di Antonio Crispino e Nello Trocchia
Corriere della Sera, 4 aprile 2020
Maresca dell'Antimafia: "Situazione simile alla Colombia e pronta a riesplodere". La poliziotta che a telefono piange per la disperazione mentre un centinaio di detenuti le vanno incontro agguerriti; il collega che chiede aiuto dopo che un gruppo di rivoltosi ha tentato di ucciderlo fulminato, prima allagando il carcere e poi appoggiando i fili della corrente a terra; il medico sequestrato in una stanza; le voci incredule degli addetti alla sorveglianza costretti ad assistere ai carcerati che scavalcano le recinzioni e rubano le auto ai passanti.
Quello che è accaduto il 7 e l'8 marzo nelle carceri italiane è racchiuso in una decina di file audio che vi proponiamo in questa video-inchiesta e che restituiscono uno scenario da paese sudamericano. Testimonianze che inquadrano l'Italia "ai livelli della Colombia", parola di Catello Maresca, oggi sostituto presso la Procura generale di Napoli che non ha remore nel fotografare "la situazione esplosiva" che in questo momento si registra negli istituti detentivi.
Già, perché lo scandalo di quelle ore, per il magistrato dell'Antimafia, sarebbe solo una specie di antipasto rispetto a quello che si sta sedimentando in queste ore. "Succederanno cose peggiori di quello che è accaduto - dice il segretario nazionale del Sappe, il sindacato della Polizia Penitenziaria Francesco Pilagatti. Si sono viste cose che nemmeno nelle serie tv come Narcos esistono e il ministro della Giustizia e il Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria che hanno fatto? Non solo hanno provocato questa situazione con provvedimenti sbagliati ma non hanno preso adottato rimedi efficaci".
Pilagatti fa notare che gli stessi criminali che stanno fomentando la rivolta ora rischiano di essere premiati con i benefici studiati per sedare quelle stesse rivolte. "I responsabili di questa situazione non sono di certo quelli che si vedono nei filmati. I boss restano dietro le quinte e, paradossalmente, godranno dei benefici mentre la manovalanza verrà trasferita o penalizzata".
Ma i racconti di chi ha vissuto quelle ore e che ha continuato a lavorare anche dopo fanno ben capire che l'obiettivo non è quello di ottenere benefici e che non si tratta di episodi isolati, come più volte ripetuto dai rappresentanti istituzionali.
"Hanno preso in ostaggio dei colleghi poliziotti in servizio a Melfi. I detenuti urlavano 'Qui comandiamo noi' mentre sfasciavano tutto". Queste sono le parole di una guardia penitenziaria in servizio che il 9 marzo, durante la rivolta, ha assistito al sequestro di colleghi da parte dei detenuti, tutti reclusi nei reparti di alta sicurezza, che per alcuni giorni, fino al trasferimento hanno fatto nell'istituto di pena quello che volevano. Parole che raccontano il dramma, la paura vissuta dall'agente ora assente per malattia.
Una paura che non è sparita visto che la situazione nelle carceri resta molto grave. Il magistrato Catello Maresca, da anni in prima linea contro i clan, conferma l'allarme: "La situazione penitenziaria è drammatica. Bisogna intervenire subito e non certo scegliendo la facile strada, peraltro impraticabile, dell'indulto o dell'amnistia. Occorre un piano straordinario di interventi".
Una situazione esplosiva che ha incrociato il prolungato e indecente sovraffollamento nelle carceri con il rischio Covid-19. In uno degli audio inediti che il Corriere pubblica c'è il racconto del primo caso di contagio tra gli agenti e tra i detenuti e risale ai giorni delle proteste. Il Ministero della Giustizia ha calcolato in venti i detenuti contagiati, dati più alti secondo alcune sigle sindacali. Leo Beneduci, segretario del sindacato Osapp spiega: "Ma del personale non si preoccupa nessuno? Soltanto a Torino i positivi sono 8, non solo agenti; a Pisa sono 3. Bisogna evidenziare questi dati, il silenzio è nemico della democrazia".
Non c'erano solo sovraffollamento e pericolo Covid dietro le rivolte, a Foggia sono scappati 77 detenuti, tutti catturati tranne tre. Uno è Francesco Scirpoli, vicino alla mafia garganica, era in carcere per le rapine ai tir. Latitante in quella Foggia dove il 1 aprile è esplosa un'altra bomba contro un centro anziani di un imprenditore, Luca Vigilante, sotto scorta. Quella Foggia dove un'agente penitenziaria piangendo urlò: "Si sono presi il carcere, si sono presi il carcere". Era il 9 marzo, il giorno delle sommosse che, senza interventi, rischiano di non restare un caso isolato.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 4 aprile 2020
L'ex capo dell'Anm: "Si rischia un disastro sanitario. Pensare che si possa "buttare la chiave" è un'idea metastorica e pre costituzionale". "Non è il momento di fare campagna elettorale sui detenuti". Il pm Eugenio Albamonte, segretario di Area Democratica per la Giustizia ed ex presidente dell'Anm, chiede alla politica uno sforzo di responsabilità per affrontare l'emergenza Covid nelle carceri.
redattoresociale.it, 4 aprile 2020
Il Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasia ha deciso di destinare questa cifra per sostenere le spese alloggiative dei detenuti ammissibili alla detenzione domiciliare. Il Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio ha deciso di destinare 35.000 euro per sostenere le spese alloggiative dei detenuti delle carceri della regione ammissibili alla detenzione domiciliare presso strutture presenti nel territorio della regione e disponibili ad ospitare detenuti senza domicilio e risorse per farvi fronte.
La misura si aggiunge a quella già adottata l'11 marzo scorso per consentire ad alcuni detenuti in semilibertà e privi di domicilio di godere del primo periodo di licenza disposto dalla Magistratura di sorveglianza.
"Come prevedibile, l'assenza o l'inidoneità del domicilio proposto dai singoli detenuti sta falcidiando in ultima istanza le domande che sopravvivono a tutte le altre condizioni di inapplicabilità delle misure decise dal Governo per la riduzione della popolazione detenuta durante la emergenza Covid-19.
Si tratta, in questo caso, di una condizione che nulla ha a che fare con la pericolosità del richiedente o con la meritevolezza della sua condotta, ma esclusivamente con il suo benessere e le sue relazioni familiari e sociali: se sei solo e senza risorse, resti in carcere, anche se saresti potuto andare ai domiciliari. Una evidente ingiustizia", dichiara il Garante Anastasìa.
"Sarebbero servite ben altre misure per ridurre la popolazione detenuta e servono ben altri interventi da parte della Amministrazioni competenti. Sappiamo che almeno questi ultimi sono allo studio, nel frattempo cerchiamo di evitare che istanze accoglibili da parte della magistratura di sorveglianza siano per questa ragione accantonate o, peggio, rigettate".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 4 aprile 2020
Continuano le iniziative promosse nelle carceri di tutta Italia per partecipare alla gara di solidarietà a favore di ospedali e operatori sanitari impegnati nella lotta al Coronavirus. I detenuti della casa di reclusione di Alba "Giuseppe Montalto" - chiusa per anni dopo un'epidemia di legionella e lavori di ristrutturazione - hanno raccolto una somma da destinare all'ospedale cittadino San Lazzaro, riconvertito di questi tempi, come tante strutture di provincia, in presidio Covid-19. La donazione è accompagnata da una lettera in cui i cinquanta detenuti, che occupano l'unico settore aperto dell'istituto, precisano che si tratta di una cifra modesta ma ottenuta attraverso il "cuore". E il cuore di un detenuto "non è diverso da quello di altre persone solo perché si trova al di qua di alte mura".
Mentre dalla casa circondariale di Monza arriva la disponibilità dei reclusi a donare il sangue. Il sentimento di vicinanza alla comunità si è tradotto anche per i detenuti del carcere di Livorno in una raccolta di circa 800 euro donati all'ospedale della città, un altro dei fronti in cui si combatte la guerra contro l'epidemia.
Nel carcere di Poggioreale - nello stesso giorno in cui familiari dei reclusi nei penitenziari napoletani organizzavano un flash mob di 'battitura' per chiedere un indulto o un'amnistia - circa 200 detenuti hanno chiesto e ottenuto dalla direzione di donare 5 euro ciascuno per partecipare alla raccolta fondi in favore dell'ospedale Cotugno di Napoli. Analoga iniziativa anche dal carcere di Santa Maria Capua Vetere dove i detenuti hanno prelevato piccole somme dai loro conti correnti per destinarle alla lotta contro il Covid-19.
"Noi dentro, voi state a casa" hanno scritto in uno striscione i detenuti di Piazza Armerina che hanno scelto di destinare quanto raccolto in una colletta alla Protezione civile. Nell'istituto sono state trasferite anche persone che hanno partecipato alle rivolte di marzo, ma il clima di collaborazione è stato favorito, spiega il comandante Puglisi "da incontri tenuti dalla direzione per spiegare le ragioni delle restrizioni. Sono state aumentate le telefonate previste e vengono garantite anche le videochiamate con le famiglie. Acquistati prodotti disinfettanti e tre volte a settimana viene effettuata la sanificazione dei locali comuni".
"Con immenso dolore siamo vicini a coloro che hanno perso i propri cari e a quelli che stanno ancora soffrendo per il Coronavirus: rispettando le regole, insieme ce la faremo". Questo il messaggio dei reclusi del carcere di Ragusa che hanno anche organizzato una colletta raccogliendo 573 euro da donare all'ospedale di Modica "con la speranza che questo brutto calvario finirà presto".
I detenuti ringraziano anche per il maggior numero di telefonate e videochiamate concesse per supplire alla mancanza di colloqui 'fisici' con i familiari. "Da persone private della libertà personale, lontane dai propri affetti familiari - commenta la comandante Chiara Morales - il messaggio di speranza assume un pregnante e particolare significato. La donazione all'ospedale ci ha sorpresi e commossi per la partecipazione avendo coinvolto la quasi totalità dei reclusi".
Il Giornale, 4 aprile 2020
"In merito all'articolo pubblicato nell'edizione milanese del 2 aprile a pagina 1, dal titolo "Dentro il carcere: qui scoppia tutto" il ministero della Giustizia precisa che "non risponde al vero quanto riportato nel virgolettato, attribuito a un detenuto agli arresti domiciliari, sulla morte di un detenuto a causa del Coronavirus nel carcere di Voghera".
La nota del Guardasigilli continua entrando nel dettaglio della situazione della diffusione del Coronavirus all'interno del carcere citato nell'articolo che riportava la testimonianza diretta di un pregiudicato ora ai domiciliari: "Nell'istituto penitenziario di Voghera si registrano alcuni casi di contagio fra i detenuti, per altro tutti asintomatici, per i quali è stato prontamente disposto l'isolamento in camera singola e dotata di bagno autonomo; un altro detenuto - conclude il ministero guidato da Alfonso Bonafede - si trova infine ricoverato presso una struttura ospedaliera".
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 4 aprile 2020
Se i colloqui restano sospesi fino a nuovo ordine limitando l'afflusso di persone esterne al carcere, la positività al Coronavirus di due agenti della polizia penitenziaria e i vuoti normativi sui metodi per mettere in contatto detenuti e familiari mantengono teso il clima al Due Palazzi.
É arrivata giovedì dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia la conferma del contagio di due poliziotti in servizio alla casa circondariale. Il tampone nelle scorse settimane non ha lasciato dubbi e i due operatori risultano in malattia da diversi giorni, addirittura poco meno di un mese in un caso. La loro presenza all'interno del carcere si è quindi interrotta, ma i colleghi non nascondono i propri timori anche in virtù delle numerose richieste avanzate dalle sigle sindacali ai vertici ministeriali.
A più riprese si è fatto appello affinché tutti gli agenti fossero sottoposti a una campagna di tamponi a tappeto, cosa che ad oggi non risulta eseguita nonostante una sessantina di loro viva stabilmente nella caserma del penitenziario.
La direzione intende mantenere il riserbo sulla questione ma i numeri registrati in altre strutture non mancano di allarmare il personale, in particolare i sedici agenti positivi a Verona. I detenuti in entrata vengono tenuti separati dagli altri e al momento non risultano contagi fra i carcerati ma oltre al problema della salute ve n'è anche un altro a mettere in agitazione la polizia penitenziaria. Vista la sospensione dei colloqui di persona, il ministero ha disposto un forte incremento di quelli telefonici e telematici.
Se prima dell'emergenza si ricorreva alla piattaforma Skype Business contrattualizzata a livello statale e di conseguenza con garanzia di adeguati controlli, ora il sistema è tanto sovraccarico da aver reso necessaria l'adozione di altri strumenti. Non solo la versione tradizionale di Skype ma anche programmi gestiti via smartphone come Whatsapp che consente chiamate multiple.
Tim ne ha messi a disposizione sedicimila, 14 dei quali sono in uso al Due Palazzi suscitando non poche perplessità: "Tutti i detenuti possono farne richiesta poiché oggi i colloqui sono permessi con cadenza quotidiana. Solo considerando che al Due Palazzi si trovano circa 600 carcerati si capisce la mole di traffico spiega il segretario Sinappe Mattia Loforese - purtroppo il ministero non ha dato direttive specifiche e a Padova è stato adottato un protocollo interno. Un fatto certamente da elogiare, ma non è giusto che un singolo penitenziario debba fronteggiare problemi potenzialmente gravissimi".
Sì, perché le conversazioni multiple prevedono l'uso di due cellulari, uno per l'agente e uno per il detenuto che si collegano al parente a casa. Il carcerato può però muoversi all'interno del penitenziario avendo di fatto accesso a un dispositivo collegato a internet che lo connette con l'esterno: "É un servizio di cui usufruiscono anche pregiudicati di alto calibro, ad esempio chi ha fatto parte della criminalità organizzata.
I cellulari non hanno blocchi di alcun genere perciò chi garantisce che non riescano a mettersi in contatto con altre persone oltre al familiare in video? - prosegue Loforese - è una responsabilità che non può ricadere sui singoli agenti.
Senza contare che non è chiaro chi paghi gli abbonamenti di tali dispositivi dal momento che durante l'emergenza tutte le chiamate (anche quelle telefoniche tradizionali) non vengono più messe in conto ai detenuti. Non bastasse l'allarme sanitario, ci sono anche quello economico e quello della sicurezza".
ilmezzogiorno.info, 4 aprile 2020
Il gruppo vincenziano Carcere Vi.Vo., a fronte dell'emergenza Covid-19 che sta versando il nostro Paese in uno stato di allarmismo e precarietà, ha donato agli istituti penitenziari di Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli, una somma di denaro pari a 2000 euro a favore dei reclusi non esclusi. La donazione servirà a fronteggiare le spese di beni di prima necessità all'interno delle case circondariali. In un momento delicato come questo è importante stare vicino, in maniera concreta, ai detenuti e soprattutto alle famiglie che reclamano una difficoltà economica difficile da superare.
Ed è proprio per questo che il sostegno economico è in parte giunto direttamente anche alle famiglie. "Il nostro compito è quello di aiutare chi in questo momento si trova in uno stato di necessità, non solo con la preghiera ma anche con un piccolo gesto", ha dichiarato Carmine Uccello, presidente Carcere Vi.Vo. con sede a via Andrea d'Isernia 23, Napoli. Da più di trent'anni il gruppo di volontari opera all'interno degli istituti campani attraverso progettualità a favore dei reclusi garantendo anche un sostegno morale.
Punto di riferimento di numerose famiglie che possono contare quotidianamente sull'impegno fattivo e morale dell'associazione. Importanti momenti di aggregazione sono gli incontri con i familiari, a cui viene garantito un piccolo sostegno economico, grazie alla bontà di diversi benefattori e un grande supporto morale, attraverso il confronto e la preghiera; non mancano momenti ludici per i più piccoli, quali tombolata, giochi e gite fuori porta. Una luce nel tunnel per le famiglie e per chi, per un motivo o per un altro, è costretto a vedere il sole a scacchi. Tanti i progetti futuri in sinergia con le istituzioni.
di Crescenzio Sepe*
Ristretti Orizzonti, 4 aprile 2020
Carissimi amici, vi scrivo in questi giorni difficili, pieni di paure e di preoccupazioni per il diffondersi di un virus che si sta espandendo in Italia e in molte parti del mondo e che colpisce soprattutto le persone più fragili come gli anziani. Capisco che anche voi siete in ansia per voi stessi e per le vostre famiglie, e che la condizione di reclusione vi tiene lontani dai vostri affetti in un momento così pieno di incertezze. Una condizione che è resa ancora più difficile dal fatto che non potete fare i colloqui con i vostri cari, per impedire che il contagio possa entrare all'interno del carcere.
So che comunque state comunicando attraverso i telefonini cellulari anche con chiamate in video, anche se non è la stessa cosa che vedersi di persona, ma è comunque un modo per non interrompere i legami e per guardare negli occhi le persone a cui volete bene. E allora vi chiedo di mandare alle vostre mogli, ai vostri figli e alle vostre madri, il mio abbraccio paterno, e invoco su tutti la mia benedizione.
Dite che il Cardinale vi è vicino e prega per voi. D'altra parte questa situazione la stanno vivendo tutte le persone libere, che sono costrette a restare a casa e non si possono incontrare con gli amici e i parenti come si era abituati a fare. E questo ci rende tutti un po' carcerati e ci unisce a voi in questo tempo difficile in cui ciascuno deve fare la propria parte per evitare che il virus si possa propagare.
È il momento in cui mantenere la calma, sostenere i compagni più fragili e pregare il Signore che non ci farà mancare il suo sostegno. Come quando stava nella barca con i discepoli, venne una tempesta e sembrava che stessero per naufragare. Gesù sgridò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: "Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?" Anche a noi il Signore dice di non avere paura e di continuare a rivolgerci a lui con fede e speranza. Rivolgiamo alla Madre di Dio il suo sguardo e ci affidiamo alla sua misericordia. Dio Vi benedica e 'a Maronna v'accumpagna!
*Cardinale, Arcivescovo Metropolita di Napoli
di Stefania Carnevale*
telestense.it, 4 aprile 2020
La notizia del primo detenuto - della Regione - deceduto per coronavirus in ospedale a Bologna, non arriva inattesa. Ad oggi, questo è il primo in Regione, ma un detenuto è morto a metà marzo nel carcere di Voghiera, mentre i contagi segnalati sono 21. Quello che preoccupa è il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane, che è l'esatto contrario del distanziamento sociale richiesto dai decreti del Governo per frenare il contagio per coronavirus.
A Ferrara ci sono 360 detenuti, con una media in questi ultimi tre anni che oscilla intorno ai 370, mancano le condizioni oggettive per attuare le misure di prevenzione, e il decreto Cura Italia non è in grado di assicurare in breve la sicurezza richiesta da tutti i Garanti dei detenuti, per tutti coloro che vivono in carcere, dai detenuti al personale di sorveglianza, medico, socio assistenziale. I detenuti vivono in due per cella, in circa 3 metri quadrati a testa, non hanno la possibilità nel caso di quarantena, di mettersi in isolamento, non possono fasi da mangiare, né hanno un credenzino medicinali, dove potersi approvvigionare da soli e i luoghi attrezzati a tutt'oggi per l'isolamento in carcere sono davvero pochi.
Non è vero, infatti, che in quanto luogo di isolamento il carcere garantisca dall'aggressione del virus, perché fra agenti di polizia e personale socio assistenziale almeno 200 persone entrano ed escono tutti i giorni. Sono tutti dotati di mascherine, ma sono anche le persone più esposte al contagio, come il personale sanitario.
Nell'unità mobile di pre-triage posta davanti al carcere, vengono controllati in entrata soltanto i nuovi ingressi in carcere, per arresti o trasferimenti e i detenuti che presentano sintomi sospetti. La società non può ignorare il problema, conclude Stefania Carnevale, perché l'esplosione del contagio in carcere avrebbe una gravissima ricaduta sulle strutture sanitarie e sul Paese intero.
La situazione è molto delicata, come sostiene da tempo Mauro Palma, garante nazionale, e le misure adottate dal decreto Cura Italia non soddisfano, perché lente e macchinose, a partire dalla necessità di dotare di braccialetti elettronici i detenuti, che con un residuo pena dai 6 ai 18 mesi, esclusi quelli per reati cosiddetti ostativi, possono essere ammessi alla domiciliazione, una sorta di arresti domiciliari di fine pena.
Dei 5.000 braccialetti previsti, ne sono disponibili 900, che verrebbero applicati in numero di 300 a settimana, 5.000 in circa 17 settimane, più di tre mesi, troppi per il coronavirus. Senza contare la difficoltà di accertarsi che il domicilio segnalato dai detenuti o individuato, per chi non ha casa, dai servizi sociali sia adeguato al provvedimento, che resta, comunque, una pena detentiva ed è soggetta ai controlli di polizia, oltre che al benestare di un giudice.
Beneficerà senza problemi solo chi deve espiare un residuo pena inferiore ai sei mesi e i minorenni, i quali dovranno poi sostenere un percorso rieducativo che sarà attivato, entro 30 giorni dal ritorno a casa, dai servizi sociali. Non potranno accedere ai domiciliari i colpevoli di atti violenti contro l'ordine democratico, contro la persona, contro i minori in particolar modo, di reati di corruzione e di associazione di stampo mafioso.
Elenco dei reati che escludono dalla domiciliazione: terrorismo, eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, peculato, corruzione,, scambio elettorale politico mafioso, riduzione o mantenimento in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, chi è colpevole di atti di violenza sessuale, sequestro di persona, maltrattamenti contro familiari e conviventi, stalking e per tutti i reati aggravati dalla matrice di stampo mafioso; i delinquenti abituali, professionali o per tendenza; i sottoposti al regime di sorveglianza particolare; chi abbia avuto sanzione disciplinare per gravi infrazioni; i detenuti privi di domicilio effettivo e idoneo, anche per tutelare le persone offese.
*Garante dei diritti dei detenuti di Ferrara
L'Arena, 4 aprile 2020
Ben 560 mascherine chirurgiche e 50 tute sterili di protezione provenienti dalla provincia cinese di Sichuan. E, ancora, 50 mascherine professionali FFP2 e 10 flaconi di disinfettante spray igienizzante.
Sono questi i prodotti sanitari che, questa mattina, vicino alla tenda della Croce Rossa, allestita all'esterno del carcere, sono stati consegnati dal sindaco Federico Sboarina alla direttrice della Casa Circondariale di Montorio Maria Grazia Bregoli. Presenti anche alcuni rappresentanti della Polizia penitenziaria. Oltre al materiale professionale, destinato ad agenti della Polizia penitenziaria ed operatori sanitari in servizio nella struttura, sono state consegnate da parte del Comune ulteriori 500 mascherine di cotone lavabili, per le persone detenute.
"In questa città non ci si dimentica di nessuno - ha sottolineato il sindaco nel consueto punto stampa in streaming. La consegna effettuata oggi, su richiesta della direzione della struttura penitenziaria, rappresenta un aiuto concreto alle necessità quotidiane di tutti gli agenti ed operatori sanitari in servizio nel carcere.
Il Comune sta ricevendo importanti donazioni da parte di sostenitori esteri e da aziende pubbliche e private del territorio. Aiuti che, in parte, abbiamo scelto di destinare alla struttura carceraria cittadina. Un segno concreto di solidarietà ai tanti dipendenti che, quotidianamente, sono impegnati in prima linea per la garantire la sicurezza nel carcere ed il supporto sanitario a tutti i detenuti".
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