poliziapenitenziaria.it, 3 aprile 2020
Un Assistente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria, di 46 anni, originario della Campania e da molti anni in servizio nel carcere di Como, si è tolto la vita a Cantù, dove viveva con la famiglia. A darne notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Siamo sconvolti: sembra non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato italiano", dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe. "Siamo sconvolti. L'uomo era benvoluto da tutti, sempre allegro e simpatico. Faceva servizio nelle sezioni detentive, a turno, ed era da circa sei anni in servizio a Como, dopo altre esperienze lavorative (anche a Milano San Vittore). Nessuno mai ha percepito un suo disagio".
di Gianni Catania
siracusaoggi.it, 3 aprile 2020
Un detenuto si è tolto la vita nel carcere di Cavadonna, a Siracusa. L'uomo, originario della provincia di Palermo, era in detenzione dal 2013 e - secondo quanto si apprende - avrebbe dovuto scontare gli ultimi anni della sua condanna. Nella tarda serata di ieri ha però deciso di farla finita. Si sarebbe impiccato nella sua cella. Inutili, purtroppo, i tentativi di soccorso.
ansa.it, 3 aprile 2020
È morto all'ospedale Sant'Orsola di Bologna un detenuto positivo al Covid 19. È la prima vittima tra i reclusi. A quanto si apprende da fonti penitenziarie l'uomo era agli arresti domiciliari presso il nosocomio. L'uomo, un italiano di 77 anni, era ricoverato da giorni nell'Unità operativa Medicina d'Urgenza del Sant'Orsola. Durante il ricovero era stato sottoposto a tampone naso-faringeo che aveva dato esito positivo.
Altri due detenuti del carcere di Bologna sono positivi al Coronavirus e sono in isolamento. Positivo anche un agente della Polizia penitenziaria dello stesso istituto. Altri 4 detenuti, entrati in contatto con quelli ora in isolamento, sono in "domiciliazione fiduciaria" cioè in quarantena. In "domiciliazione fiduciaria" ci sono inoltre altri tre poliziotti penitenziari. Lo riferisce Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà. Nel carcere di Bologna, sempre secondo quanto informa il Garante, sono stati effettuati 150 tamponi, 92 su persone detenute e 58 su poliziotti.
Il detenuto morto a Bologna era un siciliano di 76 anni, Vincenzo Sucato. Arrestato nel blitz antimafia Cupola 2.0 e considerato reggente della famiglia mafiosa di Misilmeri. Sucato si trovava in una cella dell'istituto penitenziario di Bologna da dicembre 2018. Sucato sembra fosse affetto da altre patologie e aveva anche difficoltà respiratorie. Entrato in ospedale, dunque, non come paziente Covid-19, è stato comunque sottoposto a tampone, risultando positivo.
Nel frattempo, il 28, ha avuto, su decisione del giudice siciliano, gli arresti domiciliari in ospedale. "Era in cella con un altro detenuto, asintomatico, che è in isolamento in carcere, così come le altre persone che avevano avuto contatti con lui", spiega all'Ansa Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna.
Il Mattino, 3 aprile 2020
Allarme carceri, arriva la svolta tamponi: 12mila dovrebbero essere effettuati sulla Polizia penitenziaria e i detenuti. "Su indicazione congiunta di tutti i sindacati i test verranno eseguiti sul personale di tutta la Campania, al fine di scongiurare scoppi di focolai da coronavirus all'interno dei penitenziari campani", fa sapere il vice segretario regionale della Campania dell'Osapp Luigi Castaldo.
Un obiettivo raggiunto, spiega Castaldo, grazie al clima di collaborazione instaurato con il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Campania Antonio Fullone e con il direttore generale della sanità regionale campana Postiglione. L'Osapp, "ringrazia ed elogia lo spirito di Corpo e la solidarietà dimostrata da tutto il personale di Polizia Penitenziaria in questo travagliato periodo storico, dove ci si aspetta dal Governo scelte tempestive e coraggiose, nonché maggiori risorse umane ed economiche".
Si spera ora che la decisione di effettuare i tamponi possa servire ad allentare la tensione nelle carceri napoletane. È dell'altro giorno la battitura delle sbarre a chiedere l'indulto e Poggioreale, rito di protesta che consiste, per chi è carcerato, nel percuotere le sbarre con oggetti di metallo per fare rumore e far sentire la propria voce. Da casa invece i familiari si sono fatti sentire con mestoli e pentole. L'appello, che ha raccolto "like" e condivisioni, è stato pubblicato sul gruppo "Parenti e amici dei detenuti a Poggioreale, Pozzuoli e Secondigliano".
"I detenuti gridano tutti salvi! Tutti a casa! - si legge sul post - facciamo una battitura dai nostri balconi, come loro fanno contro quelle maledette sbarre, appendiamo striscioni per amplificare le loro grida...". Questo flash mob "diffuso" non ha costretto l'amministrazione penitenziaria a rafforzare il personale già incrementato per le rivolte ma il livello di attenzione è comunque alto.
di Annalisa Cretella
agi.it, 3 aprile 2020
Il garante Carlo Lio: "Un grande gesto di umana solidarietà quello che arriva da un penitenziario dove si devono fare i conti con le celle troppo piene". I detenuti del carcere di Monza si sono detti "disponibili qualora ci fosse la necessità a prestarsi come donatori di sangue". Lo hanno annunciato al garante dei detenuti per la Lombardia Carlo Lio, che questa mattina è andato a parlare con un gruppo di loro, nel penitenziario, collegandosi, via Skype anche con il garante nazionale Mauro Palma. Per Lio, intervistato dall'Agi, si tratta di "un grande gesto, di umana solidarietà quello che arriva da Monza. Anche lì, come in tutti i penitenziari del Paese, si devono fare i conti con le celle troppo piene. Che in questo periodo di emergenza sanitaria si possono trasformare in pericolosi focolai di contagio. Durante l'incontro, alcuni detenuti si sono fatti portavoce delle richieste di tutti: fare chiarezza sulla possibilità che ci sia un indulto. Possono sperare oppure no? La risposta non è stata velata. "No" indulto e amnistia sono misure impossibili in questo periodo, "è folle".
"Per l'indulto - spiega Lio - non ci sarebbero i numeri necessari in Parlamento e neanche la volontà politica". La situazione non è migliorata con le misure varate dal governo con il decreto Cura Italia per ridurre il sovraffollamento carcerario e così il rischio contagio da coronavirus nelle carceri. Per Lio "sono ampiamente insufficienti, perché hanno mutuato nel decreto la vecchia legge 199, per la facilitazione dei domiciliari. Ma l'hanno appesantita rendendo necessario il braccialetto elettronico. Questa condizione non va bene perché non ci sono braccialetti disponibili. Si fa un provvedimento senza pensare che poi non ci sono gli strumenti per applicarlo".
Il braccialetto, infatti, è indispensabile per la concessione della detenzione domiciliare a chi deve scontare pene residue sino a 18 mesi. C'è però chi lavora "nelle pieghe delle norme per velocizzare le procedure". Sono due donne: un grazie, anzi "un monumento" il garante lombardo dei detenuti lo farebbe ai presidenti del "Tribunale di sorveglianza di Milano e Brescia, la dottoressa Giovanna Di Rosa e la dottoressa Monica Lazzaroni.
Stanno facilitando l'attuazione di un decreto lacunoso". Ma come? In pratica "stanno facilitando le uscite dei detenuti che ne hanno titolo, utilizzando la legislazione attuale ma sveltendo le procedure, perché si rendono conto che più gente esce e meglio si governa questa emergenza". "I tempi di valutazione dei loro fascicoli sono ampiamente dimezzati. E, mi diceva ieri Di Rosa, che solo nel distretto di Milano ha già provveduto a rilasciare 340 detenuti".
Il Gazzettino, 3 aprile 2020
Stop forzato per il dolce pasquale prodotto in carcere: niente colomba pasquale per i detenuti della casa di reclusione Due Palazzi, impiegati nella Pasticceria Giotto del carcere di Padova. Lo staff della pasticceria, gestita dalla cooperativa Work Crossing, ha annunciato la chiusura del laboratorio in ottemperanza al decreto "Chiudi Italia".
L'anno scorso la pasticceria aveva sfornato circa 12 mila colombe, realizzate da una quarantina di detenuti: "Anche loro hanno avuto accesso al fondo d'integrazione salariale - spiega Matteo Marchetto, presidente di Work Crossing. I clienti sono così affezionati alla qualità del nostro prodotto che siamo convinti di poter riprendere le attività. Ora però era giusto fermarsi per tutelare sia i detenuti che gli agenti di polizia penitenziaria da qualsiasi rischio di contagio".
di Pietro Guida
Il Centro, 3 aprile 2020
C'è molta tensione nel carcere di Avezzano, per un detenuto messo in isolamento. Si teme possa essere stato contagiato dal Covid-19. Per tale motivo sono state adottate tutte le precauzioni del caso, per evitare contatti con altri detenuti e con il personale di polizia penitenziaria.
Ma i sindacati chiedono che venga eseguito subito il tampone al detenuto, visto che da diversi giorni è stato messo in isolamento con sintomi influenzali. Questa situazione, secondo il sindacato Uil, potrebbe provocare ulteriore tensione all'interno della struttura carceraria. In particolare, il detenuto sarebbe arrivato ad Avezzano alcuni giorni fa dal carcere dell'Aquila. Una volta al San Nicola sarebbe stato messo subito in isolamento, per essere sottoposto alla quarantena, che si concluderà tra una settimana.
Su questa vicenda chiede chiarezza il componente della segreteria regionale Uil Pa Mauro Nardella, che ha inviato una lettera chiedendo chiarimenti al capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, al provveditore dell'amministrazione penitenziaria Lazio, Abruzzo e Molise Carmelo Cantone, al Garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi, per conoscere le modalità di svolgimento del trasferimento effettuato il 21 marzo. Non ha però avuto risposta. Tale richiesta, oltre che per sollecitare il tampone al detenuto, "nasce dall'esigenza di capire se all'atto del rilascio del nulla osta sanitario, siano state seguite le indicazioni previste dalle disposizioni dipartimentali in materia di Covid-19".
Nardella chiede di chiarire anche se "in precedenza il detenuto avesse o meno sintomi che potevano far pensare a una positività da coronavirus". Il detenuto, secondo il sindacato, prima di essere trasferito ad Avezzano, se in presenza di sintomi, doveva essere sottoposto a tampone. Inoltre Nardella chiede "se risulta o meno essere stata avanzata dal medico della Casa circondariale, richiesta per sottoporre a tampone il detenuto".
Intanto ieri ad Avezzano sono risultate positive soltanto due persone. Si tratta di una donna di Avezzano e di un paziente ricoverato in una clinica, ma residente a Celano. La prima si trovava già in quarantena ed è collegata con uno dei primi pazienti positivi registrati ad Avezzano. Ora è in via di guarigione. Il secondo paziente, di Celano, è collegato al contagio nella clinica San Raffaele di Sulmona, dove erano ricoverati altri celanesi, ora in attesa del tampone.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 3 aprile 2020
"La gente fuori non si immagina quale possa essere la situazione dentro le carceri. Non so se è più la rabbia o la paura. Hanno blindato tutto, hanno tolto le speranze a chi le aveva e ora la situazione è destinata a esplodere. Non dicono la verità neanche sui morti: ufficialmente c'è stato solo un decesso a Bologna, ma io so che il coimputato di un mio amico, arrestato per una operazione della Procura di Brescia, era a Voghera si è ammalato ed è morto".
Sono passate quasi quattro settimane dalla rivolta che ha sconvolto ventidue carceri italiane per le misure contro il Coronavirus. Di quello che sta accadendo tra le mura delle prigioni non si parla più. Ma Franco M., milanese, pluripregiudicato, un ultimo giro in carcere se lo è fatto proprio nel mese cruciale dell'epidemia. Prima a San Vittore, poi a Cremona, a ridosso della prima zona rossa. Adesso è di nuovo a casa, agli arresti domiciliari. E il suo racconto è tutt'altro che tranquillizzante.
"Mi hanno arrestato il 12 febbraio e portato a San Vittore. Il 21 febbraio alle quattro e mezza mi hanno svegliato: sei partente, vai a Cremona. Lo stesso giorno è scoppiato l'allarme per il primo ammalato a Codogno e hanno sospeso tutti i trasferimenti. Così l'allarme per il virus l'ho vissuto tutto a Cremona, nel carcere nuovo, vicinissimo al primo focolaio". Che realtà ha trovato? "La prima decisione del ministero è stata di bloccare tutti i colloqui con i parenti, tutti i permessi, tutto il lavoro all'esterno. Chi non vive la realtà del carcere, non immagina cosa voglia dire la sparizione dei colloqui. Dentro si vive nell'attesa, tra un colloquio e l'altro. Adesso stop. Hanno alzato da quattro a nove le telefonate, ma che te ne fai della telefonata quando eri abituato a vedere in faccia tua moglie e i tuoi figli?".
La spiegazione ufficiale è che la sospensione dei colloqui è fatta nell'interesse soprattutto dei detenuti, per proteggerli dall'ingresso del virus nel circuito penitenziario. "Lo so. Ma non è che il carcere è diventato improvvisamente un ambiente sterile dove non entra e non esce nessuno. Gli agenti della polizia penitenziaria entrano ed escono tutti i giorni, vanno a casa, vedono gente: quando la mattina entrano in carcere possono essere infetti, né più né meno di un nostro parente. Portano le mascherine, è vero. Allora perché non fare i colloqui con le mascherine?".
I più arrabbiati, racconta Franco, sono i detenuti che fino al giorno prima erano stati ammessi al lavoro esterno al carcere, il primo passo verso la libertà e che se lo sono visti revocare di colpo. "Ai semiliberi hanno concesso la detenzione domiciliare, invece loro sono tornati dentro. Risultato: aumento del sovraffollamento in un carcere, come Cremona, già fuori dai limiti. Nella zona vecchia hanno aggiunto una branda per cella, in alcune anche due. Questo non ha fatto altro che aumentare il panico da epidemia. Qual è il risultato? Che la gente sta chiusa in cella per evitare contatti: alle undici del mattino, quando si fa il passeggio all'aria, un sacco di detenuti preferiscono non scendere perché non sai mai chi incontri. Ma tanto se non vai tu va quello della cella accanto che poi ti ritrovi in reparto. Così io al passeggio continuavo ad andarci".
Sull'onda delle rivolte, il ministro ha varato il decreto che prevedeva, per sfollare le carceri, gli arresti domiciliari per i detenuti con un residuo da scontare inferiore all'anno e mezzo. "Sa quanti sono usciti da Cremona grazie al decreto? Zero. Nessuno. Una presa in giro".
Colpa dei braccialetti elettronici che non si trovano, "il ministero dice che ce ne sono duecento in tutta Italia"; ma colpa anche, secondo Franco, dei giudici di sorveglianza. "Se sei sotto il giudice di Milano sei fortunato, e infatti a me in venti giorni hanno concesso gli arresti domiciliari.
Ma chi sta a Cremona è sotto il giudice di Mantova che è uno solo e non sta certo dalla parte dei detenuti. Così gente che aveva diritto ad uscire per la liberazione anticipata è ancora lì da mesi che aspetta che sia fissata l'udienza. In questo caos l'abolizione dei colloqui è stato un taglio totale dal mondo esterno. E la cosa peggiore è che non c'è una data, tutto è bloccato a data da destinarsi. Come i processi, che la gente aspettava da mesi se non da anni e che vengono rinviati uno o due giorni prima dell'udienza. Sa qual è la realtà? Che dentro la gente sta impazzendo e fuori devono saperlo perché tra un po' scoppia tutto".
di Massimo Pisa
La Repubblica, 3 aprile 2020
In mascherina. Nei raggi, ai piani, alla matricola, al centro medico. Tra corridoi vuoti, e lo sono dal 9 marzo, il giorno della rivolta di San Vittore poi sedata grazie al lavoro diplomatico dei poliziotti della Penitenziaria e dei magistrati Alberto Nobili e Gaetano Ruta. È da allora che la casa circondariale di piazza Filangieri è in regime di "reparto chiuso": tutti in cella durante il giorno, apertura solo negli orari permessi. Attività tutte sospese.
I volontari e gli avvocati non entrano da un mese. Gli ambulatori e l'infermeria devastate sono state ripristinate, i lavori per riaprire il Centro di Osservazione Neuro-psichiatrico, e adibirlo a sezione per eventuali malati di Covid da isolare, sono in dirittura d'arrivo. La quiete sospesa, che vedete documentata da queste immagini, è un equilibrio sottile. La popolazione di San Vittore si è decongestionata sensibilmente.
"Gli uomini, da 950, sono diminuiti a 781 - elenca il direttore Giacinto Siciliano - le donne da 97 a 79. In parte sono stati scarcerati, altri trasferiti: cinquanta a Bollate, qualcuno in regione, una decina tra Piemonte e Veneto". Sono state allestite postazioni Skype nei parlatori, sono arrivati smartphone per le videochiamate, rigorosamente ai familiari. Meglio, ma manca il resto.
"Sui corsi online - aggiunge Siciliano - ragioneremo la prossima settimana. Le preoccupazioni ci sono, ma il personale di polizia le ha gestite fin dal primo momento con grande professionalità". Resta, lo ribadisce il Garante dei detenuti Francesco Maisto, magistrato di grande esperienza e sensibilità, una situazione estrema, "nonostante l'impegno del personale: i posti letto, a San Vittore, ufficialmente sono 551; e 6 mila in tutta Lombardia con una popolazione che supera gli 8 mila. L'affollamento resta, così come i problemi strutturali. E la preoccupazione se dovessero diffondersi i contagi".
Gestire il dopo-rivolta, guardarsi in faccia nelle condizioni estreme a cui ti costringe San Vittore (e il carcere in genere) non sarebbe stato semplice nemmeno senza coronavirus. È mestiere da equilibristi. "Però, dopo il 9 marzo, i contrasti sono diminuiti e forse anche i detenuti - spiega il comandante, Manuela Federico - hanno capito che la situazione è complicata per tutti. Non ci sono state nemmeno "battiture", le proteste rumorose che sono il primo segnale di disagio, nonostante il tam tam dall'esterno continui ad arrivare.
Abbiamo, poi, trovato un grande aiuto dal procuratore aggiunto Alberto Nobili e dalla presidente del Tribunale di sorveglianza, Giovanna Di Rosa". A Nobili compete anche il fascicolo sulla rivolta: sotto esame c'è una dozzina di posizioni per il sequestro di due agenti. Più complicato è dimostrare i singoli episodi di devastazione e saccheggio e l'orientamento è di evitare, dove possibile, il pugno duro.
di Enrico Pugliese e Rodolfo Ricci
Il Manifesto, 3 aprile 2020
Pandemia. I nuovi emigranti italiani perdono il lavoro in settori di rilievo. I Paesi Ue non devono escluderli sulla base della residenza ufficiale o del loro non inserimento nella previdenza locale. Così è necessario che in Italia gli aiuti previsti dai decreti in atto non escludano i lavoratori stranieri, compresi quelli impiegati al nero o in condizioni di irregolarità. Forse su questo non si è riflettuto abbastanza. Pochi hanno parlato dell'angoscia per un congiunto lontano da casa - studente, operaio precario, o impiegato parimenti precario - confinato in un alloggio piccolo e affollato.
Tra tanta solidarietà nazionale che abbiamo osservato - e soprattutto osservato decantare - è mancato uno sforzo di solidarietà interregionale. Non sappiamo se si poteva fare diversamente. E certo bisognava scoraggiare le partenze incontrollate Ma di certo potevano essere seguiti migliori e più umani criteri.
Con tutto ciò ben più grave è la situazione per gli italiani che stanno all'estero. Tra di loro c'è una componente di dimensione non esattamente stimabile (ma pari almeno a un milione di persone) costituita da quella che è definita solitamente "la nuova emigrazione italiana". Si tratta di giovani (e meno giovani) a diverso livello di istruzione e qualificazione caratterizzati da una situazione analoga mercato del lavoro. Siano essi camerieri, commessi di attività commerciali, impiegati in istituti di ricerca, collaboratori di studi di archistar per loro la condizione precaria è la norma. E al lavoro precario regolato si aggiunge anche all'estero il lavoro nero.
La stragrande maggioranza di questi nuovi emigranti vivono in quattro o cinque paesi europei. E fino a tempi molto recenti hanno vissuto la loro esperienza migratoria come una sorta di emigrazione interna. Si partiva senza passaporto, si conosceva o si imparava presto la lingua. E il lavoro, per quanto precario, era migliore di quello che si poteva trovare a casa, ammesso che se ne trovasse qualcuno. Le notizie che vengono da associazioni operanti nel campo dell'emigrazione mostrano invece un numero significativo di casi di perdita di lavoro in settori dove i nuovi emigranti italiani hanno una presenza di rilievo. Non si tratta solo della chiusura dei ristoranti ma ad esempio anche della intera filiera alimentare che in paese come la Germania occupa decine di migliaia di nuovi emigranti italiani. E ci sono situazioni analoghe nel commercio, nelle attività di servizio ed altro.
Naturalmente molti dei paesi destinatari della recente emigrazione italiana avranno messo in campo misure di sostegno ai lavoratori analoghe a quelle italiane. Ma ci sono seri problemi riguardanti l'effettivo accesso ai benefici. Innanzitutto ne sono esclusi i lavoratori al nero. In secondo luogo ci si scontra con e usuali limitazioni discriminatorie a livello burocratico.
Su questo esprime serie preoccupazioni, avanzando qualche proposta, il Cgie (Consiglio generale degli Italiani all'estero) chiedendo al governo italiano di "sollecitare gli stati membri della Ue a farsi carico dell'emergenza di tali situazioni" e di "assicurare la sussistenza dei lavoratori stranieri, a prescindere dalla loro residenza ufficiale e inserimento nel sistema previdenziale locale". E aggiunge la richiesta di agire direttamente per casi di "particolare delicatezza che possono riguardare fasce di popolazione non coperte dai welfare locali in paesi molto svantaggiati".
Ciò per quel che riguarda gli italiani all'estero. Ma a questa urgente esigenza di solidarietà ne corrisponde un'altra, parimenti urgente, nei confronti degli immigrati stranieri in Italia. È necessario che gli aiuti previsti dai decreti in atto non escludano i lavoratori stranieri: non solo quelli in condizione regolare (cosa prevista dalla legislazione italiana) ma anche quelli impiegati al nero o in condizioni di irregolarità. Il che corrisponde esattamente a quello che il Cgie chiede ai governi europei per gli emigrati italiani.
Forte eco ha avuto sui social la decisione del governo portoghese di procedere alla immediata regolarizzazione di tutti i lavoratori stranieri presenti nel territorio nazionale. La motivazione del governo portoghese ha posto in primo luogo la questione dei diritti umani e della salute. In più non va dimenticato - e va ribadito in caso di sordità delle istituzioni - la indispensabilità di questi lavoratori per la vita economica e sociale del paese. Di questo si sono resi conto in molti e molte voci si sono espresse in questo senso nel nostro paese.
Il manifesto ha dato notizia nell'articolo di Massimo Franchi dell'appello della Flai-Cgil che tra le altre cose chiede la regolarizzazione di tutti gli immigrati. E mai come ora un intervento di questo genere è al contempo urgente e possibile. Innanzitutto perché i lavoratori precari o al nero dell'agricoltura, e non solo, attualmente senza lavoro possano godere dei sussidi previsti per tutti i lavoratori dipendenti ma anche perché essi possano affrontare in condizioni di vita più decenti questa situazione. Ci sono anche dei buoni passi avanti in questa direzione. Nei giorni scorsi diversi esponenti politici e governativi, in particolare la Ministra dell'agricoltura e il Ministro, per il Sud hanno proposto la regolarizzazione dei lavoratori immigrati stranieri presenti sul territorio italiano.
Non si tratta solo un fondamentale gesto umanitario, perché se le centinaia di migliaia di lavoratori (in nero) se ne vanno la filiera agricola e alimentare salta, come già sta saltando quella dell'assistenza familiare basata sulle badanti. E bisogna far presto prima che, passato questo momento di solidarietà, le proposte umanitarie e razionali abbiano la stessa sorte delle proposte sullo ius soli.










