Il Riformista, 4 aprile 2020
L'appello della mamma di un detenuto. Riceviamo e pubblichiamo la lettera della mamma di J. (lo chiameremo con l'iniziale del suo nome): 44enne, da 6 mesi detenuto in attesa di giudizio nel carcere romano di Regina Coeli.
J. è incensurato. È accusato di un reato contro il patrimonio. Soffre di asma ed è fortemente obeso, patologie che lo rendono un soggetto particolarmente esposto al contagio. L'Oms, nel rapporto sulla prevenzione del Covid nei luoghi di detenzione, dice che è necessario prestare maggiore attenzione al ricorso a misure non detentive in tutte le fasi dell'amministrazione della giustizia penale; aggiunge che la priorità dovrebbe essere data alle misure non detentive "per i presunti colpevoli", come J. Il giudice però ha rigettato la sua richiesta di arresti domiciliari. Quindi J. resta in cella. E davvero non si capisce perché.
Sono una mamma come tante in questo momento che ha un figlio in custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli a Roma, in attesa di un processo che non si sa quando verrà celebrato. Sono una mamma che in questi ultimi mesi si è trovata davanti un muro che non riesce a buttar giù, per dare spazio al "buon senso" che la situazione che il nostro Paese sta vivendo in questo momento ci impone di usare. E mi rivolgo a tutte le Autorità che hanno il potere di risolvere la situazione di mio figlio e quella di tante altre persone che, come lui, sono in attesa di giudizio e da considerarsi innocenti fino a prova contraria.
J. è accusato di un reato patrimoniale (ancora da dimostrare) e non certo di reati violenti o di particolare allarme sociale ed è incensurato. Per come lo conosco, da madre, posso dire che mio figlio ha sempre vissuto con e per gli altri. Ma so che questo non conta per chi giudica Non è mia intenzione difenderlo ad oltranza. Verrà giudicato per quello che ha fatto o non ha fatto. In questo momento, sono qui ora a chiedere solo di dare vita ed applicazione alla nostra Costituzione, nella quale non è prevista la pena di morte! Ho vissuto tredici anni in Argentina dal '75 all'88. So cosa vuol dire la pena di morte... e in quegli anni mi sono sempre sentita orgogliosa di essere Italiana, di appartenere ad un popolo che lotta per i Diritti Umani e la vita!
Ma oggi che lottiamo contro la minaccia del Covid-19, parlo di condanna a morte perché scientemente si stanno esponendo i detenuti tutti ad una infezione che può portare anche alla morte. È ormai di dominio pubblico, che le nostre carceri siano sovraffollate, che al loro interno non sia possibile tenere le distanze di sicurezza, né ci sono mascherine e guanti per tutti. E quando dico tutti intendo tutti: detenuti, personale della Polizia Penitenziaria e tutti gli operatori delle Case Circondariali. Anche loro in questo momento mettono a rischio la propria stessa vita. Mio figlio ha problemi di salute seri, perché portatore di patologie segnalate dalla Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Governo Britannico come condizioni che aggravano notevolmente il decorso della malattia, in caso di contagio da Coronavirus.
Soffre da tanti anni di asma (certificata dal medico di base che lo segue da anni, e da uno pneumologo che lo ha visitato da poco in cella), e di obesità con l'Indice di Massa Corporea 41 (obesità di terzo grado). Per questa ragione abbiamo chiesto, attraverso i suoi difensori, non già di liberarlo, ma quanto meno di mandarlo a casa agli arresti domiciliari fino a quando si terrà il processo. Ma i nostri ripetuti appelli son caduti nel vuoto, senza altre spiegazioni esaustive e che abbiano valore superiore al rischio della vita. Non riesco a capire come si possa continuare a negargli i domiciliari quando esiste un'alternativa assolutamente valida rispetto al carcere, che possa garantire il rispetto delle prescrizioni dell'Autorità Giudiziaria, ma anche consentirgli di non esporsi ad un grave pericolo per la propria vita. Non sto chiedendo di azzerare la sua posizione, non sto chiedendo di non fare un processo. Sto implorando di non farlo morire in carcere per un contagio che non perdona.
E forse dopo il processo potrebbe essere anche scagionato! Chi ridarà la vita a mio figlio allora? Chi mi risarcirà per la sua perdita? E che importa il denaro che potrei avere, se non avrò più lui? A chi dovrò chiedere conto della sua vita? Al Pm, al Gip, al Ministro della Giustizia? A chi? Già questa epidemia ci fa vivere sospesi e senza certezze, ma il saperlo lì a rischio ancora maggiore mi fa impazzire. Posso sentire la pena e il dolore. Non lo posso vedere, non posso parlargli perché può fare solo una telefonata a settimana di 10 minuti Avete dei figli? Se li sapeste in pericolo di vita che cosa fareste? Lo chiedo come mamma di un detenuto non condannato. Che ironia sarebbe se alla fine risultasse innocente e fosse morto per coronavirus in carcere!
Mi chiedo come coloro che decidono sulle sorti di chi è detenuto possano dormire sereni, sapendo che il virus può arrivare domani, subdolamente, e palesarsi quando ormai è tardi per fare qualcosa. Cosa frena tutti dal prendere decisioni serie ed emergenziali? Ci vuole coraggio nei momenti di crisi per prendere le decisioni giuste, forse non accolte dal favore di tutti, ma che seguono valori veri e rimettono al centro l'Uomo. Ecco io vi chiedo di prendere una di queste decisioni che possano restituire valore alla vita e che la riconoscono come bene supremo. Vi chiedo di mandare a casa, agli arresti domiciliari mio figlio e tutti coloro in situazioni simili, non pericolosi per gli altri! Accanirsi con un diniego trovo che sia ingiusto, inumano, senza senso. Il nostro Presidente Mattarella lo ha indicato; il nostro Santo Padre Papa Francesco lo ha chiesto apertamente. A nome di tante mamme, vi supplico affinché non abbiamo a piangere i nostri figli!
D.B.
oglioponews.it, 4 aprile 2020
La testimonianza di un ex detenuto. "Il 21 febbraio - racconta ancora - alle quattro e mezza mi hanno svegliato: sei partente, vai a Cremona. Lo stesso giorno è scoppiato l'allarme per il primo ammalato a Codogno e hanno sospeso tutti i trasferimenti. Così l'allarme per il virus l'ho vissuto tutto a Cremona, nel carcere nuovo, vicinissimo al primo focolaio".
"La gente fuori non si immagina quale possa essere la situazione dentro le carceri. Non so se è più la rabbia o la paura. Hanno blindato tutto, hanno tolto le speranze a chi le aveva e ora la situazione è destinata a esplodere". Inizia così la testimonianza, raccolta da Il Giornale, di un pluripregiudicato milanese, passato dal carcere di Cremona (ora è agli arresti domiciliari, ndr) durante i giorni in cui veniva scoperto il primo caso di coronavirus a Codogno ed esplodeva l'epidemia.
"Il 21 febbraio - racconta ancora - alle quattro e mezza mi hanno svegliato: sei partente, vai a Cremona. Lo stesso giorno è scoppiato l'allarme per il primo ammalato a Codogno e hanno sospeso tutti i trasferimenti. Così l'allarme per il virus l'ho vissuto tutto a Cremona, nel carcere nuovo, vicinissimo al primo focolaio". Questa la realtà che ha trovato: "La prima decisione del ministero è stata di bloccare tutti i colloqui con i parenti, tutti i permessi, tutto il lavoro all'esterno. Chi non vive la realtà del carcere, non immagina cosa voglia dire la sparizione dei colloqui. Dentro si vive nell'attesa, tra un colloquio e l'altro. Adesso stop. Hanno alzato da quattro a nove le telefonate, ma che te ne fai della telefonata quando eri abituato a vedere in faccia tua moglie e i tuoi figli?".
Non regge, secondo il milanese, la spiegazione di proteggere i detenuti dal virus: "Non è che il carcere è diventato improvvisamente un ambiente sterile dove non entra e non esce nessuno. Gli agenti della polizia penitenziaria entrano ed escono tutti i giorni, vanno a casa, vedono gente: quando la mattina entrano in carcere possono essere infetti, né più né meno di un nostro parente. Portano le mascherine, è vero. Allora perché non fare i colloqui con le mascherine?".
L'ex detenuto di Cremona racconta ancora come nella casa circondariale si vivesse tra la rabbia e la paura di contrarre il Covid-19: "Ai semiliberi hanno concesso la detenzione domiciliare, invece loro sono tornati dentro. Risultato: aumento del sovraffollamento in un carcere, come Cremona, già fuori dai limiti. Nella zona vecchia hanno aggiunto una branda per cella, in alcune anche due. Questo non ha fatto altro che aumentare il panico da epidemia". "Qual è il risultato? - conclude - Che la gente sta chiusa in cella per evitare contatti: alle undici del mattino, quando si fa il passeggio all'aria, un sacco di detenuti preferiscono non scendere perché non sai mai chi incontri. Ma tanto se non vai tu va quello della cella accanto che poi ti ritrovi in reparto. Così io al passeggio continuavo ad andarci".
di Elisabetta Burla*
triesteallnews.it, 4 aprile 2020
E siamo giunti a leggere la prima notizia di decesso di un detenuto per Coronavirus. Una notizia che, forse, la maggior parte delle persone leggerà distrattamente, qualcuno commenterà cinicamente riflettendo che tanto "era un delinquente" e cosa sarà mai, sono morte così tante persone, brave persone, oneste, che non avevano fatto nulla di male, perché mai dare attenzione a un fatto del genere. Non ci si aspetta che la popolazione possa capire la delicatezza del momento, non ci si aspetta comprensione - la politica della sicurezza ha ormai infettato il pensiero di molti - ci si aspetta un ragionamento, la logica e, se vogliamo, un intervento utile, non per i detenuti, per tutti.
I detenuti sono al sicuro, chiusi nelle carceri, limitati nei loro spostamenti tra una cella e lo spazio comune dei tratti, una convivenza forzata tra persone sconosciute con cui condividere tutto: il tavolo su cui mangiare, la pentola, gli sgabelli, il telecomando (eh sì, hanno la televisione), il bagno. In numero ben più considerevole si usano, in comune, le docce. Gli spazi sono limitati, la distanza sociale di 1 metro è impensabile da rispettare e la quarantena, che tutti noi della società libera, rispettiamo - e a dirla con onestà non sempre, visti i numerosi controlli e le violazioni riscontrate dalle Forze di Polizia - non si può effettuare. Non si può!
Il carcere non è un mondo a parte, non è una società autosufficiente, estranea e isolata dal resto, è una parte del tutto. Agenti della Polizia Penitenziaria entrano e escono dagli Istituti a seconda dei turni e degli incombenti; il personale civile e amministrativo, in genere, si reca in carcere per svolgere la propria attività lavorativa per poi tornare a casa; alcune udienze continuano a svolgersi, e alcuni detenuti sono ancora accompagnati presso le aule dei tribunali o delle corti d'appello, la videoconferenza non sempre funziona e non in tutte le realtà è attiva; la posta deve essere consegnata; l'acquisto dei generi di sopravvitto non può essere sospesa e la cucina per assicurare i pasti quotidiani deve pur rifornirsi dei generi alimentari necessari: altre persone che entrano, consegnano; e i medici e gli infermieri? Certo, anche loro entrano ed escono dal carcere come prima, e come sarà dopo questo periodo di pandemia per visitare e curare tutte le altre patologie di cui soffrono le persone che sono recluse. Patologie anche importanti.
E ci sono i nuovi giunti, coloro che vengono arrestati e che entrano in carcere o che vengono trasferiti per motivi disciplinari, di sicurezza. Il sovraffollamento non consente di isolarli, non succede praticamente mai. È impossibile per gli spazi a disposizione.
Ecco, non sono i detenuti che già si trovano reclusi nel singolo istituto, che possono essere il veicolo del contagio; sono tutte le altre persone che entrano che possono costituire il veicolo di contagio. E tutte queste persone che entrano e escono, che sono state e sono in contatto con altri, che continuano la loro vita, con i limiti imposti dalla quarantena, ma che si spostano sul territorio, quali protezioni hanno? Praticamente nessuna.
Da febbraio 2020 i vertici dell'amministrazione penitenziaria hanno prescritto l'adozione dei dispositivi di protezione individuali (gel disinfettante, guanti, mascherine); fino a poco tempo fa si era fortunati ad avere il sapone, ora si vedono i distributori di gel disinfettante, qualcuno usa i guanti, le mascherine sono state oggetto di vivaci proteste. E sono assolutamente fondate. Una striscia di tessuto, sarà anche quello funzionale allo scopo, con due fori all'estremità dove infilare le orecchie; poco importa che ognuno ha una sua conformazione: faccia pasciuta, testa grande, naso pronunciato, le orecchie non possono fare ingresso nelle fessure, la mascherina non si può adoperare; faccia minuta, lineamenti sottili, le orecchie anche entrano nelle fessure ma la striscia può penzolare. Non parliamo dell'adesione al volto, praticamente impossibile anche per i pochi che dovessero rispondere alle "misure" della mascherina.
Mascherine che - da molte fonti - apprendiamo essere lo strumento più efficace per evitare di diffondere il virus, mascherine quindi che dovrebbero proteggere le persone detenute che vivono in quella bolla che molti considerano estranea al resto del mondo.
Ma che succede se in quel mondo dovesse diffondersi il virus?
Ecco dovranno essere necessariamente trasportati in un luogo ove sia possibile l'isolamento e offrire le cure adeguate, negli ospedali. E allora il problema - forse - sarà compreso anche da coloro che non vogliono capire, che non vogliono comprendere. Sarà il caso che anche nelle carceri s'inizi ad effettuare i tamponi al personale - soprattutto a quello che entra in contatto con i detenuti - e che sia dotato di dispositivi di protezione individuale adeguati ed efficaci; sarà il caso che i tamponi vengano effettuati anche ai nuovi giunti con l'ulteriore previsione di vederli collocati in tratti diversi per un periodo di quarantena. Forse non ci si rende conto che detenuti e personale tutto sono delle persone, hanno dei genitori, dei fratelli, dei coniugi/conviventi, dei figli, sono preoccupati per la loro salute e per quella dei loro cari, sono in apprensione per quanto potrebbe accadere. Si chiede responsabilità e rispetto delle regole, si crede sia doveroso dare un segnale di responsabilità e di rispetto delle regole - incidentalmente disposte proprio da coloro che al momento non ne garantiscono l'adozione.
*Garante comunale dei diritti dei detenuti di Trieste
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 4 aprile 2020
Nella zona di confine di Gorizia, il coronavirus acuisce l'emergenza. La prima cittadina Linda Tomasinsig: "Nel Cpr non c'è abbastanza sorveglianza sanitaria. Niente regole per chi esce per decorrenza dei termini". "Ho reso pubblico il caso del detenuto nigeriano trasferito dal carcere di Cremona nel "nostro" Centro per il rimpatrio, e risultato poi positivo al Covid-19.
A un sindaco spetta vederci chiaro e tutelare il diritto alla salute di tutti, dei cittadini, dei lavoratori e dei reclusi". Linda Tomasinsig è la sindaca di Gradisca d'Isonzo, democratica, 45 anni, biologa. Ha denunciato in un post su Facebook una situazione che rischia di diventare fuori controllo, quella dei due centri di Gradisca, il Cpr dove si trattengono gli immigrati irregolari in vista dell'espulsione e il Cara, per i richiedenti asilo.
Ha scritto una lettera ai ministri dell'Interno Luciana Lamorgese e della Salute, Roberto Speranza, al prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello e al governatore del Friuli, Massimiliano Fedriga. Il Cpr di Gradisca è anche oggetto di un'interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Magi di +Europa. Nella zona di confine di Gorizia, il coronavirus acuisce l'emergenza.
Sindaca Tomasinsig, il Cpr è un'emergenza nell'emergenza?
"Dove c'è promiscuità la situazione si aggrava, è evidente. Ma soprattutto io ho chiesto e chiedo che il livello di sicurezza dal punto di vista sanitario del Cpr sia massimo. E poi va affrontato dal governo il problema delle uscite dal Cpr per decorrenza dei termini, come è accaduto nelle settimane passate, perché anche lì le cose finiscono fuori controllo".
Ma i rifugiati e i richiedenti asilo non saranno messi in mezzo alla strada, anche se il tempo di permanenza nei centri ad hoc è scaduto.
"Così sembra. Il mio allarme infatti è per il Centro di espulsione degli irregolari, il Cpr, che attualmente ha 45 reclusi e vi lavorano decine di persone"
Cosa è successo esattamente nel Cpr di Gradisca?
"Da dicembre è stato aperto questo Centro per il rimpatrio. Qui peraltro a gennaio è morto un detenuto ed è stata aperta un'inchiesta. Ci sono state rivolte, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo. La tensione è alta. E nelle scorse settimane dal carcere di Cremona è stato trasferito un detenuto nigeriano, in attesa appunto dell'espulsione. Stava male. È risultato positivo al Covid-19, mi è stato garantito che è stato messo in isolamento. Poi è stato trasferito in ospedale. Ho reso pubblica la vicenda perché non si scherza con la salute di nessuno, sia di chi sta dentro recluso, che dei lavoratori - che vanno e vengono - e della cittadinanza tutta di Gradisca".
Secondo lei non c'è abbastanza sorveglianza sanitaria?
"La sorveglianza deve essere massima. Il Cpr va monitorato ancora di più dello stesso Cara, ovvero del centro per i rifugiati e richiedenti asilo, limitrofo, dove ci sono 180 migranti. Ma quello che io temo, e su cui sto cercando di richiamare l'attenzione, è: cosa succede ai reclusi se, scaduta la decorrenza dei termini, vengono messi fuori".
Cosa ha scritto esattamente a Viminale e al ministero della Salute?
"Ho lanciato l'allarme. Il progressivo rilascio per decorrenza dei termini delle persone trattenute, che d'altra parte non possono lasciare il territorio nazionale per la chiusura dei confini, come si gestisce? Vagano e dormono all'addiaccio? Quali sono le loro condizioni di salute? Sono stati in precedenza in quarantena o lo devono essere? O vale anche per loro il non rilascio? Per noi la difficoltà è enorme e non abbiamo neppure le informazioni complete".
I contagi a Gradisca sono molti?
"Sono dieci su 6.500 abitanti, per fortuna. In generale in Friuli Venezia Giulia l'emergenza coronavirus pur grave, lo è meno che nelle regioni più colpite della Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. I nostri cittadini si sono armati di molto senso civico e rispettano le ordinanze di contenimento".
Lei ha varato misure particolari?
"No, ho recepito quanto governo e Regione hanno deciso. Onestamente non c'è bisogno di moltiplicare la confusione".
ilsussidiario.net, 4 aprile 2020
Triste aggiornamento dal Regno Unito, da cui rimbalza la notizia della morte di un terzo carcerato risultato positivo al Cronavirus. Il settantasettenne è morto in ospedale venerdì e presentava un quadro clinico aggravato dalla presenza di alcune patologie pregresse. Nel frattempo, l'ex ispettore capo delle carceri Lord Ramsbotham ha chiesto il rilascio anticipato di alcuni detenuti che scontavano pene brevi per aiutare i penitenziari sovraffollati a fronteggiare l'emergenza epidemiologica. Lord Ramsbotham si è detto "molto preoccupato" per gli effetti della crisi sulle carceri del Paese, dicendo che "il personale carcerario, numericamente ridotto dal virus, non è in grado di gestire la crisi".
Le sue considerazioni sono state messe nero su bianco all'interno di una lettera indirizzata al "Daily Telegraph" e scritta con una coalizione interpartitica di 50 membri della Camera dei Lord, poliziotti ed esponenti di spicco del mondo accademico e della beneficenza, che hanno tutti esortato i ministri a sospendere le pene detentive brevi.
Ieri si è toccato tristemente il nuovo record di aumento giornaliero di decessi in Gran Bretagna, sono morte infatti altre 569 persone positive al coronavirus in UK. Crescono i numeri dell'epidemia per i sudditi della Regina, ormai anche in Gran Bretagna si è vicinissimi alla quota di 3.000 vittime, con il dipartimento della Salute britannico che ha ufficializzato che i casi accertati di covid-19 sono 33.718.
di Valeria Dalcore
valoreresponsabile.startupitalia.eu, 4 aprile 2020
Nell'etichetta "cose belle fatte in carcere" c'è una storia di artigianato e di inserimento lavorativo di persone svantaggiate: i sarti detenuti nel carcere di Milano Opera hanno iniziato a produrre mascherine per la tutela di chi vive e lavora in carcere.
Un lavoro di squadra, anche con gli agenti di polizia. Mascherine per agenti e detenuti, cucite con sapienza da altri detenuti: la sartoria sociale maschile del carcere di Milano-Opera si è messa al lavoro per aumentare la protezione di chi vive il carcere e chi vi presta servizio. Si chiama Borseggi, ed è una storia di artigianato nata più di 6 anni fa, già nota per l'etichetta "cose belle fatte in carcere". Un nome che gioca sul filo dell'ironia ma che anche e soprattutto un riscatto sociale che nel lavoro e nelle competenze trova il suo motore quotidiano.
I detenuti sarti, che normalmente confezionano borse, abiti, cuscini e grembiuli hanno immediatamente riconvertito la produzione dando vita a centinaia di mascherine con tessuti di cotone pesante ed elastici, per gli oltre mille detenuti e con loro con loro anche centinaia di agenti, lavoratori attivi e indispensabili per garantire la sicurezza delle carceri che devono tutelare se stessi e le loro famiglie. Nonostante queste mascherine in stoffa non siano un dispositivo medico-sanitario sono utili come barriera per coprire le vie aeree, se si rispettano tutte le precauzioni dettate dagli esperti, e soprattutto rappresentano un oggetto simbolico, frutto di un gesto di solidarietà e di speranza.
Borseggi, progetto di Opera in Fiore per dare dignità con il lavoro - La sartoria Borseggi, che si racconta anche su Facebook e Instagram, è nata da un'idea della cooperativa sociale Opera in Fiore che dal 2004 promuove l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. "Sono giovani che scontando la loro pena mettono cuore e cervello nel lavoro, e hanno capito subito che il momento critico richiedeva la loro collaborazione. Si sono messi autonomamente all'opera, con il supporto prezioso degli agenti di Polizia Penitenziaria, veri e propri lavoratori di trincea che partecipano e collaborano con grande spirito di dedizione perché i sarti possano continuare a lavorare e gli arrivino i tessuti per continuare a confezionare mascherine" ci racconta Elisabetta Ponzone, socia della cooperativa e referente di Borseggi, progetto nato per aiutare i detenuti attraverso lavoro vero e retribuito a contratto, che occupa giovani tra i 26 e i 35 anni condannati a scontare lunghe pene. Essere occupati in una missione, prendendosi cura di un prodotto artigianale, aiuta anche a riflettere su sé stessi, dà obiettivi e dignità alla loro esistenza. Bottega artigianale già attiva da tempo con ritmi di produzione organizzati, si mette alla prova nell'emergenza dimostrando di aver appreso un mestiere e di saperlo adattare con spirito di comunità.
Ci parla anche dell'enorme stress a cui sono già normalmente sottoposti gli operatori degli istituti penitenziari, che aumenta considerevolmente in queste settimane di isolamento. "I detenuti sono preoccupati per la loro salute, sono lontani dai loro affetti e non hanno contatti con le famiglie, e lo sono altrettanto gli agenti". Per questo un gesto di cura come il confezionamento di una semplice mascherina può dare un segnale positivo anche tra celle e rigorosa quotidianità.
amnesty.it, 4 aprile 2020
Amnesty International ha sollecitato le autorità tunisine a valutare urgentemente la riduzione del numero di persone in stato di fermo per aver violato le misure sanitarie di emergenza atte a prevenire la diffusione del Covid-19. Il 31 marzo, il presidente Kais Said ha concesso una grazia straordinaria a 1.420 detenuti con lo scopo di ridurre il rischio di contagio da Covid-19 nelle carceri. Sebbene si tratti di un'azione importante c'è ancora molto da fare per proteggere i detenuti, che restano a rischio durante il periodo di detenzione preventiva e di fermo da parte della polizia.
Dopo l'annuncio del primo ministro Elyes Fakhfakh di un lockdown nazionale a partire dal 22 marzo, la polizia ha arrestato almeno 1.400 persone per aver violato il coprifuoco o le misure di isolamento. "Comprendiamo che chiunque violi il lockdown e le misure di distanziamento sociale potenzialmente mette a rischio il lavoro dello stato per il contenimento della diffusione del Covid-19", ha dichiarato Amna Guellali, vice direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.
"Ma l'arresto di un numero ancor maggiore di persone, considerato l'elevato rischio di trasmissione, mette in pericolo la loro salute e può solo contribuire a peggiorare ulteriormente l'attuale crisi sanitaria", ha aggiunto Amna Guellali. Le autorità dovrebbero prendere in considerazione l'idea di rilasciare più detenuti, soprattutto coloro che si trovano in regime di detenzione preventiva e chi è particolarmente a rischio come i detenuti più anziani o coloro che presentano patologie pregresse.
Amnesty International ha raccomandato alle autorità tunisine di prendere in considerazione l'adozione di misure di tipo non detentivo per le persone accusate di violazione delle misure di emergenza prese dallo stato per controllare la diffusione del virus. Per ridurre l'esposizione dei detenuti al Covid-19, le autorità dovrebbero, inoltre, evitare il sovraffollamento nei centri penitenziari di polizia o nelle celle dei tribunali. "Le condizioni igieniche e i servizi sanitari nelle carceri e nei centri penitenziari sono molto scarse. Le persone, spesso, si trovano in celle sovraffollate dove mantenere le distanze fisiche è praticamente impossibile", ha concluso Amna Guellali.
Ulteriori informazioni - Le tristemente note cattive condizioni e il sovraffollamento delle carceri tunisine rappresentano una grande preoccupazione per la diffusione del contagio da Covid-19. Secondo i dati del governo, le prigioni tunisine alla fine del 2018 ospitavano 22.600 detenuti, superando la capacità massima di 17.700 carcerati. Fino al 50 per cento di tutti i detenuti è in regime di detenzione preventiva e migliaia sono in stato di arresto per reati minori e non violenti, come l'uso o il possesso di sostanze stupefacenti. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, la popolazione carceraria è particolarmente esposta alle malattie infettive come il Covid-19 e le condizioni di detenzione possono accrescere i rischi.
Il 25 marzo, Michelle Bachelet, Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha ammonito i governi delle conseguenze catastrofiche sia per i detenuti che per le comunità nel caso in cui non si affrontino le problematiche di sovraffollamento delle carceri e delle scarse condizioni di detenzione durante la pandemia di Covid-19. In ottemperanza agli standard e al diritto internazionale alle condizioni di detenzione, le autorità tunisine dovrebbero garantire a tutti i detenuti un pronto accesso all'assistenza medica. I detenuti dovrebbero godere delle stesse condizioni sanitarie a disposizione dei cittadini fuori dalle carceri, anche in materia di esami, prevenzione e cura del Covid-19.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 aprile 2020
Ieri Ciham Ali ha compiuto 23 e ha trascorso l'ennesimo compleanno in una delle congestionatissime carceri dell'Eritrea. All'angoscia di essere diventata grande in prigione si aggiunge la paura di morirci. Di Covid-19.
Ciham Ali è stata arrestata quando aveva 15 anni, alla fine del 2012, poco dopo che suo padre - all'epoca ministro dell'Informazione del governo del presidente Afewerki - decise di abbandonare l'incarico e andare in esilio. Lei non ha commesso alcun reato, se non quello - inesistente per il diritto internazionale - di "parentela", aggravato dalla circostanza che ha anche un passaporto statunitense: infatti è nata negli Usa ma è cresciuta in Eritrea.
Da quasi otto anni Ciham non vede un avvocato né incontra la famiglia, che non sa neanche dove si trovi. Nello "stato-prigione" del Corno d'Africa, come raccontiamo da anni, languono migliaia di detenuti politici, giornalisti, fedeli di religioni messe al bando. Come Ciham Ali, non sono mai stati processati e sono senza contatti col mondo esterno, alcuni ormai da 20 anni.
Le condizioni di prigionia sono così dure che Amnesty International le ha classificate tra i trattamenti crudeli, inumani e degradanti: le carceri sono sovraffollate, le forniture di acqua corrente, acqua potabile e cibo non scarse e i servizi igienico-sanitari insufficienti e inadeguati. Al 2 aprile, i casi ufficiali di coronavirus nel paese erano 22.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 4 aprile 2020
Ieri Ciham Ali ha compiuto 23 e ha trascorso l'ennesimo compleanno in una delle congestionatissime carceri dell'Eritrea. All'angoscia di essere diventata grande in prigione si aggiunge la paura di morirci. Di Covid-19.
Ciham Ali è stata arrestata quando aveva 15 anni, alla fine del 2012, poco dopo che suo padre - all'epoca ministro dell'Informazione del governo del presidente Afewerki - decise di abbandonare l'incarico e andare in esilio. Lei non ha commesso alcun reato, se non quello - inesistente per il diritto internazionale - di "parentela", aggravato dalla circostanza che ha anche un passaporto statunitense: infatti è nata negli Usa ma è cresciuta in Eritrea.
Da quasi otto anni Ciham non vede un avvocato né incontra la famiglia, che non sa neanche dove si trovi. Nello "stato-prigione" del Corno d'Africa, come raccontiamo da anni, languono migliaia di detenuti politici, giornalisti, fedeli di religioni messe al bando. Come Ciham Ali, non sono mai stati processati e sono senza contatti col mondo esterno, alcuni ormai da 20 anni.
Le condizioni di prigionia sono così dure che Amnesty International le ha classificate tra i trattamenti crudeli, inumani e degradanti: le carceri sono sovraffollate, le forniture di acqua corrente, acqua potabile e cibo non scarse e i servizi igienico-sanitari insufficienti e inadeguati. Al 2 aprile, i casi ufficiali di coronavirus nel paese erano 22.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 3 aprile 2020
A Bologna il primo detenuto positivo morto. La Uilpa: "Gestione diretta del governo". Lettera dai reclusi di Rebibbia: "Non chiediamo indulto, ma trattamenti e più domiciliari". È morto all'ospedale Sant'Orsola di Bologna - non in carcere, è l'unica nota consolatoria di una brutta notizia purtroppo attesa - ed è il primo, un detenuto positivo al Coronavirus. Secondo le stime della Uil-Pa, il sindacato di polizia penitenziaria che ha divulgato la notizia ieri, "è solo l'inizio". Secondo il segretario nazionale Gennarino De Fazio, che accusa il Dap di "oscurantismo sui dati reali", il virus "sta già dilagando nelle carceri".










