di Franco Mirabelli*
Il Riformista, 3 aprile 2020
Gli emendamenti Pd al Cura Italia per far fronte al sovraffollamento. Sbagliano la Lega e alcuni pm a dire che sarebbe un cedimento dello Stato. Gli autorevoli richiami di questi giorni, tra cui quello del Papa e quello del Presidente Mattarella, insieme alla realtà, in cui sovrappopolazione e Coronavirus rischiano di costituire un mix esplosivo, impongono alla politica una riflessione e misure urgenti sulle carceri.
Insisto sulla politica, perché non possiamo delegare ai magistrati di sorveglianza l'onere e la responsabilità di intervenire per ridurre i numeri dei detenuti. Proprio perché abbiamo di fronte un'emergenza da fronteggiare il tema è questo: come possiamo intervenire subito? Il fatto che in Italia siamo tornati ad avere oltre 10 mila detenuti più di quelli che la capienza delle carceri può ospitare è un dato che dobbiamo affrontare e, certamente, sulle pene alternative e sulla depenalizzazione dei reati minori è necessario aprire una discussione in Parlamento.
Così come serve una riflessione profonda sulla pena, la sua funzione, e tutto ciò che c'è e può essere messo in campo per garantire il rispetto del dettato costituzionale che, all'articolo 27, finalizza la pena alla rieducazione del condannato e proibisce comportamenti contrari al senso di umanità. Sono le questioni che affrontava la riforma Orlando, bloccata dal precedente governo e che andrà ripresa.
Oggi la questione è l'emergenza: come interveniamo subito per impedire che l'epidemia si diffonda nelle carceri, come tuteliamo la salute di agenti, operatori e detenuti, come evitiamo che la diffusione del virus nelle carceri vada a pesare sulle strutture sanitarie esterne già congestionate? Sapendo che per rispondere a queste domande è prioritario diminuire le presenze negli Istituti penali. Questo è il tema, e spiace che la Lega e alcuni autorevoli magistrati presentino questa necessità come un cedimento dello Stato di fronte alle rivolte delle scorse settimane.
Non è così: chi è stato protagonista dei vandalismi e delle aggressioni pagherà e non sarà certo scarcerato e non è così che si può liquidare la responsabilità dello Stato che deve garantire la salute delle persone recluse. Il recente decreto, che è ora in discussione in fase di conversione al Senato, introduce misure utili ma insufficienti e su questo ci stiamo confrontando con la maggioranza e col ministro Bonafede, perché pensiamo sia utile fare di più e subito.
Credo che, come su altre questioni legate a questa emergenza, non sia questo il momento per aprire discussioni sulle responsabilità, che peraltro vengono da lontano, ma di lavorare per introdurre misure efficaci. Possiamo fare subito, e questo è il senso degli emendamenti presentati al Senato al decreto Cura Italia, tre cose importanti che possono ridurre, in questa fase la popolazione carceraria.
Abbiamo già detto più volte, e non da soli, che prevedere, come fa la norma contenuta nel decreto, la detenzione domiciliare per chi deve ancora scontare fi no a 18 mesi, utilizzando i braccialetti elettronici solo per chi ha più di 6 mesi da scontare, riduce l'utilità del provvedimento. Non solo perché non sappiamo se la disponibilità delle apparecchiature sia sufficiente ma soprattutto perché i tempi di installazione e il personale, sicuramente numericamente insufficiente, non consentono di attivare più di qualche centinaio di braccialetti alla settimana, mentre è evidente a tutti l'urgenza di intervenire.
Sarebbe utile, e consentirebbe di aumentare le persone che potrebbero essere messe agli arresti domiciliari subito, che ai magistrati venisse data la possibilità di mandare ai domiciliari chi deve scontare ancora 18 mesi, prevedendo l'uso dei braccialetti solo per chi si ritiene debba essere sottoposto a una maggiore vigilanza e ad un maggior controllo. L'altro provvedimento necessario è quello del differimento dell'ordine di esecuzione della pena, per chi deve tornare in carcere e ha ancora fi no a 4 anni da scontare, fi no al 30 giugno 2020.
Si tratta di ridurre i nuovi ingressi di condannati che oggi sono ancora in libertà e attendono di rientrare in carcere per scontare il resto della pena. Infine vorremmo stabilire la possibilità di garantire licenze premio fi no al 30 giugno a quei detenuti che già godono della semilibertà o di permessi premio, anche nel caso non le avessero richieste prima dell'entrata in vigore del decreto. Sono persone che i magistrati di sorveglianza ritengono già meritevoli di benefici, a cui pensiamo di estenderli.
Con questi interventi possiamo raggiungere l'obbiettivo di ridurre la popolazione carceraria di almeno 6/7mila detenuti, migliorando il decreto e ampliandone gli effetti, facendolo con realismo ed equilibrio, senza creare allarme sociale, cercando una sintesi dentro la maggioranza e con il ministro. Certo, forse altre misure, a partire dall'aumento degli sconti di pena per buona condotta, sarebbero giusti, ma penso, nell'interesse di chi sta in carcere, che oggi serva fare subito ciò che è possibile.
*Vice Presidente senatori Pd e capogruppo in Commissione Giustizia a Palazzo Madama
di David Allegranti
Il Foglio, 3 aprile 2020
"Si è più sicuri in carcere che fuori", dice Nicola Gratteri, già ex aspirante ministro della Giustizia. "Si ha meno probabilità di infettarsi in carcere che non fuori", spiega a Otto e Mezzo mercoledì 1 aprile il capo della procura di Catanzaro, spiegando che su 62 mila detenuti ci sono "solo 50 casi" di contagi per Coronavirus, lanciandosi dunque in una discutibile statistica carceraria (davvero paragoniamo senza distinzioni la popolazione detenuta con quella a piede libero?). "Bisogna essere più rigorosi", ha aggiunto.
Così rigorosi che intanto ieri c'è stato il primo detenuto morto, un settantaseienne deceduto a Bologna. Ma ci sono anche altri detenuti positivi, dice il Garante dei detenuti: "Nell'Istituto due persone detenute risultano positive e sono in isolamento, mentre altre quattro, che erano entrate in contatto con le persone ora in isolamento, sono in domiciliazione fiduciaria (quarantena)". In carcere si muore insomma, altro che più rigore.
Oltretutto sapere se quei "50 casi" citati da Gratteri siano veri o no (per il Garante sarebbero 21) è molto complicato visto che, come dice al Foglio il filosofo Emilio Santoro, "nelle carceri italiane si applica il 'modello Corea del Nord'. Le informazioni non circolano. Io capisco il diritto alla privacy e quindi è giusto che non si sappiano i nomi dei detenuti, dei medici e degli agenti di polizia penitenziaria malati. Ma che non si possa sapere neanche in quale sezione lavorava l'agente che si è ammalato è grave.
Un agente di sezione incontra tutti i detenuti che stanno in quel settore. Se noi applicassimo i criteri che applichiamo per la popolazione libera, queste persone andrebbero messe in isolamento fiduciario. E quindi, per quanto riguarda i detenuti, in celle singole. Ma ora sono tutti in celle doppie". Insomma per Santoro è evidente la "disparità di trattamento nel diritto alla salute tra chi sta fuori e chi sta dentro. Se io fossi un detenuto o un agente e un altro compagno della mia sezione si ammalasse e dopo 10 giorni risultassi positivo anche io, chiederei i danni all'amministrazione penitenziaria. Per non parlare dei detenuti in custodia cautelare.
Le Asl e le amministrazioni penitenziarie dovrebbero garantire a chi sta dentro il carcere le stesse misure di distanziamento che vengono ordinate a chi sta fuori". Per questo, dice Santoro, "servirebbero altre strutture apposite, naturalmente molto più complicate da gestire degli alberghi per la quarantena dei cittadini, perché servirebbero misure di sicurezza adeguate".
Ma per Gratteri & soci il problema non esiste, perché in carcere si sta meglio che fuori. Non è purtroppo soltanto l'opinione televisiva di un magistrato costantemente sotto i riflettori. A Pisa due detenuti del carcere Don Bosco, un venticinquenne straniero e un italiano di sessantuno anni, si sono visti negare la richiesta di scarcerazione dal tribunale di sorveglianza.
Il magistrato, dottor Antonio Pirato, respingendo l'istanza presentata per conto di uno dei detenuti, ha scritto nella sua ordinanza, datata 20 marzo, che le "mere preoccupazioni di carattere sanitario dipendenti da un ipotetico contagio virale passivo" non sono sufficienti a concedere la detenzione domiciliare. "Peraltro nell'ambiente penitenziario appare meno probabile con in (sic!) un ambiente extracarcerario alla luce delle misure adottate in questi giorni a livello amministrativo e giurisdizionale proprio in funzione del massimo contenimento del rischio epidemiologico intramurario".
Peccato che il 26 marzo, sei giorni dopo, Romeo Chierchia, segretario generale Ciisa Penitenziaria, abbia reso noto che c'erano tre contagiati nel carcere Don Bosco di Pisa, un medico e 2 agenti. Ieri Chierchia ha aggiornato il dato: i positivi al coronavirus sono saliti a dieci, 7 agenti di polizia penitenziaria e 3 dell'area sanitaria.
A Pisa "il mancato utilizzo dei Dpi, Dispositivi di protezione individuale, ha esposto il personale a rischio", dice Chierchia. Non è esclusa una azione penale nei confronti di chi ha sottovalutato il contagio, fanno sapere da Ciisa Penitenziaria.
"Chi sbaglia deve pagare. A Pisa, intanto, all'agente in isolamento sanitario presso la caserma, non gli è stato consegnato un pasto caldo a causa della disorganizzazione della Direzione. La Regione Toscana fa sapere che non ci sono detenuti infetti al coronavirus, ma quanti tamponi sono stati effettuati nei confronti dei 3.473 detenuti? La diffusione è appena iniziata". Ma in carcere si sta meglio. Lo dice anche il dottor Gratteri.
di Valentina Stella
Left, 3 aprile 2020
Per le sue battaglie di civiltà in difesa della salute dei detenuti e degli immigrati rinchiusi nei Centri per il rimpatrio, il Garante dei detenuti Mauro Palma è finito nel mirino di Panorama. "Se qualcuno vuole fermare il mio lavoro, ha sbagliato strada", dice a Left.
Sono giorni difficili per Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Da un lato l'emergenza sanitaria in carcere, avendo il coronavirus oltrepassato il muro e colpito sia i reclusi che gli agenti penitenziari; dall'altro lato un attacco mirato alla sua persona e alla sua attività da parte della rivista Panorama. Fausto Biloslavo lo ha definito "il garante più creativo del mondo", per la "visione allargata delle sue funzioni". Da queste pagine Mauro Palma gli risponde: "Se qualcuno vuole fermare il lavoro del Garante ha proprio sbagliato strada".
Dottor Palma, secondo lei perché è stato scritto quell'articolo?
Quell'attacco innanzitutto rivela una scarsa informazione. Biloslavo si è concentrato su molti miei dati biografici ma ha dimenticato di scrivere che il Garante ha per legge nazionale - e anche per il fatto che ha ratificato un Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite - l'obbligo di occuparsi di tutte le aree della privazione della libertà. Proprio recentissimamente mi è stato ricordato, come a tutti gli organismi analoghi al mio, sia da parte dalle Nazioni Unite sia da parte del Consiglio d'Europa, che rientrano nelle mie aree di attività anche le case di ospitalità per anziani e altresì il controllo sulle regole della quarantena.
Proprio in merito a quest'ultimo punto lo stesso autore, a febbraio, dalle pagine de Il Giornale, aveva parlato di "buonismo stupido" perché lei chiedeva al capo dipartimento della Protezione civile Borrelli informazioni sulle condizioni restrittive dei connazionali sottoposti alla quarantena...
Oltre alla tutela della salute pubblica c'è anche la necessità, quando si restringono le libertà, di andare a vedere come lo si fa, come nel caso dei nostro connazionali. Panorama critica anche il suo impegno verso i migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Per quanto riguarda i Cpr, voglio ricordare che l'Italia aveva una questione in sospeso con l'Unione Europea, ossia una procedura di infrazione aperta nel 2014 che si è protratta fino al 2017, per il fatto che non aveva stabilito un organismo indipendente di monitoraggio dei rimpatri forzati. Quando è stato costituito il Garante e gli è stato dato, tra gli altri, questo compito. Ciò ha permesso al nostro Paese di chiudere la procedura di infrazione e quindi evitare di pagare penali. Perciò in realtà ci dovrebbe essere riconoscenza a questo nostro ampio raggio di azione.
A proposito di Cpr, c'è il blocco dei voli tra molti Paesi e dunque i rimpatri forzati sono rimandati...
Attualmente nei Cpr sono presenti 364 persone e il Garante sta verificando il numero di quelle la cui dimissione è prossima e compresa nel periodo dell'emergenza pandemica e quindi del blocco dei voli. Non ci sono casi di positività o sospetti. Tuttavia, i nuovi giunti vengono messi precauzionalmente in un modulo a parte. Abbiamo in corso una interlocuzione con il ministero dell'Interno sulla collocazione degli stranieri che escono dai Cpr e che non hanno un domicilio.
Quindi, tornando alle ragioni dietro quell'articolo, lei che idea si è fatto?
Qualcuno gli ha fatto osservare che c'è una interlocuzione positiva con il ministro della Giustizia e con quello dell'Interno, e questo urta qualcuno. Non a caso un sindacato di polizia penitenziaria ha voluto criticamente sottolineare che il ministro Bonafede in Parlamento abbia detto che si era sentito con il Garante, chiedendosi "perché parla col Garante e non con le organizzazioni sindacali?".
A proposito di polizia penitenziaria, Biloslavo cita il Sappe e il suo segretario Capece, che poco dopo fa uscire un comunicato in cui la si accusa di eccessiva sovraesposizione mediatica...
La questione mediatica è una scusa. Loro non vogliono che la voce del Garante venga ascoltata. Ma io ribadisco che c'è un principio da affermare: non c'è eccezionalità che blocchi l'obbligo di vigilare sui diritti delle persone. Tuttavia il Sappe non rappresenta l'intero comparto degli agenti penitenziari. E infatti tutti gli ispettori responsabili dei reparti del Gom (Gruppo operativo mobile che ha tra i suoi principali compiti quello di custodia e controllo dei detenuti ad altissimo indice di pericolosità, ndr) mi hanno inviato un lungo messaggio di stima e di apprezzamento. Per me questo conta di più: il Gom e il Garante rappresentano due parti della stessa necessità. La parte di chi è chiamato a tenere il rigore e quella di chi è chiamato a dialogare con loro perché questo non debordi mai. Quello che più mi offende nel titolo di Panorama è dire che io sono contro gli agenti. Non è vero per niente. Io sono contro le violazioni.
Questione carceri: le rivolte si sono fermate ma resta il problema di come gestire l'emergenza sanitaria...
Il ministro Bonafede al question time del 25 marzo ha comunicato che, per fronteggiare la diffusione della pandemia, solo 200 detenuti sono usciti dal carcere. Se prendiamo la metafora del cammino il primo passo deve essere ben sostenuto e non diventare claudicante e poi deve essere seguito dal secondo e terzo passo. Appare evidente che l'orientamento volto a decongestionare l'affollamento delle carceri, delineato dal sia pur parziale provvedimento del decreto legge 18/2020, ha prodotto l'effetto indiretto di promuovere la trattazione e la valutazione positiva da parte dei Tribunali di sorveglianza di misure alternative alla detenzione prima non considerate. Questo non diminuisce la necessità di intervenire con strumenti più incisivi di natura legislativa e l'altrettanta necessità di svincolare l'adozione della misura prevista nel decreto già in vigore dall'effettiva applicazione di braccialetto elettronico. Un sistema nato per ospitare 47mila persone non può sostenere una capienza che vada oltre, perché altrimenti non si hanno gli spazi per isolare le persone laddove ce ne sia bisogno. In una situazione come quella attuale bisogna avere anche il coraggio di fare delle scelte che possono essere di non facile accettazione immediata da parte dell'opinione pubblica ma che servono ad evitarne altre che sarebbero più gravi.
Cosa accadrebbe se il virus si diffondesse nelle carceri e ci fosse il bisogno di andare ad occupare posti letto in ospedale?
Tra le sue sfere di competenza ci sono anche le residenze per persone con disabilità o anziane. Continua la collaborazione tra Garante nazionale e Istituto superiore di sanità per la ricerca sulle Rsa rispetto alla diffusione del Covid-19. Si tratta di un problema grosso e grave: noi come Garante siamo stati riconosciuti come partner dall'Iss con cui conduciamo uno screening e analisi delle varie strutture, ognuna con le proprie caratteristiche e criticità. Prima di agire bisogna conoscere.
di Massimo Ponti
Left, 3 aprile 2020
Si stima che due detenuti su tre soffrano di patologie psichiatriche. Molti erano in attesa di trasferimento in strutture territoriali ma la pandemia ha bloccato tutto. Anche i colloqui familiari. Ora a migliaia si trovano a vivere in condizioni psicologiche ancora più precarie.
"È come stare in carcere". Quante volte in questi giorni abbiamo sentito pronunciare questa frase. Sentirsi limitati nei movimenti e negli spostamenti, nell'impossibilità di avere rapporti con gli altri, fa fare un accostamento, forse un po' azzardato, con la realtà carceraria. In realtà le differenze sono numerose e sostanziali.
Basti pensare al sovraffollamento, al vivere in sei in una cella di pochi metri quadrati senza un minimo di spazio vitale e di privacy, dove mantenere le distanze di sicurezza, in questo momento, è impossibile. Attualmente anche i colloqui familiari sono stati bloccati e i detenuti si trovano a vivere in condizioni psicologiche precarie.
Gli ultimi avvenimenti violenti ci danno molto da pensare: le rivolte che hanno visto la morte di 12 persone, le evasioni di mafiosi, la distruzione di infermerie e di tutti quei luoghi dove viene condiviso uno spazio sociale e d'incontro, come ad esempio la sala musica e la biblioteca.
Ci dobbiamo quindi interrogare su come i detenuti stiano vivendo l'emergenza imposta dal Covid-19 e tenere ben presente che, prima del coronavirus, le carceri erano già piene di persone affette da un altro virus, quello della malattia mentale.
Al 30 dicembre 2019 è stato stimato che dei 61mila detenuti presenti nelle carceri italiane, 41mila soffrono di patologie psichiatriche. In pratica due detenuti su tre. Molti erano in attesa di essere trasferiti nelle strutture territoriali (Rems) ma, a causa della pandemia, tutto si è bloccato. Immaginiamo che reazioni può aver scatenato, l'aver accarezzato per un attimo l'idea di uno spazio di maggiore libertà, dove fosse contemplata anche una possibile cura.
I rischi di slatentizzare possibili depressioni nascoste, in questa situazione di emergenza, sono altissimi come anche l'emergenza di esordi psicotici, di forti crisi di ansia, di disturbi da stress e forme di ipocondria. Inoltre, la sospensione improvvisa dei colloqui con i familiari, senza essere riusciti a trovare una valida misura alternativa ad essi, ha significato togliere ai detenuti l'ora d'aria e il calore affettivo che ne traggono.
In questo modo si possono sentire ancora più soli e abbandonati. Splendida è la lettera che un gruppo di detenuti di Rebibbia ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ci piace trarne un piccolo brano: "...non siamo carne da macello ma abbiamo mogli, figli, madri, anche loro dentro una prigione virtuale, a casa che sperano di vederci sani e salvi (non dentro una bara). Questa cosa gliela urliamo a gran voce".
In questo momento di lockdown nazionale si fa largo un pericolo in quelle menti fragili o già colpite dal virus della malattia psichica. Virus che, a differenza del Covid-19, nasce nei rapporti malati e violenti ma ha la stessa potenza di contagio e infezione, e nella depressione può arrivare nei casi estremi al suicidio: dall'inizio dell'anno, siamo già a 13 suicidi su 41 morti tra le sbarre.
Per tornare all'emergenza sanitaria la situazione nelle carceri può diventare esplosiva se si creasse il presupposto di un severo contagio e anche per gli operatori che ci lavorano diventerebbe durissima, agenti, medici, psicologi, infermieri, educatori, come i loro colleghi ospedalieri che sono in prima linea e che rischiano tantissimo. È vero che il carcere è un mondo chiuso e l'isolamento è la difesa che la società attua contro chi sbaglia e non sta alle regole, ma se va in crisi per l'effetto della diffusione contagiosa del virus, va in crisi l'intero sistema e la tenuta psico-sociale di un intero Paese.
In questo momento per tutti gli operatori in prima linea sia dentro che fuori dal carcere sembra di giocare a scacchi con la morte come ci raccontava Igmar Bergman nel film "Il settimo Sigillo". Certamente tutto questo lascerà delle tracce profonde nelle nostre vite.
Siccome non stiamo di fronte a una maledizione divina come si credeva nel 1300 al tempo della peste nera dobbiamo pensare che tanto prima o poi verrà un nuovo dottor Semmelweis, un nuovo Fleming a cui noi porteremo una rosa.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 3 aprile 2020
"In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo... In modo particolare vorrei menzionare le persone nelle carceri. Ho letto un appunto ufficiale della Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future".
Sono parole di Francesco pronunciate all'Angelus di domenica 29 marzo: ancora una volta il Papa rivolge un pensiero particolare ai detenuti che in questo momento di emergenza - in qualche modo tutti noi in questi giorni, sebbene nella comodità delle nostre case, stiamo sperimentando cosa significa essere privati della libertà - soffrono doppiamente per le condizioni difficili in cui versa la maggior parte dei penitenziari italiani.
E proprio per testimoniare questa attenzione al mondo carcerario, Francesco nelle scorse settimane aveva annunciato che le meditazioni della Via Crucis di quest'anno, che si celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro davanti alla piazza vuota, sono state scritte dalla parrocchia della Casa di Reclusione "Due Palazzi" di Padova, comunità che opera da anni accanto ai detenuti. Una preoccupazione, quella di Papa Francesco, condivisa dai 250 sacerdoti che operano delle carceri italiane espressa in questi giorni anche da don Raffaele Grimaldi, per 23 anni cappellano nel penitenziario di Secondigliano e Napoli e ora Ispettore generale dei cappellani.
"Le carceri sovraffollate sono luoghi in cui la pena risulta raddoppiata: al problema del tempo si aggiunge quello dello spazio. Tanto tempo sospeso, in spazi angusti, con questo terribile incubo del Covid-19 che incombe. Auspico un atto di misericordia e di clemenza.
Abbiate misericordia, chi sta in carcere oggi rischia la vita. Incoraggio chi ha responsabilità pubbliche a compiere delle scelte umanitarie. Non si può mettere in pericolo la vita delle persone, che è un bene superiore... noi tutti ci uniamo alla preghiera del Santo Padre. La giustizia è tale se conosce la clemenza. Si torni a dare attenzione alla persona: chi ha sbagliato deve essere messo in condizione di rialzarsi".
Don Grimaldi ha inviato anche una lettera a tutti i ristretti nelle galere italiane: "Ho scritto un appello alla responsabilità di tutti, chiedendo ai detenuti di astenersi dai comportamenti violenti. Un dialogo aperto tra le parti, ecco la missione più profonda della Chiesa nei luoghi dove c'è sofferenza". E citando l'Angelus del Papa, anche la Conferenza dei Garanti dei detenuti di cui fanno parte Bruno Mellano e Monica Cristina Gallo, rispettivamente garante regionale e del Comune di Torino, hanno inviato un appello al Presidente della Repubblica, alle Camere, ai sindaci e ai presidenti delle Regioni per ulteriori misure di riduzione della popolazione detenuta.
"I provvedimenti legislativi presi dal Governo sono largamente al di sotto delle necessità" scrivono i garanti italiani "Se anche raggiungessero tutti i potenziali beneficiari (6 mila detenuti, secondo il Ministro della Giustizia), sarebbero insufficienti. Con quelle misure non solo non si supera il sovraffollamento esistente (almeno 10 mila unità), ma non si garantisce il necessario distanziamento sociale richiesto a tutta la popolazione per la prevenzione della circolazione del virus. Servono, e urgentemente, ulteriori misure, di rapida applicazione, che portino la popolazione detenuta al di sotto della capienza regolamentare effettivamente disponibile".
camerepenali.it, 3 aprile 2020
Le 10 domande dei penalisti italiani. I numerosi silenzi e le varie reticenze sull'emergenza carcere sono indegni di un Paese democratico. Le 10 domande dei penalisti italiani al Presidente del Consiglio, al Ministro della Giustizia, al Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
La Giunta e l'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane, di fronte alle notizie sempre più allarmanti provenienti dal pianeta carcere in ordine al rischio di diffusione dell'epidemia negli istituti penitenziari italiani, registrano e denunciano la ostinata cortina di silenzi, reticenze e disinformazione che continua ad essere mantenuta in ordine alle seguenti 10 questioni, il cui chiarimento non è più oltre rinviabile:
1. È mai stato fatto un calcolo probabilistico del numero dei detenuti che dovrebbero lasciare le carceri in forza dei provvedimenti adottati con il Decreto Cura Italia, e dei tempi in cui ciò dovrebbe avvenire, al netto delle scarcerazioni alle quali stanno provvedendo da settimane -indipendentemente dal Decreto - numerosi Tribunali di Sorveglianza in applicazione delle leggi già vigenti?
2. Quanti sono, alla data di oggi e poi in date successive e precisamente individuate, i braccialetti elettronici materialmente e certamente disponibili, al netto dei 2.600 già da anni in dotazione ma tutti già impegnati per le custodie cautelari domiciliari?
3. Oltre al numero dei contagiati, quanti sono i detenuti certamente entrati in contatto con questi, e quali misure conseguenti sono state adottate per la loro quarantena?
4. Quanti sono i detenuti entrati in contatto con gli agenti di polizia penitenziaria ad oggi risultati contagiati, e quali misure conseguenti sono state adottate per la loro quarantena?
5. Il numero dei detenuti contagiati, ad oggi indicati in 21, è calcolato sui sintomatici? Ed in tal caso, vi è una ragione per la quale si sia ritenuto di non procedere ad uno screening dell'intera popolazione carceraria, date le condizioni sanitarie e materiali di potenzialità epidemica?
6. Gli agenti di Polizia penitenziaria ed il personale amministrativo sono stati tutti sottoposti a tampone?
7. È possibile sapere, senza reticenze o vuoti giri di parole indegni di un Paese democratico, se i reparti di isolamento per i contagiati o sospetti di contagio siano tecnicamente e sanitariamente tali, vale a dire celle singole con bagni e docce riservati? Quanti sono -visto che ci si ostina a non comunicarne il dettaglio- tra i 21 detenuti contagiati, quelli posti in stanze di isolamento singole, e quanti in stanze di due o tre letti, ed in quali carceri?
8. Quante mascherine e sistemi di protezione sono stati distribuiti tra i detenuti, e quanti tra gli agenti di Polizia penitenziaria ed il personale amministrativo delle carceri?
9. In caso di trasferimento del detenuto, viene effettuato il tampone all'interessato ed alla scorta?
10. La vigilanza sanitaria ed il governo medico sui rischi di contagio nelle e dalle carceri sono affidati ad una equipe di epidemiologi, o sono affidati alle singole direzioni sanitarie di ciascun penitenziario, ed in tal caso con quale livello di specializzazione?
Lo ripetiamo: il rischio di epidemia nelle carceri riguarda i detenuti, la polizia penitenziaria ed il personale amministrativo e civile che in esse opera, ma riguarda ovviamente anche la intera comunità sociale, per la ovvia, catastrofica ricaduta sulle strutture sanitarie pubbliche di un eventuale contagio di massa. Rispondano a questi dieci quesiti, ciascuno per le proprie responsabilità, il Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia, il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Non vi è più spazio per silenzi e reticenze.
La Giunta
L'Osservatorio Carcere Ucpi
di Sarah Crespi
La Prealpina, 3 aprile 2020
Negati i domiciliari a una 23enne arrestata in gravidanza. È nata a San Vittore, non il paese bensì il carcere. Gli ultimi mesi della sua vita fetale li ha trascorsi con la mamma dietro le sbarre, il primo vagito è risuonato nei corridoi di piazzale Filangieri.
Oggi ha tre mesi e ancora non vede all'orizzonte uno spiraglio di libertà. Da poco è stata trasferita con la mamma nel super attrezzato penitenziario di Bollate, perché lì almeno c'è una sezione con l'asilo nido. La piccola non ha alcuna colpa, paga però quelle della madre, una ventiduenne di etnia rom residente vicino a Busto, arrestata insieme alla complice per un furto da 97mila euro, degenerato in rapina.
Pure la figlia della socia non se la passa benissimo: ha solo sei mesi e l'accudimento materno non sa cosa sia. Gli avvocati Gianluca Fontana e Mario Fortunato la settimana scorsa hanno presentato istanza di attenuazione della misura restrittiva, ossia i domiciliari, anche a fronte del rischio di contagio del virus che nelle strutture detentive è una bomba a orologeria. Il gip non ha accolto la richiesta, le due zingarelle restano dentro, una con un neonato da allattare, l'altra separata dalla sua piccina. "Abbiamo già fatto ricorso in appello, siamo in attesa", spiega Fontana.
Sul rischio di reiterazione dei reati contestati non c'è granché da discutere a dire il vero. Le due ladre, lo scorso giugno, lavorarono in trasferta a Milano, perché è buona norma rubare fuori dal proprio territorio di residenza. E non scelsero obiettivi a caso. Individuarono un lussuoso appartamento a pochi passi da corso Como, in cui viveva una moldava trentatreenne decisamente facoltosa. Con i loro attrezzi da scasso riuscirono a scassinare la porta di ingresso senza che nessuno si accorgesse di nulla e si dettero alla razzia.
Erano da poco passate le 21 di una serata di inizio estate, il palazzo era semivuoto. In meno di un quarto d'ora ripulirono le stanze fino all'ultimo spillo, scesero veloci e si incamminarono verso piazza Gae Aulenti. Non immaginavano che la proprietaria di casa, ritornata pochi istanti prima, le avesse viste allontanarsi con la sua inconfondibile borsa di Hermes rossa.
Quando si resero conto di avere la donna alle loro spalle, si misero a correre, spintonarono e gettarono a terra una sessantenne svizzera reduce da un intervento chirurgico ma non riuscirono comunque a sfuggire alla moldava. Ne nacque una colluttazione, l'arrivo della squadra volante mise fine al parapiglia arrestando le due giovani. Se il colpo fosse andato a buon fine, avrebbe fatto la gioia di qualsiasi ricettatore: la Hermes da sola valeva 2.500 euro.
Poi c'era un portafoglio di Prada, uno di Louis Vuitton, un altro di Dolce e Gabbana, un Rolex in oro e acciaio, un Patek Philipp, gioielli di Van Cleef, occhiali da sole di Chanel, Gucci, Fendi, zaini e bauletti Vuitton. E poi denaro in contanti, carte di credito e qualche pezzo di bigiotteria di fascia alta. A giugno compariranno in tribunale. A parere del gip "la presenza di prole correda l'intensità del dolo e l'assenza di capacità auto inibitoria, la maternità e la gravidanza non sono servite da deterrente" tanto sono elevati "il dolo e la pervicacia criminale". E così si ripropone la nemesi storica.
di Mary Liguori
Il Mattino, 3 aprile 2020
La "svuota-carceri", questa volta, sembra destinata a fallire. Il decreto si sta arenando in fase di esecuzione, come aveva anticipato a Il Mattino il magistrato di sorveglianza Marco Puglia, non ci sono braccialetti elettronici, dispositivo indispensabile per la concessione dei domiciliari per cui pochi, o nessuno, lasceranno la cella grazie al decreto emesso quindici giorni fa. Sulla carta, dalle quattro carceri casertane, dovrebbero uscire 215 detenuti.
Nel dettaglio, potrebbero beneficiare della misura alternativa sessanta reclusi di Santa Maria Capua Vetere, cento di Carinola, quindici di Arienzo e quaranta di Aversa. Numeri irrisori, almeno per l'istituto di Santa Maria dove, a fronte di 818 posti disponibili, si trovano reclusi quasi mille detenuti. Sono, questi detenuti, coloro che posseggono i requisiti previsti dalla recentissima norma emanata per ridurre il sovraffollamento e limitare il rischio contagio. Ma difficilmente, per la maggior parte di loro, si apriranno per davvero i cancelli delle carceri. Passato il vaglio del magistrato di sorveglianza, le scarcerazioni sono destinate ad arenarsi in fase di esecuzione. Possono infatti uscire senza il braccialetto solo coloro hanno fine pena da sei mesi in giù. Dai 6 ai 18 mesi la norma prevede il mezzo di controllo elettronico. Per costoro, poi, non devono sussistere reati ostativi né disciplinari di rilievo nell'ultimo anno e dev'essere certificato che il soggetto non abbia partecipato alla sommossa del 7 marzo 2020. Sono poi esclusi tutti coloro che rispondono di maltrattamenti in famiglia o stalking.
Torna sull'argomento anche Samuele Ciambriello, garante per i detenuti della Campania. "Riecco il braccialetto elettronico per i detenuti che però non si trova. Il testo del decreto legge, così come pubblicato in Gazzetta Ufficiale, di fatto finisce per non assicurare a tutti i detenuti in possesso dei requisiti per accedere alla detenzione domiciliare di poter beneficiare della misura. La disponibilità del braccialetto, infatti, è condizione per la concedibilità della detenzione domiciliare superiore a sei mesi. E poi non si trovano, nonostante tutti lo reclamano e gli scandali convenzioni-appalti costati fino ad ora 120 milioni di euro".
Nel corso di questi ultimi giorni, aggiunge Ciambriello, "si sono susseguite numerose le storie di ristretti che non hanno ottenuto i domiciliari proprio per la mancanza dei braccialetti o che come il primo caso in Italia di detenzione domiciliare grazie ad un magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere che firmato il provvedimento ma mancava in carcere e in questura il braccialetto". Ciambriello si appella alla politica "affinché, quantomeno in sede di conversione del D. L. n. 18/2020, possa essere espunta dall'articolo 123 la necessaria applicazione del braccialetto elettronico per poter beneficiare della detenzione domiciliare. "Gli istituti penitenziari campani sono sovraffollati, è necessario limitare il rischio di contagio".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 3 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 2 aprile 2020 n. 11202. Sulla base della Spazza-corrotti non può essere revocata la sospensione dell'ordine di carcerazione, deciso con un provvedimento precedente l'entrata in vigore della nuova norma.
La Corte di cassazione, con la sentenza 11202, ha respinto il ricorso del Pm contro l'ordinanza con la quale il Tribunale ha dichiarato inefficace l'ordine di esecuzione emesso, il 12 febbraio 2019, nei confronti di un indagato per induzione indebita a dare o promettere utilità.
Un reato, previsto dall'articolo 322 comma 2 del Codice penale, inserito dalla legge 3/2019, la cosiddetta spazza-corrotti, tra quelli considerati ostativi (articolo 4-bis comma 1 dell'ordinamento penitenziario) per i quali è esclusa la concessione dei benefici penitenziari. Dopo l'entrata in vigore della legge più restrittiva all'indagato era stata revocata la sospensione. Per il tribunale la revoca era illegittima perché adottata sulla base di una legge sopravvenuta e peggiorativa. Ad avviso dei giudici era stato così violato il principio del tempus regit actum, in virtù del quale per l'indagato doveva valere il primo ordine di esecuzione, con il diritto ad accedere alla sospensione della pena.
Di diverso avviso il Pm ricorrente che valorizza la natura squisitamente processuale della disposizione di legge, in virtù della quale andava applicata la nuova norma anche se sfavorevole. La Suprema corte respinge il ricorso, ricordando, oltre ai dubbi di legittimità costituzionale della spazza-corrotti, sollevati con l'ordinanza 31853/2019 - in merito a ragionevolezza e finalità rieducativa della pena - anche quelli relativi all'individuazione del regime temporale in assenza di una disciplina transitoria. Su quest'ultimo punto la Cassazione chiarisce che l'entrata in vigore della norma più restrittiva, proprio nel rispetto del principio del tempus regit actum, non può comportare la perdita di efficacia dei provvedimenti adottati in precedenza.
di Stefano Bigolaro*
Il Dubbio, 3 aprile 2020
Ci sono dei momenti in cui speri soltanto che tutto passi, e divenga per sempre un brutto ricordo. E in cui capisci che non sarà più come prima. Anche nel nostro piccolo mondo, che - oltre a trovarsi in pesanti difficoltà economiche - dovrà misurarsi con linee di evoluzione sempre più nette.
1. Uno studio legale non è solo un luogo fisico. Uno studio è il posto dove gli avvocati lavorano, si confrontano tra loro, ricevono i clienti. Speriamo tutti di ritrovarci insieme quanto prima nei nostri studi. Ma oggi che è diventato difficile, o pressoché impossibile, possiamo solo ringraziare la tecnologia, che in qualche modo ci consente di operare da casa. E l'idea dello studio legale come luogo fisico diviene meno scontata, più elastica. In un processo ormai interamente telematico, come è diventato anche quello amministrativo, gli atti e i documenti sono prodotti "a distanza". E questo amplia, sinergicamente, le possibilità.
2. Un tribunale non è solo un edificio. Chiudono i Tar e il Consiglio di Stato. Non è un bel segno, ma è solo un segno. Non c'è ragione che rimangano aperti in questo periodo. Non ci sono adempimenti fisici da fare. Non ci sono udienze cui partecipare. E non ci sono i giudici, che non si trovano neppure tra di loro e decidono insieme, ma ciascuno da un proprio "remoto" (con modalità che prima o poi dovranno pur consentire la partecipazione anche degli avvocati).
Il telelavoro è prima di tutto il loro. Ed è evidente, ad esempio, che non possono avere un futuro (ma neanche un presente) le copie cartacee cosiddette "di cortesià, da produrre in aggiunta agli atti telematici, in un incongruo "doppio binario". Tutto ciò impedisce abitudini di vita che finora hanno avuto importanza fondamentale: trovarsi in tribunale coi colleghi, chiacchierare aspettando la chiamata, guardarsi attorno e capire l'ambiente. Ma sono tutti concetti che si modificano. Un tribunale non è un edificio attraverso il quale deve necessariamente passare l'esercizio della giustizia. Può essere un luogo virtuale.
3. Discutere se, quando e come serve. Un'udienza è importante anche quando non vi puoi essere fisicamente presente. Certo, non bastano le note scritte da depositare due giorni prima - ora previste nella giustizia amministrativa dal decreto legge 18 - a compensare la soppressione della discussione. Ma già sarebbe fondamentale la possibilità di partecipare e di interloquire telematicamente. A parte che, in un processo basato sugli scritti, della discussione in udienza si può anche fare a meno se costituisce un mero "doppione" delle difese già prodotte. Quando torneremo, prima o poi, alla normalità, molte cose saranno cambiate da sé. E ad esempio gli atti di presenza in udienza solo per spedire a decisione una causa avranno perso di significato (non potendo più trovare ragione in motivi "estetici" nei rapporti con il cliente).
4. Un processo non è solo una successione di atti. Ancor più in generale: a essere mutato dagli effetti delle tecnologie è lo stesso processo. Che deve giungere alla miglior decisione. E non c'è ragione di pensare che la decisione sia migliore se le forme utilizzate sono quelle tradizionali anziché quelle più avanzate consentite dalla telematica. La quale, ovviamente, fa sì che tutto si dematerializzi. Insomma, la rivoluzione digitale incide in un modo molto più profondo della semplice "trascrizione" dei vecchi istituti processuali in un nuovo linguaggio. E, per inciso: non è solo un residuo del passato, è anche profondamente sbagliato, in questo momento di emergenza, non usare tutte le possibilità telematiche in grado di evitare occasioni di possibile contagio. Perché mai, dunque, dover notificare per posta a un'amministrazione che non abbia ancora provveduto a inserire il suo indirizzo pec nel Reginde?
5. Un incontro non è uno spostamento. Lo stiamo vedendo con i clienti, impossibilitati a spostarsi. Ma anche i convegni, i congressi, gli incontri seminariali - per loro natura luogo fisico di confronto tra diverse voci- quando riprenderanno, spartanamente, dovranno tener conto della realtà. Certo, non è la stessa cosa. Qualcuno organizzerà l'incontro da qualche parte. Poco importa, potrebbe essere qualsiasi luogo. Non basterà una webcam: mancherà la possibilità di apprezzare la bellezza dei luoghi di un convegno, o comunque di "staccare" dalle occupazioni quotidiane. Non è lo stesso. Però questo è ciò che probabilmente, almeno per un po', consentiranno i tempi. I quali ci imporranno anche i temi dei prossimi convegni: quelli, cioè, che la tragica esperienza che stiamo attraversando ci pone davanti.
*Consigliere Unaa - Unione nazionale degli avvocati amministrativisti
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