di Renata Polverini
Il Riformista, 2 aprile 2020
Caro direttore, come milioni di italiani ho guardato l'altra sera su Rai1 Musica che unisce, spettacolo offerto da tanti artisti italiani per raccogliere fondi in favore della Protezione civile e trascorrere qualche ora lieta in un momento in cui non possiamo uscire da casa, tanto meno per assistere a un concerto o a un evento culturale.
Mi è sembrata una bella iniziativa e ho pensato a quando, come Regione, organizzavamo - grazie alla straordinaria generosità di tanti artisti romani - i concerti nelle carceri del Lazio. Ricordo, in particolare, l'entusiastica partecipazione dei detenuti di Regina Coeli al concerto di Franco Califano.
"Facce La Libertà", chiedevano in continuazione al compianto Califfo centinaia di detenuti assiepati nell'androne o affacciati dietro le sbarre delle balconate, mentre lui prendeva tempo, esitava; sapeva che l'attesa avrebbe reso ancora più intensa e partecipata quella che, più di una canzone, in quel contesto rappresentava un inno, l'evocazione di un sogno agognato e proibito. Parliamo di una canzone in cui si dice, tra l'altro, che la libertà "va trattata con i guanti", cioè con il massimo rispetto.
Quel sogno però oggi è un incubo visto che i detenuti non possono permettersi quel "distanziamento sociale" che a noi - donne e uomini liberi - è imposto dalla legge. Sono rinchiusi in spazi angusti che una burocrazia imbecille pretende di considerare "a norma" conteggiando pretestuosamente i letti nel computo dei metri quadri che dovrebbero spettare a ogni carcerato per garantire una detenzione dignitosa.
Una gran parte della popolazione carceraria italiana è in attesa di giudizio e quindi probabilmente innocente o comunque in attesa che lo Stato dimostri il contrario. Ma lo Stato non sembra avere fretta di farlo, neppure di fronte al rischio che l'estrema promiscuità cui sono costrette donne e uomini, colpevoli o innocenti non ha alcuna importanza, possa favorire il contagio di questo micidiale virus che sta uccidendo migliaia di persone "libere".
Alcune settimane fa in tanti istituti di pena questo timore - associato alle restrizioni alle visite dei familiari attuate dalla Amministrazione penitenziaria - ha suscitato una serie di rivolte culminate in qualcosa di mai visto prima se non nelle cronache di qualche Paese dell'America del Sud: la morte di quattordici detenuti. Ci vorranno mesi per conoscere le cause di quei decessi ma non sarebbe dovuto trascorrere nemmeno un giorno, dallo scoppio di questa emergenza, per convincere il ministro di Giustizia (sic!), in primis, e poi il Governo, le Camere e infine il Quirinale, a liberare quanti più detenuti possibile.
Ci sono oltre centomila italiani, detenuti e detenenti, più le rispettive famiglie, che rischiano ogni giorno di essere contagiati e il numero di chi è stato già raggiunto dal virus, come spiegava bene sul suo giornale ieri, è già allarmante. Nel frattempo i tribunali sono chiusi, la giustizia sospesa, gli avvocati impossibilitati a fare il proprio lavoro.
Sono sorpresa e amareggiata dalla insensibilità della classe politica italiana: ne ho parlato in questi giorni alla Camera con alcuni colleghi, ugualmente impegnati in questa battaglia, come l'ex ministro Orlando, e ho sottoscritto l'iniziativa degli amici radicali Sergio D'Elia e Rita Bernardini per chiedere subito amnistia e indulto. Mi conforta la battaglia quotidiana che il Suo giornale conduce in splendida solitudine per non consentire che continui il sonno della ragione che sembra aver colpito intellettuali e politici di questo Paese; un Paese che dovrebbe essere la culla del diritto ma dimentica che non si può togliere contemporaneamente la libertà, la dignità e persino la vita ai propri concittadini.
Nel dibattito sulla fiducia al Conte 2 ho chiesto al presidente del Consiglio, mi sembra unica tra gli intervenuti, una attenzione speciale per i detenuti. Giuseppe Conte, nella sua replica, mi ha ricordato le (poche, per la verità) cose fatte dal Conte1 e assicurato l'impegno del nuovo Governo a "fare" qualcosa per il futuro; bene, il futuro è arrivato e non può più essere coniugato come un "futuro semplice": è ora che diventi "futuro imperativo".
di Nicola Galati
einaudiblog.it, 2 aprile 2020
L'Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l'allarme circa la possibile diffusione del Covid-19 nelle carceri. Le condizioni di vita nelle carceri, dove molte persone vivono ristrette in spazi limitati ed a stretto contatto per lunghi periodi di tempo, aumentano il pericolo di diffusione della malattia all'interno ed all'esterno degli istituti (essendo impensabile escludere in toto i contatti tra il carcere e l'ambiente esterno). La difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie, l'impossibilità di mantenere il distanziamento, la carenza dei dispositivi di prevenzione personale, la condivisione degli ambienti, favoriscono la diffusione e l'amplificazione della malattia.
Tra la popolazione ristretta è, inoltre, alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti afflitti da malattie pregresse, persone immunodepresse. Le carceri sono, pertanto, delle bombe epidemiologiche.
L'emergenza è mondiale e sta portando le autorità delle Nazioni maggiormente colpite a prendere provvedimenti volti a diminuire le presenze nelle carceri, seguendo le indicazioni suggerite dall'Oms ma anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti e dal Sottocomitato ONU per la prevenzione della tortura. Misure in tal senso sono state adottate o sono in discussione in Iran, Francia, Spagna, U.S.A., India. In Italia la risposta del Governo è al momento tardiva ed insufficiente.
La situazione degli istituti penitenziari italiani è ancor più critica in quanto segnata dal cronico sovraffollamento. Prima dell'esplosione dell'emergenza Covid-19 il numero di detenuti era pari a circa 61.000 mentre la capienza regolamentare era di circa 51.000 posti (ma i posti effettivamente disponibili erano circa 47.000); in data 30.03.20 i detenuti sono 57.590 (secondo il bollettino quotidiano del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale).
Tale perdurante situazione di sovraffollamento (a cui si aggiunge la carenza di temponi e di dispositivi di protezione) aumenta notevolmente il rischio di diffusione del contagio (rendendo impossibile il rispetto del distanziamento ed ancora più difficile l'attuazione delle regole igienico-sanitarie) ed inoltre impedisce di approntare gli spazi idonei per l'isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati. Il Governo è intervenuto con il D.L. 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. "Cura Italia") prevedendo, all'art. 124, licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà ed introducendo, all'art. 123, disposizioni in materia di detenzione domiciliare, in deroga a quanto stabilito dalla legge 26 novembre 2010, n. 199.
In particolare, è stata prevista la possibilità di eseguire in regime di detenzione domiciliare le pene non superiori ai 18 mesi. Non possono accedere a tale misura alcune categorie di detenuti tra i quali, ad esempio, i soggetti condannati per alcune tipologie di reati (reati gravi, quali terrorismo e criminalità organizzata, ma anche maltrattamenti contro familiari e conviventi e stalking) ed i detenuti nei cui confronti sia redatto rapporto disciplinare in quanto coinvolti nei disordini e nelle sommosse a far data dal 7 marzo 2020.
La norma prevede, tranne che per i condannati minorenni e per i condannati la cui pena da eseguire non è a superiore a sei mesi, la procedura di controllo mediante mezzi elettronici (il braccialetto elettronico). Non vi è alcun automatismo in quanto il magistrato di sorveglianza può non adottare il provvedimento qualora ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura.
La conclamata mancanza di braccialetti elettronici, le numerose eccezioni previste ed i tempi richiesti dalla procedura rendono di difficile applicazione la misura prevista che pertanto è inidonea a risolvere l'emergenza in atto. Critiche in tal senso sono giunte dal C.S.M., dall'A.N.M., dal Garante nazionale dei detenuti e dai Garanti territoriali, dall'Accademia (in particolare dall'Associazione Italiana Dei Professori Di Diritto Penale), dall'U.C.P.I., da numerose associazioni che si occupano di carcere.
Il Ministro Bonafede ha riferito in Parlamento che le misure potrebbero riguardare 6.000 detenuti, stima ottimistica che non risolverebbe comunque il sovraffollamento. Secondo il provvedimento attuativo del D.L., i braccialetti disponibili sono al momento 920 e per arrivare ai 5.000 previsti serviranno alcuni mesi.
Intanto la situazione resta grave ed il rischio di propagazione del contagio in carcere è sempre altissimo. Il Governo ed il Parlamento (ad esempio in sede di conversione del D.L.) dovrebbero ascoltare le proposte giunte da più parti (Magistratura, Avvocatura, Accademia) ed adottare misure coraggiose ed incisive per diminuire drasticamente e rapidamente la popolazione carceraria: introdurre una liberazione anticipata speciale; aumentare il limite di pena detentiva eseguibile presso il domicilio escludendo l'obbligo del braccialetto elettronico; differire l'emissione dell'ordine di esecuzione delle condanne fino a quattro anni; ricondurre la carcerazione preventiva ad extrema ratio.
Una volta superata l'emergenza sarà necessario affrontare la condizione delle carceri onde evitare il ripetersi di situazioni drammatiche. Il sovraffollamento carcerario è tristemente noto da anni (nel 2013 la Corte europea dei diritti dell'uomo condannò l'Italia per i trattamenti inumani patiti dai detenuti a causa del sovraffollamento) eppure la politica ha ignorato o negato il problema. La riforma dell'ordinamento penitenziario, nata dai lavori degli Stati generali dell'esecuzione penale, che avrebbe anche incentivato le misure alternative, è stata affossata per calcoli politici.
I principi costituzionali, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), e convenzionali, che vietano le pene ed i trattamenti inumani e degradanti (art. 3 Cedu), sono disattesi da tempo. Oggi i detenuti, gli agenti penitenziari, il personale e gli operatori sono esposti ad un rischio altissimo. Ciò che i cinici non considerano è che l'esplosione dei contagi in carcere aumenterebbe i contagi anche fuori da quelle mura e che il S.S.N. non sarebbe in grado di affrontare un'emergenza nell'emergenza. Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto alla salute dei detenuti che non possono essere trattati come rifiuti della società. I detenuti sono padri, madri, figli, figlie, fratelli, sorelle, esposti ancor più di noi a questo nuovo comune pericolo. Non dimentichiamoli e non abbandoniamoli.
di Alberto Laggia
Famiglia Cristiana, 2 aprile 2020
Mentre tutta l'Italia è agli arresti domiciliari, Dio parlerà il Venerdì Santo attraverso la voce di chi agli arresti c'è davvero: i carcerati e tutti coloro che vivono e lavorano dentro gli istituti di pena. Non è forse un segno potente questo, da cogliere, per pregare e riflettere? Per cavarne dal male un bene più grande?".
Non crede certo al caso don Marco Pozza, teologo e cappellano della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova, che così spiega la grande novità della Via Crucis che papa Francesco si appresta a celebrare la notte del Venerdì Santo, annunciata il io febbraio scorso con una lettera inviata dallo stesso Pontefice al direttore de Il Mattino di Padova: la Via Crucis, quella tradizionalmente ambientata dentro il Colosseo, sarà condotta da 14 meditazioni preparate dalla parrocchia che ruota attorno all'istituto di Padova.
"Tutta la parrocchia, nessuno escluso: vittime, detenuti, familiari, volontari, educatori, magistrati e agenti di Polizia penitenziaria, fino agli innocenti condannati ingiustamente", precisa don Pozza, che assieme a Tatiana Mario, volontaria al Due Palazzi e giornalista, ha raccolto e scritto le meditazioni. "Sarà una Via Crucis "carcerata" in tutti i sensi", spiega il prete padovano, "primo perché realizzata con l'aiuto del mondo del carcere; secondo perché non sarà più all'aperto ma "reclusa" in un luogo angusto in Vaticano, a causa delle misure anti-epidemia".
L'annuncio di Francesco cadeva in giorni difficili, drammatici per il mondo carcerario italiano, sconvolto da rivolte, violenze e morti, dopo lo stop imposto ai colloqui con i familiari dei detenuti per fronteggiare l'emergenza coronavirus. Anche la tempistica, per don Pozza, non è stata casuale: "Papa Francesco ha voluto rendere pubblica la notizia proprio in quei giorni tribolati per dare un segnale di distensione, quasi inserendosi, a suo modo, nella difficile trattativa in corso. È come se avesse detto: la fatica e disperazione di voi carcerati e di voi operatori nei penitenziari è anche la mia.
Vi apro le porte di casa, proviamo a parlarne perché mi state a cuore". È come se, dentro il travaglio di quel momento, il carcere e Padova stessa fossero stati accarezzati da papa Francesco. "È così. E simbolicamente questa carezza è stata data anche a tutto il grande mondo del volontariato che quest'anno si incontra proprio a Padova, eletta Capitale europea 2020 del volontariato", dice don Marco.
Il sacerdote spiega poi come è nata questa idea singolare, ancora una volta, e spiazzante di papa Francesco: "Approfittando del bel rapporto di amicizia che intercorre tra me e il Papa, gli avevo girato, come faccio spesso, il testo di un giovane carcerato. Lo ha apprezzato a tal punto da propormi lui stesso di aiutarlo a scrivere la Via Crucis di quest'anno. In quell'istante è come se avessi sentito intorno a me il sorriso di tutto il mondo carcerario. L'ho solo aiutato a realizzare il progetto, individuando le 14 storie più significative insieme a Tatiana, con la quale ci siamo divisi le stazioni.
Abbiamo consegnato i testi dei Vangeli della Passione a ciascuna delle persone che hanno accettato di raccontarsi alla luce della Parola, quindi le abbiamo raccolte sotto forma di intervista". E ancora una volta il Pontefice ha dato, come la definisce don Marco, l'ennesima lezione di vita, "apponendovi in modo molto discreto, quasi in punta di piedi, soltanto pochissime correzioni, sostituendo in matita qualche sinonimo. Anche in questo mi è sembrato eccezionale. Ho visto veramente all'opera la Parola usata da Pietro".
Non è certo la prima volta che papa Bergoglio si piega sull'umanità sofferente delle carceri. Iniziò, all'esordio del suo pontificato, con la lavanda dei piedi nel carcere di Casal del Marmo. "Quel giorno - dice don Pozza - si è celebrato il fidanzamento tra Francesco e il carcere. Il matrimonio sarebbe avvenuto all'apertura del Giubileo della misericordia, quando trasformò la porta delle celle in Porta santa.
E poi aggiungerei quella indimenticabile telefonata ricevuta domenica 6 novembre 2016, alla fine del Giubileo delle persone carcerate, in cui venivamo invitati a incontrarlo". Questa sua particolare predilezione deriva certo da una frequentazione pluridecennale con il mondo delle carceri, fin dai tempi in cui era sacerdote in Argentina.
"Ma dietro sta anche la convinzione che il centro lo capisci meglio se lo guardi dalla periferia. E cosa è una prigione se non uno dei posti più marginali della Terra, dove si danno appuntamento tutte le periferie di questa società? E, per dialogare con questo mondo, ha scelto un prete di galera come me".
di Luciano Capone
Il Foglio, 2 aprile 2020
Da Tridico a Basentini. Se il virus è una guerra occorre ricordarsi che dopo le Caporetto i Cadorna vengono rimossi. Alla fine la colpa è di un hacker, un altro nemico invisibile dopo il virus. Il clamoroso ko del sito dell'Inps nel giorno della partenza delle richieste del bonus da 600 euro è stato attribuito, secondo il premier Giuseppe Conte, a un "attacco hacker".
Nella versione del presidente dell'Inps Pasquale Tridico l'attacco dei pirati informatici è stato addirittura "violento", anche se inizialmente aveva dichiarato che i problemi erano dovuti all'eccesso di traffico: "Stiamo ricevendo 100 domande al secondo, una cosa mai vista sui sistemi dell'Inps".
Cento domande al secondo non sono un numero esorbitante, un flusso da black friday, ma tanto è bastato a causare il black out dell'Inps. Pare che nei giorni scorsi i sistemi informatici dell'Inps siano stati oggetto di un attacco "denial of service distribuito" (DDoS), un'inondazione di traffico da più fonti che porta al blocco di un sito, ma che di certo non gli fa sputare dati sensibili di cittadini a caso.
In ogni caso l'Inps, come tutte le organizzazioni pubbliche e private, ha il dovere di tutelare i dati delle persone anche dalle intrusioni. Il fatto è che, anche in questo caso, c'è stato un evidente errore di gestione e di comunicazione. Come è accaduto con la fuga di notizie del famigerato decreto dell'8 marzo, che ha provocato l'assalto ai supermercati e alle stazioni ferroviarie, allo stesso modo l'annuncio di un click day da parte di Tridico ha causato un assembramento ai cancelli virtuali dell'Inps che ha poi causato il collasso del sito.
A nulla sono valse le precisazioni e le rassicurazioni sulla sufficienza dei fondi del ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, che aveva definito "assolutamente fuori luogo" il click day: ormai il timore di restare esclusi era entrato nella testa dei cittadini rimasti senza reddito, e così l'annuncio di Tridico ha causato l'affollamento che ha prodotto il crollo del fragile sistema informatico, anche perché nonostante l'errore l'Inps non è corso ai ripari con uno scaglionamento (geografico, alfabetico, per età) delle richieste.
Durante una crisi la comunicazione non è un aspetto secondario ma sostanziale: un errore può causare danni enormi e spesso irreversibili. Oltre al decreto di Conte e al click day di Tridico, abbiamo visto un altro esempio fallimentare con le carceri. La pessima gestione e comunicazione dei provvedimenti da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) ha provocato rivolte, incidenti, evasioni e tanti morti.
Anche in questo caso il capo del Dap, Francesco Basentini, che ha sempre negato l'esistenza del sovraffollamento carcerario, è rimasto al suo posto. Perché ormai con la scusa che "non è il momento delle polemiche", chi occupa ruoli decisionali è diventato irresponsabile, proprio nel mezzo di una crisi senza precedenti in cui è necessario avvertire il peso della responsabilità. Sarà vero, come si ripete con questa continua e logora retorica bellica, che in guerra bisogna obbedire e stare vicini ai generali. Ma in guerra dopo le Caporetto i Cadorna vengono rimossi.
Antiriciclaggio, record di Sos nel 2019. Bene banche e poste, tra i professionisti segnalano i notai
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2020
Record storico per le segnalazioni antiriciclaggio e di finanziamento al antiterrorismo internazionale. Il rapporto annuale dell'Unità di informazione finanziaria segna il ritorno sopra quota 100mila (soglia superata solo una volta nel 2016, all'indomani dell'operazione di rientro dei capitali voluntary disclosure) con un'ulteriore crescita nel secondo semestre a 54.521 Sos (+12,2%).
Nel 2019 sono state registrate in totale 105.789 segnalazioni, con un aumento del 7,9 per cento rispetto al 2018.
L'incremento è dovuto soprattutto all'opera in crescita degli istituti di moneta elettronica (8,7% delle segnalazioni totali), oltre al contributo numericamente e storicamente preponderante di banche e Poste italiane (64,5%) mentre, con l'eccezione dei notai (4,4%), resta ancora marginale l'apporto dei liberi professionisti (0,3% il contributo dei commercialisti, statisticamente irrilevante quello degli avvocati). Stabili le segnalazioni dei prestatori dei servizi di gioco (6,1%).
Ancora in calo invece le segnalazioni relative al finanziamento del terrorismo con una ulteriore riduzione (375 rispetto alle 409 del secondo semestre dell'anno precedente, che già evidenziava un calo rispetto allo stesso periodo del 2017). L'analisi territoriale sottolinea il nuovo incremento delle segnalazioni relative alla Lombardia (da 9.288 del secondo semestre 2018 a 10.954), al Lazio (da 4.697 a 5.662), alla Sicilia (da 2.898 a 3.765) e all'Emilia-Romagna (da 3.325 a 3.910), mentre registrano una contenuta diminuzione le segnalazioni relative alla Toscana (da 3.613 a 3.540).
Nel periodo considerato l'Unità di informazione finanziaria ha trasmesso agli Organi investigativi (prevalentemente Gdf) 55.328 segnalazioni, con una ulteriore riduzione delle giacenze, portate ai minimi storici. Nello stesso arco di tempo sono stati adottati 21 provvedimenti di sospensione di operazioni sospette per un valore di complessivi 8,2 milioni di euro.
Tornando alle categorie professionali, il Notariato continua a dimostrarsi al fianco delle istituzioni nella lotta ai fenomeni di riciclaggio e finanziamento al terrorismo. I dati sono in crescita rispetto al 2018 (+6,6%) con 4630 segnalazioni sospette inviate nel 2019, arrivando a coprire il 91,25% del totale delle segnalazioni inviate dalle professioni ed il 4,4% del totale delle segnalazioni. Il valore delle segnalazioni trasmesse dal notariato è di oltre 1,7 miliardi di euro, a dimostrazione che la lotta al riciclaggio di denaro sporco costituisce uno degli ostacoli più duri per lo sviluppo dell'economia italiana.
Quattro quinti delle segnalazioni dei professionisti derivano tra l'altro da comportamenti sospetti del cliente.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2020
Al momento non si può effettuare il deposito telematico degli atti presso la Suprema corte anche se un emendamento al Dl Cura Italia potrebbe introdurre tale possibilità almeno fino al 30 giugno. È quanto emerge dalla relazione 28/20 del Massimario della Cassazione che interviene sulle modifiche temporanee al processo in Cassazione a seguito del Dl 18/20.
Il documento ribadisce che, con eccezione dei soli atti relativi ai procedimenti non sospesi (minori, obbligazioni alimentari, cautelari sulla tutela di diritti fondamentali della persona e così via), i depositi di ricorsi, controricorsi e memorie, presso la Corte sono sospesi fino al 15 aprile. La relazione ricorda che gli avvocati possono trasmettere ricorso e controricorso mediante piego raccomandato indirizzato al cancelliere della Corte: ai fini della tempestività assume rilievo solo la data di consegna del plico all'ufficio postale e non quella di ricezione.
Tuttavia tale facoltà è controversa per il deposito delle memorie finali non mancando pronunce di legittimità (ancorché in contrasto con altre) che hanno ritenuto inammissibili le memorie finali depositate a mezzo post. Il Massimario ricorda che l'eventuale approvazione dell'emendamento consentirà almeno fino al 30 giugno 2020 ai difensori delle parti, una volta adottato il provvedimento della competente direzione del ministero della Giustizia, di depositare atti e documenti (ricorso, controricorso e memorie difensive), in via telematica (rispettando le regole del Dm 44/11).
Tuttavia sorgono perplessità sulla possibilità, presso la Corte, di dare attuazione alla vigente previsione del Dl secondo cui il capo dell'Ufficio può autorizzare lo scambio e il deposito telematico di note scritte. Nonostante, infatti, il primo presidente abbia già disposto, sia nel settore penale, sia in quello civile, un'autorizzazione in tal senso, è stata fatta riserva di comunicare le concrete modalità tecniche del deposito. La relazione fa notare che se si ammetterà la trasmissione della copia informatica del documento redatto dal difensore in formato cartaceo, una volta stampato l'atto allegato alla Pec, si avrà una mera copia fotostatica e non l'originale (che resterà nelle mani del difensore).
Al contrario, consentendo la trasmissione di un atto informatico cosiddetto "nativo digitale", firmato digitalmente dal difensore, la Cassazione, allo stato, non possiede un registro informatico per il deposito, la conservazione e la consultazione dei documenti nativi digitali e pertanto non sarà possibile assicurarne la conservazione nei registri di cancelleria. Inoltre, i registri informatici in uso alla Cassazione, non permettono di verificare se un qualsiasi atto telematico risulti, o meno, firmato digitalmente. Così ogni eventuale contestazione sollevata dalle parti, sostanzialmente, non è suscettibile di tempestiva verifica da parte del collegio chiamato a decidere.
di Gian Domenico Caiazza
camerepenali.it, 2 aprile 2020
La lettera dell'Unione al Ministro Bonafede, per chiedere che si torni nelle aule dal 15 aprile, nel rispetto delle ordinarie regole di cautela del distanziamento sociale, e che non si estendano, in sede di conversione del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, le già eccezionali disposizioni in tema di celebrazione a distanza dei procedimenti penali con gli imputati detenuti che ne facciano richiesta, ora anche ai procedimenti con imputati liberi.
Non si può stravolgere il processo, violarne le regole basilari più sacre e secolari, cioè quelle della materiale presenza in aula dei giudici, dei pubblici ministeri e degli avvocati, della garanzia di segretezza delle camere di consiglio, della inviolabilità dei colloqui tra l'avvocato ed il proprio assistito.
Occorre anche una riflessione seria sulla inopportunità di mantenere integra la sospensione feriale del mese di agosto, che peraltro prassi giudiziarie poco virtuose già di norma dilatano ben oltre quei trenta giorni. Il Governo receda da queste irragionevoli e gravissime prospettive di autentica illegalità processuale, che i penalisti italiani non mancherebbero di avversare, nei processi e fuori da essi, con tutta la forza della quale sono capaci.
Signor Ministro, è da ieri pubblica la intenzione del Governo, con un emendamento già pronto per la conversione in legge del decreto Cura Italia, di estendere le già eccezionali disposizioni in tema di celebrazione a distanza dei procedimenti penali con gli imputati detenuti che ne facciano richiesta, ora anche ai procedimenti con imputati liberi.
Come se non bastasse, si intende consentire fino alla fine di giugno una ulteriore smaterializzazione del processo che fino ad ora nessuno aveva osato neppure immaginare: potranno celebrarsi udienze nelle quali non siano presenti in aula non già più solo gli imputati (ora appunto anche liberi), ma addirittura gli avvocati, i pubblici ministeri ed i Giudici, che potrebbero dunque ascoltare ed esaminare consulenti e parti processuali da casa propria (mistero fitto, peraltro, sulla verbalizzazione della udienza). Se il Giudice è collegiale, i tre giudici (e perfino gli otto della Corte di Assise!) potranno pronunciare ordinanze o sentenze celebrando la Camera di Consiglio su piattaforme da remoto, ognuno da casa propria.
Si tratta di misure destinate a stravolgere il processo ed a violarne le regole basilari più sacre e secolari, cioè quelle della materiale presenza in aula dei giudici, dei pubblici ministeri e degli avvocati, della garanzia di segretezza delle camere di consiglio, della inviolabilità dei colloqui tra l'avvocato ed il proprio assistito.
I penalisti italiani hanno condiviso, in questa tragica emergenza, la eccezionale e del tutto transitoria esigenza sanitaria di distanziare senza eccezioni imputati detenuti ed arrestati dall'aula; ma che ora si preveda fino al 30 giugno prossimo, in una fase che è addirittura di superamento del picco epidemiologico, di allontanare da essa anche giudici, pubblici ministeri ed avvocati, ed i giudici di un collegio tra di loro, pare a noi una assurdità semplicemente inspiegabile.
Per quale ragione, d'altronde, si pretende da centinaia di migliaia di pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio di continuare a fare il proprio dovere sui propri luoghi di lavoro nel rispetto delle ordinarie regole di cautela del distanziamento sociale, mentre d'improvviso si reputa inaccettabile, a partire dal 15 aprile e fino al 30 giugno, che almeno giudici, pubblici ministeri ed avvocati, ove possibile e necessario con le altri parti a distanza, celebrino processi in aule comunque chiuse al pubblico ed ampiamente in grado di assicurare distanze interpersonali che si sa bene essere ovunque nelle aule ben superiori al metro?
Sia ben chiaro, Signor Ministro: noi da subito abbiamo chiesto che le attività processuali ordinarie riprendessero quanto prima, già dopo il 15 aprile, sempre compatibilmente con le regole di cautela sanitaria valide per tutta la popolazione. Anzi, abbiamo pubblicamente denunciato le decisioni adottate da diversi uffici giudiziari di rinviare, senza alcun motivo plausibile, la celebrazione ordinaria dei processi di molti mesi oltre i termini indicati dalla normazione emergenziale, auspicando - e lo ribadiamo a Lei anche adesso- interventi volti a far revocare tali improvvide iniziative; e ci chiediamo anche se non sia indispensabile sin da ora aprire una riflessione seria sulla inopportunità di mantenere integra la sospensione feriale del mese di agosto, che peraltro prassi giudiziarie poco virtuose già di norma dilatano ben oltre quei trenta giorni.
Ma questa esigenza di riavviare in modo deciso l'attività giudiziaria ordinaria, che sosteniamo con la massima determinazione, non ha nulla a che fare con questa insensata ed ingiustificabile devastazione delle più intangibile condizione di legalità del processo penale: il giudice, il pubblico ministero e l'avvocato in aula. Distanziati quanto necessario, con guanti e mascherine ove davvero necessario, ma in aula; se non vogliamo che il virus finisca per annoverare tra le sue già numerose vittime, anche quel che resta dello Stato di diritto nel nostro Paese.
La invitiamo, Signor Ministro, a prestare il massimo ascolto a questa nostra richiesta perché il Governo receda da queste irragionevoli e gravissime prospettive di autentica illegalità processuale, che i penalisti italiani non mancherebbero di avversare, nei processi e fuori da essi, con tutta la forza della quale sono capaci. Con viva cordialità.
Ristretti Orizzonti, 2 aprile 2020
"Per evitare il contagio è necessario ridurre la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare". Qualche giorno fa insieme a tutti i Garanti dei detenuti italiani nominati a livello locale, regionale e nazionale, ha firmato una lettera-appello al Presidente della Repubblica, quale garante supremo dei valori costituzionali, e al Governo affinché approvi misure per evitare al massimo il rischio di contagio da Coronavirus all'interno delle carceri, eliminando le situazioni di pericolo e sovraffollamento.
"Se si guardano solo i numeri generali - dice Fiandaca - la situazione delle carceri siciliane può sembrare migliore di altre regioni perché sulla carta, secondo un report aggiornato al 25 marzo, risultano 123 posti liberi. La realtà - prosegue- è profondamente diversa perché questo numero non tiene conto della disomogeneità tra i vari istituti, delle reali condizioni di vita all'interno degli stessi, e soprattutto del fatto che ci troviamo in presenza di una pandemia e che i criteri di valutazione degli spazi, così come per il resto della popolazione, non possono essere gli stessi di un momento ordinario".
Per Fiandaca occorre dunque adottare "misure legislative molto più incisive e di pressoché automatica applicazione, in grado di portare nel giro di pochi giorni la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare e fissare per gli over 65 infermi e per i detenuti affetti da gravi patologie puntualmente documentate criteri legislativi per eliminare, o comunque ridurre, la discrezionalità giudiziale rispetto all'assegnazione delle misure extracarcerarie".
Entrando nel dettaglio della ricerca fatta dal Garante dei detenuti e aggiornata al 25 marzo, la situazione sull'Isola si presenta a macchia di leopardo con istituti di pena dove ci sono ancora posti disponibili e altri, sovraffollati a cominciare da Catania, la provincia con il maggior numero di contagiati da Covid 19, dove a ad aver già superato la capienza regolamentare sono entrambi gli istituti penitenziari: al carcere Bicocca sono reclusi in 196 a fronte di una capienza regolamentare di 138 posti, mentre all'istituto penitenziario Piazza Lanza, vivono in 299 a fronte di una capienza di 279. Sovraffollate, nell'ambito delle città metropolitane, anche le celle del Pagliarelli a Palermo: 1356 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1182.
"Il fatto da tenere in considerazione - insiste Fiandaca - è che la cosiddetta capienza regolamentare non considera una situazione di pandemia in corso, né lo stato aggiornato delle strutture". Secondo quanto emerge dai dati, le condizioni di sovraffollamento interessano anche: il carcere di Agrigento (374 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 283), Augusta (481 detenuti a fronte di 360 posti), Caltanissetta (216 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 180), Enna (191 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 171), Gela (57 detenuti a fronte dei 48 posti regolamentari), Piazza Armerina (63 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 49), Siracusa (567 a fronte di una capienza regolamentare di 526), Termini Imerese (101 detenuti rispetto ai 92 previsti sulla carta). Complessivamente nelle carceri si contano (dati al 25 marzo 2020) 6343 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6466 posti.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 2 aprile 2020
Nessun contagiato, a oggi, fra i 3.473 detenuti nelle carceri della Toscana. Per questo, al fine di rafforzare la prevenzione di possibili infezioni, tutto il personale amministrativo e quello di Polizia Penitenziaria in servizio negli istituti penitenziari della regione sarà sottoposto a test sierologico.
La decisione è stata presa dalla Regione Toscana che ha accolto una richiesta avanzata dal Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria Toscana-Umbria, Gianfranco De Gesu. Proprio ieri, per fare il punto sull'emergenza sanitaria in relazione al sistema penitenziario, si era svolto in tal senso un incontro fra l'assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, il capo di Gabinetto della Regione Ledo Gori, il provveditore De Gesu e il direttore dell'Ufficio detenuti e Trattamento del Prap toscano Angela Venezia.
"Sin dal 22 febbraio abbiamo condiviso con la sanità regionale le misure sin qui adottate per preservare dal contagio le comunità penitenziarie della Toscana. I risultati ottenuti ci incoraggiano a seguire il percorso intrapreso nel cui solco si pongono le scelte frutto dell'incontro", ha affermato De Gesu. Al quale ha fatto eco l'assessore Saccardi: "Stiamo lavorando a stretto contatto con l'Amministrazione penitenziaria da quando l'emergenza Coronavirus è cominciata proprio per cercare di puntare sulla prevenzione piuttosto che sulla cura". Nel corso dell'incontro è stata fatta inoltre una valutazione anche in ordine alle linee guida emerse dalla task force sul carcere e, anche in relazione ai numeri attuali, ne è stata riconfermata la validità e la sufficienza. Il gruppo di lavoro ha infine concordato di tenersi costantemente aggiornato, per adottare ogni misura che si rendesse eventualmente necessaria.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 1° aprile 2020 n. 11039. L'accertamento della responsabilità penale del correo a titolo di concorso di persone nel reato altrui non può prescindere dalla prova della consapevolezza di agevolare con la propria condotta, la commissione non già di una generica attività (potenzialmente) illecita, bensì la realizzazione di un reato specificamente individuato nei suoi elementi costitutivi. Questo il primo principio espresso dalla Cassazione con la sentenza n. 11039/20.
Il secondo tema affrontato dai Supremi giudici riguarda la tematica di prescrizione del reato nel caso di concomitante presenza di due fatti legittimanti il rinvio del dibattimento, l'uno riferibile all'imputato o al difensore, l'altro ad esigenze di acquisizione della prova: la predeterminante valenza di quest'ultima preclude l'operatività del disposto dell'articolo 159 cp e la conseguente sospensione nel corso della prescrizione.
Il Collegio espone il seguente il seguente principio di diritto: "Il differimento del processo per disporre la rinnovazione della citazione dell'imputato per mancato rispetto del termine a comparire va necessariamente ascritto all'esigenza, prioritaria e assorbente, di garantire la regolarità del contraddittorio, esigenza che il giudice è tenuto ad assicurare ben potendovi provvedere anche d'ufficio e alla quale la concomitante istanza...Ne consegue che il rinvio del dibattimento per tale prioritaria causa non determina per tutto il tempo del differimento, la sospensione del termine di prescrizione del reato".
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