di Roberto Giovene di Girasole*
Il Dubbio, 1 aprile 2020
L'intervento dell'Alto Commissario per i diritti dell'uomo Michelle Bachelet che invita gli stati ad applicare le misure alternative alla reclusione. L'Alto commissario Onu per i diritti dell'uomo Michelle Bachelet ha chiesto agli stati di adottare misure urgenti per tutelare la salute e la sicurezza dei detenuti nel quadro delle misure necessarie per contenere il diffondersi della pandemia da coronavirus (Covid- 19).
Il commissario Onu fa riferimento alla circostanza che molte carceri, così come centri per rimpatrio dei migranti e hotspot, registrano casi di positività al coronavirus e che, in molti stati, le strutture penitenziarie sono sovraffollate, tanto da non rendere possibile il rispetto della distanza minima tra le persone, prescritta dalle autorità sanitarie.
Tutto ciò, unitamente alla carenza di servizi igienici, aumenta i rischi per i detenuti e gli operatori penitenziari. Da qui l'appello ai Governi ed alle Autorità competenti a porre in essere tutte le azioni necessarie per decongestionare le carceri ed a prendere tutte le misure necessarie nel rispetto dei diritti dell'Uomo.
Il documento dell'Onu riguarda tutti quei Paesi che, come l'Italia, ha un irrisolto, grave problema di surplus della popolazione carceraria rispetto alla capienza regolamentare. Non sono bastate due condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'Uomo nel 2009 e, poi, nel 2013 per porre rimedio seriamente al problema.
La situazione è ben nota, basti pensare che, secondo i dati forniti dal Ministero della Giustizia, al 29 febbraio 2020 la presenza dei detenuti negli istituti penitenziari italiani aveva raggiunto la soglia di 61.230 a fronte di una capienza regolamentare pari a 50.931. Pure il Comitato del Consiglio d'Europa per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti ha adottato una "Dichiarazione di principi" richiamando l'attenzione sulla particolare e drammatica situazione nelle carceri, esortando gli Stati membri a compiere tutti gli sforzi per "ricorrere ad alternative alla privazione della libertà... in particolare in situazioni di sovraffollamento".
Inoltre ha sancito che "le autorità dovrebbero fare maggior ricorso a misure meno afflittive della custodia cautelare, alla commutazione della pena, al rilascio anticipato" con particolare riferimento ai luoghi dove a causa del sovraffollamento e del superamento della capacità massima non sia possibile rispettare il distanziamento sociale prescritto, in generale, per tutta la popolazione. Si moltiplicano le prese di posizione e gli appelli: dopo quelli dell'Avvocatura e di settori della Magistratura associata, hanno sottolineato la necessità di adottare ulteriori misure per limitare i contagi il Consiglio Superiore della Magistratura, il mondo accademico, il Presidente della Repubblica, ed il Papa.
Le misure adottate dal nostro governo in tema di sovraffollamento, tra le quali, principalmente, la concessione degli arresti domiciliari, da valutare caso per caso dal Magistrato di Sorveglianza, di coloro che debbono scontare fino a 18 mesi, anche se residuo di maggior pena, subordinata ad una serie di condizioni, tra le quali, per coloro che devono scontare più di 6 mesi, la disponibilità dei braccialetti elettronici, appaiono del tutto insufficienti.
I braccialetti elettronici disponibili sono pochi e non sembra che la situazione possa mutare nell'immediato. Urgono, pertanto, soluzioni più incidenti, come richiesto a gran voce dall'Avvocatura, al fine di tutelare la salute non solo dei detenuti ma anche di tutti gli operatori penitenziari, tra le quali, come sottolineato dall'Unione Camere penali italiane, la detenzione domiciliare, indipendentemente dalla disponibilità del braccialetto elettronico, per residui di pena inferiori a 2 anni e la sospensione, fino al 30 giugno, della emissione degli ordini di carcerazione di pene fino a 4 anni divenute definitive.
In altri Paesi, alcuni dei quali violano i diritti umani, sono stati preannunciati provvedimenti di amnistia, come ad esempio in Turchia. Numerose associazioni hanno lanciato un appello affinché, contrariamente a quanto previsto, il provvedimento si applichi anche ai numerosi avvocati (oltre 600 attualmente), giornalisti, magistrati, professori universitari, arbitrariamente arrestati o condannati a pesanti pene detentive.
In tal senso anche l'Osservatorio Internazionale degli Avvocati in pericolo (Oiad) ha richiesto la scarcerazione degli avvocati detenuti, sottolineando come occorra impedire la propagazione del virus nelle 375 carceri turche all'interno delle quali sono recluse circa 280 mila persone. L'Oiad sottolinea in particolare la presenza all'interno delle prigioni turche di donne incinte, e di ben 743 bambini (dei quali 534 da 0-3 anni e 200 da 4-6 anni). Inoltre la perdurante presenza in una unica camerata di 20- 30 persone. L'emergenza ha attraversato anche l'Atlantico e si apprende che anche negli USA è stato sospeso il diritto di visita ai detenuti per 30 giorni.
*Componente commissione rapporti internazionali e Paesi del Mediterraneo del C.N.F.
di Vincenzo Comi* e Antonio Mazzone**
Il Dubbio, 1 aprile 2020
Tramontate le ideologie più attente ai bisogni dei cittadini in difficoltà, si è smesso anche di discutere sul rapporto fra esecuzione della pena e reinserimento nel mercato del lavoro. E invece proprio una dialettica stabile fra sistema penale e mondo produttivo sarebbe decisiva per ristabilire la coesione sociale.
La situazione nelle carceri, riguardante decine di migliaia di operatori penitenziari e di detenuti, a causa dell'emergenza sanitaria che stiamo vivendo, impone soluzioni immediate ma è anche l'occasione di riaprire, seriamente e consapevolmente, il dibattito, politico-ideologico e giuridico, quasi interrotto dalla metà degli anni '80 del secolo scorso a causa del declino delle ideologie più sensibili ai bisogni e al rispetto della persona umana, sul rapporto tra modalità di esecuzione della pena, effetti di prevenzione generale e speciale e attività sociali di controllo, da una parte, e forme di risocializzazione in relazione a condotte devianti, dall'altra.
In altre parole, è di fatto passato di moda il nodo del rapporto tra modalità di esecuzione della pena e struttura sociale. Si tratta dunque di riprendere un dibattito che non sia meramente teorico e fine a se stesso, ma che sia finalizzato a progettare modelli di prevenzione sociale e di esecuzione pena più efficaci sotto i profili del riassorbimento di condotte devianti, della risocializzazione dei soggetti a rischio e del reinserimento sociale dei detenuti/condannati. L'obiettivo deve per forza consistere nell'individuare modelli che comportino, sul piano personale, sociale ed economico, "costi" minori, e che producano effetti migliori.
I risultati ottenuti in alcuni istituti penitenziari, caratterizzati da modalità di esecuzione della pena particolarmente attente ai profili di reinserimento sociale dei detenuti, in termini di percentuali significativamente più basse di recidiva, dimostrano che il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena non costituisce una mera utopia e consente, invece, una sua precisa attuazione. Ricominciamo a chiederci, in uno Stato democratico, di diritto e sociale, e in una società a capitalismo limitato e controllato, come possa relazionarsi la funzione sociale della pena con la struttura della società, e come possa pianificarsi un circuito ottimale tra le modalità di esecuzione della pena e il mercato del lavoro (leggi, inserimento nello stesso del detenuto).
Si tratta di riprendere a occuparsi delle cause, individuali e sociali, del reato, e di modulare al risultato di tale ricerca la risposta più efficace, che non deve esaurirsi soltanto in quella penale (osiamo dire, non deve essere necessariamente penale), ma che può essere individuata sul piano sociale, psicologico, culturale ed economico.
Per fare un esempio: l'aumento o la diminuzione dei reati contro il patrimonio dipendono dalle condizioni economiche di una società (condizioni economiche migliori comportano una diminuzione di tali reati), e non dalla capacità di repressione da parte dello Stato: è evidente che, in uno Stato che voglia raggiungere risultati ottimali in relazione alla prevenzione di tali reati, l'intervento di "ricomposizione sociale" non dovrebbe avvenire mediante l'irrogazione e l'esecuzione di una pena, ma mediante la rimozione della situazione individuale di disagio economico.
Non è certamente nuova la domanda se vi siano (e quali siano) strumenti più adeguati (sul piano della capacità rieducativa dell'intervento statuale e, di conseguenza, sul piano della prevenzione generale e speciale), rispetto al carcere, al sistema di valori espresso dalla civiltà occidentale. La risposta a una tale domanda richiede accurate valutazioni sul piano ideologico, sociologico, psicologico ed economico.
Ma è certo che la risposta a tale domanda non può che essere positiva, anche in un contesto sociale come quello italiano caratterizzato da condotte devianti fortemente disomogenee rispetto a modelli comportamentali socialmente legittimi e coerenti con l'evoluzione della civiltà occidentale (si pensi ai valori insanabilmente conflittuali con quelli fondanti della nostra società espressi dalle organizzazioni criminali: ma anche in tal caso la prospettiva delle modalità di esecuzione pena deve essere quella della rieducazione/risocializzazione).
Non è difficile contemperare le esigenze di difesa sociale con quelle di rispetto della persona umana: anzi, la migliore difesa sociale si attua mediante la rieducazione e il reinserimento sociale del condannato. Prospettiva, questa, che richiede, innanzitutto, un'istituzionalizzazione del rapporto tra gli organi preposti a gestire le modalità di esecuzione della pena e le organizzazioni rappresentative della produzione e del lavoro.
E richiede, poi, un coordinamento tra la fase dell'intervento (magari da parte di nuclei specializzati composti da operatori sociali, collegati anche alle organizzazioni rappresentative dei settori produttivi, e da forze dell'ordine) "prima" della commissione di un reato, in presenza di situazioni di disagio personale e ambientale incentivanti condotte devianti, per prevenirne gli sviluppi, mediante la rimozione delle cause (con adeguati e ben delineati poteri di incidenza non penale), e quella dell'intervento "dopo" la commissione di un reato, per favorire, sempre attraverso il collegamento col mondo della produzione e del lavoro, il reinserimento sociale del condannato.
*Avvocato, vicepresidente della Camera penale di Roma
**Avvocato
La Repubblica, 1 aprile 2020
I rischi di contagio paventati dal sindacato di Polizia Penitenziaria. Le proposte dell'Associazione "A Roma Insieme-Leda Colombini". "Sono risultati positivi al Coronavirus due medici e due infermieri che prestavano servizio nel complesso femminile del carcere di Rebibbia". Lo ha detto all'agenzia Dire il segretario generale del sindacato generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
"Questa segreteria generale - ha scritto Di Giacomo in una lettera inviata al capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, al Provveditore di Lazio-Abruzzo-Molise e al direttore del carcere Rebibbia Femminile - è venuta a conoscenza che un medico che prestava il proprio servizio all'interno dell'istituto è risultato affetto da Covid-19. Risulterebbe altresì che sono stati effettuati 7 tamponi alle detenute venute in contatto con il medico. Lamentele a riguardo giungono da parte degli operatori di Polizia Penitenziaria, ai quali risulterebbe non effettuato il tampone e nessuna precauzione per il possibile contagio è stata messa in atto".
In carcere 9 bambini con le mamme: "Fateli uscire". "Nella sezione femminile di Rebibbia ci sono nove bambini che vivono con le mamme detenute. Dopo il caso accertato di medico positivo al Coronavirus si facciano uscire i bambini dal carcere affidandoli a familiari o ai servizi sociali o alle stesse madri agli arresti domiciliari". È l'appello, come si legge in una nota, che il segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo. Lo stesso Di Giacomo ha rivolto al presidente della Repubblica Mattarella e ai ministri della Salute, Speranza, e Giustizia, Bonafede. "Una situazione di grande inciviltà che si aggiunge - ha affermato il sindacalista - all'autorevole e recente denuncia del presidente Mattarella sulla mancanza di dignità in carcere".
Dietro le sbarre 55 bambini con meno di 3 anni. Vivono in carcere con le loro madri, alle quali non è stata concessa, per decisione del giudice, la possibilità di accedere alle misure alternative dedicate proprio alle detenute madri. Ad essere recluse con i propri figli sono 51 donne, 31 straniere e 20 italiane. Per Di Giacomo: "non possono essere i bambini a pagare la sempre più grave disattenzione dell'Amministrazione penitenziaria che si manifesta in relazione alla crescente diffusione del contagio Covid-19 in tutte le carceri italiane. Questi bambini devono uscire subito".
Difendere salute e dignità. A l'appello del sindacato della Polizia Penitenziaria, si associa l'Associazione "A Roma Insieme - Leda Colombini", che ha richiamato tutti i soggetti, a vario titolo responsabili, sulla necessità di prestare la massima attenzione alla realtà carceraria, in particolare su quella di Rebibbia femminile e della Sezione Nido, dove sono detenute 10 madri con i loro 10 bambini. "A ragione di ciò - si legge in una nota diffusa dall'Associazione - è oggi ancora più stringente la difesa e la tutela prioritaria dei diritti alla salute e alla dignità di queste persone, del personale penitenziario, delle operatrici ed operatori impegnati". Si ribadisce così l'urgenza di assicurare tutte le misure che impediscano o riducano al minimo le possibilità di contagio;
1) - rendere utilizzabili tutti i mezzi di comunicazione telematica a detenute e detenuti, in attesa che i colloqui e le visite siano al più presto ripristinati;
2) - siano accelerate le procedure, già previste, per assicurare lo sfollamento delle celle;
3) - l'accesso al diritto all'effettività.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 1 aprile 2020
Amnistia o la giustizia penale collasserà senza rimedio: con un post su Facebook il giudice Tullio Morello ufficializza la sua opinione e dà il via al dibattito (non senza polemiche). "La paralisi dei processi penali ordinari determinata dall'emergenza Covid19 che si prospetta abbastanza lunga - scrive il magistrato - assesterà il ko definitivo a un sistema in grande affanno da tantissimi anni.
Impossibile prevedere un minimo di risultati per la giustizia penale nei prossimi anni, anche inferiori a quelli insoddisfacenti di ora, senza interventi importanti. L'unico possibile rimedio, atteso dall'introduzione del nuovo codice, oramai urgente e improcrastinabile per mille motivi anche di emergenza sanitaria, sarebbe quello di una sostanziosa amnistia. Sarà impossibile non disporla da qui a qualche tempo e allora meglio adottarla il prima possibile".
Molti addetti ai lavori si dicono d'accordo con lui; gli avvocati penalisti innanzitutto, tra cui Alberto Varano: "L'ultima risale al nuovo codice, con l'aggravante che fecero uscire prima solo l'amnistia ricordandosi poi dell'indulto a dicembre 1990 creando ovviamente un casino immane sotto Natale.
Amnistia e indulto vanno insieme, come salsiccia e friarielli". Ma anche svariati colleghi di Morello la pensano come lui, per esempio il giudice Umberto Lucarelli: "Hai scritto una cosa che penso anch'io. Un Paese in cui la giustizia penale è bloccata è al di fuori dello stato di diritto e rinvii a breve nella competenza monocratica sono impossibili".
Sulla stessa lunghezza d'onda la collega Luisa Toscano: "Sono d'accordo. Penso che nel "dopoguerra" è l'unica soluzione possibile". Sul fronte opposto è attestato l'avvocato Gaetano Balice, che è anche componente della Camera penale: "Non sono d'accordo. Prima di pensare a amnistia e indulto occorre che il servizio giustizia cambi e si renda efficiente. Diversamente, in poco tempo, torneremo punto a capo. Come è sempre successo.
Anche l'Agenzia delle Entrate accumulerà un grande ritardo, saresti d'accordo per un condono fiscale tombale?". Scettico il commento di risposta di Morello: "Efficiente con i numeri di ora è impossibile, inutile girarci attorno". Su un punto, in ogni caso, sono tutti d'accordo: l'emergenza per il Coronavirus ha assestato il colpo finale agli uffici giudiziari.
di Lara La Gatta
tecnicadellascuola.it, 1 aprile 2020
Ci siamo già occupati delle scuole in carcere e delle problematiche relative alla possibilità di continuare la didattica anche per i cosiddetti studenti "ristretti". Dopo le lettere, i comunicati e i monitoraggi per comprendere come e se si stava intervenendo nei percorsi di istruzione nelle carceri, i docenti della rete delle scuole ristrette scendono nuovamente in campo per chiedere con forza di intervenire in modo deciso per ripristinare anche nelle istituzioni penitenziarie, così come sta avvenendo in tutte le scuole "normali", il contatto, seppur virtuale, tra docenti e studenti "ristretti", perché la scuola in carcere esiste ed è operativa. Si tratta, come avevamo già avuto modo di rilevare, di una platea ampia: nel 2018 si sono iscritti ai corsi scolastici 20.357 persone detenute, oltre 2.000 in più rispetto all'anno precedente. Gli iscritti risultano essere il 34,64% dei presenti in carcere, due punti percentuali in più rispetto allo stesso calcolo effettuato l'anno precedente. In pratica, un terzo della popolazione detenuta è iscritta a corsi scolastici.
Tuttavia, come è stato rilevato tramite il monitoraggio condotto dalla rete delle scuole ristrette, la scuola carceraria risulta essere totalmente esclusa da qualunque tipo di rapporto con i propri docenti, con i quali gli studenti detenuti trascorrono per nove mesi l'anno ogni giorno almeno quattro ore. Le ripercussioni della mancanza di relazione tra docente e studente si stanno già facendo sentire, con il rischio di azzerare i progressi compiuti dagli studenti detenuti che hanno iniziato con profitto e interesse il proprio percorso scolastico.
Scrivono i docenti della rete delle scuole ristrette: "Lungi da noi l'idea, in un momento così difficile per la Storia della nostra Repubblica, di polemizzare sterilmente, ma poiché a scuola, almeno per la didattica ordinaria, non si tornerà, per i nostri studenti "ristretti" l'anno scolastico è destinato a fallire miseramente, per non parlare degli Esami di maturità, che gli alunni in carcere, totalmente allo sbando per aver ricevuto al massimo qualche fotocopia, non saranno in grado di sostenere neppure con i docenti interni. A meno che non si stia intendendo tacitamente che bisogna promuovere tutti e con gli stessi voti, perché tanto lo studio in carcere vale meno di niente".
Queste dunque le richieste rivolte ai Ministri dell'Istruzione e della Giustizia, al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al Garante Nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale, alla rete dei Garanti regionali e cittadini: farsi parte attiva per realizzare (e si può) percorsi di teledidattica in carcere (visto il fallimento di utilizzare Skype in carcere a fini didattici) e riservare agli studenti "ristretti" spazi nei quali possano stare coloro che hanno scelto di frequentare un percorso di studio, per avere a disposizione, almeno in quegli spazi, biblioteche che siano degne di questo nome, fornite anche di testi scolastici disponibili sempre per tutti, con computer dove consultare pacchetti formativi utilizzabili per ogni necessità, dall'alfabetizzazione allo studio universitario. E concludono con un appello alle case editrici: donare agli istituti penitenziari - in base al numero degli iscritti ai corsi - i testi che le scuole di riferimento esterne al carcere adottano.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 1 aprile 2020
Detenuti impegnati nella raccolta fondi, nella donazione di sangue e nella realizzazione di mascherine. Di fronte ad emergenze come questa, ogni persona ha il preciso dovere di aiutare chi si sforza di alleviare i bisogni del prossimo. Avranno pensato questo i tanti detenuti che, all'indomani della diffusione del coronavirus, hanno dato il via ad una gara di solidarietà che ogni giorno si arricchisce di nuove iniziative e progetti in aiuto alla comunità che fuori è alle prese con un nemico invisibile. Una gara per confermare che non è tutto negativo quello che c'è nel carcere e dimostrare che i percorsi di ravvedimento sono più evidenti quando gli eventi esterni sono tanto straordinari, quanto nefasti.
La buona notizia è che da nord a sud dell'Italia la gente si sta rimboccando le maniche per aiutare, anche a distanza, gli ospedali, le famiglie che hanno perso i cari e persino le persone bisognose di aiuti che, in tempi ordinari, troverebbero ovunque ma che, oggi, non vengono ascoltate. Si va dalla raccolta fondi, alla donazione del sangue, dalla realizzazione di striscioni colorati con messaggi di incoraggiamento, fino alla trasformazione dei laboratori sartoriali in piccole fabbriche di mascherine e dispositivi di protezione individuale.
Domenico Schiattone del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Campania spiega che: "Se si parla di carcere, si dicono sempre cose negative. In questa fase, ma anche in tanti altri periodi dell'anno, c'è un'attenzione particolare di detenute e detenuti responsabili che, dissociandosi apertamente dalle forme di protesta registrate in alcuni istituti di pena, hanno deciso di promuovere una serie di iniziative virtuose. A Pozzuoli, per esempio, sono stati raccolti fondi da destinare all'Ospedale Cotugno che, come sappiamo, è in prima linea nella cura dei malati".
Sempre a Pozzuoli, continua Schiattone, "una detenuta è stata assegnata ad una Onlus che si occupa di Africa e coronavirus. Altre hanno deciso di manifestare la loro vicinanza alla comunità locale esponendo un maxi striscione con lo slogan "Andrà tutto bene".
Iniziative frutto di una particolare attenzione da parte delle singole direzioni o maggiore sensibilità causata dal timore per il futuro? "È un po' quello che sta accadendo anche nel mondo cosiddetto libero" risponde il dirigente del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Campania: "Questo ci dimostra che i detenuti non sono diversi da noi. Sono persone che hanno sbagliato ma mantengono la loro umanità. Bisogna altrettanto dire che le amministrazioni stanno facendo la loro parte da Salerno a Santa Maria Capua Vetere, Sant'Angelo dei Lombardi, Benevento fino a Secondigliano. C'è una vera e propria gara a far sentire la propria vicinanza".
Dalla Campania al Veneto, la solidarietà non conosce sosta. Qui le 71 donne del carcere femminile della Giudecca sono riuscite a mettere insieme 110 euro e le hanno donate al reparto di terapia intensiva dell'ospedale dell'Angelo di Mestre, un altro presidio di trincea. "Non è una grande cifra, ma è un gesto altamente simbolico" osserva Liri Longo, che presiede la cooperativa Rio Terà dei Pensieri, realtà storica degli istituti veneziani. "Le ospiti della Giudecca hanno voluto così dire che, pur nella difficoltà che stiamo vivendo, non è necessario ricorrere alla forza e alla violenza. Il loro messaggio è più o meno il seguente: siamo spaventate per quello che sta succedendo, ma vogliamo aiutare, per quanto e come possiamo, la sanità pubblica" prosegue Liri Longo, specificando però che: "Ciò si verifica quando la gestione degli istituti avviene dentro le regole. Ovvero all'interno delle norme di capienza, nel rispetto degli standard di sicurezza sia da una parte che dall'altra. Il che fa sentire le persone recluse non in pericolo. C'è da dire che qui non esistono problemi di sovraffollamento, perché la struttura è piccola e di conseguenza è più facile la gestione. In un contesto così non ci si sente abbandonati e quindi si può dare maggiore spazio alla creatività e alla proposta costruttiva".
Iniziative di solidarietà anche ad Avellino, dove il direttore della Casa circondariale Bellizzi, Paolo Pastena, è molto vicino agli ospiti della sua struttura e ha consentito fin da subito il proseguimento dei contatti con i familiari attraverso le videochiamate. "Il legame con i cari è fondamentale - chiarisce. La loro preoccupazione è tanta, ma finora hanno mostrato un alto senso di responsabilità, rispettando le distanze di sicurezza e le norme che tutti noi abbiamo imparato a rispettare per non infettarci".
Ma "la vera sorpresa è stata - aggiunge - quando hanno chiesto di donare il sangue, dopo aver appreso della carenza soprattutto in questo periodo. Una settantina di ospiti hanno aderito e, devo dire, che assistere ad uno slancio di generosità come questo, soprattutto ora, è un fatto eccezionale. Il carcere, per come lo intendo io, deve cercare di tirar fuori tutte le qualità positive delle persone ristrette. Episodi come questi dimostrano che ci si può riuscire e, aggiungo, che dentro esistono tanti elementi di umanità che fuori troppo spesso sfuggono. Noi vogliamo valorizzarli nella maniera migliore possibile. Donando il sangue i detenuti si sentiranno protagonisti, nella tutela della salute pubblica, al fianco di medici ed infermieri che stanno rischiando la vita ogni giorno".
E nella categoria degli eroi che ogni giorno rischiano la vita per assistere i malati, l'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, inserisce a pieno titolo i cappellani: "Oggi sono l'avanguardia della Chiesa", sottolinea e chiarisce: "Sono gli angeli della prima frontiera, al pari del personale sanitario impegnato in questa sfida epocale. Hanno una analoga responsabilità e svolgono una straordinaria opera di misericordia. Dobbiamo sostenerli costantemente con la nostra preghiera".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 1 aprile 2020
Coordinatore di tutti i cappellani delle carceri, ha ispirato il messaggio di papa Francesco di domenica. "Il sovraffollamento raddoppia la pena. Chi ha sbagliato deve potersi rialzare". Don Raffaele Grimaldi, 62 anni, per 23 anni è stato cappellano a Secondigliano, Napoli.
Alle realtà di frontiera ha fatto il callo, tanto da essere stato individuato da tre anni come coordinatore di tutti i cappellani carcerari. Ispettore Generale delle carceri: un ruolo di regia che interagisce con i 250 cappellani che operano in Italia. Da quando lunedì scorso, all'Angelus, papa Francesco ha dedicato una supplica a braccio in favore dei detenuti, si è sparsa la voce che sia stata una sua informativa a muovere le parole del Pontefice.
Lui si schernisce. "Il Santo Padre ha sempre in grande considerazione i detenuti, e di informative ne riceve diverse. Incluse le lettere stesse di tanti di loro, che gli scrivono. E le lettere dei famigliari, o dei miei colleghi cappellani". Ma anche le sue informative, gli chiediamo. "Anche le mie informative, certo. I dati e le notizie che raccolgo girando l'Italia trovano sempre nella Santa Sede un interlocutore attento". Il lavoro del cappellano dei cappellani, e del confessore dei confessori, non è facile, soprattutto se il terreno su cui ci si muove è quello sdrucciolevole della giustizia italiana.
"Prima giravo l'Italia per incontrare e conoscere di persona, adesso sono confinato anche io. Allora mi attacco al telefono e cerco di chiamare un po' tutti, a partire dalle case circondariali più importanti". Con una missione ben precisa: "Dobbiamo trasmettere speranza a coloro che l'hanno smarrita, far capire che c'è un orizzonte alla fine della pena, per tutti. Anche per chi ha la detenzione a vita: si deve trovare un senso all'esistenza con la spiritualità, gli affetti, lo studio, il lavoro".
Alla rieducazione in carcere tiene particolarmente. "Lo scopo rieducativo della pena va messo in primo piano. Sa che con i direttori delle carceri ci troviamo spesso in sintonia, su questi aspetti? Sono sempre più sensibili alla possibilità di trovare delle attività socialmente utili per la popolazione detenuta". Forse più loro che la politica, le istituzioni. "La politica è fatta dalle persone, noi parliamo al cuore degli uomini e non ai partiti". Quando dice noi, Don Raffaele parla di "tutte le diocesi di Italia, perché sotto la diocesi di ogni Vescovo vengono raccolgono le grida di dolore che si levano dalle carceri. La Chiesa italiana è in ascolto di chi soffre, e raramente si soffre tanto come in stato di detenzione".
Torniamo alla politica, che è fatta di uomini, e si spera di uomini in ascolto. Perché c'è un appello che Don Raffaele indirizza al decisore pubblico. "Le carceri sovraffollate sono luoghi in cui la pena risulta raddoppiata: al problema del tempo si aggiunge quello dello spazio. Tanto tempo sospeso, in spazi angusti, con questo terribile incubo del Covid-19 che incombe". E dunque? "Auspico un atto di misericordia e di clemenza. Abbiate misericordia, chi sta in carcere oggi rischia la vita. Incoraggio chi ha responsabilità pubbliche a compiere delle scelte umanitarie. Non si può mettere in pericolo la vita delle persone, che è un bene superiore".
Un atto di clemenza e di misericordia, come quello esortato quindici anni fa dalle parole di San Giovanni Paolo II. Don Raffaele ne ha parlato anche alla comunità carceraria tramite una lettera aperta: "Ho scritto un appello alla responsabilità di tutti, chiedendo anche ai detenuti di astenersi dai comportamenti violenti. Un dialogo aperto tra le parti, ecco la missione più profonda della Chiesa nei luoghi dove c'è sofferenza".
Con il Ministro Bonafede si sono incontrati già due volte. "È venuto anche lui a trovarmi nel mio ufficio", racconta. Poi però di iniziative concrete non se ne sono viste. Umanamente comprendo le difficoltà che un ministro, come quello della giustizia, si trova oggi ad affrontare. I problemi sono oggettivi. Fanno bene le associazioni di volontariato che stimolano il governo a fare di più". Fa però suo il grido di allarme di Papa Francesco. "Noi tutti ci uniamo alla preghiera del Santo Padre. La giustizia è tale se conosce la clemenza. Si torni a dare attenzione alla persona: chi ha sbagliato deve essere messo in condizione di rialzarsi".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 aprile 2020
Il virus è in carcere. Finalmente il Dap ha fornito i dati ufficiali. 116 agenti contagiati e 19 detenuti. Tra i detenuti il numero è ancora basso, tra gli agenti è altissimo. Gli agenti sono circa 38mila in tutto. Se si fa la proporzione, e la si confronta con i contagiati in tutt'Italia, si vede che tra gli agenti di custodia il contagio è due volte superiore alla media nazionale.
Naturalmente questo dato è tragico e fa capire che se non si provvede subito il carcere può diventare un inferno. Del resto, lo dicono da tempo i sindacati, gli avvocati, i giuristi, gli esperti, i magistrati: tutti. Però il ministro sta lì, imbambolato, non parla, non fa nulla, è solo terrorizzato dall'idea di dover cedere a provvedimenti di clemenza, che lui, in quanto grillino, ritiene il male dei mali e l'orrore morale. Si è mosso anche il Papa per chiedere un provvedimento.
Non volete l'indulto, per ragioni di ideologia? Va bene, ci sono altre soluzioni. Quella per esempio indicata dalle Camere penali e dal Riformista: scarcerare subito tutti quelli che hanno meno di due anni da scontare. Più di ventimila persone. Si può fare per decreto, senza perdere tempo. È chiaro a chiunque che le carceri, con questo grado di affollamento, oltre a essere una bomba sanitaria e sociale, sono del tutto illegali. Cosa ci sta a fare il ministro della Giustizia sulla poltrona da ministro della Giustizia?
Ci sono stati già 13 morti nelle carceri italiane, durante una piccola rivolta. Potremmo gridare come gridò il comandante De Falco nelle ore della tragedia della Costa Concordia: "Comandante Schettino, torni subito a bordo!". Torni a bordo, Bonafede. Ma forse è molto meglio chiedere che il ministro lasci il campo.
È evidente a tutti che non è il suo mestiere. Troppo rischioso tenerlo ancora lì. Ci vuole un ministro vero, almeno un po' capace. Possibile che il Pd, Italia Viva, la sinistra di Speranza, non capiscano questa verità elementare? Il coronavirus infetta le carceri. A più di un mese dalle prime direttive emanate dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, lo scorso 22 febbraio, sono 19 i detenuti positivi su una popolazione, ad oggi, di 58.035 unità.
Di questi, due sono ricoverati in strutture ospedaliere, gli altri si trovano in isolamento sanitario, a sentire una nota del Ministero della Giustizia "in camere singole dotate di bagno autonomo all'interno di apposite sezioni detentive", dove vengono effettuati tutti i controlli disposti dalle autorità sanitarie.
Fra il personale di Polizia Penitenziaria sono 116, su quasi 38mila unità, i positivi al tampone: 17 sono ricoverati in ospedale, mentre la maggior parte si trova in isolamento fiduciario domiciliare o nel proprio alloggio in caserma. Proprio per prevenire al massimo la possibilità di contagi dall'esterno, sono state predisposte 145 tensostrutture davanti agli ingressi degli istituti penitenziari per il triage.
Negli istituti dove non è presente la tensostruttura - ancora stando alle fonti di via Arenula - sono stati individuati appositi locali isolati. Per la comunità carceraria questi numeri sono inquietanti, e la risposta non si fa attendere: una "battitura" dai balconi di tutta Italia avrà luogo oggi alle 18 per far sentire fuori la voce dei carcerati e chiedere al governo di intervenire con provvedimenti più incisivi per evitare - come ha detto il Papa all'Angelus di domenica - che il coronavirus nelle carceri sovraffollate si trasformi in una tragedia.
È il flash mob lanciato dalle famiglie dei detenuti e da numerose reti sociali "per far sentire alle persone detenute che non sono sole". Niente canzoni dunque ma solo pentole, padelle, posate picchiate l'una contro l'altra e contro le ringhiere dei balconi. "I detenuti gridano tutti salvi, tutti a casa! Amnistia, indulto - si legge nel volantino del flash mob - facciamo una battitura dai nostri balconi, come loro fanno contro quelle maledette sbarre, appendiamo striscioni per amplificare le loro grida", è l'invito.
"Il numero di persone detenute attualmente risultate positive a seguito dei test estremamente contenuto", ha commentato il garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, aggiungendo che però il problema è potenzialmente molto pericoloso, in grado di esplodere, soprattutto perché se non si realizza la possibilità di allentamento del numero delle persone detenute all'interno degli spazi esistenti, non ci potranno essere situazioni di effettiva separazione".
E a chiedere "misure molto più incisive e di pressoché automatica applicazione, in grado di portare nel giro di pochi giorni la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare effettivamente disponibile", sono tutti i garanti territoriali dei detenuti: espressione di enti con maggioranze politiche diverse che hanno rivolto un appello unanime al presidente della Repubblica, alle camere, ai sindaci e ai presidenti di Regione perché si faccia di più contro il sovraffollamento.
"I provvedimenti legislativi presi dal Governo sono largamente al di sotto delle necessità", denunciano. Anche i medici penitenziari lanciano l'allarme per la "assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus": nelle carceri "potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata", avverte il presidente della Simspe, Luciano Lucania.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Rischia di essere scarsamente incisiva sul fronte della tutela della privacy e comunque con non banali problemi di prima applicazione la riforma delle intercettazioni in vigore tra un mese. Lo sottolinea la Corte di cassazione in una densa relazione dell'Ufficio del massimario.
Se la riforma, sin dalla prima versione, quella del 2017 firmata dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, puntava a rafforzare la tutela della riservatezza a fronte delle indubbie necessità investigative, l'obiettivo non pare raggiunto. La Cassazione, infatti, sottolinea come la norma che impone al Pm un dovere di vigilanza sull'inserimento nei brogliacci di espressioni lesive della reputazione altrui potrebbe rivelarsi inefficace nella realtà. E questo per una serie di fattori. Innanzitutto per l'assenza di un espresso divieto, poi per la mancanza di una sanzione processuale e per l'ampiezza del criterio selettivo. Il tutto potrebbe rendere impossibile evitare l'ingresso nei brogliacci di ascolto di comunicazioni che, in seguito, si possono rivelare di nessuna utilità probatoria ma che, nello stesso tempo, possono determinare una rilevante lesione alla riservatezza delle persone coinvolte.
Problematica poi la previsione dell'applicazione ai procedimenti iscritti dopo il 30 aprile perché potrebbe far nascere questioni di diritto transitorio, per esempio, nel caso in cui all'iscrizione di un reato, avvenuta prima del 30 aprile, ne seguano altre in epoca successiva aventi ad oggetto nuovi titoli di reato. In questa ipotesi, puntualizza la Cassazione, l'eventuale applicazione del principio dell'autonomia di ogni iscrizione, che è stato elaborato ai fini del computo del termine di durata delle indagini preliminari, determinerebbe l'applicazione delle nuove norme per le indagini relative alle successive iscrizioni. Con l'effetto paradossale di un doppio regime nella medesima inchiesta.
Questioni di diritto intertemporale potrebbero porsi anche qualora 2 o più procedimenti, con una diversa data di iscrizione, per alcuni antecedente e per altri successiva al 30 aprile, siano stati riuniti oppure quando da un procedimento iscritto prima del 30 aprile ne scaturisca, per separazione, un altro iscritto dopo tale data. Della riforma fa parte anche una nuova disciplina dell'utilizzo dei risultati delle intercettazioni in altri procedimenti, diversi da quelli per i quali sono state autorizzate. A patto che siano "rilevanti" e "indispensabili". "Questa locuzione - osserva il Massimario -, che aggiunge al carattere di indispensabilità, anche quello di rilevanza, pare presupporre, ancor più di prima, una valutazione del "peso" del mezzo di prova, rimessa al giudicante e di difficile circoscrivibilità".
Per il riconoscimento della continuazione si può portare la sentenza pubblicata su rivista giuridica
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 31 marzo 2020 n. 10904. Per ottenere il riconoscimento della continuazione con fatti già giudicati, la difesa può produrre una copia della sentenza anche se presa da una rivista giuridica, e dunque senza il nome delle parti e priva di data. La Corte di cassazione, con la sentenza 10904, accoglie sul punto il ricorso di uno stalker, rigettandolo nel resto, al quale era stata negata la continuazione ai fini del riconoscimento di un unico disegno criminoso, in virtù di una precedente condanna per condotte persecutorie nei confronti della ex moglie. I giudici di merito avevano negato che per dimostrare il "pregresso" fosse sufficiente portare la copia del verdetto della Suprema corte, pubblicato su una rivista giuridica con i dati oscurati.
Per la Suprema corte invece si può, anche volendo aderire alla giurisprudenza più restrittiva. I giudici ricordano, infatti, il principio secondo il quale l'imputato che intende richiedere, nel giudizio di cognizione, "il riconoscimento della continuazione in riferimento a reati già giudicati non può limitarsi a indicare gli estremi delle sentenze rilevanti a tal fine, ma ha l'onere di produrne la copia".
Per la giurisprudenza più "severa" non si può, infatti, estendere alla fase di cognizione ciò che è concesso in fase esecutiva. Una maglia più stretta giustificata dall'esigenza di impedire richieste dilatorie e garantire la celerità del rito. Nel caso esaminato però, precisano i giudici di legittimità l'imputato non si era limitato a fornire gli estremi della decisione della Suprema corte. Partendo dalla sentenza pubblicata dalla stampa specializzata, prodotta in Corte d'Appello insieme al casellario giudiziario, sarebbe stato agevole verificare che l'imputato era stato giudicato con sentenza irrevocabile per gli stessi fatti.
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