di Lorenzo Padovan
La Stampa, 31 marzo 2020
Per i detenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio non c'è la possibilità di ottenere il braccialetto elettronico. Il destino dei 380 ospiti delle varie strutture di questo tipo, disseminate sul territorio nazionale, è quasi sempre l'espulsione. Soltanto che in questo frangente nessuno Stato accetterebbe mai il rientro di un connazionale proveniente dall'Italia.
E comunque la pandemia ha bloccato, anche a livello amministrativo, l'esecuzione di tutti i provvedimenti, comprese le espulsioni e i rimpatri. Per questo dai Cpr arrivano, da giorni, notizie di inquietudini e proteste. Nella notte tra domenica e ieri la cinquantina di ospiti di quello di Gradisca d'Isonzo (in provincia di Gorizia), dove un paio di mesi fa, morì un cittadino georgiano, hanno appiccato 4 distinti incendi a materassi e suppellettili, per protestare contro le condizioni di detenzione in relazione al Coronavirus.
"Sono stati momenti delicati - ammette il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello. I roghi dolosi sono stati spenti grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco. È stato necessario mobilitare anche le forze dell'ordine, che hanno riportato la calma, senza che ci fossero persone ferite gravemente nel corso dei tafferugli o intossicate dal fumo".
Le proteste erano iniziate la settimana scorsa, dopo il primo contagiato tra i detenuti: "Il soggetto in questione, che era giunto dalla Lombardia, non era mai entrato in contatto con gli altri ospiti - precisa Marchesiello. Resta ancora in isolamento, pur senza sintomi. Stessa procedura è stata adottata per il personale e per i poliziotti che lo avevano incontrato e scortato durante il trasferimento: saranno monitorati fino a giovedì, quando terminerà il periodo di osservazione e potranno tornare in servizio".
Per gli ospiti dei Cpr italiani una speranza viene da una recente sentenza favorevole del Tribunale di Roma, che non ha considerato legittimo il trattenimento di uno straniero che aveva richiesto protezione internazionale. Per i giudici, "la privazione della libertà personale, in spazi ristretti, renderebbe difficoltoso garantire le misure previste a garanzia della salute dei singoli".
È proprio "l'emergenza sanitaria in atto" - come sottolinea la pronuncia - che "impone di interpretare in termini restrittivi" le norme contro l'immigrazione clandestina e limitative della libertà personale, rendendo necessario "operare un bilanciamento tra tali norme e il diritto alla salute costituzionalmente garantito a ogni persona".
di Goffredo Adinolfi
Il Manifesto, 31 marzo 2020
"Togliere la protezione sociale ad alcuni ha effetti nefasti per l'intera collettività". Che i virus non conoscano confini oramai lo si era capito. Tantomeno sono in grado di distinguere tra cittadini e non cittadini. Così, in un momento di crescente diffusione in Portogallo del Covid-19 si è posto il problema di quegli immigrati che, pur avendo fatto richiesta di regolarizzazione al Serviço de Estrangeiros e Fronteiras (Sef), ancora non avevano ottenuto risposta.
Prima di andare avanti un piccolo passo indietro. Per fare fronte alla pandemia l'Assembleia da República approva il 18 marzo scorso lo stato d'emergenza. Un tempo limitato di 15 giorni e ampissimi poteri per il governo guidato dal socialista António Costa. Seguendo il modello adottato in altri paesi anche il Portogallo decide di chiudere tutto il chiudibile e promuovere, dove possibile, il telelavoro.
Il grande tema non è del tutto dissimile da quello italiano: cosa fare di fronte a uno scenario apocalittico? Servono soldi se non si vuole lasciare indietro nessuno. Ad ora gli internati negli ospedali sono 500, 120 i morti e circa 6 mila i contagiati confermati (+14% in un solo giorno). Le notizie dal mondo del lavoro sono drammatiche: solo l'aeroporto di Lisbona ha deciso di licenziare 500 lavoratori.
Il clima è teso come non mai. Dopo la riunione dell'Eurogruppo della scorsa settimana Costa perde la pazienza e attacca il ministro delle finanze olandese Wopke Hoekstra. Definisce ripugnante e contraria allo spirito europeo l'idea di voler aprire un'indagine contro Spagna e Italia per cercare di capire davvero quali siano gli effetti sui bilanci della pandemia. Parole forti ma non scelte a caso e che vengono confermate in un'intervista il giorno seguente.
Tra le fasce più deboli ci sono senza dubbio coloro che non hanno la cittadinanza europea che sono senza visto o il cui visto è in scadenza. Come fare? Il 20 marzo, un paio di giorni dopo l'approvazione dello stato di emergenza, varie associazioni di immigrati sollevano il problema. In una lettera indirizzata alla segretaria di Stato per l'immigrazione Cláudia Pereira Olho Vivo, Casa do Brasil e altre organizzazioni manifestano preoccupazione per le condizioni di coloro che, pur lavorando in Portogallo, non hanno diritto alla protezione sociale perché ancora non hanno ancora ottenuto un permesso ufficiale.
Un problema, quello della regolarizzazione, certamente non nuovo. Il Sef, vista la crescita dell'immigrazione e i tagli al personale negli ultimi anni, è perennemente ingolfato. Si aspetta fino a un anno solo per avere un appuntamento. Ora, con gli sportelli semi-chiusi a causa delle misure adottate per limitare la diffusione del contagio, la questione minaccia di diventare ancora più drammatica.
Così l'esecutivo decide di procedere per decreto e azzerare tutto: regolarizzazione temporanea almeno fino a fine giugno per tutti quelli che possono dimostrare di avere già fatto richiesta al Sef. Questo permetterà agli immigrati di potere usufruire dello stato sociale allo stesso modo dei cittadini portoghesi. Il ministro degli Interni Eduardo Cabrita spiega in questo modo la natura del decreto: "in uno stato di emergenza la priorità è la difesa della salute e la sicurezza collettiva. È in questi momenti che diventa più importante garantire i diritti dei più fragili come è il caso degli immigrati".
Chega - il partito di estrema destra di André Ventura che aveva ottenuto l'1% alle scorse elezioni legislative, un deputato al parlamento e che ora veleggia nei sondaggi all'8% - prova a buttare benzina sul fuoco. In un post sulla sua pagina Facebook si legge: "mentre si lasciano morire gli anziani la preoccupazione dei governanti è quella di approvare una legge per integrare gli immigrati". Inaspettatamente molti dei follower - autodefinitisi simpatizzanti e classificati da Fb come i "fan più attivi" - discordano con la linea Ventura. Alcuni per ragioni di solidarietà, altri per il semplice fatto che gli immigrati in fondo in fondo pagano le tasse come tutti gli altri e quindi perché privarli dei loro diritti?, altri semplicemente per ragioni di umanità. Non tutti certo, ma molti. Sullo sfondo un tema che non è secondario: il virus colpisce tutti indistintamente e quindi diventa un problema di tutti. Come ha sottolineato anche il ministro Cabrita: togliere la protezione sociale ad alcuni ha effetti nefasti per l'intera collettività.
di Farid Adly e Marta Serafini
Corriere della Sera, 31 marzo 2020
Una rivolta e un'evasione di prigionieri dell'Isis. È accaduto ieri nel Nord Est siriano, ad Hasakah, nel carcere di Ghwairan controllata dalle Forze democratiche siriane (Fds), in cui sono detenuti dai 3 mila ai 5 mila prigionieri, di varie nazionalità, molti dei quali militanti dello Stato Islamico. A darne notizia sono le stesse Fds che affermano anche di aver ripreso oggi il controllo della prigione e di aver arrestato quattro dei detenuti fuggiti.
Alle operazioni per il recupero dei prigionieri - come confermato dal portavoce militare della coalizione anti Isis, il colonnello Myles Caggins - hanno partecipato anche le forze statunitensi. "I terroristi dell'Isis detenuti" hanno abbattuto con successo le porte delle loro celle e "preso il controllo del piano terra della prigione", si legge nella nota.
L'intervento delle forze antiterrorismo delle Fds, prosegue il comunicato, "ha posto fine all'ammutinamento mettendo in sicurezza il centro di detenzione". Nessun detenuto risulta evaso, hanno precisato le Fds. L'Osservatorio siriano per i diritti umani ha confermato il ritorno alla calma nella prigione aggiungendo che i quattro detenuti fuggiti domenica sera sono stati ripresi. La tv siriana parla però di 12 evasi, non è chiaro dunque se qualcuno sia rimasto in libertà o meno.
Intanto le immagini delle televisioni locali mostrano una breccia nel muro della prigione e gruppi di detenuti con striscioni e in piedi nelle loro celle. Ivan Hassib, un giornalista locale, ha pubblicato un video dall'esterno del carcere che mostra dozzine di soldati delle Sdf di stanza fuori dal perimetro e sul tetto della grande struttura.
"Ci sono oltre 4.000 membri combattenti di Daesh (Isis, ndr) in questo carcere a sud di Hasakah,, dove si svolge una rivolta da ieri. Secondo quanto ci ha riferito il responsabile della sicurezza del carcere, la rivolta è ancora in corso e le forze di sicurezza si stanno preparando un'incursione all'interno del carcere per riprenderne il controllo. I detenuti dell'Isis sono riusciti a prendere possesso di alcune parti del carcere e hanno divelto porte che separavano le stanze dormitori dove sono ammassati i combattenti. Alcuni dei detenuti sono riusciti a fuggire,ma non si sa quanto siano", ha spiegato il reporter.
"La situazione è ancora tesa all'interno della prigione", ha scritto su Twitter il portavoce della Sdf Mustafa Bali, aggiungendo che gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro Isis hanno assistito nelle ricerche durante la notte e fino a lunedì mattina. Una tv curda ha riferito come "Sono entrate forze speciali per riportare ordine nel carcere e subito dopo sono state sentite raffiche di mitra e sparatorie singole dei cecchini; sono state fatte affluire ambulanze per evacuare i feriti. Non si sa se ci sono anche morti tra i detenuti".
L'Isis ha perso il controllo di tutti i suoi territori in Siria un anno fa, dopo una campagna terrestre e aerea durata cinque anni condotta dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Da allora le Sdf hanno in custodia 12 mila miliziani detenuti in prigioni sovraffollate nel nord-est della Siria, di questi 4.000 sono stranieri. Sempre i curdi hanno in custodia anche 100 mila donne e bambini, parenti dei miliziani, detenuti campi di detenzione.
Dopo che lo scorso ottobre la Turchia ha attaccato la regione del nord est siriano, 249 donne e 700 bambini con legami con Isis sono scappati dal campo di Ain Issa dopo un raid turco. Le autorità curde hanno ripetutamente invitato la comunità internazionale a rimpatriare i loro cittadini affiliati al gruppo terroristico, avvertendo di non avere le risorse per ospitare i sospetti dell'Isis a tempo indeterminato. Anni di silenzio da parte dei governi occidentali, tuttavia, hanno portato i curdi a suggerire che cittadini stranieri possano essere processati nei tribunali dell'amministrazione curda. Human Rights Watch e altri gruppi affermano che molti detenuti nelle carceri maschili sono minori o sono stati arrestati con accuse deboli o giustiziati dopo processi sommari.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 31 marzo 2020
Il premier ungherese potrà chiudere il parlamento, cambiare le leggi e sospendere le elezioni. "Orbán ha gettato la maschera e oggi comincia la sua dittatura" lancia l'allarme Bertalan Toth, il leader dei socialisti ungheresi. E perfino uno come Peter Jakab, alla guida del partito di estrema destra Jobbik, non si perde in inutili giri di parole e definisce quanto accaduto ieri nel parlamento di Budapest "un colpo di stato".
Più che una crisi sanitaria, come nel resto d'Europa, quella in corso da giorni in Ungheria è una crisi di democrazia che ieri è arrivata al culmine. Approfittando dell'emergenza dettata dalla pandemia di coronavirus Viktor Orbán ha fatto approvare dal parlamento (153 voti a favore su 190, solo 53 quelli contrari) una legge speciale che gli consegna pieni poteri per un periodo di tempo illimitato. Con la scusa di contenere il dilagare del virus da oggi il premier magiaro può quindi governare il Paese a colpi di decreti, decidere un'eventuale chiusura dello stesso parlamento, sospendere o cancellare le elezioni, cambiare o abrogare leggi già esistenti.
Le nuove norme permettono inoltre di punire con pene che possono arrivare fino a otto anni di carcere chi - risultato positivo al virus - non rispetta la quarantena, mentre anche la poca stampa rimasta ancora libera rischia pene severe - da uno a cinque anni di reclusione - se verrà ritenuta responsabile di aver diffuso "false notizie".
utto il Paese in mano a un uomo solo e al suo partito Fidesz, che grazie ai numeri con cui controlla il parlamento, e ad alcuni voti dell'estrema destra, ieri ha votato il nuovo pacchetto di misure che cesseranno di essere in vigore solo se e quando verrà deciso dallo stesso Orbán. Inutile ogni tentativo delle opposizioni di porre un limite di 90 giorni al potere assoluto del premier. "L'opposizione sta dalla parte del virus", ha sentenziato con la solita retorica sovranista il premier.
Da quando l'emergenza coronavirus si è diffusa in Europa in Ungheria sono stati registrati 447 casi di contagio con 15 vittime, ma i dati reali potrebbero essere molti più alti. Inoltre i test effettuati, 13.300 secondo la cifra fornita dallo stesso governo, sarebbero insufficienti e negli ospedali mancherebbero tute, guanti e mascherine mentre i respiratori sarebbero in tutto 2.560.
I primi casi di positività al virus risalgono al 4 marzo scorso e hanno riguardato due studenti iraniani, saliti a otto pochi giorni dopo. Studenti, non migranti, ma questo non ha impedito al premier magiaro di tornare ad attaccare quanti cercano disperatamente di raggiungere il nord Europa. L'11 marzo è stato dichiarato lo stato di emergenza con il successivo lockdown che dovrebbe concludersi l'11 aprile.
Le misure restrittive decise da Budapest sono però più leggere rispetto a quelle adottate da altri governi europei. Gli ungheresi possono uscire di casa per andare al lavoro, dal medico e per svolgere commissioni importanti, ma secondo i media locali sarebbe anche permesso loro di partecipare a matrimoni e funerali, svolgere attività sportive e accompagnare i bambini all'asilo. Sono state previste anche delle fasce di età per recarsi in determinati negozi: alimentari e farmacie sono aperti dalle 9 a mezzogiorno solo per gli ultra sessantacinquenni, riservando il resto della giornata alle persone più giovani.
Nei giorni scorsi, una volta che le intenzioni di Orbán sono state chiare per tutti, le istituzioni europee non hanno nascosto la preoccupazione per le ulteriori restrizioni allo stato di diritto verso le quali stava andando l'Ungheria. "Ho risposto ai frignoni europei di non avere il tempo di discutere questioni giuridiche senz'altro appassionanti ma teoriche" quando ci sono "vite da salvare", ha risposto ieri a tutti Orbán.
di Franco Giubilei
La Stampa, 30 marzo 2020
I Sindacati degli agenti chiedono tamponi per chiunque acceda alle carceri. Venti giorni fa le carceri italiane venivano scosse dalle rivolte più violente degli ultimi decenni, innescate dallo stop ai colloqui coi familiari deciso per arginare il coronavirus. Ora i sindacati di polizia penitenziaria lanciano un nuovo allarme, dopo quelli sulla carenza di mascherine e protezioni in dotazione agli agenti, stavolta sul pericolo di contagio all'interno degli istituti: a partire da quello di Parma, dove "un'intera sezione detentiva sarebbe stata sottoposta a quarantena preventiva per la presenza di un detenuto che avrebbe manifestato sintomi para influenzali, verosimilmente riconducibili al Covid-19", denunciano Sappe, Osapp e Sinappe.
deputatipd.it, 30 marzo 2020
"Sull'emergenza carceri il Governo faccia scelte coraggiose. Dopo l'invito di Papa Francesco e le parole del Garante dei diritti dei Detenuti, si abbia la forza di decongestionare i nostri penitenziari senza fare necessariamente ricorso ai braccialetti elettronici. Chi pensa di potere usare questi strumenti per migliaia di detenuti dovrebbe prima verificare se, alle condizioni attuali, le nostre forze di polizia sono in grado di farsi carico dello sforzo connesso ai sopralluoghi preventivi, ai controlli successivi e agli eventuali interventi straordinari connessi ad un numero così elevato di braccialetti.
camerepenali.it, 30 marzo 2020
La Giunta interviene nuovamente sull'emergenza carcere, dopo l'appello odierno di Papa Francesco. Papa Francesco ha voluto oggi esprimere, urbi et orbi, parole chiare sulla necessità indifferibile di interventi immediati ed efficaci sulle carceri italiane, flagellate dal più alto sovraffollamento europeo, e perciò esposte ad un rischio epidemico che solo una miopia politica ottusa ed irresponsabile può ostinarsi ad ignorare. Lo ha fatto, per di più, citando espressamente l'inequivocabile appello del Consiglio d'Europa.
di Massimiliano Tamanti
italiasera.it, 30 marzo 2020
Chi sbaglia paga, e su questo non ci piove. È anche vero però che, pur esercitando un ruolo punitivo, la detenzione deve saper offrire anche un'opportunità di recupero e di re-inserimento nella società.
di Marcello Matté
settimananews.it, 30 marzo 2020
Sono cappellano al carcere della Dozza. In questi giorni mi sento molto "confratello" dei vostri parroci e di quanti esercitano un ministero pastorale verso questa porzione di Chiesa costretta agli "arresti domiciliari". In questi giorni sentiamo il peso di dover stare in casa. "Loro" sono costretti - senza deroghe - a stare in un edificio che si chiama casa (circondariale) ma casa non è. Voi da innocenti, "loro" a convivenza stretta col proprio rimorso (e a volte anche con la certezza della propria innocenza). (Penso anche ai tanti, troppi, che starebbero volentieri in casa se solo ne avessero una).
Ordine e separazione
In questi giorni, come le persone detenute, dobbiamo stare al chiuso perché ciascuno può essere una minaccia all'incolumità dell'altro. Benché, a differenza delle persone detenute, voi siate innocenti. Sperimentiamo quanto sia insopportabile sentirsi inclusi dentro una zona rossa dove ciascuno è pericoloso per il semplice fatto di abitarci. E senza nemmeno conoscere la data del "fine pena".
In questi giorni, come i reclusi e le recluse, molti, troppi sperimentano la solitudine e l'isolamento. Il dramma nel dramma di questa pandemia è che separa dai propri cari proprio mentre si avrebbe più bisogno di una vicinanza affettuosa. Si è costretti a soffrire e perfino a morire senza che alcuno possa tenerti per mano, e, viceversa, senza poter tenere la mano della persona amata che soffre. Non poter essere presenti al momento della malattia, dell'agonia, dell'ultimo saluto: esperienza comune (e disumana) del condannato, ora esperienza degli innocenti.
In questi giorni, l'impossibilità di incontrare i propri cari a colloquio ha innescato una miscela di rabbie che è esplosa in una violenza senza giustificazione alcuna e, peggio, senza una finalità. Possiamo, in soggettiva, comprendere il dolore per tutti quegli innocenti che devono subire la pena indiscriminata di non poter vedere nemmeno per un'ora il marito, la moglie, il figlio o figlia, il papà o la mamma che si trovano nella zona ancor più rossa del carcere.
In questi giorni l'incontro con la porzione di Chiesa, che vive da sempre reclusa, è precluso a me e a quanti - ministri, volontari, semplicemente amici - cercano ogni giorno di tessere la tela di rapporti umani che possano ospitare il desiderio di Dio: lui si accontenta di un quorum molto basso (due o tre) pur di abitare in mezzo a noi. Non ha bisogno di chiese affollate. Tantomeno di carceri sovraffollate.
Tela di Penelope, perché a ogni giorno succede una notte nella quale un qualche maligno - cangiante come un virus - semina la zizzania della divisione, del rifiuto, dell'esclusione. Non smettiamo di tessere, perché ad ogni notte succede un giorno. In questi giorni non possiamo celebrare l'eucaristia. La pandemia ci sta costringendo a una forma del nostro essere Chiesa che ci farebbe bene capire comunque. La vita cristiana e la vita di Chiesa nascono molto scarne nelle manifestazioni esteriori e l'eucaristia, che pure è "fonte e culmine" della vita di fede, non si identifica con le forme che nella storia ha assunto e che l'hanno portata, anche nel nostro tempo, a essere "la" forma della liturgia e della vita di Chiesa. Ma "in principio non fu così". La pandemia ci sta togliendo alcune forme preziose e incastonate (cosa molto positiva in sé) nell'espressione quotidiana e ordinaria della nostra vita di fede.
Possiamo vivere questi momenti come invito a riscoprire l'essenza della nostra vita ecclesiale. Ritrovare il significato e il gusto della Chiesa domestica. Riscoprire il valore sacramentale del pane spezzato in casa. Perfino nella cella di un carcere. Perseverare attaccati all'essenziale: la parola di Dio, la comunione, la frazione del pane e la preghiera (cf. At 2,42). I muri fanno le chiese e noi italiani sappiamo quanto siano belle e preziose per la nostra vita spirituale. Ma siamo noi, persone vive, pietre viventi a fare la Chiesa. Anche senza muri, anche dentro ai muri. Io sento che la ferita inferta dalla pandemia non è soltanto il "digiuno eucaristico", ma il digiuno dall'incontro. La nostra vita di fede si fa ardua senza la vita fraterna, senza l'incontro. Lo dico da cappellano del carcere, che conosce quanto sia difficile mantenere la fede senza l'esperienza ripetuta della comunione.
Che non sia solo male - La caratteristica "diabolica" di questa pandemia è che ci isola e ci divide (diàbolon = colui che divide), che trasforma gli incontri in contagi, gli abbracci in epidemia. Non lasciamo che questa pandemia sia soltanto male (perché male è). Come il popolo di Israele, in quell'esodo che la quaresima evoca, non ha lasciato che il deserto fosse soltanto deserto. Con fatiche moltiplicate, si stanno ricostruendo infrastrutture e muri della casa circondariale. Noi Chiesa, casa di Dio, impegniamoci a costruire, nonostante il virus diabolico che ci divide, quel tessuto di rapporti umani che superano i muri. Per riscoprirci Chiesa senza muri. Non sarà stato invano.
di Carlo Lettieri
segnideitempi.it, 30 marzo 2020
"È una crisi sanitaria, ma anche sociale e psicologica". La crisi che stiamo affrontando non è esclusivamente sanitaria, ma anche sociale, economica, psicologica, soprattutto nel Sud Italia. Dalle realtà impegnate in prima linea a favore dei più bisognosi, che non hanno chiuso le porte per la paura del contagio, ma al contrario hanno potenziato le loro attività di accoglienza e sostegno, arriva un invito ad attivare soluzioni coraggiose ed importanti. Significativo l'appello del direttore della Fondazione Regina Pacis, don Gennaro Pagano, affinché vengano individuate soluzioni "capaci di tener conto del bene integrale della persona e delle fasce più marginali della popolazione".
"Più volte - sottolinea don Gennaro - ho sentito ripetere da qualcuno che l'epidemia da covid-19 è democratica in quanto potenzialmente coinvolge tutti: se lo è dal punto di vista biologico e medico non lo è dal punto di vista sociale. Siamo nel bel mezzo di una crisi che non è più esclusivamente sanitaria ma anche psicologica, sociale, economica. Pertanto credo, con i mezzi che solo chi governa e amministra può immaginare, anche questi altri tre criteri (psicologico, sociale, economico) debbano essere utilizzati con maggior centralità, nell'ambito della riflessione politica e sociale".
Il direttore evidenzia che alcune fasce di "marginalità sociale" soffrono più di altre in questo momento. Fa riferimento ai minori, "bombardati da continui bollettini di guerra, respirano un senso di insicurezza" che impongono la presenza, immediata ed urgente, di adulti che siano per loro punto di riferimento. I genitori devono essere rassicuranti e non trasmettere le loro ansie, seppure comprensibili. Va potenziata l'attività di maestri, insegnanti, educatori, operatori per offrire un sostegno ai genitori nel compito educativo e di cura.
Impegnato come cappellano nell'istituto penale minorile di Nisida, don Gennaro parla della situazione dei detenuti: "Privi dei colloqui, delle occasioni ricreative organizzate dal volontariato carcerario, delle attività formative e laboratoriali si troverebbero a fare i conti con un tempo vuoto, generatore di malessere interiore e di dinamiche pericolose".
Poi una riflessione a favore dei disabili. Sono stati chiusi i centri specializzati e sospese le attività socio-educative; in molte zone del paese è stata interrotta l'assistenza domiciliare, questo comporta "un'inevitabile ricaduta psicologica su molte persone con disabilità e lascia sprofondare in un senso di stanchezza e di indicibile solitudine molte delle loro famiglie": "Occorre fare qualcosa in tal senso - conclude il giovane sacerdote - per evitare delle vere e proprie tragedie familiari" (scarica il testo dell'appello di don Gennaro Pagano).
A Quarto la Cittadella dell'Inclusione non ha sospeso l'accoglienza, offrendo ospitalità alle donne immigrate e bisognose d'aiuto; non ha sospeso l'attività di sostegno alle famiglie, organizzando la consegna a domicilio della spesa; ha potenziato l'azione di supporto psicologico; ha attivato diversi laboratori per bambini tramite i social, creando anche "Favole al telefono" (per info su facebook fondazione "centro educativo diocesano regina pacis").
L'apporto dei volontari non manca. Le restrizioni per gli spostamenti, anche tra comuni diversi, non bloccano chi vuole impegnarsi nella solidarietà. L'ordinanza (n. 23 del 25 marzo) del presidente della Regione Campania fa riferimento proprio "agli operatori impegnati nell'assistenza ai singoli cittadini indigenti e/o soli, nonché nelle attività di volontariato per l'aiuto alimentare o farmaceutico". I servizi sociali e il Terzo Settore non hanno alibi e non devono scoraggiarsi. Come ha sottolineato anche il Papa, "siamo sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari".
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