggia prima dell'intervenuto trasferimento in seguito alla rivolta. Sono ben sette le testimonianze e vale la pena riportarle tutte.
"In data 8/03/2020 mio figlio, detenuto fino al 12/03 presso la Casa circondariale di Foggia durante la chiamata, mi ha riferito quanto segue: a seguito delle manifestazioni di protesta messe in atto da parte di numerosi detenuti impauriti a causa dell'allarme Coronavirus, il giorno della rivolta sono entrati in 5 o 6, incappucciati e con manganelli. I detenuti sono stati massacrati di botte, trasferiti solo con ciabatte e pigiama e tenuti in isolamento per i successivi 6/7 giorni. Solo dopo una settimana i detenuti hanno ricevuto i loro oggetti personali", riferisce la madre del detenuto, trasferito al carcere di Viterbo.
Poi c'è la moglie di un altro recluso. Una testimonianza che combacia con quella precedente, ma con l'aggiunta che la presunta azione violenta sarebbe addirittura continuata nel carcere viterbese: "Il giorno del trasferimento, il 12/03/2020, durante la notte, mentre si trovava presso la Casa circondariale di Foggia, le guardie esterne sono entrate in cella e hanno pestato i detenuti. Successivamente al trasferimento non ho più ricevuto notizie. Dopo dieci giorni, durante una chiamata, mio marito mi ha riferito che ci sono state altre violenze all'interno del carcere di Viterbo".
Nell'esposto viene riportata la testimonianza della sorella di un altro detenuto, trasferito in seguito alla rivolta al carcere di Vibo Valentia. "In data 9 marzo mio fratello, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: in piena notte è stato picchiato a manganellate e portato via in pigiama e ciabatte per essere trasferito in un'altra struttura, dopo la rivolta fatta alcuni giorni prima". Sempre la sorella del detenuto ha proseguito con una riflessione accorata: "Premetto che i detenuti sono esseri umani e non meritano trattamenti disumani, come quelli subiti. Se hanno sbagliato è per un motivo valido. La paura per il Coronavirus e la sospensione dei colloqui con i parenti hanno generato il panico. Hanno percepito il pericolo mortale del virus e non potendo avere più notizie si sono allarmati ed è subentrato il caos".
Nell'esposto in Procura si aggiunge anche la testimonianza di un'altra madre di un detenuto, ora recluso nel carcere di Catanzaro: "In data 9 marzo mio figlio, durante la telefonata, mi ha riferito quanto segue: di essere stato picchiato a manganellate su tutto il corpo, specialmente sulle gambe e portato al carcere di Catanzaro senza avere la possibilità di prendere il vestiario o il minimo indispensabile".
C'è poi un'altra testimonianza, questa volta della moglie di un detenuto che addirittura sarebbe un invalido. "Il 20/03/2020 durante la telefonata con mio marito - testimonia la donna - ho avvertito la sua sofferenza, accusava dolori alle costole e mi ha riferito di aver sbattuto da qualche parte. Lui è invalido al 100% e non potrebbe mai muoversi con violenza dal momento che è in carrozzina. Sono certa che lui non può parlare liberamente.
Infatti, successivamente mi ha riferito che la prima lettera che avrebbe voluto inviarmi dopo il massacro successo a Foggia gli è stata strappata. Gli ho detto di farsi portare al pronto soccorso ma non lo fanno perché altrimenti andrebbe in quarantena. Io voglio vederci chiaro". Il padre di un detenuto ha riferito ancora che il figlio gli avrebbe detto di essere stato trasferito, in piena notte, senza alcun vestito, aggiungendo che sarebbe stato picchiato.
L'ultima testimonianza è davvero emblematica. In questo caso, il detenuto, vittima di un presunto pestaggio, non avrebbe nemmeno partecipato alla rivolta del carcere di Foggia. Infatti non è tra coloro che ha subito un trasferimento. Alla sorella avrebbe raccontato, con una telefonata e una lettera, l'accaduto: "Oltre allo spavento anche le mazzate mi sono preso dalla polizia, in questi giorni ho avuto un attacco di ansia, la notte non dormo più, ho tanta paura, io che non ho fatto niente le ho prese. Ci hanno sequestrato tutti i viveri, siamo stati giorni senza caffè, sigarette, detersivi, cibo. Ci hanno levato tutto".
Sono tutte testimonianze, molto drammatiche, che rimangono tali. Sarà la Procura ad accertare quanto sia effettivamente avvenuto e, nel caso, ad esercitare un'azione penale nei confronti dei responsabili di eventuali reati. Rimangono sullo sfondo le diverse testimonianze che coincidono perfettamente.
quimesagne.it, 28 marzo 2020
Il Presidente della Provincia di Brindisi, Riccardo Rossi, con Decreto Presidenziale n.15 del 10 marzo 2020, ha designato il sig. Bruno Mitrugno, ex direttore della Caritas diocesana di Brindisi e Ostuni, quale "Garante per i diritti delle persone private della libertà personale della Provincia di Brindisi".
Tale incarico è svolto in forma del tutto gratuita; per la scelta della persona il Presidente ha tenuto conto sia dei curricula sia delle motivazioni presentate da ciascun candidato. L'istituzione della figura del Garante è stata fortemente voluta dal Consiglio Provinciale che l'ha prevista su input del Garante regionale dei detenuti; la funzione è normata dallo specifico Regolamento approvato con deliberazione del Consiglio Provinciale n. 21 dell'8 agosto 2019.
Il provvedimento voluto dal presidente Riccardo Rossi e dall'intera struttura dell'Ente di via De Leo assume oggi, tra gli altri, un valore ancora più pregnante e necessario, all'interno delle varie strutture deputate, come il Carcere, il centro per gli immigrati o la Residenza per le Misure di Sicurezza (Rems) di Carovigno, alla luce anche dell'emergenza sanitaria che in questi giorni stiamo tutti vivendo, in condizioni tuttavia molto differenti rispetto ai detenuti, per la diffusione del contagio da CoVid 19, in cui la privazione della libertà si aggiunge alle limitazioni che ogni cittadino o familiare del detenuto sta riscontrando. L'attenzione, in questo periodo, da parte della Provincia di Brindisi è, pertanto, anche riposta a far sì che si possa affrontare al meglio l'impatto che il diffondersi dell'epidemia potrebbe avere sulla sicurezza di ogni persona costretta in quelle strutture perché privata, per un periodo di vita circoscritto, della propria libertà.
Il Garante, in sostanza, avrà in generale il compito di individuare, attraverso un monitoraggio periodico e costante nelle varie strutture di privazione della libertà (carcere, Rems, centri per gli immigrati, luoghi di Polizia) eventuali criticità di carattere globale, trovando soluzioni condivise con le autorità competenti per risolverle, al fine di prevenire qualsiasi situazione di possibile trattamento contrario alla dignità delle persone. La scelta da parte di Rossi di una personalità quale quella di Bruno Mitrugno, noto in città per il suo forte impegno a favore degli ultimi e di coloro che vivono condizioni di estrema marginalità sociale ed economica, è il segno tangibile di una sensibilità e di un'attenzione che troverà terreno fertile di attività a favore di coloro che vivono restrizioni di libertà, per ogni possibile opportunità di recupero e di reinserimento.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 marzo 2020
Ai detenuti del carcere di Cremona nei giorni scorsi, su iniziativa della direttrice Rossella Padula, è stata data l'opportunità di avere un'informazione autorevole sul Coronavirus e sugli accorgimenti per evitare il contagio, da parte di Angelo Pan primario di Malattie infettive dell'ospedale Maggiore nel corso di un incontro nell'istituto penitenziario. Al lungo applauso con cui è stato salutato il medico, è seguita anche un'azione concreta da parte dei reclusi che hanno promosso una colletta che ha raccolto, sinora, circa 1.300 euro da destinare all'Ospedale.
Va ricordato che la Lombardia è la regione più segnata dall'emergenza e che la casa circondariale di Cremona dista poco più di un chilometro dall'ospedale cittadino, dove ogni giorno si combatte la guerra contro il Covid-19. Una prossimità che aggiunge emozione e partecipazione da parte dei detenuti al dramma di un territorio con i presidi sanitari ormai al collasso.
Un altro segnale, l'ennesimo di partecipazione all'emergenza che i cittadini stanno affrontando e di solidarietà ai sanitari impegnati, arriva anche da un carcere dell'estremità opposta del Paese, la casa circondariale di Trapani, dove alcuni detenuti hanno raccolto 1431 euro da versare, tramite l'ASP, al reparto di terapia intensiva dell'ospedale cittadino Sant'Antonio Abate.
di Daniela Ghio
Il Gazzettino, 28 marzo 2020
Un piccolo gesto di solidarietà che vuole portare attenzione alle problematiche del carcere di Santa Maria Maggiore e a quanti vi operano all'interno. Ieri l'associazione Cavalieri di San Marco ha regalato alcuni termometri digitali elettronici a infrarossi per la misurazione a distanza della temperatura alla Polizia penitenziaria del carcere maschile veneziano. Un piccolo aiuto nella prevenzione del contagio da Codiv 19 che il sodalizio guidato da Giuseppe Vianello ha fortemente voluto come gesto di solidarietà.
"Da tanti anni il direttivo dei Cavalieri di San Marco - spiega Vianello - assegna i fondi raccolti annualmente, ripartendoli in quote per compiere atti di beneficenza e di assistenza prettamente umanitaria e sociale, secondo gli indirizzi fissati dall'assemblea annuale dei soci. Accanto a questo abbiamo collaborato inoltre al restauro di opere d'arte e di edicole antiche, nonché di numerosissimi capitelli e lapidi di Venezia".
Diverse sono state le attenzioni rivolte ai disabili e ai non vedenti con la fornitura di computer adatti per il loro apprendimento scolastico, oltre alla donazione di sofisticate strumentazioni mediche per l'ospedale rumeno di Timisoara e l'erogazione di aiuti alle missioni cattoliche in vari paesi del terzo mondo, sono state finanziate parecchie borse di studio. Questa volta l'attenzione dei cavalieri si è rivolta alle forze dell'ordine che operano in carcere.
"Abbiamo avuto da parte della polizia penitenziaria la richiesta di un aiuto per trovare termometri che misurassero la temperatura da distante, di cui erano sprovvisti - spiega ancora il presidente Vianello. Ci siamo attivati e grazie ad alcuni dei nostri soci in 48 ore li abbiamo trovati in una società farmaceutica italiana. È giusto aiutare chi è in prima linea ad affrontare, oltre ai problemi delle carceri, anche l'epidemia di coronavirus". Ora il sodalizio sta cercando di rispondere a richieste di termometri ad infrarossi, introvabili, per altri enti. Inoltre il direttivo ha scritto ai 900 soci sparsi nel mondo perché aiutino la Regione nella attuale raccolta fondi.
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