di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 5 aprile 2020
Dei braccialetti elettronici nemmeno l'ombra. Per non parlare dei magistrati di sorveglianza, ancora impegnati nell'analisi delle relazioni comportamentali. Il risultato? Dei 500 detenuti in Campania che hanno diritto alla detenzione domiciliare, soltanto 14 ne hanno finora beneficiato. La misura contenuta nel decreto legge varato dal governo due settimane fa stenta a decollare in un momento in cui, tra l'altro, quattro agenti di polizia penitenziaria risultano positivi al Coronavirus e l'amministrazione penitenziaria avvia uno uno screening sanitario su detenuti e personale.
Il punto della situazione è stato fatto ieri, nel corso di una videoconferenza alla quale hanno partecipato il capo dell'amministrazione penitenziaria e i provveditori regionali. Il meccanismo attivato dal governo per svuotare le carceri ed evitare che si trasformino in pericolosi focolai sembra non funzionare. Non solo in Campania, ma in tutta Italia. Il motivo? Innanzitutto il ritardo nella fornitura di braccialetti elettronici, necessari per monitorare i detenuti che dovrebbero scontare ancora tra i sei e i 18 mesi di reclusione e per i quali si prevede ora la detenzione domiciliare. Quelli che finora sono riusciti ad abbandonare le celle per scontare la pena a casa, infatti, sono soggetti che avrebbero dovuto trascorrere meno di sei mesi in carcere: per questi il decreto legge non prevede il braccialetto. E poi c'è la questione della magistratura: in molti casi la Sorveglianza sta passando al setaccio le relazioni comportamentali relative ai candidati alla detenzione domiciliare, il che comporta un ulteriore allungamento dei tempi.
Una nota positiva, tuttavia, c'è. Il Coronavirus, infatti, sembra aver invertito il trend che, negli ultimi anni, ha trasformato le prigioni in vergognosi carnai. "In Campania - spiega Antonio Fullone, provveditore dell'amministrazione penitenziaria - la popolazione carceraria è scesa da 7mila e 400 unità a meno di 6mila e 900. Basti pensare che a Poggioreale contiamo attualmente mille e 900 detenuti, il dato più basso mai registrato negli ultimi cinque anni". Il motivo è presto detto: si arresta di meno e le misure che portano alla scarcerazione dei detenuti sono valutate e applicate in modo più benevolo.
"Il risultato sono prigioni meno affollate e quindi più vivibili", spiega Fullone che negli istituti penitenziari sta individuando spazi vuoti da destinare all'isolamento di eventuali detenuti contagiati dal virus. Il timore c'è, anche perché tre agenti di polizia penitenziaria in servizio a Secondigliano sono risultati positivi al Covid-19. A questi se ne aggiunge un altro a Carinola. Ecco perché, nelle prossime ore, saranno avviati test sierologici su 12mila e 500 persone tra detenuti e personale. Obiettivo: monitorare le condizioni di salute della popolazione carceraria per evitare che quest'ultima sia decimata dal Coronavirus.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 5 aprile 2020
Pessime condizioni igienico-sanitarie, strutture fatiscenti e celle come carnai. Con buona pace del famigerato metro e mezzo di distanza che dovrebbe limitare i contagi da Covid-19. La bomba epidemiologica che potrebbe scoppiare nelle carceri non risparmierebbe la Sicilia. Dove l'emergenza sanitaria sta amplificando l'annoso elenco di problemi che vivono i penitenziari dell'isola. Tanto che "se la tensione era alta già prima, ora è a livelli massimi e le recenti manifestazioni di rivolta sono un segno concreto di un profondo disagio", sottolinea Pino Apprendi, presidente regionale dell'associazione Antigone. E l'ultimo report - aggiornato allo scorso 25 marzo - sulla condizione delle carceri siciliane realizzato dal garante dei detenuti Giovanni Fiandaca, dipinge una situazione a macchia di leopardo.
Catania, la cui provincia presenta il numero più alto di contagiati, ha superato la capienza prevista: al carcere Bicocca sono reclusi in 196 a fronte di una capienza di 138 posti, al penitenziario Piazza Lanza vivono in 299 a fronte di una capienza di 279. Sovraffollate e difficilmente controllabili in caso di rivolta sono le celle del Pagliarelli di Palermo, dove i detenuti sono 1356 a fronte di una capienza di 1182. Condizioni di sforamento che riguardano anche le altre carceri dell'isola. Che, però, è riuscita liberare 123 posti: infatti si contano 6343 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6466 posti.
Fiandaca, però, avverte: "I numeri non tengono conto della disomogeneità tra i vari istituti delle reali condizioni di vita all'interno degli stessi, del fatto che ci troviamo in presenza di una pandemia e che i criteri di valutazione degli spazi non possono essere gli stessi di un momento ordinario. Servono misure alternative più incisive". Anche perché a rischio non è solo la salute dei detenuti ma anche quella dell'intero personale che gravita attorno alle carceri. In particolar modo gli agenti di polizia penitenziaria. Una categoria, in Sicilia, sottodimensionata. E che ha le armi spuntate contro il virus e contro eventuali rivolte pericolose. "La situazione è molto pesante", ammette Francesco D'Antoni, segretario generale del sindacato Uspp: "La nostra salute - prosegue - è a rischio. Mancano gli strumenti di protezione, quelli che sono arrivati non sono adeguati.
Poi all'appello mancano 482 unità. Dovremmo essere 4266 in tutta la regione, invece, siamo 3784. Tra questi, 650 godono dei benefici della legge 104. Quindi dobbiamo fare un'ulteriore scrematura. Insomma se scoppiano gravi rivolte potremo fare poco. La Sicilia è allo sbando già da anni e l'emergenza sanitaria acuisce tutto questo. Se dovesse esplodere un caso in carcere, diventerebbe una bomba. Al momento stiamo tenendo ma non sappiamo ancora per quanto".
Intanto il comitato dei radicali "Esistono i diritti" ha indetto una marcia virtuale il 12 aprile per sensibilizzare le istituzioni regionali e il governo sul tema dell'amnistia per tutti quei soggetti non socialmente pericolosi: "Le carceri - morde Alberto Mangano, membro del comitato - sono luoghi potenzialmente esplosivi. I provvedimenti adottati finora non sono sufficienti. Il governo agisca, immediatamente".
di Carmen Maria Cirami
inpressmagazine.com, 5 aprile 2020
L'intera società italiana è vessata dalle restrizioni preventive contro il Covid-19, ma c'è una parte della popolazione che molti relegano in un angolo: i detenuti nelle carceri e tutto il personale penitenziario. Da anni la situazione nelle carceri è critica, ma dopo la diffusione del coronavirus è precipitata nel baratro. Dopo l'inizio delle ribellioni e delle fughe la popolazione carceraria è scesa da 60.000 a 58.000.
Michele Miravalle della Società Antigone afferma che la capienza delle carceri italiane si aggira a 50.000, quindi non hanno diritto al giusto spazio vitale. Di conseguenza il rischio di contagio è altissimo. Questa piaga affligge da decenni le carceri italiane, ma adesso costituisce anche un ostacolo per un possibile isolamento dei contagiati. Non vi è tutela nemmeno per il personale che è tenuto alla sorveglianza dei detenuti. Ne è un esempio Parma: vi è un'intera sezione detentiva sottoposta a quarantena preventiva per un detenuto con sintomi para-influenzali e cinque poliziotti sono risultati positivi al Covid-19. A cercar di far valere i diritti del personale sono i sindacati Sappe, Osapp e Sinappe. Essi mettono in evidenza la carenza di mascherine e di protezioni per gli agenti.
Le richieste degli agenti e le rivolte non vengono ignorate dal Papa. Quest'ultimo durante l'Angelus chiede di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri e comunica la sua preoccupazione per tutti coloro che sono costretti a vivere in gruppo. Ma dopo le violente ribellioni dei carcerati, le richieste d'aiuto dei più esposti al contagio e l'appello dei sindacati quali provvedimenti ha deciso di intraprendere il Governo?
La legge fa la sua parte - Nel decreto legge Cura Italia vengono confermate, all'articolo 123, le novità circolate finora sulle misure per alleggerire il sovraffollamento carcerario in questo momento di emergenza sanitaria. Esclusi dal beneficio i reati più gravi, i maltrattamenti in famiglia e lo stalking. Non potranno essere ammessi a tale procedura i detenuti ritenuti i delinquenti abituali, professionali o per tendenza. Ne sono interdetti quelli sottoposti al regime di sorveglianza particolare, coloro che sono stati sanzionati in via disciplinare in carcere e chi si è reso protagonista delle sommosse degli ultimi giorni. Infine con l'articolo 124 le licenze concesse al condannato ammesso al regime di semi-libertà possono avere durata sino al 30 giugno 2020. Questo decreto inoltre prevede che i detenuti debbano tenere un braccialetto. Ciò va in conflitto con il Csm, che prevede una fornitura tardiva dei suddetti braccialetti e boccia la proposta. Tuttavia è doveroso chiedersi: cosa è stato negli anni precedenti in termini legislativi?
Il 13/01/2010 l'ex premier Silvio Berlusconi aveva già dichiarato lo stato d'emergenza penitenziaria a causa del sovraffollamento nelle carceri. In risposta a ciò venne stabilita la detenzione domiciliare per l'ultimo anno di pena, elevato poi ad un anno mezzo. Una delle condizioni alla detenzione domiciliare era una condotta eccelsa, rilevata e poi registrata nella relazione che ogni magistrato doveva sottoscrivere. Dieci anni dopo, a causa della possibile strage sanitaria la relazione è abolita. Ogni minima intemperanza impedisce la detenzione domiciliare e le visite dei parenti sono state vietate. Dopo il provvedimento del mese di marzo, per evitare che le rivolte si facciano sempre più accese, alcuni enti come la Tim e la Fondazione San Paolo hanno fornito dei cellulari ai detenuti.
Dunque è possibile dire che i loro diritti vengano tutelati oppure sono stati calpestati?
La preventiva mancanza di dignità - Per ricordare ciò a cui ha diritto la popolazione carceraria è doveroso soffermarsi all'articolo 27 della Costituzione: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Il sovraffollamento disumano delle carceri è un autentico attentato a quest'articolo che prevede tra l'altro il rispetto della dignità del carcerato e la sua rieducazione.
Inoltre a fianco del sovraffollamento non si può dimenticare l'uso sproporzionato della carcerazione preventiva, degno di una visione che prevede il carcere anche quando sarebbero più giuste e più efficaci sanzioni immediate anche non detentive. La detenzione preventiva in molti casi condanna l'individuo prima che si possa accertare in maniera definitiva che sia colpevole. Le restrizioni ai colloqui sono necessarie ma costituiscono una possibile miccia, per chi già non viene trattato come uomo ma piuttosto come un caso penale privo di dignità. La rieducazione non può avvenire se manca il minimo spazio vitale. La società dimentica che seppur colpevoli sono uomini come noi.
di Alessandro Stomeo*
lecceprima.it, 5 aprile 2020
L'idea erronea che il carcere sia un mondo a sé che debba appartenere solo a chi è recluso potrebbe, in questo momento, rappresentare anche un problema di salute pubblica per tutti. Le strutture detentive, tutte, non possono garantire, per come organizzate, neanche i minimi presidi sanitari di contenimento del rischio epidemiologico da Covid-19.
Considerati i dati obbiettivi, e l'altrettanto indiscutibile condizione di forzata promiscuità all'interno delle carceri, il rischio che le stesse possano diventare focolai incontrollabili di epidemia è altissimo, se non scontato e ciò, oltre a mettere a repentaglio la salute dei detenuti e degli operatori, causerebbe, in caso di diffusione del virus, un fattore di esponenziale aumento di contagi con rischi di tenuta delle strutture sanitarie interessate.
Il carcere di Lecce, ad esempio, con i circa mille detenuti ed altrettanti operatori (sanitari, di supporto, polizia penitenziaria) rappresenterebbe, in caso di diffusione interna del virus, una bomba epidemiologica incontrollabile. A destare preoccupazione, inoltre, è il completo isolamento dell'ambiente carcerario rispetto al resto della società, in termini di aggiornamento dei dati rispetto delle misure di contenimento, di test a tampone effettuati, di numero di contagi, di casi di ricovero ospedaliero.
L'interruzione dei colloqui personali con i parenti, con gli avvocati, con le associazioni che si propongono di sorvegliare la vita all'interno delle strutture, unitamente all'impossibilità di avere interlocuzione diretta con i distretti sanitari all'interno delle strutture carcerarie, ha reso quello degli istituti di pena un interregno gestito come un non luogo avulso dal resto della società.
Un fenomeno, quello appena descritto, già fisiologicamente presente in tempi di "normalità", oggi si amplifica e può porsi al di fuori di ogni controllo di legalità. Le poche notizie che si raccolgono, frammentarie e non verificabili, non colmano, infatti, un preoccupante vuoto di percezione. La popolazione carceraria risente fortemente di questa condizione di totale inconsapevolezza del problema, delle misure adottate, della loro efficacia, delle misure di tutela, quindi percepisce un imponderabile rischio di incolumità che, come è già accaduto, può innescare anche problemi di ordine pubblico.
La destabilizzazione psicologica dei detenuti - e di tutti gli operatori che svolgono diverse mansioni all'interno del carcere - rappresenta, infatti, la parte più nascosta del problema. Il numero dei detenuti in Italia è di 58mila (1150 nella Casa circondariale di Lecce a fronte di capienza regolamentare di circa 800 posti), ben oltre la capienza massima consentita di 50mila unità con tasso d'affollamento pari al 120 percento circa.
Alla popolazione detenuta si devono aggiungere circa 38mila agenti di polizia penitenziaria (distribuiti in vari compiti e mansioni), oltre al personale direttivo, sanitario, agli educatori ed assistenti sociali. Ben oltre 100mila, quindi, tra detenuti e altri soggetti che frequentano l'ambiente carcerario, ad escludere magistrati, avvocati e visitatori per i quali si è bloccato ogni contatto con la popolazione detenuta con provvedimenti governativi già dal 9 marzo.
Il Covid-19 è, però, già entrato nelle carceri. I dati a disposizione su scala nazionale, aggiornati al 22 febbraio, parlano di 19 casi di contagio tra i detenuti (uno solo noto nel carcere di Lecce), mentre 119 sono i contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria, 17 ricoverati mentre il resto in isolamento fiduciario; dati non aggiornati e che, probabilmente sono di maggiore entità. Considerata la tipologia dell'attività svolta (pubblica sicurezza), gli agenti venuti in contatto -all'esterno o all'interno del carcere - con soggetti, a loro volta già contagiati, non verranno posti in isolamento ma continueranno a svolgere attività, se possibile evitando mansioni che presuppongano contatti con la popolazione detenuta.
Le notizie che si possono avere svelano l'assenza di presidi sanitari sufficienti per la popolazione detenuta, alla quale non sono state distribuite mascherine protettive adeguate né guanti protettivi, e le carenze riguardano anche il materiale fornito agli agenti di polizia penitenziaria; si aggiunga che i detenuti, per questioni di sicurezza, non possono detenere candeggina o alcool, che son invece ritenuti disinfettanti idonei per gli ambienti contro la propagazione del virus.
Le strutture, per la capienza massima già sfruttata, non possono garantire isolamento dei contagiati, né distanziamento; i detenuti son almeno in numero di tre per ogni cella. La sorveglianza dinamica, ad esempio rimasta attiva nel carcere di Lecce, consente il libero spostamento dalla cella nelle ore diurne ma i luoghi di aggregazione fuori le celle sono angusti e non consentono distanziamento.
Nessuna precauzione, nota, riguarda il monitoraggio e la disinfezione di pacchi o posta giunti dall'esterno. In questo momento di emergenza sanitaria, come in tutti i casi di stress, il "sistema", inteso come organizzazione della nostra società a tutti i livelli, svela brutalmente i suoi limiti e le sue contraddizioni. Tutta la polvere nascosta sotto il tappeto, in tempi di ordinaria amministrazione, rischia di riemergere inesorabilmente in momenti di pressione.
È evidente che la questione carceri, seppure oggetto di numerosi moniti di operatori della giustizia (associazioni, ordini, avvocati, magistrati e tanti altri) non è stata affrontata concretamente nelle sedi istituzionali, visto che le uniche misure adottate con gli articoli 123 e 124 del decreto legge del 17 marzo, che prevedono la detenzione domiciliare in luogo di quella in carcere per condannati con pena residua da espiare inferiore a 18 mesi, non ha dato ancora alcun tangibile risultato per le difficoltà note di applicazione dei dispositivi di controllo a distanza (braccialetti elettronici) che non sono disponibili perché in numero nettamente inferiore al fabbisogno.
L'avere subordinato la scarcerazione alla misura dell'applicazione del braccialetto elettronico ha, di fatto, reso impalpabile, in termini di riduzione della popolazione carceraria, l'iniziativa legislativa. Si è trascurato, inoltre, tutto l'aspetto riguardante i detenuti in custodia cautelare, ancora non raggiunti da verdetto di colpevolezza o innocenza; si tratta del 30 percento circa della popolazione carceraria, non prevedendo alcuna misura deflattiva.
Il problema, pertanto, è rimasto vivo e solo la riduzione straordinaria del numero delle presenze all'interno delle strutture detentive, con provvedimenti legislativi mirati e di rapida applicazione, garantirebbe il rispetto delle misure minime di contenimento del rischio contagio. Allo stato attuale delle cose, sarebbero necessari anche strumenti per il controllo rapido delle temperature corporee, presidi medico-chirurgici come saturimetri e costante controllo delle condizioni di salute di agenti e detenuti, anche in considerazione del fatto che moltissimi reclusi sono affetti da patologie che aumentano il rischio di letalità dell'infezione da Covid-19 (diabete, malattie cardiovascolari, e altre patologie).
Una misura concreta sarebbe quella di estendere a tappeto i controlli con tampone a detenuti e agenti di polizia penitenziaria, come pratica di prevenzione anche nei confronti di asintomatici. Sarebbe opportuno, insomma, che si avesse la possibilità di adottare misure minime di contenimento effettivo all'interno degli istituti di detenzione e che si potesse avere cognizione della condizione in cui versano migliaia di detenuti ed in cui sono costretti ad operare migliaia di agenti di polizia penitenziaria e di operatori.
*Avvocato
quinewsfirenze.it, 5 aprile 2020
Siamo volontari penitenziari di lunga data. Sappiamo perciò come vanno le cose in carcere in tempi normali: una condizione dei detenuti "disumana e degradante". Ora, in tempi di emergenza, sappiamo cosa dovrebbe succedere e non succede!
Siamo rimasti basiti dai primi provvedimenti indecenti (nei modi e nei contenuti) che il ministro e il capo del Dap hanno preso nei confronti delle persone detenute. Aver troncato le relazioni affettive e di supporto con volontari e con i familiari, senza contestualmente accompagnare questa misura con adeguati provvedimenti compensativi, è stato veramente crudele, e non poteva che produrre la ribellione spontanea che abbiamo visto, e che ha prodotto la morte di molti detenuti. Di queste morti non si è saputa con certezza l'origine, mentre non ci risulta che qualche magistrato abbia preso provvedimenti per accertarne le cause. Quello che abbiamo visto sono stati la repressione ed i maltrattamenti che sono seguiti alle rivolte.
Ci è stato detto e ripetuto dell'opportunità della quarantena sociale che ci è sembrata una misura di prevenzione del contagio anche ragionevole. Non poteva non valere anche per i detenuti. Ciò che sicuramente, non solo non è ragionevole, ma ha contribuito al pericolo di una diffusione colposa del virus nelle celle, è il fatto che tutto il personale, fin dal primo momento e fino a poco fa, è entrato in carcere ogni giorno ed in contatto coi detenuti senza alcuna protezione.
Il ministro di giustizia e il capo del Dap, così solerti a vietare l'ingresso in carcere ai volontari e soprattutto ai familiari, sono responsabili di questi ritardi, che hanno messo il personale penitenziario nelle condizioni di poter far da vettore della diffusione del virus all'interno degli istituti.
Ma c'è di più e dell'altro in materia d'irresponsabilità da parte del ministro e del capo del Dap. Fin dal momento dell'entrata in vigore del primo dpcm, è stato imposto a tutto il corpo sociale il distanziamento fra una persona e l'altra di un metro. Questo dispositivo, insieme a quello di non uscire di casa, è stato ed è perseguito utilizzando i corpi di polizia, l'esercito e persino i droni declinando la trasgressione come reato. In carcere questi dispositivi sono validi, o siamo nel territorio di nessuno? Come si fa a garantire un metro di distanza in celle super affollate? L'accatastamento dei corpi in tempi di pandemia da coronavirus è un reato, di cui sono responsabili ministro della giustizia e capo del Dap.
Chi ci fa sicuri che non siano molti di più di quanto è stato detto i detenuti infettati e pure i poliziotti penitenziari? o qualcuno vuole farci credere che nelle città di Bergamo o di Brescia il carcere è un'isola felice?
Si deve ricordare che stiamo parlando più di centomila persone che affollano le carceri italiane, tra personale di custodia, personale amministrativo e sanitario, oltre ai più di sessantamila detenuti. Il destino di queste persone è tutto da ricondurre alla responsabilità del ministro di giustizia, che ha il dovere civile, morale e giuridico di tutelare la salute e di impedire la propagazione dell'epidemia; propagazione che, vogliamo ricordarlo, costituisce un reato quando non siano state prese misure adeguate per arginarlo.
Nella nostra qualità di cittadini volontari vogliamo unirci a quanti si sono già espressi, come, ad esempio, i garanti dei diritti dei detenuti di tutti i comuni e di tutte le regioni, che hanno chiesto misure urgenti, al fine di evitare catastrofi come quella di una pandemia nelle carceri del nostro paese. Deflazionare il carcere, ridurre di almeno un terzo la popolazione detenuta qui ed ora! A situazioni estreme, estremi rimedi: un indulto che mandi a casa tutti quelli con residuo pena inferiore a tre anni, in modo da consentire a quelli che restano il metro di distanza che può salvar loro la vita. Gli arresti domiciliari previsti dal primo dpcm (per gli ultrasessantenni con altre patologie) non sono sufficienti allo scopo di deflazionare il carcere di almeno un terzo della sua popolazione attuale. Intanto, per poterne beneficiare, bisognerebbe che tutti avessero un domicilio - basterebbe considerare che un terzo della popolazione è composto da persone migranti, tra le quali solo una piccola parte ha un domicilio considerato "regolare" dal Tribunale di sorveglianza.
Vero è che l'indulto richiede una maggioranza oggi improbabile in parlamento, ma è anche vero che, data l'emergenza, il Presidente della Repubblica ha altri strumenti che potrebbero rispondere alla bisogna. A Lui ci rivolgiamo perché faccia uso dei poteri che la Costituzione gli affida, tra i quali quello di inviare messaggi motivati e urgenti alle Camere.
Un appello particolare lo rivolgiamo a favore delle mamme con bambini in tenera età e addirittura alla donna incinta, all'ottavo mese, presenti nel carcere di Sollicciano.
Salvatore Tassinari
Beppe Battaglia, Gruppo carcere Ass. Il muretto-Comunità delle Piagge
Alessandro Santoro, Prete delle Piagge-Firenze
per contatti: Comunità delle Piagge 055/373737
di Franco Corleone
L'Espresso, 5 aprile 2020
La morte di un giovane detenuto nel carcere di Via Spalato il 15 marzo è stata tenuta nascosta per molti giorni non per caso. Forse si temeva che la tensione presente nelle carceri per il rischio legato al corona virus potesse esplodere di fronte a una tragedia inspiegabile o forse si è trattato del riflesso sempre presente per cui il carcere è una zona franca rispetto al diritto.
Il dovere della trasparenza fa fatica a essere accolto come principio essenziale perché il carcere sia aderente ai principi della Costituzione.
Ho ricostruito con l'aiuto dell'avv. Marco Cavallini la vicenda giudiziaria di Ziad Dzhi Krizh. L'accusa era di spaccio di sostanze stupefacenti legato a un episodio avvenuto a Udine nell'aprile del 2017; la cessione di pastiglie di Mdma aveva provocato la morte di un giovane ghanese e quindi oltre all'imputazione sulla base dell'art. 73 del Dpr 309/90 (la legge antidroga) vi era anche l'imputazione dell'art. 586 del Codice Penale (lesioni o morte come conseguenza di altro delitto, quale conseguenza non voluta dal colpevole).
Krizh si era trasferito in Francia e fu arrestato con un mandato di cattura europeo nell'agosto 2019 a Parigi e tradotto in Italia in custodia cautelare. Il processo si concluse con rito ordinario il 3 dicembre 2019 con una condanna complessiva a 8 anni e sei mesi di detenzione (sei anni per l'art.73, primo comma; due anni per reati continuati e sei mesi per l'omicidio colposo). Un processo rapidissimo in cui la prova della detenzione e dello spaccio era affidata alla sola testimonianza raccolta nella fase delle indagini di una giovane donna assente nel processo perché deceduta nel frattempo.
La proclamazione di innocenza manifestata da Krizh non fu accolta e il difensore il 28 febbraio aveva depositato i motivi dell'appello che si sarebbe svolto nei prossimi mesi. La morte interrompe la vicenda giudiziaria, ma resta la presunzione di non colpevolezza sancita dall'art. 27 della Costituzione.
La perizia è stata affidata al dr. Carlo Moreschi che è riconosciuto unanimemente per capacità e scrupolo e si attendono i risultati soprattutto per una verifica sull'assunzione la sera prima del decesso di psicofarmaci e in particolare di dosi eccessive di metadone e subutex come paventato da alcune fonti
L'avv. Cavallini è stato nominato legale della famiglia e chiederà alla Procura di fare chiarezza su che cosa è accaduto nelle due ore tra il malore e la morte nella mattina di domenica 15 marzo.
Chi ha soccorso il giovane? I compagni di cella a che ora hanno dato l'allarme? Sono intervenuti agenti della Polizia Penitenziaria? Il medico di guardia era presente? La rianimazione è stata fatta manualmente o con defibrillatore?
Sono interrogativi che serviranno a rendere meno oscura la vicenda anche se non leniranno il dolore della madre che aveva parlato con il figlio proprio il giorno prima.
"Morire in carcere" era il titolo di un articolo di Maurizio Battistutta scritto nel 2012 in seguito a due morti, una per suicidio, avvenute nel carcere di Udine e riprodotto nel suo volume di scritti intitolato "Via Spalato. Storie e sogni dal carcere di Udine" (Edizioni Menabò) di cui consiglio la lettura per gli stimoli di riflessione che offre. Nel 2018 si sono ripetute due tragedie; una transessuale e un giovane pakistano si sono suicidati nello stesso Istituto. Una lunga scia di morte assolutamente insopportabile.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 aprile 2020
Richiesta alla Procura del Tribunale di sorveglianza "prima che diventino irrisolvibili i problemi di spazio". In Lombardia dodici i positivi dietro le sbarre. Nelle carceri lombarde - dove 8.600 detenuti sono stipati in 6.200 posti (in Italia 56.830 in 47.000), con il 121% di media nazionale di sovraffollamento e il 139% regionale che a Monza e Como sfiora però il doppio della capienza teorica - già non c'era posto prima, figurarsi adesso che spazi di fortuna sono stati adibiti a improvvisati reparti di isolamento sanitario: isolamento sia dei sospetti contagi Covid-19 (su 30 detenuti ufficialmente positivi a livello nazionale erano 12 in Lombardia i nuovi giunti), sia delle quarantene (almeno 257 in Italia) di detenuti e di agenti penitenziari (120 positivi in Italia, due morti insieme a un medico penitenziario).
Il risultato è che i direttori non sanno più dove mettere non solo i detenuti che già ci sono, ma anche i nuovi che man mano arrivano. Al punto che la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, dopo aver già scritto (senza risposta) al ministro della Giustizia insieme alla collega bresciana Monica Lazzaroni, e prima ancora che addirittura la Procura Generale di Cassazione sensibilizzasse i pm sul ridurre la popolazione penitenziaria, ha scritto stavolta alla reggente della Procura generale Nunzia Gatto e al procuratore della Repubblica Francesco Greco: una lettera per chiedere di "valutare l'opportunità di sospendere l'emissione di ordini di carcerazione" per "evitare rischi di contagio (provenienti dall'esterno verso l'interno) e l'estensione di zone di isolamento che sono già di difficilissimo reperimento anche a causa dei contagi interni".
Bollate - indica ad esempio Di Rosa - fa sapere che in un solo giorno gli sono arrivati 6 nuovi condannati definitivi arrestati in esecuzione di recenti ordini di carcerazione a pene non altissime e per reati molto risalenti nel tempo, "i quali devono essere poi necessariamente posti in isolamento", con sempre maggiore "difficoltà delle strutture di sostenere tale situazione aggravata da recenti sfollamenti" (cioè dai trasferimenti da altri istituti in un quotidiano gioco dell'oca per mantenere l'"acqua" all'orlo della "pentola", ndr). Da qui la richiesta del Tribunale, "stante l'esiguità dei posti messi a disposizione dei nuovi giunti" in carcere, e prima che irrisolvibili diventino i "problemi di allocazione dei detenuti".
Ormai solo i negazionisti ideologici fingono di non comprendere il rischio che carceri già sovraffollate diventino per l'intera collettività, se il virus vi prende pieno, quello che alcuni ospizi sono purtroppo diventati in queste settimane, e cioè lazzaretti moltiplicatori del contagio. E non a caso l'abbinamento è evocato dal ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia: "Le Rsa e le case circondariali stanno attraversando momenti non semplici nell'emergenza, per questo motivo chiedo alle Regioni di avviare attraverso le Asl un monitoraggio di Rsa e carceri, e di segnalare in tempo reale alla Protezione civile l'eventuale necessità di nuovo personale sanitario".
Mentre 48 ore hanno registrato il suicidio di un detenuto a Siracusa, di un detenuto a Roma e di un agente penitenziario a Cantù (tutti, come la morte per cause naturali da appurare di un 22enne in cella a Udine, non comunicati dall'amministrazione penitenziaria ma appresi per altri canali), il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ieri saluta le prime sei macchine, acquistate dal commissario Domenico Arcuri e da metà aprile montate a Bollate, Salerno e Roma Rebibbia, dove 40 detenuti produrranno 50mila mascherine al giorno.
moliseweb.it, 5 aprile 2020
Impossibile da realizzare il "distanziamento sociale" nelle carceri. Le associazioni, Antigone Molise e Cittadinanzattiva Molise, premesse le attuali condizioni di detenzione in sovraffollamento cui versano attualmente le persone detenute negli Istituti di pena molisani, nei quali per ragioni oggettive non può essere praticato il "distanziamento sociale" tra detenuti e tra detenuti e personale della polizia penitenziaria, così come imposto dalla legislazione emergenziale volta a contenere il contagio da covid-19; premesse le disposizioni del D.L. n.18 del 17 marzo 2020 di modifica della L.199/2010 riguardante la detenzione domiciliare speciale.
Ritenuto che tali disposizioni allo stato si rilevano comunque inidonee a garantire il diritto alla salute di tutti coloro che operano all'interno delle strutture carcerarie del Paese e della regione Molise in particolare, come d'altra parte confermato dall'incremento esponenziale di contagi nelle strutture carcerarie; ritenuto altresì che, solo rendendo i numeri della popolazione carceraria compatibili con la capienza delle carceri e dunque risolvendo il problema del loro cronico sovraffollamento, le condizioni della detenzione sarebbero rispettose della dignità umana e diritti fondamentali delle persone detenute cosi come scolpiti dalla Costituzione e dalla Cedu, e ribaditi in plurime pronunce dalla Corte di Giustizia Europea
chiedono all'Ill.mo Presidente del Tribunale di organizzare le attività del Tribunale stesso al fine di garantire comunque la fissazione e lo svolgimento di udienze monocratiche e collegiali, in modo da rispondere, altresì, nel più breve tempo possibile alle istanze provenienti dalle persone detenute e di farsi istante e garante dinanzi al Ministero di Giustizia e Dap di misure e provvedimenti più incisivi e non più rinviabili di riduzione e deflazione della popolazione carceraria, in adesione e salvaguardia sostanziale dei principi costituzionali e sovranazionali di salvaguardia dei diritti dell'uomo, in un'ottica di reale e concreta professione di etica morale e sociale per la tutela dei diritti delle persone.
quinewselba.it, 5 aprile 2020
Continua l'impegno dell'Associazione "Dialogo" a favore dei detenuti della Casa di reclusione di Porto Azzurro. Non potendo accedere al carcere, i volontari inviano dei contributi in denaro per le telefonate. Così è possibile effettuare delle ricariche telefoniche richieste da alcuni detenuti che sono stati autorizzati a uscire dall'Istituto, appena oltre il ponte d'accesso, per mezz'ora la settimana utilizzando il loro cellulare. Inoltre, in accordo con l'area della sicurezza, i detenuti possono rifornirsi dei necessari generi di vestiario, raccolti nel locale interno messo a disposizione dell'associazione. Vengono forniti vari generi alimentari, compresi quelli specifici per un giovane celiaco.
"Continua - spiega Licia Baldi, presidente della Associazione Dialogo - il servizio e la condivisione con quel mondo oggi più remoto che mai che è il carcere, con la sua umanità difficile, scartata, dolente. E in occasione dell'imminente Pasqua - che quest'anno non potrà essere celebrata con la Messa del Vescovo - ho inviato ai detenuti una lettera segno di vicinanza e di auguri, che estendo a tutto il personale penitenziario".
Questo il testo della lettera:
"In questo periodo in cui un male oscuro e inimmaginabile tiene sospese tutte le nostre vite, io, che per oltre trent'anni ho varcato le porte del carcere per condividere, sia pure in minima parte, la vostra difficile condizione, non ho altro mezzo che il pensiero e la preghiera per esservi vicina e mi servo di queste poche parole per dirvi che, insieme con le amiche e gli amici volontari dell'Associazione, aspetto con fiducia il giorno in cui potremo tornare a riprendere il filo interrotto delle nostre attività con voi.
Siate pazienti e prudenti e, forti dell'affetto dei vostri cari e dell'attenzione e della cura degli operatori penitenziari, ce la farete, ce la faremo, come dicono i manifesti appesi alle finestre di tante città e paesi d'Italia in segno di speranza e augurio per ciascuno e per la comunità tutta. Un abbraccio. Licia Baldi"
di Shadi Albairuti*
L'Espresso, 5 aprile 2020
Guardo l'Europa preoccupata per il contagio. Penso ai mesi della mia vita che ho provato a dimenticare. È una storia che parte da lontano, parte ad Hama, la mia città di origine, nel 1982. La gente della mia città in piazza contro Hafiz al Asad, il padre di Bashar. Ricordo mio padre farci una carezza sul viso e uscire in strada. Poi ricordo l'assedio e la paura. Poi ricordo il dolore di mia madre e il nostro. Furono torturati a migliaia, uno degli uomini arrestati era mio padre. Lo ricordo sulla porta che ci saluta prima di andare a protestare e poi in un sacco bianco, cadavere.
Avevo sei anni nel 1982, quando ho perso mio padre. Cresci solo con la memoria della perdita e il desiderio di vendicarti. Crescevo. E più pensavo a mio padre e cercavo nella testa il suo volto, più Assad ricopriva le nostre città con la sua immagine. Si può dire che io abbia seguito le orme di mio padre. Ho studiato economia a Dubai, lavorato a Londra, poi nel 2011 all'inizio della rivoluzione sono tornato a casa. La protesta mi chiamava, mi chiedeva di esserci. Non so se l'ho fatto più per me o per onorare la memoria di mio padre. Fatto sta che da Londra sono tornato a casa, a Hama. E quell'estate, l'estate del 2011 sono sceso in piazza, come fece mio padre.
Se dovessi descriverti il giorno in cui mi sento di essere nato, la mia seconda data di nascita, è quel giorno. Il 3 luglio 2011, quando ho visto le facce dei soldati di Assad che non credevano ai loro occhi di fronte al fiume di gente in strada.
Cosa accade se il Coronavirus arriva in un paese in guerra? Cosa accadrebbe in caso di contagio in un campo profughi? Abbiamo chiesto alle persone che in questi anni hanno accompagnato i racconti de L'Espresso nelle zone di crisi del Mediterraneo, Medio Oriente e Nord Africa, di raccontarci in prima persona cosa significhi in un paese in conflitto la prospettiva di una epidemia. Queste le loro parole
I servizi segreti di Assad hanno scoperto in fretta che ero tra gli organizzatori della rivolta e mi hanno prelevato a casa e confinato in una prigione. La prima settimana mi hanno privato del cibo e torturato con le scosse elettriche insieme ad altri detenuti. Poi mi hanno spostato in una cella singola e buia. Mi appendevano al soffitto, con i polsi legati. E restavo appeso così per ore, nudo. Dico ore ma non so quantificare, era un tempo indefinito che passavo in stato di semi incoscienza, quando ero sveglio pensavo a mia moglie che allora era incinta del nostro secondo figlio. Ero solo, tranne quando entrava uno di loro. E quando sentivo il rumore della porta che si apriva sapevo che avrebbero usato ancora cavi elettrici. Chiudevo gli occhi e pregavo Allah che durasse il meno possibile.
Ho scoperto solo quando sono uscito, dopo sei mesi, che ero finito nel carcere di Palmyra. Il carcere in mezzo al deserto, per gli oppositori politici. Escono vivi in pochi. Nel mio caso solo per soldi. La mia famiglia ha venduto tutto ciò che aveva, corrotto un alto comandante delle forze armate e mi ha salvato. Ho passato sei mesi in un centro riabilitativo in Turchia. Non muovevo più le gambe. Vomitavo ogni volta che provavo a mangiare. Incubi ogni notte. Poi ho cominciato a fare quello che potevo per la rivoluzione, finché ho potuto entrare in Siria. E poi sono scappato via.
Da allora, da quando ho messo in salvo la mia famiglia in Europa, mi dedico a sensibilizzare le persone sulle condizioni dei detenuti politici in Siria. Provo a tenere i contatti con centinaia di famiglie che aspettano da anni di avere notizie dei propri cari. Figlie che contano i giorni. Qualcuno, come Wafa Mustafa, ne ha contati 2464, sette anni in attesa di una notizia su suo padre.
Nelle carceri del regime, oggi, ci sono ancora decine di migliaia di persone. Oppositori politici, manifestanti, attivisti. Spariti, semplicemente prelevati, rapiti, e spariti. I sopravvissuti stanno subendo quello che io ho subito per sei mesi a Palmyra nel 2011. E nelle carceri, come Saydnaya, se non si muore di torture si muore di sete. Si muore di fame. Si muore di infezioni. Si muore di diarrea. Si muore perché non c'è spazio per respirare, tanto sono sovraffollate. Un virus come questo, in un carcere siriano, significa una condanna a morte certa. Veloce, silenziosa più del silenzio che già copre il destino di tutti i prigionieri.
Nelle carceri siriane non c'è luce. Ci sono esseri umani lasciati nudi in mezzo ai propri escrementi. Donne stuprate sistematicamente. Ecco, in un carcere siriano non credo sia mai entrato un medico. Ma un contagio può entrare, può entrare velocemente, entra con l'aria e fuori, sparsi nell'esodo o costretti ancora in Siria, ci sono centinaia di migliaia di famiglie che oggi si stanno chiedendo di cosa siano destinati a morire i propri cari. Se sarà una scossa elettrica a portarli via, un'ultima bastonata fatale, o l'impossibilità di respirare, effetto del virus. Per quello non possiamo smettere di chiederci cosa ne è stato di loro, cosa ne sarà di chi non può chiedere aiuto, scappare, salvarsi.
*Rifugiato siriano in Olanda (a cura di Francesca Mannocchi)
- Busto Arsizio. Fine pena ai domiciliari e ingressi in netto calo: detenuti sotto quota 400
- Siracusa. Il Garante dei detenuti: "situazione di affollamento e assenza di mascherine"
- Genova: Il posto più sicuro è il carcere di Marassi. La direttrice: dentro zero contagiati
- Pisa. Il carcere "Don Bosco" e quelle sbarre doppie
- Biella. Tavolo carcere: "Siamo preoccupati per la salute dei detenuti e delle famiglie"










