di Amedea Franco
La Stampa, 29 marzo 2020
Né agenti penitenziari né cancelli servono a molto se il coronavirus decide di entrare nelle carceri. Quindi quell'isolamento nell'isolamento va tenuto sotto stretta osservazione. Perché ogni casa di reclusione è una piccola città nella città, abitata dai detenuti e dove ci lavorano agenti, operatori sanitari e personale amministrativo. L'allerta è dunque molto alta.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 29 marzo 2020
L'avvertimento dell'Alto commissario per i diritti dell'uomo. Il virus ha bussato anche alle porte del carcere. I primi casi di infezione si sono già registrati nelle camere di sicurezza, nei centri di accoglienza per migranti, nelle residenze per anziani e negli ospedali psichiatrici "dove il coronavirus rischia di fare strage della popolazione vulnerabile che vive all'interno di queste istituzioni".
Corriere del Veneto, 29 marzo 2020
L'attività giudiziaria è ferma, salvo le urgenze. Ma a pm e gip di turno stanno arrivando una montagna di istanze di scarcerazione da parte di detenuti di Santa Maria Maggiore e non solo, tutte con un motivo: la paura di contrarre il coronavirus.
A Venezia non ci sono casi, anche se ieri la Cgil ha segnalato che è arrivato un detenuto da un istituto che invece aveva avuto dei positivi, senza che gli fosse fatto il tampone. Solo negli ultimi giorni sono arrivate una ventina di istanze, per lo più respinte.
Il decreto "Cura Italia" anticipa l'uscita per i detenuti vicini alla fine della pena, ma a Venezia dovrebbero goderne solo una dozzina. Intanto la procura sta anche pensando di revocare le misure dell'obbligo di presentazione, per evitare la circolazione di chi va a firmare in caserma.
di Isabella Bossi Fedrigotti
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
L'argomento che ci interessa trattare - scrive Furio Ghislieri - non è principalmente milanese, però anche milanese. Mi riferisco alla questione dei carcerati che, se hanno poco da scontare, potranno venire posti in libertà per svuotare le celle in cui è impossibile tenere le distanze di sicurezza per salvarsi da un eventuale contagio da Covid-19.
Non ho niente contro il provvedimento, per carità, a patto che i detenuti che usciranno vengano obbligati a una quarantena per evitare che l'infezione si diffonda nelle loro famiglie". Speriamo che per loro quarantena ci sia. Ma non sarà facile attuarla perché buona parte dei detenuti con fine pena entro i i8 mesi che potrebbero perciò ottenere gli arresti domiciliari non hanno una casa dove andare.
Non è un caso se proprio il Tribunale di Milano abbia rivolto un appello al Comune per trovare per costoro alloggi dove finire di scontare la pena. E dove - speriamo - sottoporsi a quarantena. L'alternativa per loro è di rimanere in carcere, pigiati in quattro, sei o anche otto in celle per due: con i rischi che possiamo immaginare.
Le rivolte nelle carceri andate in scena alcune settimane fa (con parecchi morti) potrebbero essere solo un assaggio di quel che, chissà, succederebbe se il contagio dovesse dilagare all'interno dei luoghi di pena. Problema non molto diverso è quello dei tanti centri di accoglienza per migranti sparsi in tutto il paese, anche in Lombardia, dove, si sa, le camere singole non sono previste e i pasti vengono consumati gomito a gomito.
Già è tristemente noto quel che succede nelle comunità numerose, per esempio nei conventi e nelle case di riposo per anziani, quando parte il contagio. Se poi si pensa a quei migranti che con il bel tempo di primavera torneranno a sbarcare nel sud, magari in arrivo da un'Africa che tra qualche mese potrebbe trovarsi a sua volta in pandemia, non è da escludere che il flagello, nel frattempo forse messo sotto controllo in Italia, di nuovo si riaccenda. E di ridistribuzione allora non si parlerà proprio più perché nessun paese vorrà accogliere, per paura del virus, anche una sola persona: panorama inquietante che speriamo irreale.
di Gianluca Amadori
Il Mattino, 29 marzo 2020
In tutto il Veneto da parte dei detenuti vi è grande preoccupazione e il crescente timore di contagi ha come conseguenza una valanga di istanze per poter usufruire di permessi, per chiedere la concessione degli arresti domiciliari o la remissione in libertà.
Da un paio di settimane gli uffici giudiziari ricevono decine di istanze al giorno, sulle quali i giudici decidono dopo aver assunto informazioni dalle direzioni dei penitenziari che, finora, hanno assicurato che la situazione è sotto controllo e non vi sono rischi né per i detenuti, né per il personale di custodia. Di conseguenza gran parte delle richieste presentate dai difensori ottiene parere negativo della Procura e viene rigettata.
Negli ultimi giorni la situazione di maggiore agitazione si è verificata a Verona Montorio, dove il sindacato di polizia penitenziaria ha segnalato l'esistenza di una quindicina di casi di positività al Covid 19 tra gli agenti di sorveglianza, con la conseguente richiesta di attivare speciali misure di sicurezza. Nessuna conferma ufficiale in merito all'esistenza di contagi tra il personale è però pervenuta.
Dopo le rivolte di inizio marzo, la situazione è molto tesa anche perché la prospettata liberazione di tutti i detenuti a cui sia possibile applicare il braccialetto elettronico è di fatto inattuabile in quanto i braccialetti non ci sono e quelli che sono stati ordinati dal ministero potranno essere messi in funzione soltanto un po' alla volta. A fine febbraio erano presenti nelle carceri italiane ben 61.230 detenuti (di cui 2702 donne e 19.899 stranieri) rispetto ad una capienza di circa 50 mila posti; in tutto il Veneto lo scorso anno erano mediamente 2394 a fronte di una capienza regolamentare di 1942, e la situazione peggiore la vive Venezia (Santa Maria Maggiore) dove alla data dello scorso 4 marzo erano detenute ben 268 persone, a fronte di una capienza di 169, con un tasso di sovraffollamento di oltre il 158 per cento. Non migliore il quadro del Friuli Venezia Giulia dove a fronte di una capienza di 479 posti, sono ristrette 663 persone (23 donne e 236 stranieri).
Per la Camera penale veneziana, ridurre il rischio di contagio è un dovere giuridico prima ancora che etico e per questo motivo chiede interventi tempestivi ed efficaci: Si impongono soluzioni eccezionali quali l'amnistia e l'indulto - è la proposta - Occorre, inoltre, immediatamente rafforzare il personale del Tribunale di sorveglianza al fine di verificare quanti detenuti abbiano diritto a ottenere la detenzione domiciliare ovvero le misure alternative al carcere.
di Marco Tribuzi
agenziadire.com, 29 marzo 2020
Il Sindacato di Polizia penitenziaria lancia l'allarme dopo la notizia dei tamponi positivi: "L'intero istituto è in pericolo". "Sono risultati positivi al Coronavirus due medici e due infermieri che prestavano servizio nel complesso femminile del carcere di Rebibbia". Lo ha detto all'agenzia Dire il segretario generale del sindacato generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
"Questa segreteria generale - ha scritto Di Giacomo in una lettera inviata al capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, al Provveditore di Lazio-Abruzzo-Molise e al direttore del carcere Rebibbia Femminile - è venuta a conoscenza che un medico che prestava il proprio servizio all'interno dell'istituto è risultato affetto da Covid-19.
Risulterebbe altresì che nella mattinata di oggi sono stati effettuati 7 tamponi alle detenute venute in contatto con il predetto medico. Lamentele a riguardo giungono da parte degli operatori di Polizia Penitenziaria ai quali risulterebbe non effettuato il tampone e nessuna precauzione per il possibile contagio è stata messa in atto".
"Tale episodio se fosse vero risulterebbe una grave lesione del diritto alla salute del personale di Polizia Penitenziaria oltre a costituire, evidentemente, una messa in pericolo per l'intero istituto in quanto il personale contagiato potrebbe essere untore e propagare il virus all'interno nello stesso, nuocendo agli stessi detenuti che si è cercato di tutelare effettuando il tampone- prosegue la lettera-. Si prega di voler mettere in campo tutti gli idonei accorgimenti per evitare di arrecare danno al personale di Polizia Penitenziaria, chiarendo fin da ora che la scrivente seguirà le vie legali in caso si dovessero riscontrare delle inadempienze da parte dell'Amministrazione penitenziaria, augurandovi di avere un unico interesse, ossia, la salvaguardia e la tutela di tutto il sistema carcerario, agenti e detenuti".
"Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono nove bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari". È l'appello, come si legge in una nota, che il segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
Di Giacomo ha rivolto al presidente della Repubblica Mattarella e ai ministri della Salute, Speranza, e Giustizia, Bonafede. "Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge- dice Di Giacomo- all'autorevole e recente denuncia del presidente Mattarella sulla "mancanza di dignità in carcere".
Al 29 febbraio scorso, spiega la nota, sono 55 i bambini di meno di tre anni d'età che vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 italiane.
Per Di Giacomo: "non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell'Amministrazione penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito".
Tra le misure decise per ridurre il numero di detenuti secondo il dl varato dal Governo la condizione dei bambini in carcere con le madri richiede priorità su tutti gli altri casi. È una situazione insostenibile che va rimossa e che, conclude la nota, come sindacato di Polizia Penitenziaria abbiamo denunciato "in tempi normali" figuriamoci in questi tempi di emergenza sanitaria. I bambini non devono stare in carcere né tanto meno rischiare la salute.
veneziatoday.it, 29 marzo 2020
L'appello della Funzione Pubblica Cgil veneziana: "Tamponi estesi, mascherine adeguate, visiere e il camice. Sveltire le procedure di trasferimento agli arresti domiciliari.
Armi spuntate quelle della polizia penitenziaria per combattere la guerra contro il coronavirus. Lo dice in una lettera il sindacato Fp Cgil veneziano, lanciando un appello affinché i poliziotti in servizio al carcere Santa Maria Maggiore vengano dotati di dispositivi di protezione uguali a quelli del personale della sanità. "Mascherine, ma non quelle chirurgiche, guanti, visiera, come nei reparti più a rischio, e un camice da indossare sopra la divisa e da gettare alla fine del servizio. Solo così si garantisce la sicurezza di chi lavora e di chi è detenuto".
Questo è tanto più vero, spiega il sindacato, nel caso dei trasferimenti delle persone in reclusione. È chiaro che tutto avviene nel rispetto delle precauzioni. E che le persone che passano da una casa di reclusione a un'altra vengono sottoposte a tampone e restano, in attesa di esito, in un ambito differenziato rispetto a quello degli altri detenuti. "Perché - chiede il sindacato - non estendere il tampone a tutti gli agenti? Non può esserci improvvisazione nella gestione di questa emergenza".
Il personale penitenziario che presta servizio nei reparti diversificati, dove ci sono le persone in quarantena, "deve essere dotato di mascherine FFP2, non della classica mascherina chirurgica. Non lo diciamo noi, ma il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria", aggiunge il sindacato. Questa situazione sta creando preoccupazione in una condizione straordinaria come quella attuale.
È impossibile gestire il funzionamento di una struttura così complessa senza le misure adeguate, che per lo meno riducano lo stress e la tensione presente nelle case di reclusione, che si aggiungono alla carenza di organico. "Siano più rapide e più numerose - infine dice il sindacato - le procedure di trasferimento agli arresti domiciliari dei detenuti che hanno pene fino a un anno al massimo da scontare". Anche questo aiuterebbe".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Innesco accidentale. Distrutti gli uffici dei gip e la cancelleria centrale. Nessun ferito. Mancano solo le cavallette ormai. E poi - dopo l'incendio che ieri all'alba ha reso inagibili tre piani su sette - il Palazzo di giustizia di Milano, già alle prese con il Covid-19 come ogni lembo di Paese, le avrà viste tutte: falle nei metal detector quando un imputato sparò a morte a un avvocato e a un giudice e a un coimputato, l'arresto per contiguità mafiose del titolare di una società di vigilantes del tribunale, pluriennali negligenze sui parapetti culminate nella caduta dalle scale di un avvocato rimasto paralizzato, da un mese la contabilità dei giudici o cancellieri positivi al virus e i relativi salti mortali per assicurare almeno i servizi essenziali, magistrati issati su una gru a San Vittore per cercare di raffreddare una rivolta di detenuti, e adesso appunto il rogo.
Che, per cause accidentali ancora da chiarire, prende a serpeggiare forse già di notte al VII dei sette piani (dove lavorano i giudici delle indagini preliminari e il Tribunale di Sorveglianza), incenerisce all'alba la cancelleria centrale Gip oltre al Punto informativo per il pubblico, e "gassa" l'antistante ala dei giudici di sorveglianza.
Quello che non fa in tempo a fare il fuoco, soffocato a fatica da tre ore di gran lavoro di sette automezzi e due scale dei pompieri, finisce di farlo l'acqua nei tre piani posticci, sopraelevati decenni fa con materiali approssimativi: acqua che non solo infradicia i fascicoli nella parte inferiore degli armadi del Tribunale di Sorveglianza, ma allaga i sottostanti VI e V piano dove lavorano i pm del pool Antimafia e alcuni giudici civili.
L'acqua percola sino ad alcune zone del IV piano della Procura, dove si staccano controsoffitti di cartongesso vicini agli uffici di due procuratori aggiunti. "Al momento non ci sono evidenze diverse da un fatto accidentale, ma è stato un incendio violentissimo", rileva il pm Alberto Nobili, accorso sul posto, mentre il presidente gip Aurelio Barazzetta constata "un danno importante, la cancelleria centrale è distrutta".
"Tutto allagato, tutto buio, abbiamo dovuto inoltrare gli atti urgenti a Pavia, stavamo già dando risposte oltre le nostre forze e ora i nostri uffici sono chiusi", non crede ai propri occhi Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza. Per ora sono inagibili VII, VI e parte del V piano, poi occorrerà verificare tre tipi di danni: ai fascicoli (quanti andati persi e se recuperatili da versioni informatiche), alla staticità delle strutture, e alla utilizzabilità o meno dell'impianto elettrico. Al momento sono state recuperate in qualche modo 8 stanze al IV piano per sistemarvi i primi "esuli" in via di sgombero.
Ai vertici giudiziari arriva la telefonata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ringrazia il personale per il "puro ed encomiabile spirito di servizio" che va "oltre quello che è dovuto allo Stato", aggiungendo che "è giusto che i cittadini sappiano che il ministero sta dando e darà tutto il sostegno possibile".
"Non può tacersi - osservava appena lo scorso primo febbraio all'Anno giudiziario la presidente della Corte d'Appello, Marina Tavas si - dei gravissimi ritardi con i quali il ministero della Giustizia risponde alle richieste urgenti reiterate insistentemente" per "molti interventi di adeguamento rispetto alle norme sulla sicurezza sul lavoro", tra i quali proprio "il rifacimento del sistema antincendio del Palazzo, non funzionale e necessitante di integrale ristrutturazione".
di Salvatore Porcaro
napolimonitor.it, 29 marzo 2020
In queste giornate, cupe e desolanti, continuo a ripensare alla protesta nel carcere di San Vittore, in particolare a due immagini che col passare del tempo invece di rarefarsi diventano sempre più nitide ed eloquenti. La prima ha come protagonista una bambina, probabilmente la figlia di un detenuto, che gioca nei giardinetti di piazzale Aquilea.
Siamo in viale di Porta Vercellina, in una zona centrale di Milano, dove termina uno dei bracci della Casa circondariale di San Vittore, una struttura costruita alla fine dell'Ottocento secondo il modello del panopticon con una torre centrale e sei raggi ciascuno di tre piani.
La rivolta è iniziata da qualche ora, le strade che circondano il carcere sono state chiuse al traffico dalla polizia, che ora presidia la zona, mentre all'esterno delle mura si sono raggruppate alcune persone. Ci sono giornalisti che riprendono e commentano la protesta in diretta, un gruppo di anarchici che sta organizzando un presidio, familiari o amici dei detenuti che dalla strada cercano di comunicare con chi è all'interno della struttura.
Al termine del braccio che affaccia su piazzale Aquilea ci sono tre finestre, strette e alte, alle quali è appeso un lenzuolo con la scritta "Libertà". Dietro le finestre, nell'oscurità che contrasta con la luce del giorno, si percepiscono appena alcune figure umane. La loro voce al contrario ci arriva chiara e forte. "Vai a casa!", urla un detenuto. "Mo' vado", gli risponde una giovane donna. "Libertà, libertà!" grida un altro.
"Libertà, libertà", gli fa eco la voce esile di una bambina. E poi di nuovo: "Libertà, libertà", ripete quella stessa voce con un tono sempre più sfumato e distaccato. Mi volto per capire chi pronuncia quei suoni simili a una preghiera, e nel farlo mi immagino di vedere una bambina che stringe la mano della mamma, con il volto triste rivolto a quelle finestre che incombono sulla strada, e invece scopro che a emetterli è una bambina che gioca da sola nel piccolo giardino dando le spalle al carcere e a tutto quello che le sta accadendo intorno.
La seconda scena si svolge a poche centinaia di metri dalla prima. Siamo davanti a un altro braccio del carcere di San Vittore, quello che affaccia su via Gian Battista Vico. Qui alcuni detenuti sono riusciti a salire sul tetto, e ora sono pacificamente seduti sul colmo. Sotto di loro, ma al di fuori delle mura, la polizia in tenuta antisommossa si è disposta davanti a un accesso della Casa Circondariale.
Poco distante, gli anarchici gridano: "Fuoco, fuoco alle galere! Tutti liberi, tutte libere!". Intorno a loro, giornalisti, fotografi e videomaker documentano quello che sta accadendo. Alla protesta assistono in silenzio alcuni familiari dei detenuti. Dal basso guardo i movimenti dei detenuti sul tetto, osservo i volti parzialmente coperti, ascoltando distrattamente le cronache dei giornalisti e le domande che alcuni manifestanti rivolgono ai detenuti con un megafono.
Poi i ragazzi sul tetto, come se fossero appagati da quel momento di libertà, ci salutano e in fila indiana si allontanano uno alla volta. Sembra la conclusione della rivolta, invece, inaspettatamente, uno di loro torna indietro, si sporge verso di noi, allarga le braccia, porta il petto all'infuori e con tutta le energie che ha grida disperatamente: "Aiuto! Aiuto! Aiuto!".
Qualche giorno dopo la rivolta incontro Ileana Montagnini, responsabile area carcere della Fondazione Caritas Ambrosiana, che da molti anni segue percorsi di reinserimento sociale di persone in esecuzione penale esterna.
"Il carcere convince un po' tutti - mi confida - forse perché l'idea di prendere, chiudere e isolare parla alla pancia delle persone. Eppure così com'è non funziona. In Italia abbiamo una recidiva che sfiora il settanta per cento e ci sono organismi come Antigone, come la Conferenza nazionale volontariato e giustizia che denunciano sistematicamente il mancato rispetto dell'art. 27 della Costituzione, che parla di esecuzione penale in termini di rieducazione.
Già è difficile usare la parola "rieducazione" con gli adulti, però se ci atteniamo al testo costituzionale, noi dovremmo avere delle strutture volte a questo scopo. Invece, a noi sembra che le condizioni di sovraffollamento, di precarietà e di carcere vissuto come discarica sociale non rispettino questo articolo. Al contrario ci sembra che funzioni meglio l'esecuzione penale esterna.
Sulla quale però non ce la sentiamo di dire che la recidiva crolla al venti per cento, perché è un dato che si basa su un campione per il momento poco rappresentativo, quello di coloro che accedono alla misura alternativa. Quindi è vero che la recidiva crolla, però sarebbe più corretto fare degli studi su campioni più vasti".
In Italia, aggiunge, ci sono circa 67 mila persone che eseguono la pena intra-moenia, cioè all'interno di strutture circondariali o penali, e 45 mila che eseguono la pena extra-moenia. I progetti della Caritas si rivolgono soprattutto a questi ultimi, cioè a chi è fuori dal carcere o chi ha diritto a uscire ma, per mancanza di requisiti sociali, resta all'interno delle strutture penitenziarie. Sono gli educatori, i cappellani e i volontari che segnalano alla Caritas le persone che possono accedere ai progetti esterni, abitativi o di orientamento al lavoro.
L'accesso alle misure alternative è fortemente legato a condizioni sociali, come per esempio la presenza di un'abitazione idonea per richiedere la detenzione domiciliare. Per questo la Caritas mette a disposizione una rete di appartamenti, dando la possibilità di usufruire di una comunità per gli arresti domiciliari e offrendo un servizio di orientamento al lavoro.
"Tante persone in carcere - continua Montagnini - azzardo una cifra, il trenta per cento, hanno problemi di natura psicologica o psichiatrica, un altro trenta per cento è costituito da persone dipendenti da sostanze, alcol o comportamenti. Un numero crescente è costituito da persone straniere prive di mezzi. Non tanto perché le persone straniere commettono più reati, le statistiche dimostrano il contrario, quanto perché le condizioni di precarietà dovute alla criminalizzazione del fenomeno migratorio, hanno creato un substrato favorevole alla commissione di reati.
Tutte queste categorie hanno poco a che fare con quello di cui dovrebbe occuparsi il carcere, cioè la delinquenza. In più di dieci anni di esperienza ho incontrato principalmente poveri, malati, persone ignoranti - nel senso che ignoravano anche i propri diritti - persone con problemi di dipendenza, persone senza reti. E queste non mi sembrano che siano le categorie che studiano i criminologi. Almeno, non è quello che ho studiato io".
Queste condizioni di inadeguatezza per alcuni istituti e indecorose per altri, hanno fatto sì che in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo non ci fosse uno spazio per il dialogo e che le preoccupazioni delle persone in carcere - alimentate dall'unica fonte di informazione che hanno: la tv - sfociassero in rivolte.
A San Vittore, racconta Montagnini, circa quindici giorni fa, per evitare contagi da coronavirus, gli ingressi sono stati fortemente contingentati, così come in altri istituti lombardi e poi italiani; dopo pochi giorni, per gli stessi motivi i colloqui con i familiari sono stati sospesi, e tutte le attività sociali, come la scuola, sono state interrotte.
Queste restrizioni hanno fatto crescere ansia e tensione fino all'esplosione di giorni scorsi. "Se si toglie un beneficio così importante - dice Montagnini - come quello di vedere i propri familiari, è chiaro che si innesca una miccia, che va spenta con il dialogo ma anche con la concessione delle misure ordinarie, non solamente quelle straordinarie, che già si possono mettere in campo.
Più di un anno fa, per esempio, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria ha emesso una circolare in cui concede la possibilità di effettuare videochiamate tramite Skype e gli istituti si devono attrezzare per poterle garantire. A San Vittore l'accesso alle telefonate per tutti è stata un'assicurazione che ha fatto rapidamente placare l'ansia".
"È naturale - aggiunge infine - che in questi momenti di crisi si avanzino delle richieste particolari. Ma non ci dovrebbe essere bisogno di questi momenti per chiedere misure di riduzione del sovraffollamento delle carceri. Oggi in Italia ci sono 17 mila detenuti sotto i due anni di pena che potrebbero essere tutti fuori dagli istituti, questo lo dice la legge, non lo dice la Caritas, non lo dicono le associazioni".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 29 marzo 2020
"Poggioreale è una potenziale bomba a orologeria solo se succedesse un caso di Coronavirus all'interno. Sono 2.000 detenuti stipati in celle a 9 o a 10 persone. Non è immaginabile cosa potrebbe succedere se scoppiasse il virus".
Così, Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli, ha espresso le preoccupazioni sue e dei detenuti di uno delle carceri più grandi e affollate d'Italia. Il garante, accompagnato dalla sua collaboratrice Sarah Meraviglia, ha fatto una lunga visita presso la Casa circondariale "G. Salvia" di Napoli Poggioreale per incontrare il Direttore dell'Istituto, Carlo Berdini, e i delegati dei detenuti ristretti al fine di monitorare l'impatto e le ripercussioni dello stato d'emergenza sulle condizioni di vita e di salute dei detenuti.
Una visita durata sette ore di colloqui con le delegazioni rappresentanti ciascuno degli undici reparti dell'istituto che hanno portato all'attenzione del Garante le preoccupazioni della popolazione ristretta circa l'emergenza sanitaria che tutti stanno vivendo in queste ore. Numerosissimi detenuti hanno richiesto a gran voce la possibilità di donare il proprio sangue, effettuare donazioni in danaro o contribuire alla fabbricazione di mascherine sanitarie.
Inoltre hanno mostrato consapevolezza circa la necessità delle misure governative anti-contagio in seguito alle quali sono stati sospesi i colloqui con i familiari fino a data da destinarsi. Hanno condannato l'uso improprio della forza da parte di quei detenuti che lo scorso 8 marzo hanno provocato tramite azioni violente danni da oltre un milione di euro.
Ai detenuti è stata data la possibilità di continuare ad avere contatti con i propri cari attraverso due videochiamate a settimana della durata di 10-15 minuti. Tra le principali problematiche di cui si farà carico il Garante figura la questione relativa alla gestione della procedura che assicura il recapito ai familiari dei pacchi dei detenuti in uscita dall'istituto. Secondo quanto riportato da Ioia, il nuovo direttore Carlo Berdini si è dimostrato determinato nell'ascoltare le istanze e le preoccupazioni dei detenuti. Oltre a mettere in atto una serie di misure di prima necessità quali la fornitura di detergenti disinfettanti per l'igiene all'interno delle celle nonché l'acquisto di mascherine e di guanti per il personale della polizia penitenziaria (potenziale vettore per il contagio avendo contatti costanti con l'esterno), la direzione ha reso possibile l'installazione di uno scanner termico all'ingresso dell'istituto, a tutela dei detenuti e di tutto il personale.
Il Garante ha voluto anche rassicurare i familiari dei detenuti circa l'espletamento all'interno della struttura dei protocolli ASL di contenimento del contagio (come il triage per i nuovi giunti) nonché la predisposizione di un reparto intero attualmente non ospitante detenuti in vista di eventuali futuri casi di sospetto coronavirus. Il Garante si unisce alla popolazione detenuta tutta nel rivolgere un appello alla Magistratura di Sorveglianza affinché vengano velocizzate le procedure per la concessione di misure alternative al fine di ridurre le presenze.
- Reggio Calabria. Le detenute cuciono mascherine per le carceri calabresi
- Pescara. Da giorni impossibile avere notizie dei detenuti nel carcere di Castrogno
- Torino. Carcere, positivi due detenuti: accompagnati a casa dalla Polizia penitenziaria
- Pisa. Carcere, contagiati un medico e due poliziotti: uno è in ospedale
- Se il virus diventa un alibi per i leader autoritari










