Vita, 3 aprile 2020
La pandemia attuale riapre una delle profonde ferite del diritto penale italiano. La legge n. 62/2011, in materia di detenute madri, presenta limiti che debbono essere superati. Se le prospettive di riforma erano già urgenti, ora sono ancor più esigenti a causa del sovraffollamento delle carceri
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 3 aprile 2020
Dovremmo stare ad almeno un metro dagli altri, ma nelle carceri è impossibile per i detenuti e anche per gli agenti. Troppo facile (e persino benevolo) constatare che, per dire a "Otto e mezzo" che "contro il virus si è più al sicuro in carcere che fuori, visti solo 50 casi su 62mila detenuti", l'altro ieri il procuratore Nicola Gratteri ha azzeccato la serata sbagliata.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2020
"Subito 10mila ai domiciliari". "Così cedimento dopo rivolte". La prima vittima del virus fa tornare d'attualità la discussione sulle condizioni dei penitenziari. Dove ad oggi sono positivi 21 carcerati e 116 guardie penitenziarie (con due vittime). Antigone: "Allargare subito la platea di chi può avere diritto agli arresti domiciliari".
Il procuratore Gratteri e i consiglieri del Csm Di Matteo e Ardita contrari: "Così Stato indietreggia dopo le rivolte". Le critiche al Cura Italia e il problema dei congegni elettronici: sono 5mila, ma solo 920 già disponibili. Intanto anche i sindacati di polizia penitenziaria si dividono: "Nei penitenziari il virus potrebbe essere in piena fase di sviluppo e ascesa". "Caso di Bologna isolato, non esiste luogo più sicuro del carcere".
Le posizioni sono essenzialmente due. La prima: per evitare il contagio bisogna aumentare il numero dei detenuti agli arresti domiciliari e quindi fare uscire subito almeno diecimila carcerati. La seconda: nonostante l'emergenza coronavirus, non possono essere concessi gli arresti casalinghi ai detenuti in modo automatico, cioè senza valutare caso per caso il pericolo di fuga e di reiterazione del reato. E poi, in questo modo, lo Stato darebbe un segnale di resa.
Soprattutto dopo le violente proteste delle ultime settimane. La morte del primo detenuto affetto da Covid-19 riapre il dibattito sulla condizione dei detenuti al tempo dell'emergenza. Una situazione che era già al limite, visto che secondo i dati del ministero della Giustizia nel nostro Paese i posti nei penitenziari sono meno di 49mila ma ospitano più di 58mila persone.
Anche per questo motivo quello delle carceri rappresenta uno dei fronti più delicati con l'esplosione dell'epidemia, come si è visto con le rivolte scoppiate in tutta Italia nei primi giorni dell'emergenza. Ma il problema esiste anche fuori dall'Italia.
L'esperimento degli Usa - Negli Usa, il paese con più contagi in assoluto (e una popolazione carceraria di 2milioni e 300mila persone) dal 23 marzo scorso alcuni Stati - tra gli altri California, New York, Ohio - hanno deciso di rilasciare i detenuti che hanno commesso reati minori, quelli più anziani e i malati.
Dal 2 aprile, invece, il dipartimento di Giustizia ha ordinato ai detenuti delle carceri federali (circa 180mila) due settimane di quarantena: non potranno uscire dalle loro celle. Sono tutte misure pensate per provare a bloccare il contagio nei penitenziari: strutture sigillate e con pochi contatti con l'esterno, ma che rischiano di diventare enormi focolai nel caso di un'iniziale diffusione del virus. Anche per questo la morte del primo detenuto ha riaperto il dibattito anche in Italia.
Penitenziaria: "Virus in ascesa nelle carceri" - Quello morto a Bologna - 77 anni, in carcere con accuse di mafia e con altre patologie pregresse - era uno dei due detenuti positivi ricoverati in strutture ospedaliere. In totale - secondo i dati diffusi dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - sono 21, 17 dei quali sono in isolamento in camere singole all'interno delle stesse prigioni. Molto più numerosi i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria: sono 116, con due vittime, su quasi 38mila guardie carcerarie in totale.
"Sembra che il virus si stia diffondendo in differita nelle carceri e che, mentre nel Paese pare si stia registrando il picco, nei penitenziari potrebbe essere in piena fase di sviluppo e ascesa. Per questo la gestione dell'emergenza dovrebbe essere affrontata in maniera molto più efficace e organica da molti punti di vista, sia per la parte che riguarda l'utenza detenuta, sia sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro e delle misure a protezione degli operatori e, di rimando, per gli stessi reclusi", dice Gennarino De Fazio, del sindacato Uilpa Polizia Penitenziaria. La pensa diversamente Donato Capece, segretario del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, secondo il quale quello di Bologna "è un episodio che non fa testo. L'uomo soffriva di numerose altre patologie ed il Covid gli ha dato il colpo di grazia. Non esiste luogo più sicuro del carcere, dove i detenuti sono seguiti e curati".
I provvedimenti del governo - Le due posizioni all'interno dei sindacati penitenziari rappresentano fedelmente gli schieramenti che si sono formati sulla questione anche all'esterno delle carceri. Dove per prevenire il contagio il governo ha previsto alcune norme ad hoc inserite nel decreto Cura Italia.
Ci sono due tipi di interventi: uno economico, con lo stanziamento di 20 milioni di euro destinati alla ristrutturazione delle carceri danneggiate dalle rivolte; e poi uno normativo per diminuire l'affollamento nei penitenziari. In pratica i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potranno farlo agli arresti domiciliari. Se però il residuo di pena è superiore a sei mesi i detenuti dovranno indossare il braccialetto elettronico, cioè quel congegno che consente il controllo a distanza.
Il problema dei braccialetti - Il provvedimento del governo si è prestato a molteplici critiche per diverse ragioni, spesso anche opposte tra loro. A livello pratico c'è la questione dei braccialetti. Il ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha detto alla Camera che con il Cura Italia potranno accedere ai domiciliari fino a un massimo di seimila detenuti. I congegni elettronici messi a disposizione dal dipartimento di Pubblica sicurezza sono cinquemila, di cui solo 920 al momento della firma del decreto tra Dap e Viminale il 27 marzo. Per "sbloccare" gli altri serve tempo, visto che il procedimento d'installazione è farraginoso: in media ci vogliono tra i due e i sei giorni e occorre il personale specializzato. Secondo i calcoli del garante dei detenuti, Mauro Palma, quel provvedimento "prevede l'installazione di un massimo di 300 apparecchi a settimana". In questo modo ci vorrebbe dunque troppo tempo per consentire il rilascio di tutti i detenuti che hanno ottenuto i domiciliari. E anche per questo motivo se il guardasigilli ha chiesto al commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, di attivarsi per reperire altri congegni elettronici.
"Subito liberi 10mila detenuti" - Il provvedimento del governo divide anche sul fronte dei detenuti titolati ad accedere al beneficio dei domiciliari. Dopo la morte del carcerato a Bologna, i Radicali e il Garante sono tornati a chiedere all'esecutivo di ampliare la platea delle persone alle quali concedere i domiciliari. "Bisogna mandare agli arresti domiciliari almeno altri 10mila detenuti tra quelli che hanno un fine pena breve e coloro che soffrono di patologie o hanno età per cui un contagio potrebbe essere fatale", dice per esempio Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. "Sappiamo - continua - che il 67% dei detenuti ha almeno una patologia sanitaria e che ben 5.221 persone hanno più di 60 anni. In questo momento di grande sforzo da parte del governo il carcere rischia di essere un luogo a rischio anche per gli operatori". Chiede l'allargamento "della platea" dei beneficiari "a chi ha un residuo pena inferiore a quattro anni" l'associazione Nessuno Tocchi Caino, che però preferirebbe percorrere "la via maestra", cioè quella dell'indulto o dell'amnistia.
Il parere del Csm - I provvedimenti del governo hanno spaccato anche il Consiglio superiore della magistratura. La settimana scorsa l'organo di autogoverno delle toghe ha approvato un parere con cui definisce "inadeguate" le misure varate dall'esecutivo. E questo anche per "l'indisponibilità" dei congegni elettronici. "Questo consentirà di fatto ad un ridotto numero di detenuti di poter uscire dal carcere, poiché è notoria la indisponibilità di un numero sufficiente di braccialetti", ha detto Giuseppe Marra, presidente della sesta commissione che ha messo per iscritto il parere. Che però è stato approvato a maggioranza, e non all'unanimità. Contro hanno votato i consiglieri togati di Area, la corrente di sinistra della magistratura, che avrebbero voluto chiedere al governo "scelte drastiche". Quali? L'applicazione dei domiciliari a tutti quelli che devono scontare fino a due anni di pena. Una misura che farebbe aprire le porte del carcere a 21mila detenuti.
"Così lo Stato dà un segno di cedimento" - Contrari al documento del Csm anche Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, per motivi però completamente opposti da quelli di Area. Durante il suo intervento a Palazzo dei Marescialli, qualche giorno fa, l'ex pm di Palermo ha definito "un indulto mascherato" il provvedimento dell'esecutivo, perché tra le condizioni ostative alla concessione dei domiciliari non è incluso "il pericolo di fuga e la reiterazione del reato".
In questo modo, secondo l'ex pm di Palermo, è stato creato un "automatismo che potrebbe prescindere dalla valutazione del magistrato di sorveglianza". I due magistrati hanno bocciato le norme sulle carceri anche per un'altra ragione: "Questi benefici sono stati concessi all'indomani del ricatto allo Stato rappresentato dalla rivolta nelle carceri, voluta e promossa da organizzazioni criminali". Quindi anche se nei fatti "non è un cedimento dello Stato rischia di apparire tale". Fuori dal Csm pensa allo stesso modo Nicola Gratteri: "Scarcerare i detenuti è un pessimo messaggio da parte dello Stato. Dopo aver bastonato le guardie penitenziarie vengono scarcerati: sembra un premio".
Le indagini sulle rivolte - Dal ministero della giustizia fanno notare come la norma preveda che "il magistrato di sorveglianza possa sempre ravvisare motivi ostativi alla concessione della misura". E sulle rivolte sottolineano che la possibilità dei domiciliari non è prevista, tra gli altri, anche per "chi ha partecipato ai disordini avvenuti nelle carceri negli scorsi giorni".
Anche su questo fronte, però, non c'è accordo tra politica e addetti ai lavori: "Le rivolte nelle carceri - dice una fonte investigativa al fattoquotidiano.it - sono state fatte dalla manovalanza ma organizzate dai boss, dai capi che spesso durante i disordini sono stati buoni nelle loro celle, consapevoli di quello che sarebbe successo dopo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 aprile 2020
Il detenuto morto per coronavirus era da un giorno e mezzo ai domiciliari all'ospedale, quando oramai la sua situazione di salute si è aggravata tanto da finire ricoverato alla sala di rianimazione del policlinico Sant'Orsola di Bologna. In sintesi, ha avuto formalmente lo stato di detenzione ospedaliera il 30 marzo scorso, quando oramai è finito in terapia intensiva per poi spirare la notte del primo aprile. Parliamo di Vincenzo Sucato, classe 1944, era detenuto nel carcere la Dozza di Bologna ed era accusato di 416 bis.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 3 aprile 2020
Racconta la Genesi che "il Signore mise un segno su Caino affinché non lo uccidesse chi lo avesse incontrato". Che il sangue non fosse versato, questo voleva il Signore. In nessun caso. Neanche il sangue colpevole, del primo assassino. Iddio, nel suo ottimismo, non pensò di dover proteggere anche il sangue innocente. Quel sangue che più innocente non si può.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 3 aprile 2020
C'è l'edizione speciale di Mentana: il caso Covid-19 nelle carceri, a partire da quello di Bologna, rischia di trasformarsi in una strage di Stato. Arriva l'appello di Amnesty International: "Governi di ogni parte del mondo stanno adottando provvedimenti per contrastare la diffusione del Covid-19 nelle prigioni: luoghi in cui l'impossibilità di applicare il distanziamento sociale e le inadeguate condizioni igienico-sanitarie possono favorire il contagio".
Alla fine anche la politica se ne accorge. La reazione del responsabile sicurezza del Partito Democratico, Carmelo Miceli, deputato in commissione Giustizia, è forte: "Nello stesso giorno un detenuto muore per Covid 19 e un assistente capo della Polizia Penitenziaria si toglie la vita. Non bastano gli appelli di Papa, garanti nazionali e regionali, magistrati, universitari, associazioni e sindacati per capire che c'è da tutelare immediatamente tanto i detenuti quanto la polizia penitenziaria? Il ministro Bonafede deve prendere atto che l'emergenza carceraria è una pentola a pressione che sta per esplodere. Cambi impostazione prima che sia troppo tardi".
L'altolà dell'alleato di governo risuona a chiare lettere, ma dal Movimento nessuno risponde. Per Forza Italia parla l'onorevole Ruffino: "Il ministro Bonafede non ha mosso un dito per alzare le tutele sanitarie del personale penitenziario e dei detenuti. L'idea dei cellulari per riattivare un minimo di relazioni sociali fra i detenuti e i loro familiari è una goccia d'acqua nel mare di difficoltà in cui viene a trovarsi il mondo carcerario. Delle due l'una: o il ministro provvede ad alleggerire la popolazione carceraria, secondo criteri di minore pericolosità sociale e anagrafe del detenuto, oppure rifornisce dei dispositivi sanitari essenziali la popolazione carceraria e il personale. Non esiste una terza possibilità per tutelare la salute delle persone, perché anche per gli agenti penitenziari come per i detenuti vale la tutela costituzionale della salute".
"L'associazione Nessuno tocchi Caino - Spes contra spem chiede al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica di prestare la massima attenzione al rischio di una pandemia estesa alle carceri, che avrebbe effetti disastrosi non solo per i detenuti e gli operatori penitenziari ma anche per la comunità esterna", dicono i dirigenti dell'associazione Sergio d'Elia, Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, e chiedono al premier e al Colle "di intervenire con urgenza e di adottare tutte le misure necessarie volte a disinnescare la bomba ad orologeria, ora anche epidemiologica, che apprendisti artificieri della "certezza della pena" hanno da tempo dolosamente innescato nelle carceri e che ora non vogliono o non sanno più disinnescare". L'idea potrebbe essere una moratoria dell'esecuzione penale, per pene brevi o residui brevi da espiare.
"A Bologna è successo tragicamente quello che purtroppo avevo previsto", dice Vittorio Sgarbi al Riformista, dopo averne parlato con il ministro al telefono: "Se non vuole essere accusato di omicidio premeditato, Bonafede deve consentire ai detenuti di essere distanziati in tutta Italia. A partire da tutti coloro che sono in custodia cautelare, e che devono uscire tutti: troppe intercettazioni vengono usate per mettere a rischio la vita di condannati senza sentenza". Un uno-due letale, quello giocato da certa magistratura: "Prima ti intercettano i magistrati, poi una volta che stai dentro ti intercetta il virus, e muori. Quello che dimostra di non capire Gratteri, che dice di voler fare le carceri più grandi, perdendo così l'occasione di tacere.
Una grande casa con le stesse regole delle case piccole, non cambia il margine di rischio individuale. La chiave di tutti i decreti legge è la distanza minima. Qui siamo alla tortura, alla violenza intenzionale, al tentato omicidio". Per questa ragione, come aveva anticipato al nostro giornale, procede con la denuncia del ministro Bonafede a tutte le 130 Procure della Repubblica: ieri ha unito la sua iniziativa a quella del Partito Radicale. Procurata epidemia. E adesso si indaghi.
di Liana Milella
La Repubblica, 3 aprile 2020
"E non è un indulto mascherato". Secondo l'ex pm di Roma e oggi consigliere del Csm, l'obbligo del distanziamento vale per i detenuti come per tutti noi. Bonafede invece insiste sui controlli col braccialetto. Pronte le misure del governo che andranno nel Cura Italia. "In queste ore il problema non è la certezza della pena, ma l'emergenza Covid-19".
E per questo Giuseppe Cascini, ex pubblico ministero a Roma, oggi consigliere al Csm per la sinistra di Area, parla con Repubblica e propone che escano dalle carceri al più presto tutti coloro che devono scontare ancora tre anni di pena. E che non entri neppure in cella chi è stato condannato a 4 anni ed è in attesa dell'esecuzione.
Ben diversa la proposta del governo, siglata tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede e i partiti della maggioranza (Pd, Italia viva, Leu) e che si trasformerà in un emendamento del governo al decreto Cura Italia lunedì prossimo al Senato: subito ai domiciliari chi deve scontare sei mesi come già stabilisce il decreto del 17 marzo; valutazione elastica per chi si trova al confine dei sei mesi (per esempio sette); chi ha di fronte ancora da sei a 12 mesi ottiene i domiciliari previo via libera del magistrato di sorveglianza che valuta l'eventuale rischio di reiterazione del reato e comunque la concessione della misura anche se non dovesse essere ancora disponibile il braccialetto. Oltre i 12 mesi il braccialetto è obbligatorio.
Stanno scarcerando massicciamente detenuti in tutto il mondo, dalla Francia, alla Turchia, dalla Libia all'Indonesia. In Italia no, si scatenano polemiche anche per poche migliaia di persone, messe addirittura ai domiciliari. Che ne pensa?
"C'è una fortissima sottovalutazione dei pericoli di diffusione del contagio all'interno degli istituti penitenziari. Tutti noi stiamo affrontando una prova durissima per seguire le indicazioni degli esperti. Siamo chiusi in casa. Usciamo solo per ragioni di stretta necessità. E questo perché ci hanno detto che il distanziamento sociale è l'unico vero strumento per bloccare l'epidemia. Chiunque conosca la realtà carceraria italiana sa bene che è impossibile assicurare dentro le carceri quel distanziamento sociale, nonché le altre misure essenziali di profilassi. I detenuti dividono le camere fra più persone, condividono i servizi, consumano pasti insieme nelle celle, gli spazi comuni sono limitati. Insomma, in carcere l'assembramento, che tutti dobbiamo evitare, è inevitabile".
Sì, certo, questa sua fotografia delle patrie galere è oggettiva. Ma chi governa forse, soprattutto dopo le recenti rivolte, ha più paura di una possibile evasione post scarcerazione, che del contagio. Non è forse così?
"In questa vicenda si riproduce uno schema ricorrente nella politica e nel dibattito pubblico nel rapporto con il carcere. Che è considerato un 'non luogo', un 'altrovè, che noi non vogliamo vedere, che sta dietro un muro, il muro di cinta appunto, e che non guardiamo. E questo ci consente di fare discussioni tutte ideologiche, tra chi invoca clemenza, e chi reclama rigore. Mai come in questo caso è impossibile tenere il carcere separato dal resto della società, perché il virus è in grado di attraversare le sbarre e i cancelli, e di diffondersi fuori dal carcere".
Sì, però ragioniamo sui numeri. Al momento c'è un solo detenuto morto a Bologna, di 79 anni, e ci sono 19 contagiati. Su 58mila detenuti. Se sono numeri veri, non le sembra che l'emergenza dentro le prigioni in realtà non ci sia?
"Prevenzione significa intervenire prima che una cosa accada. Per conoscere la reale situazione del carcere oggi bisognerebbe sapere quanti tamponi sono stati fatti ai detenuti".
Voci autorevoli dalle carceri dicono che di tamponi ne sarebbero stati fatti pochissimi....
"Tutti ci dicono che il rischio vero non sono i malati, ma gli asintomatici, che rischiano di diffondere la malattia. Io mi auguro che non esploda il contagio in carcere, ma vorrei essere rassicurato sul fatto che chi ne ha la responsabilità stia adottando per i detenuti e per il personale le stesse misure di protezione che si adottano per il resto della popolazione".
Di conseguenza, le scarcerazioni secondo lei sono necessarie?
"Certo, sono necessarie e anche urgenti. Siamo di fronte a un'emergenza e quindi servono rimedi straordinari. Ci sono circa 20mila detenuti che scontano una pena inferiore a tre anni per reati non gravi. Dovrebbero essere tutti collocati automaticamente in detenzione domiciliare almeno fino a quando dura l'emergenza".
E per quelli che non hanno una casa?
"Lo Stato ha il dovere, in questa fase, di trovare delle strutture dove collocare temporaneamente i detenuti. Ci sono navi, ci sono alberghi, basta requisirli per qualche mese. Costa sicuramente meno di quanto costino i posti in terapia intensiva, e soprattutto dei costi economici e sociali che deriverebbero da un'esplosione dei contagi".
Ma poi lei questi detenuti li terrebbe sotto controllo con il braccialetto elettronico e del tutto liberi?
"Vanno mesi ai domiciliari, quindi col divieto di uscire. Non credo ci sia bisogno di braccialetti in un momento in cui quasi tutti stanno a casa, e le città sono presidiate dalle forze di polizia. Semmai mi sentirei di proporre pene elevate per chi dovesse evadere dai domiciliari, perché non solo si sottrae alla pena, ma mette a rischio la salute pubblica".
La soluzione del governo, di dare automaticamente i domiciliari a chi deve scontare un anno, e gli stessi domiciliari ma con braccialetto, a chi ha ancora 18 mesi da fare, la convince oppure è un compromesso?
"È una misura insufficiente, perché pochi detenuti hanno un domicilio dove stare, tant'è che se lo avessero non starebbero in carcere. E perché tutti sanno che non ci sono braccialetti a sufficienza per rendere effettiva la misura. In più, per decidere sulle istanze dei detenuti, ci vuole tempo e lavoro da parte del personale penitenziario e dei giudici di sorveglianza. Tempo e lavoro che noi oggi non abbiamo e comunque non ci possiamo permettere".
L'uso dei braccialetti è sempre stato controverso e soprattutto riservato a poche decine di detenuti. In queste ore, Bonafede e i suoi stanno cercando di ottenere il maggior numero di braccialetti dal Viminale e dal commissario Arcuri. Ma non si rischia di far passare prima l'emergenza?
"I braccialetti costano e servono a poco. Non impediscono l'evasione, ma semplicemente ti avvisano che un detenuto è evaso. Non ha alcun senso spendere denaro per controllare detenuti che non scapperebbero mai e quei soldi andrebbero piuttosto investiti per individuare strutture in cui collocarli".
Al Csm, come gruppo di Area, avete consigliato al governo di bloccare le scarcerazioni di chi è stato condannato a 4 anni. Non è un tetto troppo alto?
"Quattro anni è il limite di pena sotto il quale è possibile, in tempi normali, ottenere l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Non credo che cambi molto se nei prossimi sei mesi si bloccano i nuovi ingressi in carcere per questi condannati con la sola eccezione dei reati più gravi".
Tra i quali lei metterebbe anche la corruzione e i delitti dei colletti bianchi?
"Oggi questi reati, per l'ordinamento penitenziario, sono già parificati a quelli di mafia e terrorismo. E quindi con la nostra proposta in quel caso non ci sarebbe la sospensione".
Bonafede dice che le sue misure non sono "un indulto mascherato". Il suo collega Di Matteo dice invece che sono "un indulto mascherato". Chi ha ragione?
"I domiciliari sono una misura alternativa e non un atto di clemenza, che come tutti stiamo sperimentando, non è certo un beneficio. Nessun indulto né altro. Anzi valuto come insufficienti le misure di Bonafede. Ripeto, in questo momento il tema è l'emergenza Covid-19 e non invece la certezza della pena".
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 3 aprile 2020
Rouan, Artur, Marco, Salvatore e gli altri. Ecco chi erano le 13 persone morte in carcere durante le rivolte. Ecco chi erano le 13 persone morte in carcere durante le rivolte. Di alcuni detenuti si conoscono pochissimi dati. Per altri familiari e conoscenti aggiungono qualche tassello in più, ma c'è anche chi ha paura a chiedere verità e giustizia.
Le istituzioni carcerarie continuano a negare informazioni e aggiornamenti. "Devono dirmi come è morto e perché. Era un ragazzo sveglio, non avrebbe mai rischiato la vita. Non ha preso volontariamente la droga o le pastigli. Non può essere. C'è qualcosa che non convince". La mamma di Rouan Ourrad (meno probabilmente Abdellah o Abdellha, i cognomi con cui compare negli elenchi ufficiosi), chiusa nella sua casa di Casablanca, riesce solo a piangere. Ripete, da giorni, le stesse due domande. Come? Perché?
A raccontarlo è l'imam che guidava le preghiere nel carcere di Modena, Abouabid Abdelaib, diventato un punto di riferimento per la famiglia d'origine dell'uomo. Rouan aveva 34 anni e origini marocchine. Era uno dei 13 detenuti che tra l'8 e il 10 marzo hanno perso la vita durante e dopo le rivolte scoppiate nelle case di reclusione di mezza Italia, azioni di protesta innescate dalla compressione dei diritti minimi, da timore della diffusione del coronavirus e dalla coabitazione forzata, dal blocco dei colloqui con i parenti e delle uscite in permesso o per lavoro, dalla sospensione delle attività trattamentali e dei servizi garantiti dai volontari, dal mancato afflusso di droga dall'esterno e da chissà che altro.
Il suo cuore si è fermato mentre lo trasferivano al carcere di Alessandria. Al Sant'Anna gli restavano meno di due anni da scontare, il residuo di una somma di piccole pene per spaccio da strada. Avrebbe potuto chiedere una misura alternativa alla detenzione, ma fuori non aveva appoggi solidi. Il fratello più piccolo era ed è in cella, una sorella abita in Germania e un fratello in Francia, un altro ancora era rientrato in Marocco quando il padre è morto.
A una trentina di chilometri da Modena sta un fratello gemello, El Mehdi, sconvolto, preoccupato, spaventato. "Quando Rouan è stato arrestato - si sfoga, al primo contatto - nostra madre ha perso il sonno. Non ci dormiva la notte. Per questo ero molto arrabbiato con lui. E poi c'erano problemi con i documenti, complicazioni da risolvere. Non ho fatto abbastanza per aiutarlo. Adesso non si può tornare più indietro". E ora lui ha paura di ricadute negative, per sé stesso e per la famiglia, tanto da supplicare di cancellare i commenti usciti di getto.
Almeno due detenuti - dal poco che si è saputo, aggirando il muro di silenzio alzato dalle istituzioni carcerarie e dai referenti istituzionali - avevano figli. Ariel Ahmad, cittadino marocchino di 36 anni, era padre di una ragazzina di 12 anni, avuta dalla ex convivente italiana. Non la vedeva da tempo. Non riusciva a togliersela dai pensieri e dal cuore. "Era un uomo timido, carino, gentile - dice Paola Cigarini, storica volontaria del carcere modenese, da settimane impossibilitata ad entrare in istituto - Ringraziava sempre, anche per le piccole cose. Non era una persona cattiva. Non riesco a pensarlo come uno che promuove una rivolta, un trascinatore".
Condannato in via definitiva per resistenza, spaccio e false attestazioni sull'identità (in occasione di un arresto fu registrato come Erial), sarebbe tornato in libertà il 14 gennaio 2022. Anche Agrebi Slim, quarantenne di origine tunisina, aveva una figlia. Ritenuto responsabile di un omicidio a Bologna, con la bimba e la madre in Francia, non aveva potuto vederla crescere. "La ex compagna era venuta in Italia per testimoniare a suo favore - ricorda l'avvocata di allora, Donatella Degirolamo - e così aveva fatto una amica. Poi io non le ho più viste. E nemmeno lui, credo. Mi è rimasta l'immagine di lui come di un uomo solo. Della bimba gli era rimasta una foto, scattata quando aveva un anno".
Dal Sant'Anna sono usciti con i piedi davanti, destinazione tavolo delle autopsie e morgue, anche Hafedh Chouchane (o Hafedeh Chouchen, 36 anni, tunisino, pochi giorni alla scarcerazione), Ben Mesmia Lofti (o Mesmia, 40 anni, tunisino) Alì o Alis Bakili (52 anni, pure lui tunisino). Per loro e per Agrebi e Ariel - lo ha scritto la Gazzetta di Modena - i primi esami post decesso confermano la tesi dell'overdose di un cocktail di psicofarmaci e metadone, disponibili in gran quantità. Non sono state rilevate tracce di una ingestione forzata del mix letale. Nessun segno di lesioni né di azioni violente.
Il reato per cui la procura ha aperto un fascicolo, "omicidio colposo plurimo", al momento si conferma una scelta tecnica, formale, necessaria per svolgere una serie di approfondimenti. Non risultano indagati, in questa fase pare non si prospettino scenari alternativi. Si attende l'esito degli esami tossicologici per confermare - o smentire - la direzione presa dall'inchiesta penale, cui si affianca un'inchiesta ministeriale.
Forse convergeranno al Palagiustizia di Modena anche gli atti dei primi accertamenti sulla fine tragica degli altri detenuti "modenesi", spirati dopo la decisione di smistarli in penitenziari non andati fuori controllo: oltre a Rouan, Ghazi Hadidi (o Hadidi, tunisino di 35 anni con una condanna definitiva per una violenza pesante, deceduto sulla strada per Verona), Artur Iuzu (moldavo di 31 anni, in custodia cautelare, arrivato a Parma senza vita) e Salvatore Cuono Piscitelli (mandato a Ascoli). Pure di quest'ultimo, sebbene fosse italiano, non si è saputo quasi nulla: aveva 40 anni compiuti in gennaio e il fine pena il 17.8.2020.
Ghazi era assistito dall'avvocato Alberto Emanuele Boni, lo stesso difensore di Rouan. "Se è vero che questi ragazzi stavano male per aver ingerito metadone e pasticche ed erano cianotici - rimarca -non si capisce perché non li abbiano portati e subito negli ospedali più vicini al carcere, consentendo di curarli per tempo, di salvarli.
Invece no. Hanno fatto una cosa insensata. Hanno deciso di spedirli in penitenziari di città lontane, non è dato sapere se in ambulanza o su blindati. Sono morti durante il viaggio. Lo Stato li aveva in custodia. Lo Stato, se vuole dirsi civile, dovrà dare spiegazioni. Perché non si sono prevenute le rivolte? Perché i disordini non sono stati contenuti, prima che arrivassero alle conseguenze costate la vita a tutti questi detenuti? E perché c'era tutto quel metadone disponibile? Si è sentito dire che si trattava di non pochi litri".
Kedri Haitem, 29enne tunisino, stava da pochi mesi alla Dozza di Bologna ed è morto lì, quando si sono spenti i fuochi e gli echi della rivolta. Arrestato nel 2019 per delle rapine, reduce da una lunga condanna per altre vicende scontata a Reggio Emilia, era in custodia cautelare, per legge "non colpevole".
In patria faceva il sarto, dentro l'aiuto cuoco e l'addetto a quella che nel gergo interno si chiama Mof, la "manutenzione ordinaria fabbricato", piccole riparazioni, tinteggiature, interventi da muratore e idraulico. Sempre nel carcere reggino aveva percorso altre tappe di un cammino positivo ed era riuscito a conquistare un lavoro esterno, di pubblica utilità. Gli operatori avevano scommesso su di lui, la comunità esterna pure. Si prendeva cura di aree verdi e piante in un piccolo comune di provincia. Poi un inciampo, la liberazione a fine pena, il ritorno dietro le sbarre. Alla Dozza era seguito dai mediatori culturali.
Alle prime avvisaglie del rischio coronavirus, a fine febbraio, i loro servizi non sono stati considerati essenziali - pur essendolo per molti detenuti stranieri e di conseguenza per il personale interno stremato - e il comune ha deciso di tenerli a casa, abilitandoli poi a lavorare via Skype e per telefono solo dal 25 marzo. Non è stato più dato l'accesso ai volontari, altre figure fondamentali. Alcuni reparti sono stati "espugnati" dai detenuti in rivolta, altri sono rimasti inviolati. Probabilmente anche Kedri ha ingerito psicofarmaci, saccheggiati in infermeria, e forse del metadone.
La procura, per confermare o smentire che la causa del decesso sia una overdose e accidentale, chiede tempo. Devono essere depositati e valutati i risultati delle analisi tossicologiche. Non solo. Qualcosa sembra non tornare. L'oppioide, dopo i disordini di Modena e i primi morti, doveva essere messo in un posto ultrasicuro in tutte le case di reclusione. Radio carcere ipotizza che non sia andata così, non a Bologna, e che il ragazzo tunisino e i compagni lo abbiano trovato e bevuto, miscelato con il resto. Ed era della Dozza l'anziano recluso per mafia - posto agli arresti domiciliari in ospedale pochi giorni prima del decesso - stroncato dal coronavirus.
Altro istituto, altre devastazioni, altre tragedia. I carri funebri hanno portato via dal carcere di Rieti i cadaveri di Carlo Samir Perez Alvarez (nativo dell'Equador, 28 anni), Ante Culic (41 anni, croato, fine pena il 27.5.2024) e Marco Boattini (40enne della zona di Pomezia, in attesa di processo d'appello). Per due non si trova nessuno disposto a parlare.
"Purtroppo nemmeno il nostro ufficio è riuscito ad avere altri dati. E non abbiamo alcun contatto con le famiglie di origine", è costretto ad ammettere Stefano Anastasia, il Garante delle persone private della libertà per la Regione Lazio. Per Marco i giornalisti del Venerdì di Repubblica hanno trovato qualche brandello di storia e una cugina. Rosa. Era entrato in carcere "dopo una sentenza per una rissa aggravata, oltre che per questioni di droga. E la droga aveva caratterizzato gli ultimi passi della sua esistenza: la morte della madre lo aveva sconvolto.
Il resto lo avevano fatto i rapporti sempre più sottili con il padre - che da tempo viveva all'estero - e con il fratello. La sua casa, nella zona di Pomezia, era diventata una sorta di "comune": occupata da un gruppo di suoi amici balordi, in realtà spacciatori, che riempivano Instagram di filmati di Marco impegnato in cose demenziali, alle volte umilianti. Lavorava in una tipografia, aveva anche incontrato una ragazza che gli voleva bene".
di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
Venerdì di Repubblica, 3 aprile 2020
Ancora si attendono i risultati di autopsie e inchieste, ma la morte di 13 detenuti durante le rivolte in carcere sembra già essere stata archiviata. abbiamo ricostruito le storie di alcuni di loro.
Partiamo da qui. Dai nomi, dai cognomi, dalle età. Carlo Samir Perez Alvarez, 28 anni. Haitem Kedri, 29 anni. Abdellah Rouan, 34 anni. Marco Boattini, 35 anni. Ghazi Hadidi, 36, Chouchane Hafedh 36. Erial Ahmadi, 36. Slim Agrebi,40. Salvatore Cuono Piscitelli, 40. Lofti Ben Masmia, 40. Ante Culic, 41. Artur Isuzu, 42. Alì Bakili, 52 armi.
Sono tredici vittime che non troverete mai nella Spoon River del coronavirus. Eppure sono persone morte in prigioni italiane, mentre erano sotto la custodia dello Stato, per colpa di un effetto collaterale della pandemia: il panico. Erano i primi giorni di marzo. Le televisioni raccontavano di un Paese che era a un passo dalla serrata.
Le direzioni dei penitenziari avevano bloccato, per tutelare la salute dei detenuti, ogni contatto con l'esterno. E questa, di fatto, si è rivelata l'involontaria miccia che dato fuoco alle polveri: da Milano a Palermo, da Roma a Modena, sono partite le rivolte. Intere sezioni sono state devastate. Agenti e guardie sono stati aggrediti. I vestiti sono stati incendiati e appesi alle grate, perché la gente vedesse. Diversi detenuti sono scappati e alcuni sono stati riacciuffati.
Centinaia di loro sono stati trasferiti e subiranno condanne durissime. In tredici sono morti. "Tutti nella stessa maniera: overdose", osserva l'associazione Antigone che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e che ha già presentato, in tal senso, esposti alle procure.
Sei litri di metadone in tre - Tra i deceduti ce n'erano tre ancora in attesa di un primo giudizio. Altri avevano condanne definitive da scontare. Per Salvatore Cuono Piscitelli era questione di settimane e sarebbe uscito. Salvatore era nel carcere di Modena con Erial, Hafedh, Slim e altri sei. A Bologna c'era Haitem, che aspettava il processo. A Rieti erano in tre, Marco, Ante e C arlos, e in tre hanno bevuto sei litri di metadone, come raccontano le relazioni del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap). Marco era Marco Boattini.
"E quello in carcere è stato l'ultimo atto della sua vita sfortunata", racconta al Venerdì Rosa, la cugina. L'ultima (o forse l'unica) con cui Marco aveva mantenuto un contatto. Era entrato dopo una condanna per una rissa aggravata, oltre che per questioni di droga. E la droga aveva caratterizzato gli ultimi passi della sua esistenza, la morte della madre lo aveva sconvolto. Il resto lo avevano fatto i rapporti sempre più sottili con il padre - che da tempo viveva all'estero - e con il fratello. Casa sua, dalle parti di Pomezia, era diventata una sorta di "comune": occupata da un gruppo di suoi amici balordi, in realtà spacciatori, che riempivano Instagram di filmati di Marco impegnato in cose demenziali, alle volte umilianti.
Lavorava in una tipografia, aveva anche incontrato una ragazza che gli voleva bene. Poi il carcere, la droga. Quell'ultima bottiglia di metadone a cui attaccarsi. "Purtroppo non bisogna meravigliarsi di ciò che è accaduto", sostiene Federico Pilagatti, sindacalista del Sappe, uno dei sindacati più attivi tra gli agenti di Polizia penitenziaria. "Un terzo dei detenuti ha problemi di tossicodipendenza. Inevitabile che, per molti di loro, la prima reazione, a rivolta iniziata, sia stata assaltare le infermerie".
Potevate fare di più? "Muoverci prima", dicono gli agenti. E questo lo sanno anche al Dap, che ha aperto una serie di inchieste interne. Radio carcere segnalava da tempo come stesse "salendo la temperatura". L'interruzione dei colloqui e il divieto, o comunque le restrizioni, nella consegna dei pacchi, anche quelli alimentari, avevano prodotto tensioni e tossine.
Foggia, Sudamerica - "Bloccare i colloqui ha significato, di fatto, interrompere l'ingresso di sostanze stupefacenti. Che non dovrebbe avvenire, ma avviene". A parlare è uno degli investigatori che si sta occupando della grande evasione dal carcere di Foggia, l'evento più incredibile nella storia delle carceri italiane da molti anni a questa parte.
"Una scena da Sudamerica", la definisce. Il 9 marzo settantadue ospiti su seicento hanno forzato i cancelli e sono fuggiti. C'è la prova che dimostra come questo non sia successo per caso, che non sia soltanto l'esito di una protesta improvvisa: fuori dall'istituto penitenziario c'erano delle auto che aspettavano alcuni detenuti. Avevano i motori accesi, erano pronte a partire. Erano lì per prelevare esponenti di primo piano della mafia foggiana. Alcuni si sono consegnati dopo poche ore. Altri si sono dileguati.
Il sistema non regge - Dicono, dunque, "ci siamo mossi tardi, forse si poteva prevenire". Come? Introducendo, ad esempio, la possibilità di effettuare i colloqui con i familiari via Skype, cosa di cui si discute da tempo. Ma quando il ministero della Giustizia ha dato il via libera, era troppo tardi. Racconta Valeria Pirè, la direttrice del carcere di Bari, tra i precursori del video-colloquio: "È stato emozionante guardare detenuti che dopo anni rivedevano le pareti di casa, i loro cani e i loro gatti". Il ministro Alfonso Bonafede ha riferito in Parlamento di aver distribuito 1.600 smartphone agli istituti e che altrettanti sono in via di acquisizione. Le associazioni chiedono- ora che non possono arrivare pacchi dall'esterno - l'innalzamento dei limiti di spesa per ciascun detenuto. Ma chiedono soprattutto più attenzione: al 29 febbraio il sistema penitenziario italiano disponeva di 50.931 posti, a cui bisogna sottrarne i 2.000 resi inagibili dalle rivolte dell'8 e 9 marzo. I presenti, il 25 marzo, erano 58.386. Quasi 10.000 in più rispetto a quelli che può sopportare il nostro sistema.
Il segreto di Erial - Erial Ahmadi, tunisino, in quel sistema ci stava dal 20 dicembre 2018. È morto nel Sant'Anna di Modena 1'8 marzo. Diceva a tutti di essere marocchino, ma non lo era. E non si chiamava nemmeno Erial Ahamdi, quello era il nome che ha dato la prima volta che per lui si sono aperte le porte del carcere quasi due anni fa. Sulle spalle aveva cinque condanne (resistenza a pubblico ufficiale nel 2012, piccolo spaccio e, appunto, false dichiarazioni sull'identità) che gli erano valse una permanenza in cella per tre anni e mezzo. "Non era una testa calda, né un esagitato", ricorda il suo avvocato, Lorenzo Bergami.
"Gli avevano concesso il regime di semilibertà, poteva lavorare, all'interno della struttura, retribuito, si occupava delle pulizie". Fine pena: 14 gennaio 2022. La vera pena, però, ce l'aveva dentro e non ne vedeva la fine.
"Aveva una figlia di 12 anni avuta con una donna in Italia, con la quale non stava più e non sentiva più, ma quella bambina era il suo segreto doloroso", racconta Paola Cigarini, del Gruppo Carcere-Città, che al Sant'Anna organizza incontri, un giornale interno, dei laboratori.
"Una volta si ritrovò a pulire la stanza dove teniamo i figli dei carcerati in attesa del colloquio, quella stanza ha dei banchini bassi e delle piccole sedie. Erial stava pulendo, poi all'improvviso si è bevuto l'alcol e il detergente. Dopo quel gesto gli hanno tolto la semilibertà. Quando si è ripreso gli ho chiesto cosa fosse successo, perché nessuno capiva, mi ha risposto, con la testa bassa e lo sguardo al pavimento: ho visto quei giochi, quei banchi, e ho pensato a mia figlia, ho pensato che non so dove sia, cosa faccia, se sta bene o no".
Erial tartassava Paola perché voleva che gli comprasse il cappellino alla moda, le scarpe firmate. "Rispondevo di no, gli spiegavo che stava seguendo degli inutili stereotipi, e che avrebbe fatto meglio a risparmiare quegli spiccioli che guadagnava lì dentro. Lui mi fissava un po', si abbassava, mi dava un bacio in fronte e diceva: "ho capito, ho capito". Nessuno veniva a trovarlo. Fuori nessuno che lo aspettava.
La solitudine di Chouchane - Anche Chouchane Hafedh non aveva nessuno, in Italia. Non un appoggio da un amico, un domicilio provvisorio, dove poter scontare la pena ai domiciliari. E infatti, pur avendone il diritto, era rimasto in cella al Sant'Anna. Tunisino come Erial, stava per tornare in libertà: a fine marzo sarebbe uscito. Mancavano pochi giorni. Ora la sua salma è nel frigo dell'obitorio, e non sarà rimpatriata come invece, da Mahdia in Tunisia, implora suo padre Mosei: la pandemia ha chiuso i voli internazionali da e per l'Italia, non c'è possibilità né voglia di fare il trasporto. Chouchane stava scontando una pena definitiva per spaccio.
Aveva problemi con la droga, ma ancor di più con l'alcol. Soffriva di asma e aveva ottenuto in passato degli sconti proprio per via del sovraffollamento carcerario. Stare in un posto ristretto lo faceva stare male. Il suo legale, Luca Sebastiani, lo ha visto l'ultima volta qualche giorno prima della sommossa. Era sereno. "La famiglia è sconvolta, non può pregare neppure sulla sua tomba. Vuole capire cosa è successo. Sono come me: in attesa degli esiti dell'autopsia".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 3 aprile 2020
Antonio D'Amato, consigliere togato del Csm di Magistratura Indipendente, già procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, nel 2007 al Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, la settimana scorsa è tornato ad occuparsi di carceri. Con il suo voto a favore ha contribuito a dare il via libera al parere del Csm sul decreto legge "Cura Italia".
Dottor D'Amato, lei ritiene che la notizia del primo detenuto morto per coronavirus possa provocare nuovamente delle rivolte in carcere?
Si tratta sicuramente di una notizia allarmante. Sono sicuro che l'Amministrazione penitenziaria ha già adottato e sta adottando tutte le misure necessarie per prevenire il diffondersi del contagio, anche a tutela del personale di polizia penitenziaria, particolarmente esposto. Certo, il carcere è un ambiente "chiuso", e non si possono escludere strumentalizzazioni dei gruppi mafiosi volti a sobillare una intera comunità carceraria. Occorre essere vigili.
Gli scienziati ritengono che i positivi reali sono molti di più di quelli individuati fino ad ora. Potrebbe essere così anche in carcere?
Tutte le statistiche in genere soffrono delle cosiddette cifre oscure, ovvero dei dati che non emergono. Ecco perché quello a cui bisognerebbe tendere, dal 15 aprile in poi, è un monitoraggio diffuso e capillare attraverso i tamponi. Non soltanto per i detenuti (a cominciare proprio da quelli che stanno per essere scarcerati) e per il personale di polizia penitenziaria; ma anche per i magistrati più esposti, come quelli della Sorveglianza.
Cosa ne pensa di alzare da 18 a 24 mesi il residuo di pena per accedere ai domiciliari?
Non è una questione che si gioca sulla contrapposizione semplicistica e sbrigativa e, perciò fuorviante, "tutti fuori, tutti dentro". Il problema è un altro: sappiamo valutare quali sono le conseguenze dell'allargamento dei beneficiari dei provvedimenti di detenzione domiciliare? Se è fondato il timore della diffusione del contagio all'interno delle carceri, bisogna porsi il problema dello spostamento dell'eventuale contagio dal carcere all'esterno. Si tratta di tutelare le famiglie dei detenuti. Questo è il tema.
Ma in carcere ci sono situazioni di promiscuità, dato il sovraffollamento, che nelle abitazioni non ci sono...
È vero, ma, in primo luogo per risolvere il sovraffollamento servirebbe la costruzione immediata di nuovi istituti penitenziari e l'attività edilizia potrebbe, in questo momento, costituire anche un volano per l'economia. In secondo luogo, come abbiamo detto nel parere approvato dal Plenum del Csm lo scorso 26 marzo, si potrebbero adottare interventi legislativi per differire l'ingresso in carcere di condannati a pene brevi, per reati non gravi, fino alla fine dell'emergenza.
In attesa che i braccialetti elettronici vadano a regime, data la situazione emergenziale, non sarebbe il caso di bypassare la relazione su pericolosità e reiterazione del reato per concedere la misura alternativa? In fondo chi si giocherebbe tutto se gli rimane poco da scontare...
In mancanza dei braccialetti, in effetti, sarebbe più opportuno che chi ha la responsabilità politica dica: tutti i condannati con residuo pena fino a 24 mesi (eccezion fatta per i delitti gravi o di allarme sociale) finiscono di scontare la pena in detenzione domiciliare. Questa scelta politica consentirebbe di sgravare il lavoro dell'autorità giudiziaria, in questo momento molto difficile dell'emergenza da Covid19.
In una proposta di emendamento del Cnf inoltrata al ministro Bonafede, si chiede di sospendere in maniera esplicita il termine dei 30 giorni che, una volta ordinata la carcerazione, consente di chiedere le pene alternative. Tanto più che i servizi sociale a cui chiederle ora sono chiusi...
Il Decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020 il "Cura Italia" prevede la sospensione dei termini processuali. Non escludo che la norma possa già essere interpretata in questa direzione; basterebbe un chiarimento proveniente dal ministero della Giustizia.
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