di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 7 aprile 2020
"Morire di Aids o di coronavirus, che differenza vuoi che faccia". Non ha mai conosciuto mezze misure Gabi, un uomo nascosto nel corpo di un ragazzo e due occhi cristallini che fanno trasparire un'età dell'innocenza che non ha mai vissuto. A sei anni Gabi scappò da casa in Moldavia, destinazione Bucarest. La sua vita l'avrebbe trascorsa lì, tra i canali e gli squat della capitale rumena, in bilico tra la voglia di riscatto e l'inesorabilità delle ricadute.
Un destino comune a quello delle migliaia di ragazzi per strada divenuti il simbolo del disfacimento sociale della Romania post-comunista. Chi scappava da famiglie devastate da povertà e alcolismo, chi dagli orfanotrofi affollati dei bambini voluti dal regime di Nicolae Ceausescu. Quella cicatrice profonda che aveva aperto la caduta del comunismo fece il giro del mondo, ma con gli anni i ragazzi dei tombini di Bucarest sono diventati nient'altro che un complemento d'arredo della città. Sagome senza vita, volti senza storia.
Alcuni sono riusciti a tirarsi fuori dalla strada, altri su quella strada hanno trovato la morte, altri ancora come Gabi sono lì che sopravvivono. Al freddo, alla fame, alla malattia. Ora l'epidemia rischia di spazzarli via come una folata di vento con le foglie. "Sono sopravvissuto a tutto, sopravvivrò anche a questo. E se non ce la faccio, ero comunque destinato a non vivere a lungo" racconta Gabi con spietata leggerezza. Eppure i più esposti al contagio sono proprio loro, non solo perché abitano la strada. Gabi come l'80% dei suoi compagni di ventura è sieropositivo. E questo non è che un esempio. In questi anni i ragazzi hanno sviluppato tutta una serie di patologie che li rende particolarmente fragili.
Lo stesso uso prolungato della colla, impiegata per alleviare il senso di fame e di freddo, ha avuto conseguenze drammatiche sui loro corpi. Per Gabi come per gli altri la questione principale però è dove trovare i soldi per sfamarsi. Da quando è esplosa l'emergenza Covid, è venuta meno quella "microeconomia" di strada con cui i ragazzi riuscivano a sopravvivere: le pulizie nei ristoranti e nei pub, il lavaggio dei vetri, l'elemosina, il riciclaggio e la vendita di materiali come plastica, carta, rame.
"I ragazzi hanno una diversa percezione del rischio. La loro è la prospettiva di chi è abituato a vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo" racconta Franco Aloisio, responsabile di Parada, associazione che dal 1996 assiste i ragazzi invisibili di Bucarest. Associazione che resta il loro punto di riferimento anche durante l'epidemia. Al centro diurno di Parada i ragazzi possono fare una doccia, trovare cibo e riparo. Il comune di Bucarest non ha fatto mancare il suo sostegno.
L'associazione ha ricevuto beni di prima necessità - dagli alimenti, alle coperte, ai prodotti per l'igiene e i disinfettanti - che i volontari di Parada distribuiscono non solo ai ragazzi di strada, ma anche alle migliaia di persone che vivono nelle baraccopoli e nei ghetti della capitale rumena. Intanto a Bucarest il contagio sta conoscendo un aumento esponenziale: 799 casi nel giro di sole due settimane. Il bilancio potrebbe aggravarsi anche per via delle pessime condizioni in cui versa il sistema sanitario. E anche per questo motivo la capitale ha agito per mettere in sicurezza i senza fissa dimora, mettendo a disposizione tre strutture alberghiere. Ma i ragazzi ignari del rischio scalpitano. Alla quarantena preferiscono la morte. Preferibilmente lungo quella strada che li ha cullati per tutta la vita, quella strada che ora potrebbe inghiottirli per sempre.
di Gian Domenico Caiazza*
lincontro.news, 6 aprile 2020
Il sistema carcerario italiano è da anni fuorilegge, indifferente agli ammonimenti prima ed alle condanne poi della giustizia sovranazionale. Il sovraffollamento è di nuovo ben oltre i numeri già oggetto della condanna Cedu nel caso Torreggiani, e non certo da poche settimane o da qualche mese.
di Laura Caroleo
linkiesta.it, 6 aprile 2020
Saranno solo tremila i beneficiari della detenzione domiciliare prevista per i carcerati dal decreto Cura Italia e "non si possono stabilire distanze di un metro in celle di 3 metri per 3 se al loro interno sono recluse 4 persone. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria".
di Fabio Fiorentin
Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2020
Mentre è in corso l'iter di conversione del decreto legge 18 del 17 marzo 2020, gli operatori chiedono a gran voce sostanziali modifiche alle novità introdotte dal governo per fronteggiare l'emergenza nelle carceri esplosa per il rischio di contagio da coronavirus.
Patrizio Gonnella
sidiblog.org, 6 aprile 2020
Gli effetti sociali del coronavirus costituiscono una metafora della condizione carceraria. Siamo tutti prigionieri nelle nostre case, costretti ad assaggiare forzatamente frammenti di detenzione. Fino a questo momento, però, questo stato globale e permanente di reclusione non si è tradotto in una spinta a produrre azioni dirette a favorire in modo significativo il distanziamento sociale all'interno delle prigioni. Un distanziamento reso complesso dalla situazione generalizzata, non solo dunque italiana, di sovraffollamento della popolazione detenuta costretta a vivere in prigioni spesso malsane. Tale situazione è stata posta al centro delle preoccupazioni degli organismi internazionali che si occupano di privazione della libertà a livello sovra-nazionale.
di Francesca Donnarumma de Luca
diritto.news, 6 aprile 2020
Per scongiurare l'esplosione di una bomba epidemiologica nelle carceri, secondo il Garante Fiandaca potrebbe essere utile il ricorso ai provvedimenti di amnistia e indulto. Giovanni Fiandaca, Garante dei detenuti della Sicilia, giurista, e professore di diritto penale all'università di Palermo, ritiene che in questo momento di grave emergenza sia utile sfoltire le celle in considerazione del fatto che ci troviamo in presenza di una pandemia e i criteri di valutazione degli spazi non possano essere gli stessi di un momento ordinario. Il Garante dei detenuti della regione Sicilia chiede in particolare che siano adottate "misure legislative molto più incisive e di pressoché automatica applicazione". Nell'intervista rilasciata a Giorgio Mannino per Il Riformista ha spiegato quali provvedimenti potrebbero essere utili, in questo momento così difficile di emergenza sanitaria, per scongiurare "l'esplosione di una bomba epidemiologica nelle carceri del Paese".
Secondo Fiandaca l'ideale sarebbe "una misura di deflazione penale che punti a ridurre la presenza dei detenuti in una scala tra 10mila e 20mila presenze. I provvedimenti finora emanati consentono uno sfrondamento troppo limitato. La concessione delle misure alternative è sempre sottoposta alla decisione dei magistrati di sorveglianza. E succede che i magistrati di sorveglianza vengono sovraesposti e non sempre sono in grado di disporre di elementi di conoscenza per operare un confronto tra rischi di varia natura. Alcuni magistrati di sorveglianza sono più restii a concedere misure alternative, altri invece sono più favorevoli. Ci troviamo di fronte ad un eccesso di responsabilizzazione e a una disomogeneità di orientamenti che possono dare luogo a disparità di trattamento".
Ed ha aggiunto, nell'intervista rilasciata a Il Riformista, l'utilità di introdurre un meccanismo di applicazione quasi automatica dei provvedimenti di scarcerazione, per limitare la discrezionalità in questo momento del potere decisionale della magistratura di sorveglianza: "Chiederei provvedimenti più incisivi nel consentire le misure alternative per quei detenuti che devono scontare 4 anni o al limite 3 anni di pena. Ma chiederei anche una disciplina che consenta un'attivazione pressoché automatica dei provvedimenti di scarcerazione, riducendo al massimo il potere discrezionale dei magistrati di sorveglianza".
In merito al ricorso ai provvedimenti all'amnistia e indulto per scongiurare, in questa situazione di evidente eccezionalità e gravità, il dilagare dell'epidemia nelle carceri, Giovanni Fiandaca si è così espresso: "Come giurista dico che la situazione attuale sarebbe connotata da quelle caratteristiche di eccezionalità e irripetibilità che avrebbero potuto in teoria giustificare un provvedimento di amnistia o d'indulto. Il presidente della Repubblica può esercitare il suo potere di grazia in forma cumulativa. Sergio Mattarella può contribuire a decrementare la detenzione carceraria. Fino a pochi anni fa era mia collega all'università di Palermo. Col massimo del rispetto mi piacerebbe vedere un Mattarella più propositivo che stimoli le forze politiche. Che interpreti il ruolo come faceva Giorgio Napolitano".
di Liana Milella
La Repubblica, 6 aprile 2020
L'Associazione nazionale magistrati chiede la proroga del regime a distanza e anche il rinvio della legge sulle intercettazioni, che doveva entrare in vigore il 2 maggio perché il Covid-19 rende impossibile organizzare gli uffici. Ecco come potrebbe cambiare la giustizia italiana.
Nessuna riunione de visu, solo consultazioni online. Anche il sindacato dei giudici, l'Anm, che rappresenta 9mila toghe italiane, vive sul computer l'emergenza Covid-19. Nell'ultimo contatto di sabato è maturata la decisione di chiedere al Guardasigilli Alfonso Bonafede di rinviare dal 15 aprile fino a quando sarà necessario le regole per fare ugualmente giustizia, ma evitando contatti e presenze fisiche nei tribunali. Dunque, proprio la giustizia online già in vigore dal 17 marzo con il decreto Bonafede per tutte le cause urgenti e non rinviabili sia civili che penali.
Ma con meccanismi ancora più stringenti che evitino al massimo contatti fisici tra tutti i protagonisti del processo. Inoltre l'Anm chiede anche il rinvio dell'entrata in vigore della legge Orlando-Bonafede sulle intercettazioni, che sarebbe dovuta partire il 2 maggio. Ma ecco qual è il vademecum sollecitato dall'Anm - che ha rinviato (per ora a fine maggio) anche il voto per rinnovare il suo parlamentino previsto ad aprile - e quale potrebbe essere, se Bonafede e il Parlamento acconsentono, il volto della giustizia italiana dei prossimi mesi.
La casa del giudice diventa aula di udienza - Cosa chiede in concreto l'Anm? Dal 17 marzo i processi civili e penali urgenti, cioè quelli che non possono essere rinviati, si svolgono regolarmente, ma dove è possibile senza un contatto fisico, quindi a distanza. Anche se non mancano processi che continuano a celebrarsi nelle aule di udienza. Ma si tratta di un numero limitato. In via telematica si sono svolte finora le convalide degli arresti e i cosiddetti processi per direttissima. L'Anm, con un documento inviato ieri a Bonafede, chiede che questo regime non si fermi il 15 aprile, ma sia prorogato dal governo e non sia a discrezione dei singoli capi degli uffici, finché la situazione non si avvicina alla normalità.
Scrive l'Anm che ciò è necessario "anche con l'adozione delle necessarie cautele, per evitare l'esposizione di migliaia di persone a un rischio ancora grave, peraltro in assenza dei dispositivi e delle misure di protezione che potrebbero al più ridurre, ma non certo escludere, il contagio e una diffusione ulteriore del virus".
Decisione di Bonafede, non dei magistrati - Il ministro della Giustizia ha già preparato un emendamento al decreto Cura Italia, per la parte che riguarda la giustizia e che andrà in discussione al Senato in commissione già da oggi. Nel quale è previsto un meccanismo per far svolgere i processi per via telematica fino 30 giugno.
E anche la possibilità di fare le udienze con i sistemi informatici non solo nei casi di estrema urgenza (con i detenuti), ma anche per quelli con imputati liberi. Fino al 4 maggio dunque tutti i processi si fermerebbero, tranne quelli urgentissimi (con i detenuti nel penale; per assegni di divorzio e minorenni in difficoltà nel civile).
In concreto, cosa è accaduto finora? Solo negli uffici giudiziari - per esempio a Napoli e a Milano - dove è stato fatto un protocollo, cioè un accordo tra giudici, pm e avvocati, sono stati celebrati i processi per direttissima e le convalide per gli arresti in cui c'erano gli imputati con i loro difensori e la polizia giudiziaria collegati via computer. Ma sono stati fatti fisicamente, nelle aule dei tribunali, anche quei processi nei quali gli imputati detenuti coinvolti hanno chiesto che si svolgessero comunque con la presenza fisica.
Ma adesso, dopo la richiesta dell'Anm, cosa succederà? La regola varrà per tutti i tribunali italiani, a prescindere da eventuali accordi sottoscritti in precedenza. Quindi il processo telematico non sarà più un'eccezione, ma diventerà la norma. Almeno fino al 30 giugno. Potenzialmente, se il Coronavirus non dovesse essere ancora sconfitto, anche per il futuro. Si apre una strada che di fatto segnerà la storia della giustizia italiana.
Con molti mugugni delle Camere penali che lamentano l'assenza, in questo modo, di un contatto diretto tra l'avvocato e il detenuto che resta in carcere e vede il suo difensore soltanto attraverso il computer. Le lamentele riguardano il fatto che l'imputato dovrebbe partecipare al processo seduto accanto al suo difensore nello studio, ma senza ritrovarsi in un'aula. Un'ipotesi che, secondo il responsabile Giustizia di Forza Italia Enrico Costa, che è anche avvocato, sarebbe "se portata a regime, un sovvertimento di principi basilari del processo penale con una violazione pesantissima e probabilmente incostituzionale del diritto di difesa".
Ma il futuro sarà tutto telematico? In queste ore i protagonisti del processo - giudici, avvocati, forze di polizia - si interrogano se davvero il futuro della giustizia sia civile che penale sarà via computer. L'emergenza ha improvvisamente costretto tutti ad accelerare l'innovazione, al punto che anche la Scuola della magistratura di Scandicci sta lavorando su questo, addestrando le giovani o toghe al lavoro online. Da quello che risulta mentre i giudici civili sono più avanti nei processi a distanza, quelli penali affrontano maggiori difficoltà, che sono però insite nella complessità della procedura.
Il rinvio delle intercettazioni - L'Anm chiede anche di rinviare l'entrata in vigore della nuova disciplina delle intercettazioni, perché "richiede un insieme di misure organizzative tecnologicamente complesse, all'evidenza impossibili da adottare e attuare entro il termine a oggi previsto". E su questo è d'accordo pure il forzista Costa che dice: "L'Anm ha ragione e faremo proprio questa proposta quando il decreto Cura Italia arriverà alla Camera. Non ci sono le condizioni minime perché la riforma entri in vigore il 2 maggio. Comprendiamo che il Pd sia molto affezionato a queste norme, ma è evidente che le misure organizzative che mancavano all'inizio di marzo non possono certo essere adottate in questa fase. Almeno su questo pensiamo che non ci siano dubbi".
di Roberto Miliacca
Italia Oggi, 6 aprile 2020
L'emergenza Covid-19 fa chiudere i tribunali, ma le udienze si prova a farle da remoto Una giustizia congelata. Almeno fino a metà maggio, salvo disposizioni diverse, i tribunali d'Italia restano con i battenti chiusi e l'esercizio della giurisdizione, sia civile che penale, viene svolto nella modalità video conferenza per rispettare le misure di contenimento anti Covid-19 individuate dal governo.
Come hanno reagito magistratura e avvocatura all'emergenza e al blocco "fisico" delle udienze? Abbastanza bene, secondo quanto emerge dall'inchiesta che Affari Legali ha condotto questa settimana. Molti nutrono dubbi sul fatto che la "giustizia" non sia stata considerata, dal governo, un "servizio essenziale" per il paese, e che quindi sia stata costretta a "subire" la sospensione di tutti i termini processuali, salvo pochissime eccezioni, rinviando sine die tutte le controversie pendenti.
Questo congelamento della giustizia, in un paese che da sempre soffre del problema della lungaggine dei processi, potrebbe danneggiare ulteriormente la situazione. Magistrati e avvocati, invece, concordano sul fatto che le videoconferenze, in questa fase emergenziale, si stiano dimostrando essere uno strumento utile per proseguire, seppur con il contagocce, l'attività giurisdizionale.
L'informatizzazione spinta di tutte le attività processuali obbligata dall'emergenza Covid, nonostante da qualche anno molte delle attività giudiziarie siano state digitalizzate per effetto della partenza del processo civile telematico, sta però mettendo alla luce alcuni limiti di un funzionamento efficiente, e cioè la necessità che ci siano maggiori risorse e uomini per far decollare, anche dopo l'emergenza, la nuova giustizia 4.0.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2020
Rischio accumulo per i procedimenti giudiziari. L'ampia sospensione dell'attività dei tribunali determinata dall'emergenza Covid-19 potrebbe provocare un ingolfamento di fascicoli alla ripresa. Intanto che lo stop previsto dal Dl cura Italia fino al 15 aprile sta per essere prorogato al 4 maggio dal Cdm atteso per oggi (e salvo ulteriori decisioni) si comincia a pensare alla fase 2, per ora fino al 30 giugno, in cui i capi degli uffici dovranno evitare l'affollamento con misure che vanno dalla limitazione degli orari di apertura al rinvio delle udienze. Uno stop che può mettere in crisi il sistema giustizia e bloccare l'andamento, magari lento ma comunque positivo, di riduzione dell'arretrato e dei tempi dei processi, riscontrato negli ultimi anni.
Gli effetti dello stop - La sospensione ha ridotto al minimo l'attività degli uffici. Nel settore civile si tengono le udienze urgenti che riguardano i minorenni e i rapporti familiari e, nel penale, le convalide di arresto e di fermo, oltre alle udienze nei procedimenti a carico di detenuti se loro o i difensori chiedono di andare avanti. I magistrati stanno poi cercando di chiudere i procedimenti arrivati alle battute finali, tenendo le camere di consiglio in videoconferenza (come al Tribunale delle imprese di Milano) o sostituendo le udienze per la precisazione delle conclusioni dei difensori con il deposito telematico di note scritte (come alla Corte d'appello di Roma). Né si tornerà presto alla normalità. Non solo per la proroga della sospensione, ma anche perché i capi degli uffici giudiziari, consapevoli che l'affollamento dei palazzi di giustizia non è compatibile con le distanze da rispettare per contenere il contagio, stanno lavorando a provvedimenti che limitano l'accesso alle aule. L'effetto, inevitabile, sarà una riduzione degli affari trattati, perché molte attività non possono essere svolte senza la presenza delle parti e degli operatori della giustizia.
Le criticità - La crisi ha spinto il ricorso alla telematica. Il ministero della Giustizia ha dettato le regole per i collegamenti da remoto (decreto del 20 marzo), Consiglio superiore della magistratura e Consiglio nazionale forense hanno siglato protocolli per disciplinare le udienze online. Ma non mancano difficoltà e nodi da sciogliere. A cominciare dall'impossibilità di assumere in videoconferenza testimonianze o dichiarazioni di consulenti e periti. Una questione di primaria importanza che investe il sistema di formazione della prova e, nel penale, il diritto al contraddittorio e l'oralità del processo.
Anche se non toccano questioni di principio, ci sono poi i problemi amministrativi. Il principale consiste nell'impossibilità per il personale delle cancellerie che lavora in smart working di accedere ai registri civili e penali e di depositare gli atti. Molti tribunali hanno chiesto al ministero della Giustizia di sbloccare questa impasse che rischia di diventare un collo di bottiglia anche per i procedimenti oggi trattati in forma scritta e gestiti da remoto da magistrati e avvocati.
La chance della mediazione - Per chiudere le liti civili e commerciali nonostante la giustizia ferma resta aperta la strada della mediazione e della negoziazione assistita, che si possono continuare a fare, online o anche di persona, rispettando le distanze. Per favorire l'utilizzo di questi strumenti, il tavolo per le procedure stragiudiziali voluto dal ministero della Giustizia e coordinato da Paola Lucarelli, docente all'Università di Firenze, ha elaborate un pacchetto di proposte per ampliare il ricorso alla mediazione: da un lato per renderla obbligatoria prima di andare in giudizio nei casi di inadempimento contrattuale causato dall'emergenza sanitaria, dall'altro per spingere la mediazione demandata dal giudice, con incentivi economici per le parti.
di Giada Ceri
minimaetmoralia.it, 6 aprile 2020
La cultura che rende liberi. I libri come chiave per uomini chiusi a chiave. La lettura libera-mente. E avanti così. Nulla, nemmeno una pandemia, riesce a far tacere certa retorica paternalistica che in carcere trova un terreno fertile per esprimersi (in assenza di contraddittorio). Questa e altre ragioni fanno dell'istituzione totale un osservatorio sociale di interesse collettivo.
Qualche mese fa nella casa circondariale "Le Sughere" di Livorno è stato avviato un progetto di lettura ad alta voce con la riunione, ogni quindici giorni, di persone detenute per leggere e commentare un libro insieme da alcuni volontari. Ma l'iniziativa non ha ricevuto una larga accoglienza e la biblioteca dell'istituto, nella sezione di media sicurezza, ha continuato a essere poco frequentata.
Poi ecco l'emergenza legata alla diffusione del Covid-19, con la sospensione dei colloqui in presenza con i familiari allo scopo di prevenire il contagio, e un'idea per stimolare i detenuti alla lettura: una telefonata o una videochiamata in più per ogni libro letto. (Il bibliotecario e i volontari impegnati nel progetto individuano i testi da proporre con una scheda che deve essere compilata in modo da dimostrare che il libro è effettivamente stato letto.)
"Vogliamo dare nuovo impulso alla biblioteca dell'istituto e ai progetti legati alla lettura", ha detto il direttore, "perché crediamo davvero che oggi più che mai la conoscenza possa fare la differenza e che la riscoperta o la scoperta della lettura in un momento come quello attuale sia fondamentale perché, come diceva Pennac, un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso".
(Ma dagli apologeti della "cultura" non ti salva nessuno.) L'idea in sé non è nuova. "Aprire un libro, in Brasile, servirà ad aprire anche le porte del carcere": così, o con sintesi non molto diverse, qualche anno fa varie testate giornalistiche italiane dettero notizia del Reembolso através da leitura, programma di recupero approvato nel 2012 negli Stati del Paraná e del Ceará sotto la presidenza di Dilma Rousseff e realizzato successivamente anche altrove nella repubblica federale.
Il Reembolso permette, a determinate persone detenute, uno sconto di pena pari a quattro giorni in un mese per ogni libro letto fino a un totale di quarantotto giorni in un anno. La lettura del libro deve essere completata entro ventotto giorni, quindi viene verificata, a partire da una recensione scritta e da un colloquio sostenuto con un docente, sulla base di alcuni parametri prestabiliti (comprensione del testo; uso corretto dei paragrafi, dell'ortografia, dei margini; grafia comprensibile). La possibilità di accesso al programma dipende da una valutazione dei giudici che si riferisce al reato commesso; per ottenere lo sconto della pena occorre conseguire, nell'esame previsto alla fine della lettura, almeno un punteggio minimo pari a sei.
Sui risultati dell'esperienza brasiliana non sono stati pubblicati dati precisi; tuttavia, il Reembolso è diventato per alcuni una fonte di ispirazione. Nel 2014 l'allora assessore alla Cultura della Regione Calabria presentò una proposta di legge che prevedeva l'istituzione di un corso di lettura e analisi critica per i detenuti, ricalcando il metodo brasiliano (con minime differenze) a partire dalla prospettiva di una pena che fosse non punitiva ma rieducativa: chi legge, dichiarò Caligiuri, conosce più parole, e chi ha più parole ha più idee; possedere più idee significa avere una visione del mondo, e qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo riesce a distinguere il bene dal male. Ma all'iniziativa, arrivata in Parlamento, non fu dato alcun seguito.
Nel 2015 la deputata Pd Daniela Sbrollini inserì il metodo brasiliano in un nuovo progetto di legge, e anche di quello non si è saputo più nulla. Nel frattempo, però, i progetti, corsi, laboratori e concorsi variamente legati alla lettura e alla scrittura (autobiografica, creativa, giornalistica, poetica, teatrale...) hanno continuato a moltiplicarsi negli istituti penitenziari d'Italia, sia pur in maniera non omogenea. "Scrittura d'evasione" (corso di scrittura creativa nel carcere di Sollicciano); "Il tempo libero scorre" (laboratorio di lettura e scrittura creativa nel carcere di Milano-Opera); "Parole oltre il muro" (concorso riservato ai detenuti del carcere di Piacenza); il "Premio Goliarda Sapienza. Racconti dal carcere, rivolto a detenuti italiani e stranieri"...
L'elenco, qui necessariamente impressionistico, comprende anche un Corso di scrittura per guida turistica, un Laboratorio di giornalismo sociale e infine il progetto proposto nel carcere di Livorno.
Dunque, ci risiamo: "invogliare a correre il rischio della lettura" nei giorni del coronavirus. Ma si può fare di più, se non di meglio. Nell'aprile 2013 la Corte di giustizia dello Stato di San Paolo annunciò la possibilità di concedere ai detenuti la "pena della lettura": espressione che farà storcere il naso a qualcuno ma a me non pare peggiore di altre, utilizzate magari con le migliori intenzioni, come "promozione dell'amore per i libri e della cultura".
L'amore per la "cultura", appunto. (Metto il termine tra virgolette perché, preso da solo senza alcuna contestualizzazione, ha un significato tanto vago che se ne perde il senso. Cultura vuol dire semplicemente coltivazione: di cosa? Quando? Dove? Da parte di chi?) Se in Italia i lettori scarseggiano, i promotori dell'amore per i libri e la cultura si danno invece parecchio da fare. Anche oggi, anche in carcere, whatever it takes. Sembra un'altra era, ma è stato soltanto lo scorso 8 ottobre: in un incontro organizzato a Rebibbia dall'ufficio del garante delle persone private della libertà si discusse tra detenuti, insegnanti, volontari, direttrice, provveditore, magistrato di sorveglianza del metodo brasiliano e di una sua possibile applicazione in Italia. La cultura rende liberi? Allora non potrebbe aprire, oltre alla mente, anche le porte di un carcere?
Formulai la domanda intendendola come una provocazione: il Reembolso e le sue declinazioni italiane possono essere giudicate in modi diversi, ma sta di fatto che la dimensione strumentale dello scambio è ben presente in varie forme dentro le nostre carceri (e fuori): la riabilitazione della persona ristretta (o rieducazione, o "trattamento") si fonda su meccanismi di punizione e premialità e la nostra giustizia resta fondamentalmente retributiva.
Possiamo allora provare, chiedevo, a rendere schietto lo scambio fra detenuto e amministrazione penitenziaria orientandone la strumentalità in una direzione più costruttiva, foss'anche "solo" quella di ridurre il danno che il carcere arreca? E possiamo magari, contestualmente, intraprendere una riflessione disincantata e non ipocrita su questa formidabile coppia, rieducazione e cultura, per capire quale genere di convergenza possa esserci tra le due, tale da far sì che il carcere svolga il compito che alle pene assegna l'articolo 27 della Costituzione? (Alle pene: non necessariamente al carcere).
Vogliamo finalmente fare a meno del giudizio morale sulle intenzioni, sulla loro maggiore o minore schiettezza e libertà in un contesto - la galera - che è stato pensato e fatto apposta per privare della libertà? Per chiederci se la cultura possa e debba rendere migliore l'individuo, e cosa significhi "migliore", cosa intendiamo per buono e se quello delle valutazioni morali non sia un ambito dal quale il diritto, almeno lui, dovrebbe in definitiva astenersi.
Dice l'articolo n. 15 dell'Ordinamento penitenziario che il trattamento del condannato ("un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale") è svolto avvalendosi principalmente, tra l'altro, dell'istruzione e delle attività culturali.
Dicono i fatti che da tempo la galera è diventata, come la chiamò Alessandro Margara, una discarica sociale, in cui spesso finiscono persone che all'istruzione hanno avuto scarse o nulle possibilità di accesso. "Cultura in carcere", insomma, non è una passata di fard sul volto di un lebbroso e fino a poche settimane l'idea brasiliana e i suoi successivi derivati non erano privi di interesse.
Oggi però lo scambio fra lettura e qualche genere di beneficio in più di cui godere dentro quella che minaccia di essere una bomba epidemiologica - il carcere italiano, già condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo - assume un significato diverso e richiede alcune riflessioni. A partire da una domanda che rivolgo alla direzione delle "Sughere": può essere oggetto di scambio qualcosa che ha a che fare con il diritto all'affettività?
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