di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 30 marzo 2020
Grazie alle ultime disposizioni del Governo circa seicento detenuti campani dovrebbero presto tornare a casa, ma l'intervento potrebbe non essere ancora sufficiente. Il rischio è che, qualora l'emergenza coronavirus si aggravi ulteriormente, le carceri della regione si trasformino in una bomba sanitaria dagli esiti imprevedibili.
A lanciare l'allarme è il garante Samuele Ciambriello, che con un accorato appello chiede: "La politica smetta di essere cinica e pavida, è arrivato il momento di mettere in campo provvedimenti coraggiosi e tempestivi. Non c'è più altro tempo da perdere". Chiara, dunque, l'impostazione di pensiero del garante dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello, che comunque rivolge un plauso a tutti gli addetti ai lavori in questo momento coinvolti nella gestione della pandemia: "Ci tengo a ringraziare pubblicamente medici, sanitari e uomini della penitenziaria.
Tutti stanno mostrando grande coraggio, professionalità e umanità, ma soprattutto responsabilità, in questa situazione complessa. Tutti dobbiamo capire, e mi rivolgo anche ai detenuti e ai loro parenti, che stiamo vivendo un'emergenza nazionale". Stabilito l'incipit, Ciambriello va quindi al nocciolo della questione, o quantomeno degli aspetti ancora irrisolti.
Secondo il garante regionale, infatti, nelle carceri di Napoli e del resto della Campania, il problema del sovraffollamento rischia infatti di avere esiti devastanti in caso sorgessero eventuali focolai all'interno degli istituti di pena.
Ed ecco dunque che arriva l'attacco nei confronti dell'Esecutivo: "In questo senso non basta il piccolo decreto approvato la scorsa settimana che porterà chi deve scontare pene di un anno e sei mesi a uscire dalle carceri. In Campania questa misura interesserà 600 detenuti, ma non basta. La politica eviti di essere cinica e pavida. Questo è il momento giusto per mettere in campo provvedimenti coraggiosi e tempestivi". Come a dire, non c'è altro tempo da perdere.
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Revoca difensore di fiducia - Esplicazione effetti - Condizioni. La revoca dell'incarico al difensore, così come l'atto di rinuncia, non esplica effetti finché la parte non risulti assistita da un nuovo difensore, di fiducia o nominato d'ufficio, e non sia decorso il termine congruo di cui all'art. 108 c.p.p., non inferiore a sette giorni, previsto per consentire al nuovo difensore di prendere cognizione degli atti e conoscere dei fatti oggetto del procedimento. [Nel caso di specie, dopo la revoca del mandato all'avvocato, non risultava intervenuta alcuna nomina di nuovo difensore, onde nessun effetto è stato riconosciuto alla predetta revoca].
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 17 marzo 2020 n. 10341
Procedimenti speciali - Giudizio abbreviato - In genere - Procura speciale rilasciata al difensore per la richiesta di rito abbreviato - Revoca del mandato - Effetti - Revoca automatica della procura speciale - Esclusione - Ragioni. La procura speciale per la richiesta di rito abbreviato, ancorché conferita al difensore contestualmente nominato, è atto distinto dalla nomina del medesimo a patrocinatore; ne consegue che la revoca del mandato fiduciario non comporta l'automatica revoca della procura speciale, che può essere effettuata soltanto con un atto avente una delle forme prescritte per il conferimento dei poteri, da depositarsi presso la cancelleria del giudice o la segreteria del pubblico ministero procedente. (In motivazione la Corte ha aggiunto che, in caso di dubbio, il giudice potrà, comunque, verificare l'effettiva persistenza della volontà dell'imputato di farsi rappresentare da colui che non è più suo difensore).
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 6 agosto 2019 n. 35703.
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Revoca difensore di fiducia - Nomina di nuovo difensore ex art 97 comma 1 cod. proc. pen. - Richiesta di rinvio dell'udienza ex art. 108 cod. proc. pen. - Rigetto - Possibilità - Condizioni - Fattispecie. In materia di diritto di difesa, il giudice legittimamente non accoglie l'istanza di rinvio avanzata ai sensi dell'art. 108 cod. proc. pen. dal nuovo difensore, nominato ex art. 97, comma 1, cod. proc. pen. in sostituzione di altro revocato, quando l'istanza sia un espediente per procrastinare la definizione del procedimento in violazione dei doveri di lealtà e correttezza che devono orientare l'esercizio del mandato difensivo e delle facoltà processuali. (Nella specie, l'imputato dopo avere saputo che l'udienza del processo, fissata da tempo per la rinnovazione dell'esame da lui stessa richiesta di numerosi testi presenti in aula, era stata rinviata al pomeriggio, in tarda mattinata aveva presentato in cancelleria la revoca del mandato al suo difensore di fiducia).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 29 maggio 2019 n. 23884
Difensore penale - Revoca - Nomina di un nuovo difensore - Concessione del termine a difesa al difensore subentrante - Diritto del difensore - Attività che possono essere compiute durante la decorrenza del termine. L'articolo 108 del Cpp, in uno con il precedente articolo 107, prevede che, in caso di revoca del difensore, la concessione del termine per la difesa sia oggetto di un vero e proprio diritto del nuovo difensore, salva sempre l'operatività effettiva della revoca solo dopo il decorso del termine stesso. Durante la decorrenza di detto termine concesso al difensore subentrato a quello revocato, il giudice, come previsto dall'articolo 107, comma 3, del codice di procedura penale, può legittimamente compiere (continuando ad avvalersi del difensore originario, ovvero sostituendolo ai sensi dell'articolo 97, comma 4, del Cpp) solo le attività processuali il cui svolgimento risulti in concreto compatibile con il decorso del predetto termine, essendo, invece, tenuto al differimento delle altre, in particolare della discussione e della pronuncia della sentenza.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 7 novembre 2018 n. 50333.
Difesa e difensori - In genere - Rinuncia, revoca, incompatibilità e abbandono della difesa - Fatti accaduti nell'immediatezza della celebrazione del giudizio - Diritto alla concessione del termine per la difesa - Sussistenza. Il diritto alla concessione di un congruo termine per la difesa nei casi di rinuncia, revoca, incompatibilità e nel caso di abbandono da parte del precedente difensore può essere esercitato pur quando detti fatti, e la conseguente nomina del nuovo difensore, si siano verificati nell'immediatezza della celebrazione del giudizio.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 11 aprile 2008 n. 15413.
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Mandato al primo difensore. Nel caso in cui, l'imputato, senza revocare espressamente il precedente difensore, nomini durante il giudizio d'appello altro difensore di fiducia, e solo di questi in concreto si avvalga, concentrando su di esso la propria scelta, a lui affidando la propria difesa in ogni atto, adempimento o parte del procedimento di secondo grado, di guisa che il difensore prescelto, e solo questi in modo personale, diretto e autonomo abbia espletato l'incarico affidatogli, deve ritenersi per "facta concludentia" ed inequivocabilmente, l'intento dell'imputato stesso di affidare le attività defensionali al solo difensore che lo ha effettivamente assistito, e quindi, in sostanza, di revocare il mandato all'altro difensore.
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 13 agosto 1998 n. 9478.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Tribunale di Genova - Sezione II penale - Sentenza 4 luglio 2019 n. 2693. La circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità, di cui all'articolo 62 n. 4 cod. pen.,è compatibile con la fattispecie di cessione di stupefacenti di lieve entità, prevista dall'articolo 73 comma 5 del D.P.R. n. 309/1990, qualora la condotta del reo abbia procurato un lucro in presenza di un evento dannoso o pericoloso connotato da un ridotto grado di offensività o disvalore sociale, stante la differente natura giuridica e i diversi presupposti applicativi previsti dalle due norme. A sottolinearlo è il Tribunale di Genova con la sentenza n. 2693/2019.
La vicenda - La decisione del giudice ligure riguarda un uomo di nazionalità marocchina il quale veniva sorpreso da alcuni agenti di Polizia mentre cedeva una bustina contenente 0,5 grammi di cocaina verso il corrispettivo di 30 euro. Dopo l'arresto e la convalida, l'uomo veniva processato per rispondere del reato di cessione di stupefacenti, in relazione alla fattispecie attenuata di cui all'articolo 73 comma 5 del D.P.R. n. 309/1990. Alla luce dell'evidente prova dei fatti contestati all'imputato, il Tribunale emette un verdetto di condanna per il reato di lieve entità in materia di stupefacenti ritenendo altresì applicabile, anche in tale ipotesi, la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità.
La configurabilità dell'attenuante - Quanto alla fattispecie ex comma 5 dell'articolo 73 del testo unico in materia di stupefacenti, il giudice ribadisce che la condotta di lieve entità è da considerarsi oggi come autonomo titolo di reato, "avuto riguardo alla concreta portata offensiva del fatto accertato, il quale per le sue caratteristiche relative ai "mezzi", alle "modalità", alle "circostanze dell'azione" ovvero alla "quantità" e alla "qualità" della sostanza", si rivela di trascurabile entità e minimamente pericoloso; proprio come avvenuto nel caso di specie ove è stato ceduto un modestissimo quantitativo di cocaina.
Quanto, invece, alla circostanza attenuante ex articolo 62 n. 4 cod. pen., il giudice afferma che ormai per consolidato orientamento giurisprudenziale la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità "può trovare applicazione non solo ai reati che ledono il bene giuridico del patrimonio ma altresì ad ogni tipo di delitto purché commesso con scopo di lucro". La stessa attenuante, inoltre, trova applicazione anche al delitto di cessione di stupefacenti di cui al comma 5 dell'articolo 73 D.P.R. n. 309/1990 "se la stessa ha procurato un lucro in presenza di un evento dannoso o pericoloso connotato da un ridotto grado di offensività o disvalore sociale". Peraltro, sottolinea il giudice, tra la lieve entità in tema di stupefacenti e il generale danno di speciale tenuità vi è una differente natura giuridica, ovvero circostanza e titolo autonomo di reato, e la non piena coincidenza dei loro elementi costituivi, posto che l'attenuante prevista nella parte generale del codice penale "richiede, rispetto al "fatto lieve", un elemento specializzante costituito dall'avere l'agente perseguito o conseguito un lucro di speciale tenuità che esclude che dallo stesso dato materiale discenda una duplicazione di benefici sanzionatori".
di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 30 marzo 2020
I consigli per la quarantena di un ex detenuto, abituato, in molti anni di carcere, a lunghi periodi di isolamento. Me li ha mandati a puntate, per messaggio sul cellulare, ora che è libero e lontano, ma di nuovo chiuso in una stanza. Per lui è un'esperienza già provata e da cui ha tratto insegnamenti.
Questi:
1) Ricordati che mentre tu sei recluso, isolato, perfino fossi in infermeria, c'è chi altrove sta nel braccio della morte.
2) Non fare mai il conto alla rovescia, dimentica ogni possibile data di fine pena perché magistrati e destino possono giocare con te, trovare mille ragioni per spostare più avanti la tua liberazione.
3) Le giornate non devono sembrarti tutte uguali, devono essere tutte uguali. Ogni variazione può rendere difficile la seguente. Se leggi: lo stesso numero di pagine ogni giorno. Se fai ginnastica: gli stessi esercizi. Regola il sonno, regola tutto. Rendi la vita ipnotica come una lancetta che scorre.
4) Impara una qualunque cosa che non conoscevi.
5) Non ricordare e non fantasticare, vivi nel presente, anche se è fatto di poco o nulla.
6) Ricordati che non sei innocente, comunque.
7) La fede aiuta, ma o ce l'avevi prima o non vale.
8) Prova con la telepatia, ma con una sola persona.
9) Finirà e quando accadrà abbassa la testa, ringrazia e vai.
Il Secolo XIX, 30 marzo 2020
I progetti non sono mai decollati e le case circondariali della regione sono sempre in emergenza. I sei istituti di pena da Sanremo alla Spezia sono sovraffollati. Il segretario del Sappe: "La sicurezza è ad alto rischio".
Era il luglio 2013 e l'ex prefetto di Genova Anna Maria Cancellieri, divenuta nel frattempo ministro della Giustizia, parlò con l'allora presidente della Regione Claudio Burlando. La raccomandazione della Guardasigilli: riaprire il progetto di trasloco del carcere di Marassi fuori dal centro abitato di Genova e lontano dallo stadio Ferraris".
Lo rivelò lo stesso governatore: "Il ministro mi ha detto che è preoccupata per la situazione delle carceri italiane, in particolare per Marassi". Fu così, in quel momento, che riprese quota un vecchio progetto mai accantonato: una nuova struttura lontana dalla città, sulle alture tra i quartieri di Quezzi e di Bavari, al Forte dei Ratti.
Zona già ipotizzata anni prima e individuata via via come possibile soluzione di problemi differenti: si parlò anche di un impianto per bruciare i rifiuti ospedalieri. L'idea venne caldeggiata, con opportuni interventi sul territorio, anche dall'ex sindaco di Genova Marta Vincenzi. Si sa com'è finita.
La nuova casa di reclusione non è mai stata realizzata, il progetto è sprofondato nel libro dei sogni dove tante iniziative rimangono relegate e nel frattempo la Liguria ha perso un altro carcere. È il Sant'Agostino di Savona: il 28 dicembre 2015 un decreto firmato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando ne dispose la chiusura, per le condizioni fatiscenti, il degrado dell'edificio, le celle sovraffollate che non consentivano ai detenuti di espiare la pena in modo dignitoso. Anche in questo caso si sono ipotizzate via via nell'ultimo quinquennio ipotesi alternative: la stessa Savona, l'entroterra della Valbormida, Albenga.
Anche in questo caso non se n'è fatto nulla e l'appesantimento ha finito per gravare sulle altre strutture della Liguria. Così si arriva all'oggi. La situazione nella regione è quella descritta dai dati riportati nel grafico di questa pagina, che evidenzia le risapute condizioni di sovraffollamento e fa il punto sulla complicata situazione di eventi critici pressoché quotidiani.
È evidente che l'emergenza di questo periodo ha riacceso i riflettori sulle emergenze penitenziarie per due motivi. Il primo è il più evidente: le ripetute rivolte esplose nelle settimane passate con violenze, sangue e un allucinante bollettino di 14 morti. La seconda è un'esigenza strettamente correlata al coronavirus. Sta per terminare la disponibilità di celle riservate per chi, arrestato, dev'essere messo in quarantena prima di poter essere immesso tra la popolazione carceraria.
Così parte l'appello dei lavoratori: riaprire il Sant'Agostino di Savona almeno per questi casi, almeno con una quindicina di celle, prima che il sistema vada definitivamente in tilt. Problema, anche questo, emerso nell'epoca del virus, che si aggiunge a tutti gli altri compiti che gravano sugli agenti.
Spiega Michele Lorenzo, segretario regionale del sindaco Sappe: "La situazione penitenziaria italiana, di conseguenza si riversa su quella ligure, è risultata carente principalmente dal punto di vista della sicurezza. Le rivolte dell'8 e del 9 marzo sono il biglietto da visita di un sistema che è vulnerabile perché la polizia penitenziaria, negli anni, è stata svuotata dei suoi compiti che sono la sicurezza degli istituti". È il punto di vista dei lavoratori, che evidenziano le distorsioni.
Non mancano le proposte. Una su tutte: riqualificare partendo da concetti basilari come le dotazioni di strumenti moderni, tecnologici per arginare i veri fenomeni delinquenziali che arricchiscono il carcere.
Anche, semplicemente, l'elettrificazione dei cancelli: "Nessuno dice no a un carcere più moderno, dove sia realizzato il "servizio dinamico", ossia la possibilità di passare gran parte della giornata detentiva con le celle aperte e liberi di girare per i reparti.
Ma se poi a vigilare tutto c'è un solo agente con il mazzo di chiavi, è ovvio che sarà in mano a chi volesse creare disordini, cosi come è successo a Foggia". Conclusione: impossibile realizzare un carcere moderno senza adeguare i vecchi sistemi. Anche la Liguria, come i dati ben evidenziano, patisce queste difficili contraddizioni.
di Franco Corleone
L'Espresso, 30 marzo 2020
Il 15 marzo un detenuto è morto nel carcere di Udine. La notizia è rimasta nascosta fino a ora, incredibilmente. Nessuna comunicazione dall'Amministrazione penitenziaria e dalla Procura della Repubblica. L'obbligo della trasparenza è disatteso in maniera assoluta. Un silenzio assordante circonda una tragedia che fa comprendere che cosa sia il carcere. Il giovane era uno dei tanti soggetti definiti "tossicodipendenti", in realtà persone con tante fragilità e che avrebbero bisogno di politiche sociali e non di repressione.
Non sappiamo ancora neppure il nome come per giorni è accaduto ai 13 morti del carcere di Modena. Corpi a perdere. La testimonianza che ha fatto conoscere la vicenda parla di una storia di detenzione difficile, di tanti episodi di autolesionismo, di somministrazione eccessiva di metadone, di subutex e di psicofarmaci. L'autopsia ci dirà qualcosa di più certo. Una storia identica a tante altre che accadono nelle patrie galere con una colpevole assuefazione. Maurizio Battistutta, garante dei detenuti aveva denunciato ossessivamente la ferita aperta del carcere di Udine e i suoi scritti sono eloquenti, di estrema attualità e raccolti nel volume Via Spalato.
In questi giorni, in piena crisi determinata dal Corona virus, la situazione delle carceri non spinge a un cambiamento profondo nelle scelte di politica criminale. La bomba è innescata ma nessuno che ha il potere e il dovere di agire, compie scelte coraggiose e responsabili. C'è chi, spudoratamente, paventa l'indulto e l'amnistia. Solo Papa Bergoglio mostra senso di umanità. La Costituzione ammonisce che la giustizia senza umanità è pura vendetta.
bolognatoday.it, 30 marzo 2020
Il segretario di Giacomo: "Sono estremamente preoccupato per il possibile propagarsi del virus tra i poliziotti penitenziari e le loro famiglie ma molto di più mi allarma un contagio di massa tra i detenuti". Il dato sul personale sanitario con il Covid-19 certificato da tampone nel carcere di Bologna desta la preoccupazione per il propagarsi nell'istituto di pena del virus: a sostenerlo è il segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria Aldo di Giacomo che dice "risultano essere infetti 9 medici e 15 infermieri che prestano servizio presso il carcere di Bologna e 2 poliziotti penitenziari. Dati confermati dai sindacati dei medici penitenziari. Sono estremamente preoccupato per il possibile propagarsi del virus tra i poliziotti penitenziari e le loro famiglie ma molto di più mi allarma un contagio di massa tra i detenuti, il quale avrebbe effetti devastanti sul carcere che non è in grado di reggere decine di contagi".
Continua Di Giacomo: "il ricovero esterno di detenuti graverebbe sull'economia già precaria delle terapie intensive della regione. Serve con urgenza fare i tamponi a tutti i poliziotti penitenziari ed a tutti i detenuti. Il rischio pandemia nel carcere è più di una semplice supposizione. Occorre tutelare detenuti e poliziotti per questo ho chiamato il prefetto ed ho inviato una lettera urgente al ministro della salute. Questa grave situazione evidenzia ancora una volta l'incapacità di gestire l'emergenza da parte dell'amministrazione penitenziaria la quale sembra affidarsi alla buona sorte".
di Francesca Fagnani
fanpage.it, 30 marzo 2020
Giovanni si è ammalato nel carcere di Voghera. Era in custodia cautelare ed è stato contagiato dal Covid19. Ora è in terapia intensiva e lotta tra la vita e la morte. Chi l'ha contagiato? Perché la famiglia non ha avuto più notizie?
Lontano dallo sguardo pietoso di tutti, il carcere di Voghera rischia di trasformarsi nella prossima bomba sanitaria. Un detenuto risultato positivo al Covid19 è stato trasferito in condizioni gravissime al San Carlo di Milano. È in terapia intensiva e lotta per la vita. L'ipotesi più probabile è che si sia contagiato in carcere, anche perché l'ultimo colloquio con i familiari - che vivono lontano dalle regioni più colpite e che stanno bene - risale al 15 febbraio scorso. Chi lo ha contagiato? Le informazioni ufficiali sono pochissime, ma in carcere le notizie in qualche modo passano lo stesso e si è saputo che nei giorni precedenti al ricovero di Giuseppe (nome di fantasia), anche il cappellano del carcere - in contatto per il suo ruolo con molte persone - pare sia stato ricoverato a Milano, sebbene non se ne conosca la causa. Nella cella di 9 mq destinata a due persone, dove viveva Giuseppe erano invece in quattro, il distanziamento fisico, pertanto, impossibile. I suoi compagni sono stati messi in quarantena, ma non si altro. Su questo primo caso di Covid19 in carcere è sceso un'inquietante silenzio, tanto che perfino i familiari del detenuto malato non erano stati avvisati del suo trasferimento in ospedale a Milano: al San Paolo prima, al San Carlo dopo che le sue condizioni si sono aggravate. Nessuno dalla casa circondariale di Voghera, infatti, ha sentito l'obbligo morale né quello umano di avvisare la famiglia del suo ricovero.
Il detenuto ha cominciato a star male intorno al 9 marzo. Qualche giorno dopo, il 13, Giuseppe raccontava - a colloquio telefonico con i familiari - di sentirsi male: aveva febbre alta, brividi, tosse e problemi respiratori da almeno quattro giorni. Alla moglie e al figlio Giuseppe ha raccontato di aver chiamato il medico, il quale però si era rifiutato di visitarlo: "stanno giocando con la mia vita" dice al figlio in quell'ultima telefonata. Da quel giorno la famiglia non ha più notizie. Lui non chiama e l'istituto di Voghera non fornisce informazioni. Nel frattempo si viene a sapere che in carcere c'è un caso di Covid19. La famiglia impaurita continua a chiamare, ma nessuno è autorizzato a dare loro notizie, fino all'intervento degli avvocati del detenuto, Giuseppe Alfì e Gaetano Figoli, che si mettono in contatto con il Gip, anche lui incredibilmente ignaro della vicenda.
Giuseppe che si trovava nel carcere di Voghera in custodia cautelare, in attesa di giudizio, in queste ore si trova in serie condizioni all'ospedale San Carlo di Milano. Non sappiamo da chi sia stato contagiato e se a sua volta abbia contagiato qualcun altro, ma sarebbe doveroso e necessario conoscere la situazione sanitaria di un istituto che al pari di altri richiederebbe di essere monitorato con scrupolosa attenzione, perché il rischio è che le carceri diventino lazzaretti senza via di uscita per chi ci lavora e per un'umanità dolente, sbagliata, colpevole (anche innocente fino a sentenza definitiva), ma che ha lo stesso diritto alla salute di tutti.
"Il governo sorprendente sta tacendo una situazione esplosiva che non è una mera ipotesi ma una certezza razionale" - ci dice il Presidente dell'Unione delle Camere Penali Giandomenico Caiazza - "il governo formalmente ha preso un provvedimento per liberare circa 9000 posti, a condizione di utilizzare i braccialetti elettronici che sanno benissimo non esserci: sono pochissimi e tutti già impiegati nelle custodie cautelari. Esiste un progetto di approvvigionamento dei braccialetti? Se è così perché non lo dicono? Qualcosa davvero non torna".
di Roberto Longoni
Gazzetta di Parma, 30 marzo 2020
I sindacati: "Test a tutti gli uomini della Penitenziaria". Appello del Garante e della Camera penale. Loro, i detenuti, chiusi dentro, e lui, il coronavirus, fuori. Finora era andata così, quasi che le sbarre di via Burla proteggessero dal pericolo Covid-19 meglio di quelle di altre carceri vicine, dove l'inizio dell'emergenza ha scatenato rivolte.
Ma l'immunità potrebbe non durare. Una decina di giorni fa cinque uomini della Polizia penitenziaria sono risultati positivi dopo il tampone faringeo. Nessuno è stato ricoverato, e a oggi si guarda con ottimismo alle loro condizioni di salute. Compresi i cinque, ora in isolamento volontario c'è una sessantina di agenti.
Ma c'è un altro timore. Venerdì pomeriggio è emerso che un detenuto aveva la febbre. Potrebbe non significare nulla: nei giorni scorsi, aveva giocato a calcio e sudato. Ma per escludere sospetti, l'uomo è stato sottoposto al tampone faringeo, il cui esito è atteso domani al massimo. Nel frattempo, in via cautelativa, per una quarantina di detenuti (tutti della media sicurezza: quella che ha maggiori margini di movimento in carcere) è stata disposta la quarantena. Nonostante questo, si è riusciti a garantire loro di usufruire dell'ora d'aria.
Di questi sviluppi tre sindacati della Polizia penitenziaria hanno informato Prefettura e Regione. "Da giorni - scrivono Fabio Ruffolo del Sappe, Vincenzo Paparo dell'Osapp e Simona Parma del Sinappe - chiediamo, inascoltati, a ogni livello istituzionale e dell'amministrazione penitenziaria, di sottoporre nel più breve tempo possibile a tampone faringeo tutto il personale che acceda in istituto, per la tutela di lavoratori e detenuti". I sindacalisti ricordano invece l'esiguo numero dei test compiuti, solo a 10 colleghi (tra i quali i 5 positivi) ospitati in caserma.
Un'urgenza, quella dello screening ai 300 agenti in servizio in via Burla, sottolineata anche dal segretario regionale del Sappe, Enrico Maiorisi, che ricorda la necessità di prevenire "i pericoli che possono essere portati in carcere da chi viene da fuori". Dello stesso avviso Gianluca Giliberti che inoltre chiede "presidi all'altezza della situazione, per qualità e quantità". Inoltre, il segretario regionale del Sinappe si auspica "un maggior coinvolgimento decisionale dei sindacati".
Anche Roberto Cavalieri, garante dei detenuti, e Valentina Tuccari e Monica Moschioni, rispettivamente presidente e responsabile della commissione carcere della Camera penale, chiedono misure straordinarie alle autorità sanitarie e dell'amministrazione penitenziaria.
"Tra queste l'esecuzione del tampone a tutto il personale sanitario e dell'amministrazione che svolge attività nelle sezioni detentive nonché ai detenuti, per circoscrivere il contagio e mettere in atto misure sanitarie adeguate; l'apertura del nuovo padiglione ove collocare esclusivamente i detenuti presenti a Parma e che devono essere messi in quarantena e i positivi per i quali è possibile gestire il decorso della malattia in ambito detentivo; dotare il personale sanitario e dell'amministrazione penitenziaria dei Dpi necessari e effettuare controlli sul loro corretto utilizzo; impedire la circolazione degli agenti da una sezione all'altra e da un reparto all'altro e, questo, in particolare nelle sezioni in cui sono reclusi detenuti anziani e con patologie che compromettono il sistema immunitario".
"Inoltre - proseguono - un appello al Tribunale di sorveglianza, Ufficio di sorveglianza, alle Procure e all'Amministrazione penitenziaria affinché: si accelerino le modalità di lavoro per il riconoscimento delle misure previste dal Decreto legge 18/2000 che prevede la scarcerazione di persone con 18 mesi di pena residua e che si trovano in determinate circostanze; sia concesso il differimento della pena ai detenuti portatori di gravi patologie e per i quali l'autorità sanitaria si è già espressa circa le criticità di una presa in carico sanitaria in carcere; siano posti agli arresti domiciliari i detenuti in carcerazione preventiva e/o che presentano un idoneo domicilio; siano bloccati i trasferimenti di detenuti da altre carceri al fine di preservare la loro salute e quella dei detenuti già reclusi a Parma. Nel corso dell'ultimo mese, e quindi in piena emergenza sanitaria, sono giunti a Parma detenuti trasferiti da Reggio Emilia e Bologna e persone arrestate a Piacenza; si attivino tutte le misure possibili per facilitare i colloqui a distanza dei detenuti con famigliari, avvocati e garanti".
gonews.it, 30 marzo 2020
"Sono settimane che incalziamo il Ministro Bonafede, invitandolo a non sottovalutare l'emergenza sanitaria nelle Carceri Italiane. Quanto sta succedendo a Pisa conferma la gravità della situazione e la mancanza di una strategia. Chiediamo di tutelare la salute dei detenuti e della Polizia Penitenziaria e di tutto il personale che lavora all'interno.
Non è possibile andare avanti così. Ho proposto al Ministro anche una task force straordinaria con le Regioni proprio per gestire la situazione sanitaria, garantendo agli operatori un piano sicurezza per la salute, che sia idoneo a tutelare la loro salute ma anche quella di coloro con cui vengono in contatto: i detenuti all'interno, le stesse famiglie dei poliziotti all'esterno.
Non basta collocare le tende fuori dalle carceri ma devono essere fatti i tamponi e i test a i poliziotti e devono essere dotati di mascherine e di dispositivi di sicurezza. L'unica vera soluzione per prevenire il contagio all'interno delle carceri è quella di far eseguire i tamponi a tutti gli operatori penitenziari nonché a tutta la popolazione detenuta.
Solo in questo modo si potrà evitare che persone positive ma asintomatiche, possano continuare a trasmettere il virus. Bonafede ha abbandonato la gestione sulle spalle dei Provveditori, dei direttori, della Polizia Penitenziaria che come sempre con grande professionalità stanno svolgendo il loro lavoro con serietà ma non possono essere lasciati soli.
Il mondo penitenziario è complesso e la nostra democrazia e sicurezza passa anche da ciò che succede nelle nostre carceri. Il Ministro prenda in mano la situazione o si faccia aiutare, ma dia risposte concrete" Cosimo Maria Ferri Componente Commissione Giustizia Camera dei Deputati
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