di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Corte di cassazione - Sentenza 31 marzo 2020 n. 10905. Non incorre nel rischio di una sanzione penale chi insulta l'interlocutore in una video chat, anche se alla presenza di più persone. Non scatta infatti il reato di diffamazione, dal momento che la persona offesa è presente, ma si rientra nella fattispecie dell'ingiuria che però è stata depenalizzata dalla legge n. 7 del 2016. La Corte di cassazione, sentenza n. 10905 di ieri, ha così accolto il ricorso di un uomo che era stato condannato al pagamento di 600 euro di multa.
Secondo la Corte di appello di Milano, che a sua volta aveva confermato la condanna del Tribunale di Monza, invece, l'imputato era colpevole di diffamazione per aver offeso la vittima tramite una video chat accessibile "ad un numero indeterminato di persone". Contro questa decisione il ricorrente ha dedotto violazione di legge "per aver ritenuto sussistente il reato di diffamazione, anziché la fattispecie di ingiuria". Gli insulti infatti erano stati rivolti attraverso la piattaforma "Google Hangouts, diversa dalle altre piattaforme chat digitali che sono 'leggibili' anche da più persone". Inoltre il destinatario dei messaggi "era solo la persona offesa e la video chat aveva carattere temporaneo", ne rilevava in alcun modo che all'ascolto vi fossero anche altri utenti.
Per la Cassazione il ricorso è fondato. Secondo la Quinta sezione penale infatti è incontroverso che le espressioni offensive sona state pronunciate dall'imputato mediante comunicazione telematica diretta alla persona offesa, ed alla presenza di altre persone invitate nella chat vocale; tuttavia, "l'elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione - rammenta la Corte - è costituito dal fatto che nell'ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all'offeso, mentre nella diffamazione l'offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l'offensore". Ne consegue che il fatto deve essere qualificato come ingiuria "aggravata dalla presenza di più persone" (ai sensi dell'articolo 594, c.p.), reato che, però, come detto, è stato depenalizzato dall'articolo 1, comma 1, lettera c), della legge 15 gennaio 2016 n. 7. La sentenza impugnata è stata quindi annullata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2020
Tribunale di Roma - Ordinanza 24 febbraio 2020 n. 64894. Il diritto alla libera manifestazione del pensiero politico incontra il limite del rispetto degli altrui diritti fondamentali, primo tra tutti il rispetto della dignità umana ed il divieto di tutte le discriminazioni, a garanzia dei diritti inviolabili spettanti ad ogni persona umana. In altre parole la libertà di manifestazione del pensiero non include discorsi ostili e discriminatori che invece sono vietati a vari livelli dall'ordinamento interno e sovranazionale.
Chiarisce il Tribunale di Roma nell'ordinanza RG 64894/19 pubblicata il 24 febbraio 2020, che un ruolo di controllo fondamentale su tali "messaggi" spetta ai social media network come Facebook, con riferimento al rischio della diffusione in forma "virale" di incitamenti all'odio e alla discriminazione, e con il significativo impatto sui diritti umani che una simile massiva diffusione sul web può avere sulla società.
La vicenda - Facebook rimuoveva i profili degli amministratori di alcune pagine riconducibili alle diverse articolazioni territoriali di una organizzazione ritenuta gruppo che effettuava propaganda razzista, xenofoba, antisemita e neofascista. Il motivo comunicato agli iscritti riguardava contenuti contrari agli standard della comunità del social network. Dal che gli interessati lamentavano al Giudice l'illiceità della condotta del social network nei loro confronti in quanto, a loro dire, lesiva del diritto fondamentale alla libera manifestazione del pensiero. Gli interessati inoltre asserivano di non aver veicolato contenuti d'odio e chiedevano il ripristino dei loro account con tutte le collegate pagine amministrate.
La decisione - Allegando una corposa mole di materiale esemplificativo, il Tribunale di Roma ha giudicato che i contenuti, che inizialmente erano stati rimossi e poi a fronte della reiterata violazione avevano comportato la disattivazione degli account, sono illeciti da numerosi punti di vista. Dal che Facebook non solo poteva risolvere il contratto grazie alle clausole contrattuali accettate al momento della sua conclusione, ma, una volta venutone a conoscenza, aveva anche il preciso dovere "legale" di rimuovere i contenuti, rischiando altrimenti di incorrere in pertinenti responsabilità.
Un dovere imposto anche dal codice di condotta sottoscritto con la Commissione Europea. Va evidenziato che nel nostro sistema ordinamentale nessuna forza politica, pena la sua immediata chiusura e responsabilità legale, può esplicitamente rifarsi all'ideologia fascista o nazista, al razzismo, alla xenofobia o, in generale, proclamare idee apertamente discriminatorie.
Nel caso di specie non si tratta di una generalizzata compressione per via giudiziaria della libertà di espressione di singoli individui o di un gruppo, ma della possibilità di accedere ad uno specifico social network/social media, strumento attraverso il quale i produttori di contenuti sono in grado di raggiungere moltissime persone. In altre parole la compressione del diritto alla libera manifestazione del pensiero è giustificata dal fatto che la tolleranza e il rispetto della dignità di tutti gli esseri umani costituiscono il fondamento di una società democratica e pluralista.
Ne consegue che, in via di principio, si può considerare necessario, nelle società democratiche, sanzionare e cercare di prevenire tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l'odio basato sull'intolleranza e le discriminazioni. A ben vedere un'espressione discriminatoria o di odio, lasciata virale e non controllata, può creare un clima e un ambiente che inquina il dibattito pubblico e può persino nuocere coloro che non sono utenti della piattaforma web. Il diritto alla libera manifestazione del pensiero è sacrosanto ma può incorrere in limitazioni proprio in materia di incitamento all'odio.
I discorsi d'odio in grado di negare il valore stesso della persona umana non rientrano nell'ambito di tutela della libertà di manifestazione del pensiero, la quale non può spingersi sino a negare i principi fondamentali e inviolabili del nostro ordinamento costituzionale. E nel caso di specie per certo rileva inoltre: l'effetto moltiplicatore di internet e del social network; la velocità istantanea di diffusione dei messaggi postati; la possibilità di raggiungere immediatamente milioni di destinatari; la capacità del contenuto offensivo di sopravvivere per un lungo arco di tempo oltre la sua immissione, ed anche in parti del web diverse da quelle della sede in cui era stato originariamente inserito.
Ma non solo. Sotto altra ottica evidenzia il Tribunale di Roma che, in assenza di evidenti differenze contenutistiche tra l'online e l'offline hate speech, dissomiglianze sono individuabili in alcune componenti strutturali della rete, che possono fungere da fattori agevolatori dei messaggi discriminatori, aumentandone di conseguenza le potenzialità lesive nel mondo virtuale, ma anche in quello "reale".
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 1 aprile 2020
Immagina tre step per riaccendere i motori della giustizia nella Capitale, il presidente del tribunale di Roma, Francesco Monastero. Perché ad oggi l'attività è paralizzata. Il coronavirus, ovviamente, ha bloccato il lavoro dei giudici, degli avvocati, dei cancellieri e delle forze dell'ordine. L'eccezione riguarda solo processi indifferibili.
Al penale, ad esempio, si fanno solo le direttissime dove vengono giudicate le persone arrestate in flagranza. E al civile si tiene udienza per i ricorsi dei richiedenti asilo. ll presidente della camera penale di Roma, Cesare Placanica, ha posto il problema. "Quando ripartirà la macchina?". Una situazione chiara a Monastero che sta studiando un piano per riavviare tutto. Il presidente del tribunale lo comunicherà la settimana prossima. Un progetto, tuttavia, che è suscettibile di modifiche in relazione alle variabili collegate all'emergenza Covid-19.
Prima di tutto occorrerà un rodaggio. Quindici giorni di tempo in cui i tribunali aumenteranno lievemente il personale amministrativo, cancellieri e segretarie. Il primo step riguarda il periodo che va dal 16 aprile al 30 aprile. In queste due settimane l'attività non cambierà di molto rispetto alla condizione attuale. Ad oggi, degli 800 dipendenti amministrativi, in sede ne lavorano 250. L'obiettivo è iniziare ad accrescere questa presenza. Sarà il secondo step a dare un primo cambio di marcia: dai primi di maggio si inizierà a calendarizzare delle udienze. Un iniziale leggero carico di lavoro.
Cercando di far confluire meno persone possibili nei palazzi di giustizia. Si andrà avanti con questo schema fino ai primi di giugno. Infine il terzo step prevede la ripresa delle attività dei tribunali vicina al 50%. In pratica un massimo di 3-4 udienze per sezione, di solito sono 10 con picchi anche di 20. In modo tale da non intasare le aule, come accade di solito quando ci sono troppe persone che le gremiscono tra legali, imputati e personale amministrativo. A settembre si spera che i tribunali potranno ritornare a regime. Un piano che lo stesso Monastero condividerà con l'autorità sanitaria regionale, il presidente dell'Ordine degli avvocati e della Corte d'Appello.
Ma oltre all'attività dei tribunali esiste anche un altro grande problema collegato alla giustizia: "Con l'emergenza dovuta al coronavirus la situazione in carcere diventerà esplosiva". Ha pochi dubbi, a riguardo, Cesare Placanica. "Le tensioni sono alte, e se ne sono accorti sia il Capo dello Stato che il Papa". I numeri nella Capitale danno ragione al presidente della camera penale di Roma. Nei due penitenziari romani la condizione è delicata. Regina Coeli ospita 1000 detenuti, ma la sua capienza dovrebbe essere al massimo di 600 unità. Condizione perfino peggiore per Rebibbia nuovo complesso, qui non si dovrebbero superare le 1000 unità, oggi sono stipate 1600 persone.
Ai tempi del Covid-19 il sovraffollamento diventa, perciò, un problema ulteriore. Non si tratta più solo di scontare una pena in modo giusto, adesso anche una questione sanitaria. In pratica, se dovesse diffondersi il coronavirus nei penitenziari della Capitale, bisognerebbe mettere un detenuto per cella per poter fare la quarantena. "Dati i numeri né a Regina Coeli né a Rebibbia questo sarebbe possibile", denuncia il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia.
E allora uno dei modi per ridurre la pressione sarebbe quello di spedire ai domiciliari tutti i detenuti che sono a fine pena. Ma l'intero meccanismo sembra essere inceppato, attacca Placanica: "Se proponi una riforma secondo la quale sotto una certa pena il detenuto va ai domiciliari col braccialetto elettronico, e tutti sanno che non c'è disponibilità di braccialetti elettronici, allora già sai che è una riforma irrealizzabile e che si tratta di una proposta ipocrita".
di Anna Dazzan
udinetoday.it, 1 aprile 2020
Si chiamava Ziad Dzhihad Krizh, aveva 22 anni, ed è morto lo scorso 15 marzo nel carcere di Udine di via Spalato, per cause ancora da chiarire. Di certo si sa che la sua morte nulla ha a che fare con il Coronavirus, visto che è stato effettuato un tampone che ha dato esito negativo. Un'indagine è stata aperta dalla Procura della Repubblica di Udine, ma a occuparsi della vicenda c'è anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, con cui anche l'attivista sui diritti dei detenuti del Partito Radicale Monica Bizaj ha parlato immediatamente dopo aver saputo della morte di Krizh.
L'attivista - "Ziad era in carcere da alcuni mesi per possesso e spaccio di stupefacenti - dichiara Bizaj - e una volta saputo della sua morte ci siamo attivati per capire cosa sia successo, visto che sapevamo che era un consumatore di droghe leggere, ma non pensavamo fosse in pericolo di vita per questo".
Il ragazzo - Krizh, di origine bulgara, viveva in Italia da quando era bambino, con la mamma e un fratello più piccolo. Negli ultimi anni si era trasferiti in Francia e proprio lì, da quanto appreso, il giovane era stato raggiunto da un mandato di arresto europeo lo scorso agosto. Già nel febbraio del 2016 il ragazzo era stato arrestato una prima volta qui a Udine, con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio: addosso, l'allora neo maggiorenne, aveva 16 grammi di cocaina divisi in diverse dosi pronte per lo spaccio, oltre ad alcuni involucri contenenti marijuana. Secondo quanto riferito dalla madre, residente da anni a Campoformido insieme al figlio minore, il giovane è stato assolto per questo caso.
I dubbi - Ma sebbene le sue abitudini fossero note anche agli amici friulani, sono proprio loro a sollevare dubbi e perplessità rispetto alle circostanze della morte dopo aver letto una lettera diffusa dall'Assemblea permanente contro il carcere e la repressione. Un'amica di Udine è in costante contatto con la mamma del giovane, in attesa di parlare con il pubblico ministero. A quanto pare negli ultimi periodi il 22enne - secondo il racconto dell'amica - accusava dolori alla schiena, per cui si sarebbe resa necessaria l'assunzione di famaci. Tutte le ipotesi relative al suo stato di salute troveranno conferma o smentita soltanto con i risultati completi dell'esame autoptico. La madre, comunque ci riferisce che aveva parlato con lui il giorno prima del decesso, sabato 14 marzo "e stava bene, con febbre da 2 giorni e aveva detto che lo stavano curando con paracetamolo".
Il Garante - "Quello che sappiamo è che Krizh è stato trovato la mattina presto di domenica 15 marzo nel suo letto ed è stata subito predisposta l'autopsia, trattandosi di morte naturale. Si trattava di un giovane in appello, con una condanna che lo avrebbe tenuto in carcere fino al 2028". Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, ha subito preso in carico la situazione. "Krizh, che non aveva ancora compiuto 23 anni, era un giovane noto al Sert ed era seguito farmacologicamente. Quello che noi abbiamo fatto è stato richiedere anche la scheda di reato, ma si tratta per certo di una situazione giudiziaria non lieve. Inoltre sono stati chiesti dati sulle condizioni di salute con cui il ragazzo è entrato alla casa circondariale: sono da capire non solo le sue condizioni all'inizio della detenzione, ma anche il percorso farmacologico che ha avuto, visto che è certo ci sia stato un aumento di terapia negli ultimi periodi".
Collaborare - Palma conferma la collaborazione con la Procura della Repubblica. "Noi approfondiamo sempre questi casi, ma affidandoci totalmente all'indagine della Procura, con cui abbiamo un buon dialogo. Nei casi cui non c'è chiarezza ci costituiamo anche persona offesa per poter avere accesso agli atti, ma in questo caso il dubbio è più che altro sul "caso umano" rispetto alla vita di Krizh". In altre parole, il Garante dichiara che in questo caso "il percorso, da quello che emerge dalle carte, è abbastanza lineare ed è classificato come decesso per cause naturali. Sicuramente si tratterà di capire meglio - continua Palma - e la questione la seguiamo per comprendere se vengono fatti tutti i dovuti approfondimenti. Sappiamo che in passato c'erano stati dei problemi di autolesionismo e quello che è certo è che non abbandoniamo il caso".
"Morire a 22 anni in carcere a Udine. Ora c'è il nome", di Franco Corleone (L'Espresso)
Finalmente si conosce il nome del giovane morto nel carcere di Via Spalato a Udine grazie a Udinetoday. Si chiamava Ziad Dzhihad Krizh ed era di origine bulgara, ma viveva in Italia da quando era bambino. Pare che si fosse trasferito in Francia e che sia stato estradato in Italia sulla base di un mandato di arresto europeo nell'agosto scorso. Non si sa se il processo si sia svolto dopo il rientro in Italia o avesse una condanna precedente, che comunque in primo grado fu determinata in otto anni di carcere per spaccio di sostanze stupefacenti. Era in attesa del processo di appello.
Sono alla ricerca dell'avvocato per avere maggiori elementi. Mauro Palma, il garante nazionale delle persone provate della libertà personale sta seguendo la vicenda con la Procura della repubblica e con l'Amministrazione penitenziaria e ha dichiarato che il giovane era seguito dal Sert. La morte è stata dichiarata legata a un fatto naturale, ma una morte improvvisa in una persona così giovane, suscita dubbi che devono essere fugati sulle cause.
Quali farmaci sono stati somministrati e soprattutto in che quantità? L'autopsia è stata effettuata per una verifica dei segni esteriori, mentre per l'esame completo i periti hanno a disposizione 60 giorni per il deposito dei risultati. Quel che è certo che Krizh è morto e non certo dopo una cena con ostriche, caviale e champagne. Il silenzio sulla tragedia è comunque allarmante. Altro che carcere trasparente; l'omertà è davvero il tratto distintivo di questo disgraziato Paese.
di Cristina Borgogno
La Stampa, 1 aprile 2020
"A voi operatori ospedalieri, in questo periodo reso ancora più difficile e intenso a causa del coronavirus, vorremmo mostrare la nostra solidarietà di detenuti nei confronti di persone eccellenti quali siete che, prodigandovi per altri, al costo della vostra vita, accudite chi, bisognoso, implora aiuto". In un momento in cui non si contano quasi più i gesti di solidarietà, a tendere la mano sono anche persone che si trovano in una non facile situazione.
In un isolamento ben diverso da quello richiesto dai protocolli sanitari per contenere l'epidemia. Succede ad Alba, nella casa di reclusione "Giuseppe Montalto" tristemente nota alla cronaca per le vicissitudini che hanno attraversato le sue mura negli ultimi quattro anni (un'epidemia di legionella, la chiusura dell'istituto per due anni e poi il ripristino di una piccola parte di struttura che accoglie, allo stretto, una cinquantina di ospiti).
Qui sono i detenuti ad aver raccolto una piccola somma di denaro da devolvere all'ospedale San Lazzaro della città, trasformato di questi tempi, come tanti ospedali di provincia, per accogliere i malati covid19. Una donazione accompagnata da una lettera scritta di proprio pugno dagli ospiti in cui saltano all'occhio l'impegno e la sensibilità di persone che, consapevoli della propria condizione, vogliono contribuire alla causa. Sentirsi parte di una comunità. Precisando nella missiva che si tratta di una generosità modesta, fatta con le risorse di cui hanno disponibilità in questo difficile momento. Ma fatta anche "con il cuore. Sì da detenuto, ma non diverso da quello di altre persone solo perché trovandosi al di là di alte mura".
Un gesto che sarebbe magari, per vari motivi, passato inosservato. Ma che il garante comunale dei diritti dei detenuti, Alessandro Prandi, ha voluto condividere sui social. "Pur nell'estrema difficoltà e le incertezze del momento - dice Prandi -, questo è un gesto di grande solidarietà e vicinanza verso il resto della comunità nonostante l'opinione pubblica, anche locale, appaia distante e disinteressata rispetto alla questione penitenziaria".
"La grave emergenza che stiamo vivendo - spiega il garante, che giovedì sarà al Montalto per visitare i detenuti albesi - sta mettendo a nudo, se ce ne fosse bisogno, le criticità del nostro sistema penitenziario. Chiediamo che si attivino tutte le misure necessarie per tutelare la salute sia delle persone recluse che degli operatori e degli agenti della polizia penitenziaria.
La sospensione di tutte le attività educative, delle visite dei famigliari (sostituite con i colloqui in videoconferenza) e delle attività di lavoro all'esterno degli istituti, benché comprensibili vista la situazione, pone i detenuti in una situazione di ancora maggiore isolamento e di straniamento difficilmente tollerabile per lungo tempo. A questo si aggiunga che nelle carceri piemontesi sono stati trasferiti decine di persone provenienti dagli istituti teatro delle rivolte della scorsa settimana, aumentando il numero dei reclusi in un contesto già degradato".
Ristretti Orizzonti, 1 aprile 2020
I Radicali per il Mezzogiorno Europeo hanno ideato una campagna denominata "2000 mascherine per Poggioreale" con l'obiettivo di fornire questo bene divenuto ormai indispensabile, alla luce dell'emergenza Coronavirus, a detenuti ed agenti della Polizia Penitenziaria nel carcere napoletano. Ideatore della proposta, sul punto di fornire già le prime mascherine nei prossimi giorni ai detenuti di Poggioreale, è l'avvocato Raffaele Minieri.
È possibile contribuire con donazioni all'acquisto delle mascherine. Per avere le informazioni sul come donare e le coordinate del caso è sufficiente contattare con un messaggio i Radicali per il Mezzogiorno Europeo tramite la loro pagina su Facebook.
L'Avvocato Raffaele Minieri, membro della Direzione Nazionale di Radicali Italiani e segretario dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo, insieme alla tesoriera Sarah Meraviglia e al presidente dell'associazione Fabrizio Ferrante, hanno deciso di lanciare la campagna "2000 mascherine per Poggioreale", finalizzata a garantire a detenuti e agenti della penitenziaria una mascherina. Così l'avvocato Minieri ha spiegato l'iniziativa intrapresa: "Da avvocato ritengo che il diritto alla salute dei detenuti sia inviolabile e vada tutelato senza condizioni. Per questa ragione nei giorni scorsi mi sono attivato per chiedere a vari soggetti istituzionali, di informarci in ordine all'eventuale presenza di contagi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ricevendo gentile risposta dall'Asl di Caserta, la quale ha assicurato che non ci sono stati contatti tra il personale sanitario contagiato e i detenuti. Tuttavia da militante radicale, ma prima di tutto da cittadino, credo che sia necessario provare a dare un contributo concreto ai detenuti e all'amministrazione penitenziaria.
Per questa ragione ringrazio tutti i compagni dell'associazione Radicali per il Mezzogiorno Europeo, sperando che già in settimana forniremo le prime mascherine ai detenuti di Poggioreale, anche grazie alla disponibilità del Direttore dell'istituto e all'interessamento del Garante cittadino dei detenuti, Pietro Ioia. Sono convinto che nei prossimi giorni aderiranno alla nostra iniziativa molti altri soggetti e potremo fornire anche del gel disinfettante".
Alle dichiarazioni dell'avvocato Raffaele Minieri, segretario dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo, si aggiungono quelle della tesoriera, nonché collaboratrice del Garante Pietro Ioia, Sarah Meraviglia: "Dal confronto avuto con i detenuti di Poggioreale emerge una fortissima preoccupazione in ordine all'eventualità di futuri contagi interni alla struttura. Ad oggi le mascherine e i guanti a disposizione della Polizia penitenziaria scarseggiano mentre i detenuti ne sono in gran parte sprovvisti.
Quegli stessi detenuti che, consapevoli della gravità dell'emergenza che stiamo vivendo, chiedono a gran voce di donare sangue e somme di denaro a favore delle zone più colpite. Come Radicali abbiamo deciso di avviare questa iniziativa per manifestare vicinanza ai reclusi e per ricordare alla società civile e alle istituzioni la drammaticità della situazione che vivono attualmente le carceri italiane.
Secondo Fabrizio Ferrante, presidente dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo: "È importante fare tutto il possibile affinché le carceri non si trasformino in pericolosi focolai con inevitabili ripercussioni sul sistema sanitario regionale. A Poggioreale vi sono padiglioni come il Milano e il Livorno con enormi problemi strutturali e di sovraffollamento, inoltre bisogna stare attenti al padiglione Firenze, quello dei nuovi arrivi e dunque porta di ingresso potenziale per il virus nella struttura. L'ideale sarebbe dotare tutto il carcere di mascherine e protezioni varie ma speriamo con questa iniziativa di fare la nostra parte nel tentativo di rendere il più sicuro possibile Poggioreale, che resta pur sempre un luogo dello Stato".
metropolisweb.it, 1 aprile 2020
Une lettera di due pagine inviata al Papa e ai vertici del Governo. Due pagine scritte da un gruppo di detenuti del Reparto S4 del carcere di Secondigliano per chiedere attenzione, quella che stanno rivendicando dall'inizio dell'emergenza Covid-19.
"Siamo stati tranquilli - scrivono - nel momento in cui ci sono stati sospesi i colloqui, non perché non eravamo sconvolti, anzi, ma perché abbiamo compreso subito l'alto rischio di contagio a cui saremmo andati incontro, se avessimo avuto contatti con i nostri familiari. Però man mano abbiamo metabolizzato questa crisi epidemiologica, adesso iniziamo ad avere le nostre paure e i nostri dubbi. Partiamo dal presupposto che le pene vanno pagate con la privazione della libertà, non con la privazione della dignità e della vita stessa".
Sottolineano la paura che il virus possa superare anche le barriere del carcere e diventare così "una bomba pronta". "Come facciamo noi a rispettare questa benedetta distanza - scrivono ancora - vi chiediamo un intervento concreto e tempestivo perché nella realtà in cui viviamo sarebbe una vera e propria pandemia, anche perché qui entrano ed escono agenti penitenziari, medici, operatori che potrebbero essere portatori del virus. Il sovraffollamento persisterà ancora e la nostra paura è che anche il tempo a nostra disposizione sta diminuendo, prima che il Covid-19 dilaghi tra noi e porti una strage indescrivibile e impensabile".
I detenuti hanno paura e per questo provano a smuovere i vertici governativi e religiosi: "Vogliamo - aggiungono -che venga rispettato il nostro diritto alla vita, c'è bisogno di ridurre il numero dei detenuti nei nostri penitenziari, che supera di gran lunga la reale capienza, anche perché c'è anche un elevato numero di detenuti in attesa di essere giudicati.
Magari, dopo anni, considerata la lentezza processuale italiana dovuta alla considerevole mole di lavoro, vi sarà per questi ultimi una sentenza di assoluzione, e intanto oggi rischiano addirittura la morte. Abbiate il coraggio di una decisione che sia seria e radicale, anteponendo il nostro diritto alla vita a qualsivoglia pregiudizio o inutili lotte tra partiti. Siamo alla vigilia di un'esplosione gravissima del contagio e ci chiediamo noi che fine faremo. Vi prego, non vi dimenticate di noi".
di Monica Serra
La Stampa, 1 aprile 2020
Mentre nelle carceri i detenuti sono spaventati dai contagi, il Tribunale di Sorveglianza di Milano devastato dall'incendio di sabato notte si è attrezzato con un "tribunale da campo". Sulla tavola nera e ovale sono state ricavate cinque postazioni computer con qualche stampante e uno scanner, in un'aula al primo piano del Palazzo di Giustizia, destinata ai praticanti della Corte d'Appello.
Un'emergenza nell'emergenza coronavirus, se si pensa che "nelle ultime due settimane sono state giustamente presentate centinaia di istanze di misure alternative o di scarcerazione al giorno", dice la presidente, Giovanna Di Rosa. In tempi normali, per portare avanti il lavoro sono impiegate una cinquantina di persone, tra magistrati e personale amministrativo. Ma l'attività per gestire le sole urgenze, da121 febbraio a oggi, si è moltiplicata.
"Le carceri sono sovraffollate. Tanti detenuti con patologie o ultrasessantenni, magari vicini alla fine della pena, in questo momento hanno diritto a uscire", spiega la presidente. "Noi in queste condizioni proviamo a fare il possibile. Ma la gestione dell'emergenza sanitaria, in istituti che esplodono e dove è impossibile realizzare adeguate aree di isolamento, non si può demandare a una magistratura che, tra l'altro, ha a disposizione solo gli strumenti classici per agire".
Per questo, prosegue la presidente Di Rosa "è necessario un provvedimento automatico per i detenuti che lo meriterebbero. Il virus corre, non aspetta i tempi della burocrazia giudiziaria". Dello stesso avviso sono gli avvocati della Camera Penale, che chiedono che "il Governo o il Parlamento valutino il problema tenendo conto dell'emergenza coronavirus e di quella milanese, in cui i giudici non sono più nelle condizioni di lavorare", dice il presidente Andrea Soliani.
E il Garante dei detenuti, Franco Maisto, che denuncia "l'assenza di un numero adeguato di dispositivi di protezione, la mancanza di spazi, le preoccupazioni dei reclusi che non possono vedere i familiari. Per non parlare del fatto che, in tempi normali, la patologia di un detenuto lo rende incompatibile con le carceri che non gli offrono un servizio medico adeguato.
Ora lo rende incompatibile con l'intero sistema". Gli ultimi dati del Dipartimento di amministrazione penitenziaria parlano di soli 19 reclusi positivi (su una popolazione di 58. 035) e di 116 agenti della Penitenziaria, in tutta Italia. Numeri inverosimili per molti, se si pensa che nella sola Lombardia, lunedì è stato denunciato che, in 24 ore, 16 i detenuti e 24 agenti erano risultati positivi al tampone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2020
Sei giorni fa la prima vittima: 33 anni, era in una casa popolare ma andava spesso dai suoi. È complicata la quarantena nelle baraccopoli, spesso senza acqua. Famiglie e anziani dai prossimi giorni potrebbero trovarsi senza beni di prima necessità.
Sei giorni fa è morto il primo rom per Coronavirus allo Spallanzani di Roma. Si chiamava Stanije Jovanovic e aveva 33 anni. Viveva in una casa popolare con la moglie e quattro figli, inoltre aveva una famiglia numerosa nel campo di via Salviati e ogni giorno andava a trovarli.
Eppure, dopo la sua morte - come ha denunciato l'associazione "Cittadinanza e minoranze" - non ci sono stati tamponi per loro o nel campo, ma solo l'obbligo di quarantena. Ma si sa, nei campi rom, alla quarantena, ci sono già abituati. Sorge infatti il problema dei campi dove le condizioni sanitarie sono da tempo sottovalutate. Ma c'è anche il problema della loro sopravvivenza. Come sottolinea sempre l'associazione "Cittadinanza e minoranze" (se si va sul suo sito c'è una raccolta donazioni), i rom vivono di piccoli commerci, della raccolta di materiali, di elemosina: ora, ovviamente, con le restrizioni non lo possono più fare.
In quasi tutti gli insediamenti sono stati segnalati casi di fami. L'associazione romana "21 luglio" denuncia l'altro grande problema dei campi rom ai tempi del coronavirus. In nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari disponibili a distribuire dispositivi di prevenzione o ad illustrare le misure atte a prevenire il contagio.
Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c'è disponibilità di acqua corrente (scarseggia nel campo rom di via di Salone e utilizzata solo con autobotte a Castel Romano). Nelle interviste fatte dall'associazione "21 luglio" emerge scarsa consapevolezza da parte degli abitanti delle baraccopoli dell'impatto che le misure attualmente imposte dal decreto potrebbero avere sull'infanzia.
La sospensione dell'attività scolastica e l'impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un'eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti. Senza dimenticare il discorso della promiscuità nella baraccopoli, con un evidente sovraffollamento interno ed esterno alle abitazioni: se venisse riscontrata una positività, le baraccopoli sono tali da poter isolare solo il paziente e la sua famiglia?
L'associazione "21 luglio" ha lanciato l'allarme e ci si augura che venga raccolto il prima possibile. Bisogna, prima di tutto, predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid- 19 all'interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la capitale arrivi impreparata a tale evento.
di Nello Scavo
Avvenire, 1 aprile 2020
Le Ong: "Con il pretesto del Coronavirus, arresti e ancora stop al diritto d'asilo. Grave che un Paese Ue sospenda diritti umani". Il più grande campo di prigionia d'Europa: mezzo migliaio di persone in carcere per un periodo indefinito, altre 40mila trattenute in condizioni disumane nei cinque accampamenti allestiti dall'Ue sulle isole. Prima con il pretesto della provocazione turca e ora del Coronavirus, la Grecia conferma la sospensione dei diritti umani fondamentali. Con il beneplacito di Bruxelles, che ricambierà con milioni di euro l'ok di Atene a far sbarcare i migranti dalla Libia.
Ufficialmente scade oggi la sospensione di un mese della procedura per l'esame delle domande di protezione, interrotta dopo che Erdogan aveva ammassato sul confine terrestre lungo il fiume Evros migliaia di migranti dal territorio turco. Tuttavia, chi è in carcere dovrà essere processato per immigrazione illegale, richiedenti asilo compresi. Non bastasse, "le ultime decisioni assunte da Unione europea e Turchia non faranno che aggravare ulteriormente quella che è in questo momento a tutti gli effetti la peggior catastrofe umanitaria in Europa".
Lo scrivono Oxfam e il Consiglio greco per i rifugiati (Gcr). I 40mila bloccati sulle isole sono una bomba a orologeria. Nei campi, infatti, si trova un numero di persone sei volte superiore alla capienza originaria. Per mettere in guardia i migranti l'Ong italiana Intersos con il progetto "Il Grande Colibrì- PartecipAzione" divulgherà una serie di video multilingue con istruzioni, suggerimenti e avvertenze per gli stranieri che devono vedersela con Atene.
A dispetto della linea dura sull'immigrazione, il premier conservatore Kyriakos Mitsotakis avrebbe oramai ottenuto da Bruxelles una serie di aperture sul piano politico e finanziario. A quanto trapela, la nuova missione navale dell'Ue nel Mediterraneo non prevede lo sbarco in Italia e a Malta dei migranti salvati al largo della Libia. I naufraghi verrebbero tutti accompagnati in alcuni porti della Grecia.
"Nulla può giustificare la detenzione indiscriminata di persone in cerca di asilo, né il rimandarli indietro in Paesi dove rischiano la vita o la loro libertà. Allo stesso tempo gli stati membri della Ue hanno il dovere umanitario di intervenire accogliendo i tanti disperati che sono allo stremo in Grecia", insiste Paolo Pezzati, di Oxfam Italia.
La spinta dell'ultradestra che in Grecia sta coalizzando formazioni da diversi Paesi europei preoccupava di certo Manolis Glezos, che il generale De Gaulle definì "primo partigiano d'Europa". Morto ieri all'età di 97 anni, Glezos era passato alla storia per aver staccato la bandiera con la svastica dall'Acropoli di Atene nel 1941. Parole e simboli che sempre più spesso vengono branditi impunemente contro i profughi.
- La Turchia rilascerà 90mila prigionieri. Non quelli politici
- Stati Uniti. La California anticipa il rilascio di 3.500 detenuti
- Covid-19, mezzo milione di prigionieri a rischio in Russia
- I dimenticati di Rosarno tra paura e non lavoro
- Pordenone. Colletta tra i detenuti del Castello per la sanità pubblica










