di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 1 aprile 2020
Carceri affollate il doppio della loro capienza, ma giornalisti, attivisti e deputati Hdp restano in cella. Erdogan lancia una campagna di donazioni regalando il suo stipendio ma le opposizioni vanno all'attacco: crisi dovuta alle spese per i mega progetti infrastrutturali. Al tempo del coronavirus lo svuotamento delle sovraffollate carceri turche, riempite a dismisura con la campagna di epurazioni seguita al fallito golpe del luglio 2016, arriva in parlamento. Mentre il ministero della Giustizia, lunedì, ha annunciato fiero la produzione di un milione e mezzo di mascherine in un mese dentro sei diverse carceri, frutto del lavoro dei detenuti, il governo ha proposto il rilascio di decine di migliaia di prigionieri.
Da mettere agli arresti domiciliari a tempo determinato, come accaduto nel vicino Iran, nella consapevolezza che celle piccole e sovraffollate, spesso con scarse condizioni igieniche, siano uno dei migliori veicoli di contagio.
Sono 300mila i detenuti in Turchia (su una popolazione totale di 80 milioni) in 375 carceri, la cui capienza massima non supera le 120mila unità. A presentare la proposta di legge di 70 articoli è stato il partito del presidente Erdogan, l'Akp, due settimane fa. Ieri è arrivata in parlamento. L'idea è un rilascio temporaneo, fino a quando l'epidemia sarà più o meno domata, di 90mila detenuti: prigionieri in carceri di minima sicurezza, sopra i 65 anni, malati, donne incinte o con figli con meno di sei anni. Il numero potrebbe aumentare considerando chi ha scontato almeno metà della pena e che potrebbe essere rilasciato con la condizionale fino a tre anni.
Chi resta fuori? I condannati per stupro, omicidio di primo grado, droga e - soprattutto - terrorismo. Una categoria che in Turchia ha le maglie larghe. Sono giornalisti, deputati del partito di sinistra pro-curdo Hdp, attivisti, scrittori, avvocati. A loro è rivolto l'appello di 27 organizzazioni per i diritti umani turche e internazionali: Amnesty, Articolo 21, l'European Center for Press and Media Freedom e tante altre ne chiedono il rilascio immediato e senza condizioni.
"Queste persone non dovrebbero essere detenute - si legge nel comunicato - Giornalisti, difensori dei diritti umani e persone imprigionate per aver semplicemente esercitato i propri diritti resteranno dietro le sbarre. E le autorità turche dovrebbero riesaminare i casi dei prigionieri in detenzione preventiva".
Uno strumento abusato, routine per migliaia di prigionieri politici, a cui si aggiungono i numeri raccolti da Bianet, agenzia indipendente turca: sono tuttora in carcere 102 giornalisti, metà di loro per terrorismo o propaganda del terrorismo, condannati a pene che sommate arrivano a 1.103 anni. E la caccia al reporter continua: sarebbero sette i giornalisti fermati per aver coperto l'emergenza sanitaria. I primi casi sono stati registrati il 12 marzo, fino all'ultimo bilancio di ieri: 13.531 positivi, 725 ricoveri in terapia intensiva, 214 decessi. Lo scorso fine settimana le autorità hanno adottato nuove misure, tra cui la sospensione dei voli internazionali e il divieto di ingresso agli stranieri fino a fine aprile, il limite ai voli interni, la riduzione dei servizi taxi e autobus nelle principali città.
In precedenza erano stati chiusi bar, ristoranti, teatri, aree gioco per bambini, parchi e scuole e 41 tra quartieri e cittadine sono stati messi in quarantena. Sul piatto Ankara ha messo un pacchetto di aiuti a dipendenti pubblici e privati da 15,4 miliardi di dollari, ma non basta in un paese alle prese da quasi un anno con una dura crisi economica, accompagnata da svalutazione della lira e inflazione-boom.
Per questo lunedì Erdogan ha lanciato una "campagna nazionale di solidarietà", a partire da se stesso: "Dono sette mesi del mio stipendio - ha detto in un messaggio alla nazione - Il nostro obiettivo è aiutare chi economicamente lotta, in particolare i lavoratori a giornata". Ministri e parlamentari doneranno quasi 800mila dollari, ora tocca agli altri cittadini, questo il messaggio. Una mossa criticata dalle opposizioni che lamentano l'utilizzo del gettito fiscale per pagare i mega progetti infrastrutturali - tutti affidati a compagnie collegate alla famiglia Erdogan, per sangue o amicizie - che hanno spinto il paese alla crisi.
Corriere della Sera, 1 aprile 2020
Le autorità penitenziarie della California prevedono di anticipare il rilascio di circa 3.500 detenuti non violenti per contribuire a rallentare la diffusione del coronavirus nello Stato. Il Dipartimento di Correzione e Riabilitazione della California ha reso noto che il primo gruppo riguarderà i detenuti con meno di 30 giorni da scontare, seguito da un secondo gruppo con meno di 60 giorni. Simili misure sono state annunciate nei giorni scorsi anche da altri Stati, tra i quali il New Jersey, e da alcune città americane.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 1 aprile 2020
Amnesty International ha sollecitato il governo della Russia a prendere misure urgenti per evitare le conseguenze devastanti della possibile diffusione del virus Covid-19 nella popolazione carceraria: 591.600 persone, tra condannate e in attesa di giudizio, almeno 9000 delle quali ultrasessantenni e un numero ancora maggiore in cattive condizioni di salute. La situazione del sistema penitenziario russo, caratterizzata da sovraffollamento, scarsa ventilazione, inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari e insufficiente accesso alle cure mediche, espone i prigionieri a un elevato rischio di contrarre il virus. Molti prigionieri si trovano in colonie penali distanti centinaia e centinaia di chilometri da casa e dagli ospedali civili.
Alcune caratteristiche del sistema penitenziario russo sono particolarmente pericolose nel contesto dell'attuale pandemia da Covid-19. Una di queste è la modalità di trasferimento dei prigionieri: ammassati in furgoni blindati (nella foto) o all'interno di vagoni ferroviari chiusi e poco aerati, senza luce né acqua corrente o servizi igienici, sono costretti a viaggiare anche per settimane per raggiungere le remote colonie penali. Secondo gli ultimi dati disponibili, almeno 97.000 prigionieri (il 18,7 per cento del totale) sono nei centri di detenzione preventiva, dove anche a causa del sovraffollamento sono maggiori i rischi d'infezione. Queste persone rischiano di rimanere ancora più a lungo in tali centri dato che tutti i processi sono stati sospesi. Sebbene secondo il diritto internazionale sia una misura eccezionale, in Russia la detenzione preventiva è la norma.
Per questo, Amnesty International ha sollecitato le autorità russe competenti a rivedere urgentemente tutte le decisioni di rinvio in carcere, in attesa di giudizio, dei presunti autori di reati e soprattutto a considerare il rilascio di tutti i prigionieri di coscienza che sono in carcere solo per aver esercitato pacificamente i loro diritti e che non avrebbero mai dovuto mettere piede in una cella.
di Valerio Nicolosi
Il Manifesto, 1 aprile 2020
Viaggio nelle tendopoli della Piana di Gioia Tauro dove le condizioni igieniche e sanitarie sono allucinanti. I migranti vivono nella morsa dell'occupazione nei campi che sta per finire e il timore del Covid-19. L'aiuto dei medici volontari. Girare in macchina a Rosarno e nei paesi vicini fa impressione, in giro ci sono poche auto e tantissime biciclette, quelle con le quali i migranti si muovono dalle tendopoli ai campi di arance, passando per i piccoli negozi alimentari gestiti da altri migranti e dove è possibile trovare spezie e cibo africani.
Il lavoro dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro rientra tra quelli fondamentali per il nostro Paese, quindi non si può bloccare. Le arance che arrivano nelle tavole degli italiani vengono raccolte dai 1.200 braccianti, tutti migranti, che vivono nei comuni di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauro e Taurianova in campi formali e informali, in condizioni sanitarie precarie e che oggi fanno paura non solo ai braccianti ma anche alle istituzioni. I casi di coronavirus nella Piana di Gioia Tauro sono pochi e tra questi al momento non ci sono migranti. Questa situazione però sembra poter esplodere da un momento all'altro e nel momento in cui dovesse esserci il primo contagio la diffusione sarebbe velocissima.
"Viviamo in 7 o in 8 in ogni tenda, non c'è spazio per stare lontani. Nella tendopoli siamo circa 500 e ci sono solamente 7 bagni, il contagio sarebbe immediato e scontato. Non abbiamo né mascherine né guanti, solo un po' di igienizzante per le mani quando entriamo e quando usciamo dal campo" racconta Mohammed, Ivoriano di 22 anni che vive nella tendopoli di San Ferdinando. Di fatto è l'unica ufficiale nella zona, è nata dalle ceneri della vecchia, che sorgeva a poche centinaia di metri e della quale si vedono ancora i resti, mai smaltiti dopo lo show delle ruspe del marzo 2019. L'igienizzante al campo lo ha portato una rete solidale composta da diverse associazioni, tra cui Mediterranean Hope. Ci sono arrivati perché hanno visto il totale disinteresse delle istituzioni nei confronti dei braccianti.
"Sono lavoratori di una filiera indispensabile e come tali vanno trattati. Quello che stiamo facendo noi non basta, andrebbero requisiti gli hotel della zona oltre che assegnare i beni confiscati alle mafie. Solo così tutti sarebbero più sicuri contro il virus" dice Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope che ogni due giorni fa il giro dei campi, formali e informali, proprio per consegnare l'igienizzante.
In uno di questi campi, quello di Taurianova, c'è la condizione peggiore: tra le 150 e le 200 persone vivono senza acqua e senza elettricità in edifici fatiscenti ricoperti di amianto. "Quando ci siamo trovati a fare l'attività di informazione per la prevenzione in questo contesto è stato difficile, se non c'è acqua come possiamo spiegare che bisogna lavarsi bene e spesso?" racconta Ilaria Zambelli di Medu, Medici per i diritti umani, che prima dell'emergenza lavorava con il resto del team medico con una clinica mobile nei campi della zona. "Da sempre riscontriamo problemi respiratori, circa un quarto dei braccianti ne soffre per via delle condizioni di vita e di salute" aggiunge la dottoressa. Le baracche e le tende sono umide e fredde, il lavoro nei campi molto duro, quindi anche se l'età media è molto bassa i polmoni e le vie respiratorie ne risentono.
La pioggia degli ultimi giorni ha ridotto i terreni a fanghiglia e nel campo di Taurianova, nato attorno ad un'ex casa agricola, per passare da una tenda all'altra è necessario fare lo slalom tra le pozzanghere. Dietro all'edificio fatiscente c'è una cisterna grande abbastanza per garantire l'acqua a tutti per due giorni, ma non è collegata. "Fino a qualche giorno fa era collegata ad una fonte a poche centinaia di metri ma essendo abusivo la polizia l'ha staccata, senza darci alternative" ci dice Issa, che è appena tornato dal lavoro nei campi, lui è uno dei pochi che ancora ha un'occupazione.
La stagione delle arance sta per finire e il lavoro scarseggia, inoltre la gran parte di loro non ha un contratto e quindi se viene fermato per strada non ha una giustificazione per l'autocertificazione. Il problema nei prossimi giorni sarà proprio questo: l'assenza di lavoro e quindi di cibo. In una condizione di normalità sarebbero andati a Saluzzo, in Piemonte, per raccogliere le mele o in Puglia per i pomodori. Altri contesti ma stessa tipologia di sfruttamento. Invece oggi in 1.200 sono bloccati in Calabria, dove non possono lavorare e vivono di stenti.
"È necessario che si pensi ad una pianificazione del lavoro su questo territorio. Da anni assistiamo all'arrivo e alla partenza di queste persone e in mezzo, nel periodo in cui lavorano, la politica non si occupa di loro nonostante facciano un lavoro importante ma soprattutto programmabile. Questa emergenza dovrebbe darci la possibilità di ripensare al modello che abbiamo conosciuto fino ad oggi" spiega Andrea Tripodi, sindaco di San Ferdinando che insieme alle organizzazioni che lavorano con i braccianti da giorni chiede l'intervento della Regione. "Queste persone sono un'umanità offesa da queste condizioni, si aspettano una risposta civile che noi dovremmo garantire" conclude il sindaco.
Il Gazzettino, 1 aprile 2020
Il Covid 19 non ha forzato le mura del carcere. Nessun caso sospetto, almeno a livello ufficiale, dentro il Castello. Così il sistema generale di organizzazione sanitaria va avanti con il ritmo e le caratteristiche consuete. Il ricorso all'ospedale si effettua come accadeva prima, ossia in tutte le situazioni di necessità, compresi gli episodi legati all'autolesionismo, informa don Piergiorgio Rigolo (in foto), il cappellano dei reclusi. È uno dei cosiddetti Preti di frontiera, quelli che prima di ogni Natale pubblicano la lettera aperta indirizzata alla comunità del Friuli Venezia Giulia, parlando di solidarietà, impegno sociale, pacifismo, ruolo femminile, dignità, ultimi e fragilità.
Dopo l'emergenza prodotta dal Coronavirus, comunque, più di qualcosa è cambiato anche nell'istituto di pena. Alcuni dei suoi ospiti, per esempio, hanno aderito alla campagna promossa dai reclusi del Nordest, con la raccolta di fondi per sostenere una sanità pubblica messa a dura prova dall'ondata incessante dei ricoveri. Un impegno lodato dal presidente Mattarella. Poi gli ultrasettantenni possono usufruire della detenzione domiciliare con minori vincoli. Purtroppo segnala don Rigolo -, nel frattempo le comunicazioni con familiari e parenti si sono ridotte a una telefonata quotidiana di 10 minuti. Sono però possibili i video-colloqui via skype. I semiliberi, ossia coloro che escono di giorno per lavorare (dove è ancora possibile farlo, ndr) e rientrano in carcere alla sera, hanno l'opportunità di godere della licenza familiare. Restano sospesi tutti gli incontri con i volontari e i Tessitori di giustizia nel cambiamento.
Il sacerdote, nel frattempo, è diventato un prezioso trait d'union tra la direzione, gli educatori e gli agenti di Polizia penitenziaria in servizio al Castello. Per quanto riguarda i più indigenti tra i ristretti va avanti il cappellano mi faccio fornire una sorta di lista della spesa. Parliamo di cose minimali, naturalmente: l'obiettivo è quello di assicurare loro la possibilità di telefonare, di acquistare i francobolli per le lettere e il necessario ai fini dell'igiene personale.
C'è poi chi ha trovato in questo periodo tribolato uno spiraglio di libertà: la Casa d'accoglienza Oasi 2 sta ospitando sette detenuti in regime di detenzione domiciliare. Gli agenti della penitenziaria hanno il carico maggiore dei problemi conclude don Rigolo -. Forti di calma e grande umanità cercano di mantenere un buon livello di convivenza interno, rispondendo con la pazienza, il dialogo e la comprensione alla disperazione di chi hanno di fronte, che spesso non conosce neppure la nostra lingua.
Coronavirus, l'Iran libera 85mila detenuti ma restano in carcere tre note attiviste dei diritti uman
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 1 aprile 2020
Documentate 280 esecuzioni nel 2019: Teheran è al secondo posto dopo Pechino, nonostante una diminuzione dovuta all'emendamento della legge contro il traffico di droga. Nonostante il coronavirus sono in prigione Nasrin Sotoudeh, Atena Daemi e Narges Mohammadi che potrebbe essersi ammalata. Un attacco informatico ha preso di mira la conferenza stampa su Zoom dell'associazione con sede a Oslo. L'Iran ha rilasciato "temporaneamente" 85.000 prigionieri, durante la crisi del coronavirus.
Ma restano in carcere prigionieri di coscienza come le attiviste Narges Mohammadi, condannata a 16 anni, 10 dei quali per le attività contro la pena di morte, che secondo alcune fonti potrebbe aver contratto il coronavirus; Atena Daemi, condannata a 7 anni; e l'avvocata Nasrin Sotoudeh, condannata a 33 anni e 148 frustate, per aver espresso le sue opinioni e manifestato contro la pena di morte. Lo denuncia il rapporto annuale di Iran Human Rights, organizzazione con sede ad Oslo che monitora la pena di morte e le violazioni dei diritti umani nella Repubblica Islamica.
Il rapporto, presentato dal fondatore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam su Zoom - in una conferenza stampa che è stata presa di mira da un attacco informatico ma è continuata fino alla fine - documenta almeno 280 esecuzioni avvenute nel 2019 nella Repubblica Islamica, sette in più del 2017, l'80% delle quali per omicidio (tra cui 15 donne e almeno 4 minorenni). Il Paese resta dunque al secondo posto nel mondo dopo la Cina per persone giustiziate. Solo il 30% sono state annunciate dalle autorità, il resto delle informazioni provengono da avvocati, personale delle prigioni e familiari dei condannati.
Il rapporto viene pubblicato, in collaborazione con l'associazione Ecpm (Together against the death penalty) in un momento critico per due ragioni: la prima è che l'Iran è uno dei Paesi più colpiti al mondo dal Covid-19, con 44.000 casi confermati e 2.898 morti; la seconda è che nel novembre e dicembre 2019 centinaia di persone sono state uccise nella repressione delle proteste di piazza più gravi della storia della Repubblica Islamica. Mentre le autorità non hanno ancora reso noto un numero ufficiale né punito alcun responsabile, l'agenzia Reuters ha affermato che i morti sarebbero 1.50o, IHR è riuscita a documentarne 324, tra cui 14 minorenni, la maggior parte con colpi d'arma da fuoco alla testa o al petto, e circa diecimila arresti nelle settimane successive. "Nonostante il rilascio temporaneo di migliaia di detenuti - ha detto Raphael Chenuil-Hazan di Ecpm - la Repubblica Islamica ha messo a morte una persona anche l'11 marzo nonostante si trovasse nel mezzo di questa terribile crisi mondiale".
"Molti si sorprendono quando vedono che nei sei anni e mezzo al potere del presidente Hassan Rouhani ci sono state più esecuzioni (3.780) che negli otto anni di Mahmoud Ahmadinejad (3.327), 48 al mese contro 35 al mese", ha osservato Mahmoud Amiry-Moghaddam, sottolineando come il nuovo capo della magistratura Ebrahim Raeisi, nominato dalla Guida Suprema Ali Khamenei nel marzo 2019 tra le proteste degli attivisti dei diritti umani è stato procuratore e viceprocuratore di Teheran negli anni Ottanta e Novanta, e fece parte con altre tre persone della cosiddetta "Commissione della morte" che nel 1988, su ordine di Khomeini, portò a termine migliaia di esecuzioni di prigionieri politici in pochi mesi.
C'è un'unica buona notizia nel rapporto. Negli ultimi anni due c'è stata una riduzione del 47% rispetto a quelli precedenti, grazie ad un emendamento avvenuto alla fine del 2017 alla legge contro il traffico di narcotici, dopo anni di pressioni internazionali. "Si tratta della conquista più importante nei quarant'anni, e dimostra che è possibile cambiare le cose, ma deve esserci pressione costante", sottolinea Amiry-Moghaddam. "L'Unione Europea deve fare più che esprimere preoccupazione, deve essere proattiva, solo se c'è un costo politico ci sarà il cambiamento".
nessunotocchicaino.it, 1 aprile 2020
Il Somaliland starebbe per rilasciare temporaneamente più di 800 detenuti nel tentativo di combattere la diffusione del Coronavirus nelle prigioni affollate del Paese, ha riportato il Somaliland Standard il 28 marzo 2020. Il presidente del Somaliland, H.E. Musa Bihi Abdi, ha inviato un elenco ufficiale di prigionieri che saranno liberati alle agenzie giudiziarie, tra cui la Procura Generale, il Ministero della Giustizia e il Corpo di custodia per ricevere pareri sui prigionieri che saranno liberati e notizie sul periodo di detenzione scontato finora da ciascuno. Il Presidente ha ordinato che non vengano liberati i prigionieri responsabili di gravi crimini come il commercio di alcol illecito, atti di pirateria, atti di terrorismo, omicidio e stupro.
di Liana Milella
La Repubblica, 31 marzo 2020
Briefing ieri sera della maggioranza con il Guardasigilli Bonafede, oggi la decisione. Escono da Rebibbia le prime 4 mamme in prigione con i figli, dentro ne restano altre. I Garanti chiedono a Mattarella misure effettive. A venti giorni dalle rivolte nelle carceri (13 morti e 35 milioni di euro di danni) e a tredici dal primo decreto (era il 17 marzo) per affrontare l'emergenza del Covid-19 anche nelle patrie galere, M5S e Pd ancora non hanno imboccato la stessa strada per snellire le prigioni e garantire anche lì il rispetto di quel metro che dovrebbe valere, in questo momento, per ogni essere umano. Ma se stai dentro, in una cella con altri quattro o cinque compagni, tutto diventa impossibile. Che fare dunque? Alla vigilia della discussione al Senato sul decreto Cura Italia, che ingloba anche il decreto sulle carceri, i telefoni scottano tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede, il Pd, i renziani e Leu. Con una soluzione possibile: fuori dalla cella, e senza braccialetto, chi deve scontare ancora un anno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 marzo 2020
Ridurre l'affollamento degli istituti penitenziari è l'unica soluzione per tutelare le persone detenute, gli agenti e noi tutti. Fino a quando potrà reggere il discorso dell'isolamento sanitario in carcere se il contagio dovesse ulteriormente estendersi nei penitenziari? Finora, quelli più colpiti sono gli agenti penitenziari e il personale sanitario, quindi medici e infermieri.
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 31 marzo 2020
L'allarme lanciato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria. "Oltre alle misure di pre-triage, assieme alla Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening di coloro che ogni giorno accedono alla struttura penitenziaria". Lo dice in una nota Luciano Lucania, Presidente del Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria). Ad oggi nelle carceri italiane sono 15 i detenuti affetti da Covid-19, ma rimane non conosciuto il numero degli infettati tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari.
- Papa Francesco chiede un intervento per evitare il contagio nelle carceri
- Il Dap: 5.000 braccialetti in arrivo. Ma nessuno ci crede
- "Signor Presidente Mattarella, facciamo uscire i bimbi dalle carceri"
- Coronavirus, nelle carceri la paura degli agenti di Polizia penitenziaria
- Cari Salvini e Meloni, le carceri sono una bomba epidemiologica. Discutiamone










