di Roberto Saviano
L'Espresso, 5 aprile 2020
È il pensiero istintivo della società individualista di oggi, non solo negli Stati Uniti. E invece la lezione di questi giorni è l'obbligo della solidarietà. L'idea che hai dell'emergenza Covid-19 cambia a seconda del luogo in cui ti trovi. L'Italia non è colpita dalla pandemia in egual misura, dunque la prospettiva cambia a seconda che tu viva al Nord o al Sud. Cambia notevolmente. Così come le informazioni che ti raggiungono hanno un peso specifico diverso, vengono rielaborare, recepite e commentate in modo diverso. L'ascolto e il confronto sono fondamentali ora, non perché portano a comprendere cause o a prevedere effetti, ma per prepararsi, per seguire buone pratiche o per evitare errori, magari commessi in buona fede, ma che non hanno aiutato. In più, quello che oggi siamo chiamati a fare è dare fondo alle nostre conoscenze acquisite negli anni, e utilizzarle per tranquillizzarci, per razionalizzare, per riuscire ad accogliere tutte le informazioni senza farci prendere dal panico
Medici, scienziati, virologi, ricercatori ne sanno più di tutti, il resto sono parole dette o scritte per testimoniare, ecco: non dobbiamo permettere a queste parole di allarmarci, non dobbiamo perdere la consapevolezza che tutto questo finirà. E mentre aspettiamo, prepariamoci alla fatica della ricostruzione, sapendo però che lo faremo insieme.
Ancora diversa poi è l'idea che hai di ciò che sta accadendo, se osservi tutto da un Paese diverso dall'Italia che oggi è considerato, globalmente, tra i paesi più colpiti dalla pandemia e tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.
Nessuno ha ancora pienamente compreso perché l'Italia sia stata colpita con una tale violenza dal virus e dunque non esistono ricette, non esiste una strada da evitare o una da percorrere per sentirsi al sicuro, a parte, naturalmente, l'obbligo di stare in casa. Quel che è certo, però, è che l'isolamento, la capacità che ciascuno di noi ha di comprendere quanto vale il proprio senso di responsabilità, oggi è il primo atto da compiere. Poi verrà tutto il resto. Ed è un gesto tutto sommato semplice, eppure quanto ci sta costando...
A New York, dove mi trovo in questo momento, le cose sono illuminate da una luce diversa. Qui politici, nella sostanza abituati a una propaganda spinta fino alle estreme conseguenze, non hanno cambiato attitudine e questo ha reso le persone ancora più insicure dinnanzi a ciò che accadeva altrove e che presto sarebbe potuto accadere a casa propria. L'accaparramento di armi è stata la risposta più evidente a una incertezza che cresce, alla paura dei saccheggi, alla paura di scarsità di cibo, quasi si potesse davvero pensare mors tua vita mea.
Presentare l'emergenza Covid-19 come una guerra che tutti insieme dobbiamo combattere è forse l'errore più madornale che si possa commettere. Ricreare scenari di guerra in un mondo, come quello Occidentale, che ormai della guerra non ha più alcun ricordo concreto è irresponsabile. In guerra manca tutto perché ciò che per primo viene distrutto sono le vie di comunicazione, bombardate per non far procedere il nemico. In guerra ciò che viene distrutto sono gli ospedali, per non dare tregua al nemico; ora, al contrario, gli ospedali vengono potenziati, ingranditi, ampliati. Non è guerra, è emergenza, è tragedia anche, ma non è guerra.
Chi oggi è ascoltato ha il dovere di invitare alla razionalità. E invitare alla razionalità significa dire come il "mi salvo da solo" di chi compra armi pensando di doverle usare sia un abominio, la strada più sbagliata da percorrere. Sempre, ma oggi di più.
La questione è che non ci si salva da soli, ma allo stesso tempo è difficile chiudere (se stessi in casa, attività, fabbriche) sapendo che non verrai aiutato... Ecco perché oggi tutti i Paesi devono ragionare in un'ottica di solidarietà: ci rialzeremo insieme solo se chi oggi sta subendo maggiori perdite, potrà contare sul sostegno dei Paesi meno colpiti. L'Italia si scopre più unita che mai, nel dolore sì, ma anche nell'aiuto. Se in un comune terminano i posti in terapia intensiva, si va in un altro comune, in un'altra regione, anche a centinaia di chilometri di distanza.
Io, per la mia esperienza di persona sotto scorta, in questi giorni ho ragionato molto su come ci si senta a stare chiusi senza poter uscire liberamente. Vivo una libertà ridotta dal 2006, ma la mia sensazione è sempre stata quella di me fermo mentre il mondo fuori continuava a muoversi, come se io fossi sempre in ritardo, come se mi stessi sempre perdendo qualcosa. Oggi è tutto diverso, perché stare in casa, stare lontani gli uni dagli altri, non genera e non deve generare un senso di esclusione ma, al contrario, un forte, fortissimo senso di comunità.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 5 aprile 2020
Il racconto dei volontari di Sant'Egidio che mantengono vivo il dialogo con chi è in carcere. "Ero in carcere e siete venuti a trovarmi". I versetti del Vangelo di Matteo per i volontari che ogni giorno sono alle prese con le consegne di beni di conforto, domandine, richieste di ogni tipo, colloqui e con tutto ciò che allevia la sofferenza del detenuto sono stati la strada maestra anche al tempo del coronavirus. Ma come, in mezzo ad una pandemia inattesa che ha creato nuove sofferenze a chi vive recluso? Offrendo inchiostro, fogli e francobolli a persone che, temporaneamente private della propria libertà hanno avuto l'occasione di mantenere un filo diretto con l'esterno. Una iniziativa che è stata interpretata come uno dei pochi mezzi per non troncare del tutto i legami con il mondo che sta fuori, con i propri familiari e non perdere la dignità e il rapporto con se stessi.
Maurizio Aletti della Comunità di Sant'Egidio che opera nella casa circondariale di Genova-Marassi ci racconta che "In questo momento i detenuti sono soggetti a restrizioni ancora più pesanti perché non potendo ricevere nulla e, soprattutto, non avendo la possibilità di incontrare i propri familiari, sentono il peso maggiore del loro essere emarginati. Ecco, noi siamo lì a ricordargli che non sono esclusi" spiega Aletti. Già, ma in che modo? "Attraverso piccoli doni, dolci, biglietti contenenti messaggi di incoraggiamento, un po' di tabacco, piccole somme di denaro", risponde. "Questo per testimoniargli la nostra vicinanza e ricordargli che sono sempre nel nostro cuore. Qui a Genova ci è stato consentito, seppur brevemente e con tutte le precauzioni del caso, di incontrarli. Così gli abbiamo raccontato che ciò che loro possono vedere solo attraverso la tv, è purtroppo tutto vero. Le strade sono deserte, le persone sono a casa, i negozi chiusi e c'è ovunque molta preoccupazione per la presenza, e la diffusione, di un nemico invisibile che miete vittime".
Dalla Liguria al Piemonte. Paolo Lizzi, sempre della Sant'Egidio, svolge il suo prezioso servizio a Novara e a Vercelli. All'inizio di marzo, prima della rapida diffusione del covid-19, ha giocato, inconsapevolmente d'anticipo. Ma è stato un bene: "Il mese scorso avevamo pensato di distribuire alimenti soprattutto a Novara. Ci siamo mossi muniti di mascherine e guanti per la consegna di latte, caffè, biscotti, capi di abbigliamento e prodotti per l'igiene personale. Questo ci ha consentito di rendere fruttuosa la nostra spedizione perché con l'inasprimento delle misure di sicurezza, non abbiamo potuto più incontrarli". Anche Lizzi, però ha pensato bene di mantenere vivo il contatto attraverso la vecchia cara corrispondenza: "Per non far mancare il nostro sostegno, inviamo decine e decine di lettere". Lizzi ci legge, non senza commozione, la risposta di uno dei destinatari: "Grazie mille. Mi avete fatto una bellissima sorpresa, non me l'aspettavo. Vi ringrazio di avermi scritto. Grazie per tutto, per gli alimenti che ci avete portato a Carnevale, per i francobolli e l'immagine di Gesù. Spero che si risolva tutto, che si trovi il vaccino più presto possibile, prego ogni giorno perché soffro al solo pensiero che tutti stanno male. Sono preoccupato soprattutto per gli anziani che sono più a rischio, quelli che vivono nelle case di riposo. Penso anche ai bambini che non possono più uscire come prima o andare a scuola".
Nel Lazio, Silvia Marangoni, anche lei volontaria della Comunità di Sant'Egidio ha scelto, insieme agli altri volontari, la via più classica per comunicare con gli ospiti degli istituti: lettera e francobollo. Sistema certamente obsoleto ma che in carcere ha trovato la strada maestra per costruire ponti con l'esterno: "Abbiamo cominciato a scrivere lettere, manifestando il nostro dispiacere di non poterli incontrare. Devo dire che la corrispondenza cartacea per noi è comunque una modalità. Soprattutto negli istituti che frequentiamo meno. Anche perché non tutti possono accedere alla mail ufficiale perché è un servizio che ha un costo. Non tutti possono permetterselo", rivela Marangoni. "Meglio mantenere vivo il contatto inviando una missiva. Le risposte puntualmente arrivano e sono tutte dello stesso tenore: paura, inquietudine, stress, incertezza per il futuro. Singolare quella di due ragazzi musulmani che hanno manifestato la loro profonda preoccupazione per i nostri anziani. Non dimentichiamo di pregare ogni giorno per loro, hanno scritto. È con i nostri volontari più anziani, infatti, che i detenuti hanno un rapporto speciale in virtù del fatto che sono loro che si occupano della preparazione dei pacchi che noi portiamo in carcere".
Secondo monsignor Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale: "La presenza dei volontari, anche attraverso la corrispondenza, è fondamentale. La situazione dei carcerati in questo momento è molto particolare e noi, per certi versi, ci troviamo nella loro stessa condizione perché nel nostro isolamento forzato viviamo il disagio di non poter vivere i rapporti umani".
Monsignor Muñoz sottolinea che: "Quando il rapporto con le persone si interrompe, si entra in una profonda crisi. I detenuti conoscono questa condizione perché la vivono abitualmente. Quello di incontrarsi e di avere relazioni è un immenso dono che la vita offre all'uomo e ce ne accorgiamo solo ora che non possiamo uscire di casa". "Aggiungo - spiega il sottosegretario - che in un momento come questo è di fondamentale importanza la voce. Va bene il messaggio scritto, il Whatsapp, ma quando ascolto il suono di una persona, sento la persona stessa".
"Capiscono più di tutti - precisa - quanto è importante il contatto. Quando ricevono le visite, incontrano i familiari, vivono in prima persona la gioia dell'abbraccio. Nel momento in cui si accorgono che la società vive la loro stessa esperienza, si avvicinano". Monsignor Tejado Muñoz, infine, ricorda la costante vicinanza di Papa Francesco ai detenuti di tutto il mondo: "Dobbiamo diventare tutti carezza, così come fa il Santo Padre tutti i giorni ricordando nella preghiera questi nostri fratelli. A loro regala sempre una parola di speranza e di vita.
La nostra sarà una carezza che, per ovvi motivi, al momento non possiamo dare, ma che possiamo far arrivare attraverso la nostra voce e la nostra parola. L'uomo non può vivere senza l'altro e questo già lo sapevamo. Ce ne stiamo rendendo conto ora e in un momento così drammatico dobbiamo essere capaci di recuperare il senso dello stare insieme. Cosa che i detenuti conoscono molto bene".
di Wahid Rahimi*
L'Espresso, 5 aprile 2020
Ero un agente di polizia a Ghazni, in Afghanistan, una delle province più pericolose del paese. Il mio lavoro era proteggere la sicurezza della mia gente. Poi noi membri delle forze armate siamo diventati il bersaglio degli estremisti. I talebani mi hanno minacciato tre volte, le prime due volte mi sono fatto forza, mi sono detto che fosse giusto restare a casa mia, resistere e andare avanti. Ma l'ultimo avvertimento era serio, molto serio, e sono scappato. Ogni persona ha una ragione per lasciare il proprio paese. Io, per esempio, ho venduto tutto quello che avevo per arrivare qui, in Europa. Ho venduto per pochi soldi un pezzo di terra lasciata da mio padre, e i mobili, e un gioiello di mia madre. Per questo per noi, come ci chiama l'Europa? Profughi, rifugiati, come volete, per noi tornare indietro non è possibile.
Quel Wahid lì, quello che aveva una vita dignitosa, che sembrava ancora un essere umano ti direbbe che la paura dell'epidemia si combatte innanzitutto prendendosi cura di chi hai accanto. Perché vedete in Afghanistan i villaggi nelle valli possono distare ore di cammino dal primo centro medico. Che non è necessariamente un ospedale, è una stanza, un baraccone, un'unità mobile di qualche generosa organizzazione non governativa. Sono i luoghi in cui di solito se ti sparano, o se sei capitato per caso e per sfortuna sulla linea degli scontri armati, o se eri sulla traiettoria di un attentatore suicida, ti stabilizzano e poi inizia la tua corsa verso un vero ospedale. La risposta del Wahid ancora afgano è: affronteremmo la paura del contagio con la consapevolezza di dover lasciar morire qualcuno. Semplicemente perché non abbiamo ospedali da raggiungere.
Quando sono arrivato in Grecia pensavo che qualcuno si sarebbe preso cura di noi, ma così non è stato. Oggi la mia casa è una tenda. La definirei una tenda senza possibilità come la mia vita.
E da qui risponde il nuovo Wahid, il profugo. Non vivamo come persone normali, ogni giorno che passi in un campo come questo è un passo verso la condizione animale. Ho comprato un pezzo di plastica per costruire una specie di tetto per ripararci dal vento e dall'acqua in caso di pioggia, di notte se ho bisogno di un bagno, cammino dieci minuti nel buio, sperando che il bagno chimico non sia intasato come gli altri.
Non abbiamo elettricità, perciò non abbiamo acqua calda. Ci laviamo tutti - e tutti significa uomini donne e bambini - con l'acqua fredda all'esterno delle nostre tende. Ogni giorno ci mettiamo in fila per un pezzo di pane, e se siamo pazienti, cioè se nessuno grida e litiga, riusciamo a portare un pasto nella tenda. Ma per il dottore non c'è nessuna fila. Bussiamo alla porta della responsabile del campo e ci dice che non ci sono medici, semplicemente non ci sono. I più fortunati riescono a trovare degli antibiotici per i bambini, che quando piove si ammalano, hanno la tosse, non respirano di notte e quando si fa buio e qui non c'è altro che silenzio sentiamo solo bambini e vecchi tossire. Camminiamo nelle acque di scolo, i bambini giocano in mezzo ai topi. I bagni sono pieni di escrementi. L'acqua delle docce, quando funzionano, è inquinata. I bambini talvolta bevono acqua tossica e soffrono di diarrea.
Cosa accade se il Coronavirus arriva in un paese in guerra? Cosa accadrebbe in caso di contagio in un campo profughi? Abbiamo chiesto alle persone che in questi anni hanno accompagnato i racconti de L'Espresso nelle zone di crisi del Mediterraneo, Medio Oriente e Nord Africa, di raccontarci in prima persona cosa significhi in un paese in conflitto la prospettiva di una epidemia. Queste le loro parole
Il virus in cui viviamo ogni giorno si chiama in un altro modo, non uccide con la polmonite ma ci sta uccidendo piano piano, perché ci ha reso animali.
E questa è la risposta del nuovo Wahid, del profugo che non vive più come un essere umano. Sono qui da cinque mesi e ancora provo a lavarmi, a farmi la barba, a restare pulito come un uomo degno.
Ma sento che sto perdendo la speranza. Penso che per voi non sia possibile sentire quello che noi sentiamo. Se arrivasse qui il virus? Se arrivasse qui il contagio, dove potremmo nasconderci? Come proteggeremmo i bambini, gli anziani? Non potremmo, tutto qui. E in questo non c'è molta differenza rispetto alle sorti degli afgani in Afghanistan. Qui certo non ci sono autobombe, ma ugualmente se ci ammalassimo aspetteremmo di morire, credo. La differenza è che siamo in Europa. E a volte quando sento parlare di disinfettanti e guanti mi viene da ridere. Mi guardo i piedi, sono in ciabatte nelle acque delle condutture che arrivano dai bagni e se sento nominare le precauzioni per il virus penso sia una presa in giro. Altre volte mi sento molto triste. Mi dico, basta un caso, solo uno, qui e siamo tutti morti. Prendetevi il tempo di avere paura per la vostra salute e per quella dei vostri cari, ma pensate anche a chi come noi non ha informazioni, né acqua, né tantomeno medicine.
Non siamo arrivati qui per minacciare la vostra società, la vostra cultura. Siamo arrivati qui perché la felicità delle persone è in fondo una cosa semplice, e spesso significa un tetto, un pasto caldo, non avere paura di essere uccisi. Ora siamo qui e non possiamo fare né un passo avanti, né uno indietro. Se potete, pensate anche a noi.
*Richiedente asilo a Samos (a cura di Francesca Mannocchi)
di Asaad al Jafeer*
L'Espresso, 5 aprile 2020
Da un anno siamo in ginocchio. Con la guerra civile migliaia di civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e così anche le persone migranti, che hanno dovuto lasciare i posti, spesso malmessi, in cui vivevano. Molti civili hanno trovato riparo nelle scuole, che ora naturalmente sono sovraffollate. Pensare a un distanziamento sociale negli alloggi degli sfollati non è solo illusorio, qui, è irrealizzabile. Le condizioni dei migranti sono disperate. Molti di loro hanno bussato alle porte dei centri di detenzione perché non avevano altro posto dove andare.
Chi aveva prima la fortuna - se così possiamo chiamarla - di avere una casa, l'ha persa perché distrutta dalle bombe o perché costretto ad abbandonarla in fretta per salvarsi la vita, e in molti casi parliamo di baracche senza acqua o stanze in cui vivevano tre, quattro famiglie insieme, con un solo bagno e condizioni igieniche al limite della vivibilità.
Chi resta fuori, chi prova a vivere in strada si espone al rischio delle bombe. In queste disgrazie, tra i mali - perché non c'è un bene ora a Tripoli - ad alcuni le carceri sono sembrate il male minore. E le famiglie di migranti, soprattutto quelle con bambini, hanno chiesto di essere riportate nei centri di detenzione. Pensavano che almeno lì, forse, sarebbero stati risparmiati dalle bombe.
Dieci giorni fa è stato diagnosticato il primo caso di Coronavirus a Tripoli, il paziente è un uomo di 73 anni, da poco tornato da un viaggio in Arabia Saudita. Aveva la febbre alta, è stato trasferito in ospedale, è risultato positivo al test.
Oggi mentre ti scrivo, i casi ufficiali sono otto. Sottolineo la parola ufficiali perché in un paese in guerra avere dei dati ufficiali è pressoché impossibile. Temiamo che i casi siano molti di più, naturalmente, in molti ci stanno chiamando, come MezzaLunaRossa, per chiedere spiegazioni sui sintomi. Ma non c'è modo di testare le persone, è semplice. Tragico e semplice. Un pericolo sopra l'altro sulle vite dei libici, quando cala il sole sentiamo scivolare via ogni forma residua di speranza. Qualcuno, i più giovani soprattutto, cerca di impegnarsi in campagne di sensibilizzazione.
Ma per quanto possiamo sensibilizzare i cittadini libici a restare in casa, sappiamo che non abbiamo modo di alleviare le pene dei migranti nei centri di detenzione, nel centro di Dhar El-Jebel a sud di Tripoli, lo scorso anno risultano 22 morti di malattie. Nel centro di Beni Walid sono a decine i casi di tubercolosi, non arrivavano medici nemmeno prima del coprifuoco, immaginate ora che nessuno esce più di casa, i centri sono abbandonati a se stessi e le organizzazioni internazionali non possono lavorare.
Possiamo sterilizzare le strade, ma non possiamo fare niente per far fronte ai contagi nelle carceri, nei centri di detenzione, nei capannoni dove sono stipati i migranti. Abbiamo il dovere dell'onestà, i medici libici si sono spesso rifiutati di curare migranti, il nostro sistema sanitario è al collasso dopo quattro guerre in dieci anni. Se il virus si diffondesse qui non faremmo in tempo a contare i morti. Forse finirebbero nell'oblio come le decine già morte di tubercolosi in questi anni, senza che dottori e medicine facessero in tempo a raggiungerli.
Guardiamo tutti con pena, dolore e solidarietà a quanto accaduto in Cina e ora da voi, in Italia. Quando accendo la televisione e ascolto il bollettino dei vostri connazionali morti a causa del virus penso anche immediatamente al vostro sistema sanitario. Che è virtuoso, accessibile a tutti. Quello che cerco di far capire alle persone, al nostro governo ma anche ai cittadini, è che non siamo in grado di fronteggiare le urgenze che ci impone la guerra, figuriamoci un contagio di massa.
Due settimane fa fa il governo ha chiesto un cessate il fuoco umanitario, ma solo qualche giorno fa dalla finestra di casa mia a Tripoli vedevo colonne di fumo dei bombardamenti, hanno colpito anche la città vecchia della capitale. Doveva succedere prima o poi. Le guerre, d'altronde, non si fermano di fronte a niente, neppure di fronte ad un nemico oscuro come un virus. Centinaia di persone, ancora, ogni giorno, cercano di mettersi in fuga dalle linee del fronte, a giorni alterni una pioggia di mortai cade sulla città.
Fuggire, ma dove? Le persone semplicemente non sanno dove andare. Ogni mattina esco di casa con i colleghi della Libyan Red Crescent a portare supporto, come prima della guerra e prima del Coronavirus. Abbiamo paura. Una paura che non ti so descrivere. Perché la guerra riuscivamo a circoscriverla nelle nostre paure, e nelle nostre parole. Questo nuovo pericolo no. Fino a un mese fa guardavamo l'Europa come si guarda un essere forte, solido. Ora guardiamo l'Europa spaventata e colpita e abbiamo paura della vostra fragilità. Perché la nostra sarebbe dieci volte più devastante.
Se stati europei come il vostro hanno bisogno di aiuti dalla Cina, di aiuti esterni all'Italia e esterni all'Europa, mi chiedo, ci chiediamo: succedesse a noi, se fosse così pervasivo da noi il contagio, chi ci aiuterebbe? La risposta, il timore, è uno solo: nessuno. È l'angoscia, insensata, di vivere in un paese in cui entrano quotidianamente nuove armi ma non entrerebbero barelle o respiratori in caso di bisogno. Il Primo Ministro Sarraj ha imposto il coprifuoco. Molte persone con gli uffici chiusi non sono riuscite a ritirare i propri stipendi. Qualcuno non riceveva paga già da mesi. Per molti significa non poter fare scorte di cibo, e sapete bene quanto - con la paura di un contagio - anche solo sapere di avere più cibo di quanto ne serva allevi la preoccupazione.
Abbiamo paura. Non che arrivi il virus, abbiamo capito che questo è inevitabile. È già qui tra noi. Abbiamo paura perché sappiamo che non possiamo reggere. Non possiamo prenderci cura dei feriti della guerra e della polmonite del coronavirus. Non possiamo curare chi non ha più un arto o è colpito dalle schegge e anche chi arriva in deficit respiratorio. Semplicemente non ci sono abbastanza posti letto, abbastanza ospedali e non ci sono medici. I nostri dottori e infermieri continuano a morire al fronte, negli ospedali da campo.
Dai centri di detenzione nessuno usciva, prima, ma ora nessuno entra a portare aiuto e beni di prima necessità. Migliaia di persone rischiano di restare senza cibo e acqua ben prima di restare senza medicine. Ma figuriamoci se qualcuno si cura delle condizioni igieniche di migliaia di persone detenute. L'ultima volta che ho parlato con un migrante, eritreo, in un centro di detenzione stava tremando di freddo e fame. È tubercolotico. Morirà, probabilmente. I centri di detenzione qui in Libia rischiano di diventare luoghi in cui esseri umani moriranno e noi non avremo modo di sapere di cosa sono morti.
E i libici. Ai libici viene chiesto di non muoversi di casa. E noi restiamo in casa, obbediamo. Ma sulle nostre case cadono le bombe.
*Abitante di Tripoli (a cura di Francesca Mannocchi)
di Flavio Russo
lumsanews.it, 4 aprile 2020
Pronto l'emendamento al Cura Italia che prevede l'estensione dei domiciliari. Arriverà lunedì in Aula al Senato la proposta della maggioranza con le misure straordinarie per lo svuotamento delle carceri, per cercare di contenere la diffusione del Coronavirus negli istituti. Il provvedimento diventerà un emendamento del governo al decreto Cura Italia, con il quale si proverà ad alleggerire l'incontrollabile situazione carceraria, sulla quale grava il peso di 10.000 detenuti in eccesso rispetto alle capacità d'accoglienza delle strutture.
Il Dubbio, 4 aprile 2020
Sono 15.716 le persone con un residuo di pena inferiore ai due anni: "Per il nostro ordinamento avrebbero potuto accedere già da tempo a misure alternative". Sono 56.830 i detenuti attualmente in carcere, di meno rispetto ai giorni scorsi, ma i posti realmente disponibili rimangono comunque gli stessi: poco più di 47mila, confermando, dunque, la situazione di sovraffollamento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 aprile 2020
Documento di Giovanni Salvi, pg di Cassazione, alle Corti d'appello. Non solo il Csm, l'Associazione nazionale dei magistrati e ovviamente il coordinamento dei magistrati di sorveglianza. A chiedere di ridurre la popolazione carceraria ai tempi del coronavirus interviene anche Giovanni Salvi, il procuratore generale della Corte di Cassazione. Lo fa con un documento del primo aprile, indirizzandolo a tutti procuratori della Corte d'Appello. Ci tiene a sottolineare che non si tratta di avere la pretesa di stabilire delle linee guida, ma di costruire una base di lavoro comune.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 aprile 2020
Coronavirus, il pg della Cassazione Salvi invia un messaggio alle corti d'appello di tutta Italia, chiedendo di privilegiare arresti domiciliari e braccialetto elettronico, salvo i casi di assoluta gravità. Il giurista Gian Luigi Gatta: "È giusto perché adesso la priorità è la salute pubblica".
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 4 aprile 2020
Forse non ci si fa neppure caso. Ma tra le decine di migliaia di detenuti accalcati in un potenziale enorme focolaio di coronavirus, un terzo è costituto da persone non condannate in via definitiva. Un Paese civile non può ignorare la loro condizione, e ogni provvedimento giurisdizionale sulla libertà dovrebbe soppesare tutti i fattori di rischio che gravano su quelle singole vite.
Una serie di riforme che si sono susseguite ininterrottamente dagli anni Novanta fino ai tempi dell'ultimo Ministro della Giustizia ha invano cercato di tradurre in norme un principio costituzionale e una regola di civiltà e di buon senso, facendo sì che la carcerazione di una persona sottoposta a processo fosse un rimedio cautelare straordinario, come suole dirsi una extrema ratio, applicabile solo nei casi in cui nessun'altra misura potesse risultare idonea.
La presunzione di innocenza, prevista dall'art. 27 della Costituzione, dovrebbe imporci un limite, farci dubitare, sospendere il giudizio sull'accusa, lasciare che i processi indisturbati facciano il loro corso, imponendo una limitazione solo dove ricorrano ragioni eccezionali con la consapevolezza sociale della eccezionalità di quel rimedio, contrario in sé ad ogni logica del processo, che vuole che la limitazione della libertà personale venga giustificata solo a seguito di una condanna definitiva. In coda, e non all'inizio di un processo, facendo sì - come oggi spesso accade - che la condanna preceda il giudizio.
Si tratta di un valore costituzionale che trascende il dato processuale, richiamando non solo questi valori, ma anche il diritto alla vita, il diritto alla libertà personale, il principio di uguaglianza, e non da ultimo il diritto alla salute, che in questo drammatico momento deve essere posto al centro della valutazione della condizione carceraria, con riferimento alla intera popolazione dei detenuti, in gran parte costituita infatti da indagati e da imputati non ancora destinatari di una sentenza di condanna definitiva e come tali tutt'ora presunti innocenti.
Il dato di quel terzo di detenuti in attesa di giudizio rispetto al numero complessivo delle presenze in carcere (18.952 su 61.230 persone a febbraio del 2020) mostra sotto un profilo numerico la evidente sconfitta, per non dire la scandalosa disfatta, di ogni principio costituzionale e di ogni possibile elaborazione normativa o giurisprudenziale fondata su di un minimo ragionevole garantismo.
Quei valori sopra evocati evidentemente non sono sufficienti. Dire che una idea o un valore sono espressi dalla nostra Costituzione vale oggi meno che zero, è solo un modo di dire, una clausola di stile, per molti vale solo come un riferimento filologico, come fosse l'evocazione di un etimo misterioso, quasi si trattasse di un richiamo letterario e niente più.
Ciò che infatti manca nel nostro Paese non sono i valori, dei quali sono oramai inutilmente pieni i nostri discorsi, ma una cultura dei valori, una cultura che ne rifondi il senso e la concretezza e, dunque, la necessità. Che li tiri fuori dalla logica perversa delle narrazioni e li restituisca all'essenza delle nostre vite, al senso della nostra convivenza e della nostra sopravvivenza, al mondo che vorremmo lasciare ai nostri figli.
Una Costituzione, sebbene ricca di principi, non serve a nulla se non vi è una cultura condivisa che riconosca il suo valore e il valore di quei principi. Che faccia di quei valori la moneta corrente delle nostre transazioni quotidiane. La retribuzione del nostro lavoro, il cibo della nostra tavola, il costo delle nostre rinunce e il prezzo delle nostre vittorie.
Ha opportunamente ricordato il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, il vertice di tutti i pubblici ministeri italiani, che "l'emergenza coronavirus costituisce un elemento valutativo nell'applicazione di tutti gli istituti normativi vigenti e ne rappresenta un presupposto interpretativo necessario".
Questo sta a significare che la tutela della salute del detenuto di fronte al dramma della epidemia Covid-19 deve essere posta al centro dell'interpretazione di ogni norma, di tutte le norme, senza distinguere quindi fra quelle che regolano l'esecuzione penale e quelle che regolano invece la custodia cautelare in carcere.
Tutelare la salute delle persone detenute significa quindi tenere conto non solo della condizione soggettiva del singolo, ma delle condizioni nelle quali quest'ultimo è in concreto privato della libertà, esposto ad ogni contatto, senza dispositivi di protezione, impossibilitato al mantenimento del cosiddetto distanziamento sociale, costretto in condizioni igieniche approssimative, privo dei controlli e della necessaria assistenza sanitaria.
Significa dunque, in ogni provvedimento giurisdizionale sulla libertà, soppesare tutti i fattori di rischio che gravano su quelle singole vite.
Un Paese civile non può dunque ignorare quali sono le condizioni anche di coloro che sono privati della libertà prima ancora di essere condannati, né può ascoltare senza un sussulto la voce di chi sostiene che non vi sarebbe distinzione alcuna fra i cittadini costretti in casa dalle norme emergenziali e i detenuti in carcere, e di chi sostiene che il carcere è il luogo più sicuro e più controllato dove il virus non miete vittime, non si moltiplica, non si diffonde, non si trasmette, né provoca contagio. Sino a prova contraria. Perché si sa che in carcere di presunto innocente c'è oramai solo il virus.
*Direttore di "Diritto di Difesa", la rivista dell'Unione Camere Penali Italiane
Il Manifesto, 4 aprile 2020
È arrivata alla procura di Milano la prima denuncia per violenze subite in carcere da uno dei detenuti che hanno partecipato alle rivolte scoppiate il 9 marzo scorso in molti carceri italiani, dopo il lockdown imposto per il Coronavirus. L'uomo, che è "in sciopero della fame e della sete dal 22 marzo", ha denunciato, tramite il suo avvocato Eugenio Losco, di essere stato preso a "calci e pugni" da "5-6" agenti penitenziari.
Ma è solo una delle "numerose segnalazioni giunte all'associazione Antigone di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute" dopo le rivolte nelle quali sono morti in circostanze ancora da chiarire 13 detenuti. Il deputato di +Europa, Riccardo Magi, ieri ha presentato una interpellanza urgente al ministro di Giustizia perché riferisca puntualmente sui pestaggi e sulle cause di quelle morti. Ecco il testo.
Interpellanza presentata dall'On. Riccardo Magi del 03/04/2020
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Giustizia - Per sapere - premesso che: sono passate tre settimane dalla morte in diverse carceri italiane di 13 detenuti a seguito delle rivolte nate contro la mancanza di informazione e di gestione della crisi dovuta alla pandemia da Covid-19; una protesta che ha avuto alcune espressioni violente, ma che ha coinvolto oltre seimila detenuti;
solo dopo molti giorni si sono saputi i nomi dei detenuti morti, e le cause e dinamiche sono tuttora ignote, nonostante le richieste di trasparenza emerse sia dalla società civile, dal Garante Nazionale e dai garanti territoriali dei diritti delle persone detenute e dagli organi di stampa;
l'11 marzo Lei ha svolto un'informativa urgente alla Camera e al Senato sui gravi fatti accaduti in alcuni penitenziari nella quale ha affermato che il tempo che le era concesso non le consentiva di riferire nel dettaglio dei singoli casi in ogni città, pertanto avrebbe trasmesso il giorno stesso una relazione dettagliata del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria;
da tale relazione non si evincono le informazioni più importanti relative a quegli episodi ma solo notizie sommarie riportate anche dagli organi di stampa;
l'Associazione Antigone ha denunciato di aver ricevuto numerose segnalazioni di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute successivamente alle rivolte; in particolare nell'istituto di pena di Milano-Opera, diverse persone si sono rivolte all'associazione raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato dai congiunti o da altri contatti interni, e le versioni riportate, le quali parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e gravi contusioni delle persone coinvolte, risultano tutte concordanti;
sul caso di Milano-Opera, l'associazione ha inviato un esposto alla procura competente, e si appresta a farlo anche per altri istituti;
nel corso del question time del 25 marzo scorso, con riferimento alle misure di cui agli articoli 123 e 124 del decreto legge n. 18 del 2020, lei ha affermato che "il numero degli effettivi destinatari della nuova legge è di 6 mila detenuti circa non condannati per reati cosiddetti ostativi e con pena residua fino a diciotto mesi, oggi già tutti potenzialmente destinatari della precedente n. legge 199 del 2010, e che dipenderà da diversi requisiti e variabili, come, per esempio, il domicilio idoneo, che dovranno essere accertati dalla magistratura" e che, a tale data, circa cinquanta detenuti avevano beneficiato della misura di cui all'articolo 123; 150 detenuti sarebbero stati interessati dalla concessione di licenze in virtù dell'articolo 124 del decreto-legge n. 18 del 2020.
Come da lei specificato, "si tratta di detenuti già ammessi al regime di semilibertà che durante il giorno si trovavano già fuori dalle carceri e non vi rientrano più la notte";
il provvedimento del capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria d'intesa con il capo della Polizia che attua il decreto sopra citato afferma che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza rende disponibili complessivi 5.000 braccialetti elettronici, di cui 920 alla data della firma del documento, avvenuta il 27 marzo; il provvedimento interdipartimentale prevede inoltre l'installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana;
con il numero di installazioni attualmente previste, gli ultimi detenuti usciranno dal carcere infatti tra oltre tre mesi, quando auspicabilmente la fase acuta legata al diffondersi del Covid-19 sarà già ampiamente alle spalle:
quali siano le cause della morte per ognuna delle 13 persone decedute, come accertate dalle autopsie, e nello specifico, ove dovute all'assunzione di farmaci, quali farmaci siano stati assunti e se fossero opportunamente custoditi, se il personale penitenziario fosse formato al riconoscimento e al soccorso in caso di overdose e se vi fosse disponibilità, accesso e formazione all'uso dei farmaci salvavita;
quante morti siano avvenute nei luoghi della protesta e quante durante o a seguito delle traduzioni ad altro carcere, dettagliando luoghi, circostanze e tempistica;
se prima del trasferimento ad altro carcere i detenuti siano stati sottoposti a visita medica, anche considerando l'avvenuta sottrazione di farmaci dall'infermeria;
se il Dap abbia avviato delle indagini interne sui pestaggi denunciati da Antigone;
quale sia il dato aggiornato relativo al numero di detenuti che abbiano beneficiato delle misure di cui agli articoli 123 e 124 del decreto legge n. 18 del 2020; alla luce delle informazioni riportate in premessa, come possano le misure recate dal decreto legge n.18 del 2020 rispondere alla necessità di incidere sul sovraffollamento carcerario in modo da rispettare anche nelle carceri le norme sul distanziamento.
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