di Giulia Merlo
Il Dubbio, 7 aprile 2020
Sponda anche di Italia Viva. Cosimo Ferri: "La norma contenuta nel "Cura Italia" va modificata". Pur con la diplomazia che serve usare in una situazione di emergenza, il Pd interviene nel dibattito sulla gestione delle carceri. Il destinatario del messaggio è chiaro: il Guardasigilli Alfonso Bonafede, già bersagliato nei giorni scorsi da appelli e richieste provenienti sia dai penalisti che dalla magistratura che dai garanti dei detenuti.
"La situazione nelle carceri italiane è molto pesante e dobbiamo evitare i rischi di una bomba sanitaria. Le tensioni di ieri a Santa Maria Capua Vetere e Secondigliano sono un nuovo allarme che impone a tutti interventi seri e reali contro il sovraffollamento. È in gioco la tutela della salute di tante persone recluse e sono in gioco la tutela della salute e della sicurezza di migliaia di agenti di polizia penitenziaria, cui deve andare la gratitudine del Paese per il difficilissimo lavoro che compiono per la sicurezza di tutti".
A scriverlo in una nota è il deputato Walter Verini, responsabile giustizia dei dem, che pur con lessico da politico esperto indica in modo deciso la linea del Pd sulla questione: "Si deve evitare il ripetersi di rivolte che mettono a rischio la sicurezza della collettività. Tutti i paesi hanno adottato provvedimenti credibili contro il sovraffollamento: dall'Iran alla Francia, dal Marocco agli Stati Uniti. Anche in Italia si deve fare presto".
Come a dire, si è già perso anche troppo tempo. La richiesta dei dem è di fatto quella già avanzata da chi di carcere si occupa da tempo, come sottolinea lo stesso Verini: "Lo hanno chiesto tantissime voci autorevoli: mandare ai domiciliari detenuti verso la fine della pena, che non rappresentano allarme sociale, che hanno tenuto buone condotte, escludendo ovviamente quelli per reati gravi e ostativi, va fatto presto e davvero". Insomma, esattamente ciò che il ministro fino ad ora si è dimostrato riluttante a fare. Per i dem non c'è più tempo e viene annunciato il fatto che il partito prenderà di petto la questione proprio questa settimana, durante il confronto che si aprirà in Senato sil decreto legge Cura Italia.
Sul punto, il Pd dovrebbe trovare la sponda di Italia Viva, che ha utilizzato toni decisamente più aspri nei confronti di Bonafede. Il deputato ed ex sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore, nei giorni scorsi aveva definito "la situazione nelle carceri e assolutamente fuori dal controllo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il cui capo dipartimento è incredibilmente ancora al suo posto" e ripetuto che "il ministro Bonafede non ha intenzione di recedere dalla sua linea e sostiene che la situazione sia sotto controllo" ma "solo riducendo il sovraffollamento con misure ben più adeguate di quelle, totalmente insufficienti, previste dal governo, effettuando tamponi e dotando di tutti i dispositivi di protezione individuale gli operatori della Polizia Penitenziaria e il personale, si potrà prevenire quello che rischia di essere una delle più gravi crisi mai registrate nel sistema penitenziario italiano".
Sulla stessa linea ieri anche il magistrato e deputato di Iv, Cosimo Ferri, che ha plaudito proprio al "positivo cambio di passo da parte del Pd sulle politiche di Bonafede" e attaccato frontalmente il Guardasigilli, che "non ne azzecca una e va aiutato per il bene della giustizia e della tutela della salute di tutti". Tranciante il suo giudizio sulle norme inserite nel Cura Italia: "Non servono e non risolvono il problema né sanitario né quello del sovraffollamento carcerario. Va modificata la norma e vanno previste ipotesi più ampie per accedere all'esecuzione della pena domiciliare".
Un accerchiamento, quello del ministro della Giustizia, che potrebbe costringere via Arenula a rivedere le proprie posizioni, proprio nelle ore delle proteste - solo le ultime in ordine di tempo - nelle carceri di Sicilia e Campania. Bonafede in questi giorni ha scelto la linea del silenzio, messo all'angolo dalla cronaca oltre che dal le pressioni degli alleati di governo, insieme alle recenti dichiarazioni del pg di Cassazione Giovanni Salvini.
In questa direzione vanno anche le pressioni del Vaticano, con Papa Francesco che, nell'introduzione della messa a Santa Marta, è tornato a chiedere un intervento alle istituzioni: "Vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento delle carceri. Dove c'è sovraffollamento, tanta gente, c'è il pericolo che questa pandemia finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, coloro che devono prendere le decisioni, perché trovino la strada giusta e creativa per risolvere il problema". Chissà se l'auspicio d'Oltretevere farà più breccia di quello del Nazareno.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2020
Siamo in guerra! È la frase ripetuta con tetra insistenza per la pandemia Coronavirus. L'idea della guerra evoca la necessità di un nemico. Finché si pensa al virus, poco da dire. Ma in "questa" guerra contro un'infezione sconosciuta capita (sia in ambito nazionale che internazionale) di dover prendere decisioni ad alto rischio di errori, elaborando ex novo questa o quella strategia, spesso da adattare in corso d'opera al rapido mutare delle circostanze.
Queste decisioni, causa di disagi e ostacoli, a volte spingono svalutazioni nell'ottica prevalente di interessi propri, magari legati ad appartenenze politiche o geografiche. "Nemico" può allora diventare - piuttosto che il virus - "l'altro" da noi; per cui finita la guerra, oltre a contare i morti e i danni economici, si potranno registrare pure divisioni e fratture socio-politiche forse insanabili. Il problema del "nemico" si pone anche per il carcere ai tempi del coronavirus.
In particolare per la richiesta di amnistia/ indulto, da sempre nel carnet di certi ambienti che l'hanno intensificata dopo le rivolte di 20 giorni fa nelle carceri. Il collegamento delle rivolte alle misure restrittive (colloqui) impartite in ragione della pandemia è debole: si è trattato di una trentina di episodi (con manifestazioni cruente d'altri tempi) che si sono accesi con una sincronia e una precisione di obiettivi comuni, così da legittimare più di un sospetto.
In ogni caso, due giorni di furia e poi il nulla; eppure la restrizione dura ormai da settimane e le sofferenze dovrebbero essersi cumulate, certo non diminuite. Comunque sia, il ministro Bonafede si è trovato incastrato nella trappola del "nemico" non appena ha imboccato la prospettiva di arresti domiciliari per i detenuti con un limitato residuo di pena per reati non gravi.
La trappola è scattata su due fronti contrapposti. Da un lato, poiché fin dal suo insediamento egli ha fatto della "certezza della pena" una bandiera, certuni lo sfidano mettendo le sue scelte alla prova di una presunta contraddizione che sperano possa politicamente indebolirlo. Mentre altri lo spingono verso la pesante responsabilità di mosse estreme che potrebbero sembrare in collisione con gli interessi generali della collettività sul piano della sicurezza e della salute, dando l'impressione di anteporvi gli interessi dei carcerati.
In un contesto che sta presumibilmente registrando una diminuzione dei detenuti. Per il fatto che (nella contingente fase di emergenza) ne potrebbero entrare meno del solito; fuori infatti le priorità sono cambiate, essendovi purtroppo altro da fare: controllare, distanziare, trasportare bare in giro per l'Italia, aiutare ospedali e farmacie a ricevere materiali sanitari, sanificare strade ecc. Quella dei numeri per altro non può essere l'unica strategia.
La riduzione del sovraffollamento è utile contro il coronavirus (da fronteggiare - beninteso - a tutela dell'intero mondo penitenziario), ma da sola non basta. Occorre anche altro. Solo che le carceri - come gli ospizi- sono luoghi dove la strategia esterna del distanziamento non potrà mai essere applicata. E idee praticabili che non siano troppo sbilanciate, è difficile (al di là della linea del salva-carceri) immaginarne. Con la conclusione, ovvia ma terribile, che il carcere oggi più che mai è un labirinto dove nessuno può vantare certezze o ricette taumaturgiche.
In mezzo sta la constatazione che, per la maggior parte della comunità esterna, "quelli" (quelli in carcere...) sono da sempre "nemici": stranieri, gente senza fissa dimora, senza identità, tossici fastidiosi, poveri, soggetti alle prese con problemi psichici... E seppure non si arriva all'estremo disumano di pensare che in guerra i nemici si sacrificano, il sentire dei "benpensanti" innesca un'altra trappola del "nemico" che si riflette sulle misure alternative, proprio quelle invocate come possibile deflazione della perenne calca detentiva.
Tali misure infatti implicano una affidabilità che spesso manca a quei "nemici", ai quali pertanto esse obiettivamente si attagliano poco in tempo di pace e ancor meno in tempo di guerra da Covid-19. Un altro aspetto con cui confrontarsi quando si tratta di stabilire ambito applicativo e modalità delle eventuali misure alternative. Comunque, un problema da bilanciare con le ragioni dell'umanità cui Papa Bergoglio si richiama indicando la strada di "scelte giuste e creative".
In conclusione, dentro come fuori del carcere le paure, i rischi e le vittime del coronavirus ci fanno toccare con mano alcune fragilità della nostra democrazia. Una percezione che ricorda (sia pure con abissali distinguo) quella che di fronte alla peste portava a richiamare peccati e dissolutezze. Superata l'emergenza - si sente dire - niente sarà più come prima.
Un auspicio perché la politica (trasversalmente!) torni a essere guida e non più mera caccia al consenso, senza quel miscuglio di invidia e malizia che è oggi la cifra prevalente. Con un forte recupero - da parte di tutti - di senso istituzionale, equilibrio e linguaggio adeguato.
Non proprio quel che oggi traspare dall'appello mistico di un Capitano per la riapertura delle chiese a Pasqua, contro la preghiera solitaria del Papa in piazza San Pietro: capace di dimostrare come persino il silenzio (i lunghissimi minuti senza parole di Francesco immobile davanti all'Ostensorio) abbia la virtù di costringere a pensare.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2020
La Cassazione, sentenza n. 11346 depositata il 6 aprile, ha confermato la custodia cautelare in carcere per Salvatore Di Lauro, quale reggente a partire dal gennaio 2014 del "clan Di Lauro". In quell'anno, appena uscito di prigione dopo aver scontato una condanna decennale, il boss aveva assunto il comando dell'organizzazione perché il fratello Marco, fino ad allora alla guida del sodalizio, era latitante. La Prima Sezione penale ha infatti respinto il ricorso del boss contro l'ordinanza con cui, nel luglio 2019, il Tribunale di Napoli, a sua volta, aveva confermato l'ordinanza del Gip che, nell'aprile 2019, aveva disposto il carcere preventivo per il delitto di cui al 416-bis c.p..
Il provvedimento del Tribunale - La Suprema corte ripercorre e valida le ragioni poste dal Tribunale alla base della cautela. In primo luogo, le precedenti condanne per droga, aggravate dal metodo mafioso. Successivamente, le dichiarazioni di una serie di collaboratori di giustizia che davano conto del ruolo assunto, dal 2014 in poi, nel clan: "entrando in rapporti con le altre organizzazioni criminali, sia per accordarsi su questioni di droga, sia per assumere informazioni su vicende omicidiarie (duplice omicidio di Ciro Milone ed Emanuele Di Gennaro) rilevanti per gli equilibri criminali, sia per intervenire a dirimere vicende estorsive (in danno di Cosimo Angrisano e Cosimo Marullo)".
Né, sempre secondo il provvedimento impugnato, può deporre in favore dell'indagato la minore statura criminale, da più parti emersa, rispetto al fratello. La sentenza ricorda poi che la sua attivazione in due estorsioni aveva portato, nel primo caso, a dimezzare la cifra richiesta e nel secondo all'abbandono della pretesa da parte del clan rivale Vanella Grassi, interventi "emblematici del ruolo apicale assunto".
La motivazione - In definitiva, per la Cassazione "la motivazione fornisce un quadro congruo degli indizi di colpevolezza, sia con riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, sia con riferimento alle altre fonti, costituenti adeguati riscontri, in ordine all'individuazione in Salvatore Di Lauro di un soggetto certamente attivo in via primaria nel settore degli stupefacenti, ma, dopo la sua scarcerazione del 2014, in correlazione con la latitanza di Marco Di Lauro, attivamente proiettato nella dimensione, inscindibilmente congiunta, costituita dal suo ruolo direttivo all'interno della consorteria camorristica".
Così, prosegue la decisione, anche l'illustrazione che è stata data del contenuto delle intercettazioni "appare univocamente indicativa della posizione di Salvatore Di Lauro - forse ritenuta immeritata da qualche conversante e comunque non gestita con l'autorevolezza del fratello Marco, ma pur sempre di rilievo apicale all'interno del gruppo criminale".
Il principio - In punto di diritto, prosegue poi la Corte, il Tribunale non si è discostato dal giusto principio per cui "per l'accertamento della commissione de reato di cui all'art. 416-bis cod. pen., la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare - più che un mero status di appartenenza - un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato prende parte al consorzio associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi, sicché la sua partecipazione alla consorteria, in difetto di prove direttamente rappresentative dell'intraneità del singolo all'associazione, va desunta da indicatori fattuali dai quali, sulla base di attendibili regole di esperienza attinenti propriamente al fenomeno della criminalità di stampo mafioso, possa logicamente inferirsi l'appartenenza nel senso indicato, sempre che si tratti di indizi gravi e precisi, idonei senza alcun automatismo probatorio a dare la sicura dimostrazione della permanenza costante del vincolo, sempre in relazione allo specifico periodo temporale considerato dall'imputazione".
La pericolosità - Quanto infine alla pericolosità giustificativa della misura del carcere, la Cassazione conclude che nei confronti di un indagato per associazione mafiosa "la presunzione relativa di pericolose sociale, di cui all'art. 275, co. 3, cod. proc. pen. (post legge n, 47 del 2015) può essere superata soltanto quando dagli elementi a disposizione del giudice risulti che l'associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con l'organizzazione criminosa, con l'effetto che, in carenza di elementi a favore della posizione dell'indagato, sul giudice della cautela non grava l'onere di argomentare in positivo circa la persistenza delle esigenze cautelari stesse, esigenze da ritenersi sussistenti, in relazione alla suindicata situazione di fatto".
Il Dubbio, 7 aprile 2020
Fino all'11 maggio termini sospesi e udienze non urgenti rinviate: il Consiglio dei ministri ha deciso. Ma intanto, denuncia l'Unione Camere penali, il governo è pronto a estendere il ricorso ai "processi telematici". Al punto che persino le Corti d'assise decideranno in call conference. C'era il rischio di mettere nelle mani dei magistrati scelte che oggi in Italia assumono pochissime persone: il presidente del Consiglio e il ministro della Salute, sentiti gli scienziati. Così sarebbe stato, se non si fosse arrivati alla decisione, maturata prima e durante il Consiglio dei ministri di ieri, di prorogare all'11 maggio il "regime sospeso" della giustizia.
Senza il nuovo intervento del governo, dal 16 aprile in poi sui vertici degli uffici giudiziari sarebbe ricaduta la responsabilità di decidere che tipo di cautele assumere per le udienze civili e penali. E così, nel decreto che il Consiglio dei ministri ha approvato, è previsto che la giustizia resti ancora ferma, con tutti i termini sospesi e le udienze rinviate in automatico, con l'eccezione di quelle urgenti. "Una misura assunta, sentiti gli addetti ai lavori, per tutelare la salute di tutti gli utenti della giustizia ed essere pronti a ripartire", ha spiegato il guardasigilli Alfonso Bonafede. Solo dopo l'11 maggio si potrà entrare in quella "fase 2" descritta dai diversi provvedimenti assunti dall'esecutivo durante l'emergenza coronavirus, e confluiti nel precedente Dl Cura Italia. A quel punto dovrebbero essere presidenti di Tribunale e procuratori capo a stabilire, sentiti Consiglio dell'Ordine degli avvocati e autorità sanitarie, se per esempio ci si potrà limitare a ridurre l'apertura degli uffici al pubblico o se si dovrà continuare a rinviare tutto, tranne le urgenze.
L'Anm: non lasciate la responsabilità ai capi degli uffici - Anche dall'avvocatura erano venute sollecitazioni per rendere il futuro prossimo della giustizia coerente con quanto prescritto per ogni altro aspetto della vita sociale, dalle scuole all'impresa. Ma sul nuovo congelamento delle attività giudiziarie ha pesato la posizione assunta poche ore prima dall'Anm: che già domenica, in una nota della propria giunta, aveva chiesto di garantire appunto "una disciplina uniforme sul territorio nazionale, dettata per legge e non rimessa ai provvedimenti dei dirigenti dei singoli uffici".
Secondo il sindacato dei magistrati bisognerebbe definire in modo meno flessibile anche il regime successivo, previsto dall'11 maggio fino al 30 giugno (almeno per ora). Così come l'Anm aveva definito "indispensabile" individuare "le soluzioni tecnologiche più idonee e praticabili concretamente per celebrare i processi in via telematica".
Camere di consiglio "smart": no dell'Unione Camere penali - Ora, è chiaro che il ricorso alla giustizia digitale è l'altra faccia della medaglia, nel regime della sospensione anti-contagio. Ma qui a segnalarne gli aspetti più problematici sono gli avvocati prima ancora dei magistrati. A pesare sono innanzitutto gli emendamenti presentati dal governo sulla legge di conversione del decreto "Cura Italia", dove resta regolata l'impalcatura della nuova giustizia d'emergenza. Il provvedimento è all'esame di Palazzo Madama e potrebbe approdare in aula domani.
Tra i vari interventi, uno su tutti solleva l'allarme dell'Unione Camere penali, che ieri ha diffuso un dettagliatissimo dossier sulle modifiche in arrivo: si tratta della possibilità di "svolgere da remoto" anche "le camere di consiglio". Intanto, è evidente come tale regime riguarderebbe anche quei processi "la cui trattazione sarà disposta dai capi degli uffici: in definitiva la facoltà potrà essere esercitata per tutti i processi previsti nel periodo emergenziale".
E si tratta, secondo l'Ucpi, "di una totale violazione dei principi irrinunciabili che sovraintendono alla deliberazione della sentenza, compreso quello della segretezza della camera di consiglio". Una scelta, denunciano gli avvocati, "che potrebbe produrre conseguenze devastanti".
Anche considerato che "troverebbe applicazione generalizzata, e quindi anche nei processi per i reati più gravi e tra questi quelli di competenza della Corte di Assise composta, peraltro, anche da giudici non togati". Emerge "in tutta la sua drammatica evidenza", per l'Ucpi, "l'assenza di garanzie non solo in ordine alla segretezza ma anche alla impermeabilità ai condizionamenti esterni di coloro che sono chiamati a giudicare". Un effetto collaterale che rischia di essere pericolosamente sottovalutato.
Corriere del Mezzogiorno, 7 aprile 2020
Un 32enne che sarebbe stato liberato a novembre si è ammazzato ad Aversa. Rivolte nelle carceri dove si teme il contagio. Un positivo a Santa Maria. Gli allarmi di Ciambriello e Zanotelli. Un detenuto romeno di 32 anni, Emil V., si è impiccato all'alba di ieri nel carcere di Aversa. Lo rende noto Samuele Ciambriello, garante dei detenuti in Campania: "In questo tempo così disperato si continua a morire in carcere - dice. Emil era detenuto per rapina e sarebbe uscito a novembre. Non faceva colloqui, non aveva mai avuto sanzioni disciplinari. Gli altri suoi quattro compagni di cella non si sono accorti del suo gesto disperato".
"Aumentano anche i casi di autolesionismo - aggiunge il garante - ma ovunque. Il carcere di Aversa in questi giorni aveva attirato la mia attenzione, positivamente, per i provvedimenti del magistrato di sorveglianza per la detenzione domiciliare per 8 detenuti, altri 12 aspettano i fantomatici braccialetti e 9 sono le relazioni sanitarie in attesa de decisioni del magistrato".
Le carceri "sono una bomba atomica a rischio contagio" e in particolare quello napoletano di Poggioreale dice alle agenzie padre Alex Zanotelli, anticipando che i cappellani campani stanno redigendo un documento di allarme. "In Italia - dice il padre comboniano - dobbiamo diminuire il numero dei detenuti di almeno 20 mila unità per non avere un pericoloso sovraffollamento disumano e senza attendere oltre".
Oltre 150 detenuti hanno protestato domenica nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, asserragliandosi in un reparto dopo avere appreso di un detenuto risultato positivo al Coronavirus. La penitenziaria denuncia d'essere stata minacciata con olio bollente.
Dopo alcune ore di tensione la mediazione con i vertici del carcere e le rassicurazioni fornite ai detenuti sulle misure che saranno prese per evitare altri contagi hanno placato le proteste. Ma nelle carceri campane sono state diverse, ieri mattina: con la "battitura" delle sbarre hanno protestato anche i detenuti di Secondigliano, anche qui per un presunto contagio - non confermato dall'amministrazione penitenziaria - di un detenuto asmatico con febbre. "Battitura" delle inferriate anche ad Ariano Irpino, nell'Avellinese, una delle sette "zone rosse" campane.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 7 aprile 2020
Verranno sottoposti ai test rapidi anche i circa 4mila agenti penitenziari. Le carceri, afferma padre Alex Zanotelli, restano "una bomba atomica" per il rischio contagio nell'emergenza coronavirus. Preoccupati per la situazione di sovraffollamento nei penitenziari del Paese - e in particolare per la condizione in cui versa la casa circondariale di Poggioreale - i cappellani campani stanno preparando un documento per lanciare l'Sos sul mondo carcerario ai tempi del Covid-19.
E mentre da Santa Maria Capua Vetere tornano a riecheggiare boatos di rivolta, la questione carceraria napoletana riemerge in tutta la sua drammaticità. Ma arriva finalmente una buona notizia: test rapidi per verificare la positività al Coronavirus per tutti gli appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria in servizio nella regione Campania (circa 4.000 unità), come pure a tutta la popolazione detenuta negli istituti penitenziari in Regione (circa 8.000).
L'inizio dello screening generale decretato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia rappresenta una importante novità. Forse tardiva, ma importante e necessaria. La conferma della decisione arriva dal Sappe, il più rappresentativo, in termini di iscritti, sindacato della Penitenziaria. "I test - conferma al "Mattino" il segretario campano Emilio Fattorello - sono già disponibili ed inizieranno nelle sedi di appartenenza dall'inizio della prossima settimana: avverranno con il prelievo di una goccia di sangue ed in pochi minuti si avrà il referto. Ciò è stato possibile grazie ad un protocollo stilato dal provveditore regionale del Dap, le Aziende sanitarie locali e la Regione Campania, ancora una volta con il contributo del nostro sindacato".
Tranquillizzanti anche le notizie che fanno finalmente chiarezza su presunti contagi tra gli agenti della "Penitenziaria. Intorno al 19 marzo vennero registrati tre casi di "divise" positive al virus. Un ispettore e due agenti, tutti in servizio al carcere di Secondigliano. Immediatamente isolati, sono usciti ieri dalla quarantena senza complicazioni. E restano liberi dal servizio: questo vuol dire che il cosiddetto "effetto finestra" del potenziale contagio è ormai scongiurato.
Dura e delicatissima la situazione di chi è recluso dietro le sbarre, soprattutto in questo momento. I detenuti - soprattutto quelli custoditi a Poggioreale per l'ormai eterno e immutabile sovraffollamento - vivono nel terrore del contagio. Ma poi c'è anche il personale amministrativo e gli uomini e donne della Polizia penitenziaria, anch'essi sovraesposti al rischio del contagio. Tutti i sindacati del Corpo si sono mossi in quest'ultimo mese.
"In questo travagliato periodo storico i martiri di questa pandemia sono i poliziotti penitenziari - afferma dal canto suo il vicesegretario regionale dell'Osapp Campania, Luigi Castaldo - Il personale è sottoposto ai vari stress psicofisici, essendo in continua allerta e restando sempre in prima linea. Atteggiamenti rivoltosi e devastazioni comportano pene alte, fino a 15 anni con le relative aggravanti, e peggiorano lo stato penale dei ristretti facinorosi, precludendo qualsiasi misura penale alternativa".
Per l'Osapp, "la politica deve adottare provvedimenti tempestivi e risolutivi affinché si mandi un messaggio chiaro e coerente alla popolazione detenuta, anche con l'ausilio dei Garanti e movimenti per i detenuti". Ma se si apre uno spiraglio reale per garantire il diritto primario alla salute per chiunque viva o lavori al di là delle mura carcerarie, ecco spalancarsi una nuova polemica. Quella relativa alla sbandieratissima notizia della produzione, proprio da parte dei detenuti più volenterosi, di mascherine anti-contagio.
"Quattrocentomila mascherine protettive al giorno, 320 detenuti al lavoro, otto macchinari tecnologicamente avanzati, tre stabilimenti produttivi situati all'interno di altrettante sedi penitenziarie": questo il progetto per la produzione industriale di mascherine protettive realizzato in partnership fra Commissario straordinario di governo per l'emergenza Covid-19 e Ministero della Giustizia. Per carità, un'iniziativa meravigliosa.
Peccato però che - come dichiara al nostro giornale lo stesso segretario del Sappe, Emilio Fattorello - "tutti i macchinari prodotti in Cina e destinati alla fabbricazione delle suddette mascherine arriveranno a Napoli solo tra due settimane".
Come cantava Doris Day, Que serà serà". La produzione - quando appunto sarà - servirà a soddisfare il fabbisogno di dispositivi protettivi in dotazione al personale che opera negli istituti penitenziari su tutto il territorio nazionale, ai detenuti in base alle indicazioni delle autorità sanitarie e consentirà di mettere a disposizione della Protezione Civile l'abbondante parte residua per essere distribuita alle altre amministrazioni impegnate a fronteggiare l'emergenza sanitaria, prime fra tutte le strutture ospedaliere.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2020
Il Consiglio dei ministri ha deciso la proroga del rinvio delle udienze della sospensione di tutti i processi, che sarebbe dovuta terminare il 15 aprile, secondo quanto stabilito dal decreto Cura Italia. Il nuovo termine è l'11 maggio.
Un provvedimento sollecitato nei giorni scorsi dall'Associazione nazionale magistrati, che aveva prospettato il rischio, con la piena riapertura dei palazzi di giustizia, di esporre migliaia di persone al contagio da Coronavirus. Un pericolo tanto più grave, secondo il sindacato delle toghe, vista l'assenza di dispositivi e misure di protezione.
L'allarme è stato evidentemente condiviso dal governo, che su proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha deciso di prorogare lo stop a tutti i processi. "Abbiamo valutato di attuare questa misura, sentiti anche gli addetti ai lavori, per tutelare la salute di tutti gli utenti della giustizia ed essere pronti a ripartire", ha spiegato il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Restano le eccezioni già previste dal precedente decreto legge Cura Italia.
Nel settore penale sono assicurate le udienze di convalida di arresto e fermo e i processi con imputati detenuti se sono loro a chiedere. Nel settore civile si celebrano le udienze urgenti che riguardano minorenni e rapporti familiari. Intanto il Csm con una delibera approvata nell'ultima riunione del plenum ha chiesto al ministro della Giustizia di assicurare con la massima tempestività e continuità, gli strumenti necessari e l'assistenza tecnica necessaria al lavoro da remoto anche del personale amministrativo.
Ed è tornato a porgli una questione che ha già messo sul tavolo da tempo: valutare le modifiche delle norme processuali necessarie a favorire, nella fase emergenziale, l'utilizzabilità nei procedimenti civili e penali, comprese le camere di consiglio, delle modalità di svolgimento da remoto.
La Repubblica, 7 aprile 2020
Le carceri "una bomba atomica" per il rischio contagio nell'emergenza coronavirus. Preoccupati per la situazione di sovraffollamento nei penitenziari del Paese e in particolare per la condizione "drammatica" in cui versa il carcere di Poggioreale a Napoli, padre Alex Zanotelli, i cappellani campani hanno preparato un documento per lanciare l'sos sul mondo carcerario ai tempi del Covid-19. Anche il Papa ieri ha dato nuovamente voce alla sua preoccupazione rivolgendo un appello alle istituzioni.
"In Italia - sottolinea padre Zanotelli - dobbiamo diminuire il numero dei detenuti di almeno 20 mila per non avere il sovraffollamento disumano. Ecco perché, pensando alla emblematica situazione di assoluto degrado di Poggioreale, si sta preparando un documento con i cappellani per richiamare l'attenzione sulla drammatica situazione carceraria e fronteggiarla senza attendere oltre"
L'appello al Ministro della Giustizia
In queste settimane l'epidemia di Coronavirus sta mettendo a dura prova la tenuta sociale del nostro Paese. L'emergenza visibilissima di settori nevralgici come quello della sanità e, subito dopo, dell'economia, rischia di lasciare nell'ombra crisi sociali che rischiano di esplodere con evidenza e conseguenze maggiori di quanto accaduto finora.
E se la paura non sta soffocando la solidarietà per il prossimo, non sta però agendo come una livella sociale: chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un'esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico.
Tra le prime, e poi troppo presto già dimenticate, situazioni di estrema emergenza e precarietà c'è quella delle carceri italiane, che pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso e causando rivolte e morti in tutta Italia.
L'informazione su quanto accade tra le mura delle carceri, dopo un primo momento di massima attenzione, è ormai inesistente. Ma quanti si sono chiesti perché i detenuti di tutt'Italia sono in rivolta?
Certo, c'è la paura di contagio per il coronavirus e la paura, in chi ha una limitazione dello spazio di movimento, diventa una terribile angoscia, ma anche in questo caso vi è di più. La crisi connessa al coronavirus ha solo scoperto un nervo che ora è quanto mai dolente. Da anni in molti stiamo chiedendo una riforma dell'Ordinamento Penitenziario che è stata procrastinata da tutti i Governi. Intanto le carceri si affollavano e prendeva corpo nella società una visione spregiudicata che tendeva a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male.
È su questa base ideologica che alcune pene appaiono non rispettose del fondamentale principio di proporzionalità, come denunciato anche da Marta Cartabia, presidente della Corte Costituzionale. Rese spropositate, se ne introducevano di nuove spesso tramite decreti, si perdevano di vista principi fondamentali, e cioè che il carcere deve essere l'extrema ratio e la pena deve tendere alla rieducazione. Risultato? Gli Istituti penitenziari si gonfiavano all'inverosimile rendendo, di fatto, la situazione ingestibile. A nulla erano valsi i moniti e le Sentenze della Cedu (la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali) che ci imponevano di seguire un principio di dignità nel trattamento del detenuto.
Così oggi siamo al manifestarsi del problema in tutta la sua drammaticità. Si badi, quegli uomini che abbiamo visto sui tetti delle carceri di mezz'Italia, non sono un corpo separato dalla società. Il carcere è una questione sociale e le immagini dei detenuti in rivolta ci hanno restituito per intero la fotografia della condizione del rispetto dei diritti nel nostro Paese. Viene da chiedersi: è veramente questo il modello di società che vogliamo? Un modello in cui si rimane indifferenti ad un grido di aiuto così evidente?
Ed allora crediamo che a queste domande abbiamo il dovere di dare risposte molto concrete.
Per questo chiediamo innanzitutto al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di rivedere la sua posizione sull'indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano. Il decreto recentemente adottato per l'emergenza Coronavirus non basta, incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Occorrerebbe anche non far dipendere, se non quando è strettamente necessario, dal braccialetto elettronico l'effettiva detenzione domiciliare ed estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive.
Gli chiediamo di considerare con urgenza l'ipotesi di una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca.
Inoltre crediamo che occorra riformare gli Uffici di Sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi. Questa lentezza si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società. Inoltre in questo periodo di emergenza sanitaria massima, sarebbe necessario non eliminare, semmai ridurre i colloqui, predisporre delle dovute cautele, e consentire che siano effettuati grazie a vetri di protezione. Ma non basta. La tutela della salute in carcere è una vera chimera. I detenuti sono in rivolta perché questo lo sanno bene. Bisogna che ogni Istituto Penitenziario, grazie al contributo delle Aziende Sanitarie Locali, si doti di Presidi Sanitari Interni con un alto grado di efficienza. Ovviamente per attuare un piano del genere, serve che le Regioni prevedano risorse adeguate e straordinarie.
Non ci arrendiamo. Non accettiamo l'idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in un Giustizia dal volto umano, come il Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ha più volte affermato. No, non ci arrendiamo alla distruzione dell'idea stessa di civiltà giuridica.
I firmatari: Padre Alex Zanotelli; Sergio D'Angelo; Gaetano Di Vaio; Don Franco Esposito - Direttore Diocesano Pastorale Carceraria di Napoli; Don Alessandro Cirillo - Casa di Tutela Attenuata, Eboli; Don Giovanni Liccardo - Carcere di Poggioreale, Napoli; Don Massimo Giglio - Carcere di Poggioreale, Napoli; Don Giovanni Russo - Carcere di Secondigliano, Napoli; Don Rosario Petrone, Diacono Casa Circondariale di Salerno; Don Aniello Tortora - Vic. Ep. Carità, Nola; Don Carlo De Angelis - ex Carcere Lauro, Nola; Alfredo Guardiano; Antonio Cavaliere; Sergio Moccia; Paolo Mancuso; Nino Daniele; Dino Falconio; Maurizio de Giovanni; Francesco Barra Caracciolo; Aurelio Cernigliaro; Maddalena Ciaccia; Marialuisa Firpo; Giuliano Balbi; Eugenio Lucrezi; Roberto Giovene di Girasole; Desirée Klain; Vincenzo Lomonte; Francesco Forzati; Corrado Ambrosino; Gennaro Marasca; Rosita D'Angiolella; Corrado D'Ambrosio; Alfredo Contieri; Aldo De Chiara; Stefano Valanzuolo; Marinella Pomarici; Umberto Ranieri; Angela Iannuzzi; Alessia Di Taranto; Roberto Pali;
cronacacaserta.it, 7 aprile 2020
Un detenuto romeno di 32 anni, Emil V. si è impiccato all'alba di ieri nel carcere di Aversa. Lo rende noto Samuele Ciambriello, Garante in Campania delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
"In questo tempo così disperato e così intenso - sottolinea - si continua a morire di carcere e in carcere". "Emil - fa sapere ancora Ciambriello - era detenuto per rapina e sarebbe uscito a novembre. Non faceva colloqui, non aveva mai avuto sanzioni disciplinari. Gli altri suoi quattro compagni di cella non si sono accorti del suo gesto disperato.
Sebbene il fenomeno dei suicidi in carcere sia in diminuzione - spiega il Garante dei detenuti - e aumentano i casi di autolesionismo, il suicidio di una persona privata della libertà, in particolare, costituisce, da un lato, il fallimento più evidente del ruolo punitivo dello Stato. E la politica e l'opinione pubblica vivono l'indifferenza".
Per Ciambriello, "la questione penale è seria e per essere concretamente valutata necessità di verità, trasparenza, e di una riconsiderazione complessiva e l'autolesionismo e in casi estremi il suicidio, rappresentano l'ultima residuale forma di reclamo, di richiesta di attenzioni da parte di un universo di disperati che, nella gran parte dei casi, non possiede molte altre alternative per far sentire la propria presenza".
"Il carcere di Aversa - aggiunge il garante - in questi giorni aveva attirato la mia attenzione, positivamente, per i provvedimenti fatti dal magistrato di sorveglianza per la detenzione domiciliare in seguito al decreto 123, erano usciti 8 detenuti, altri 12 aspettano i fantomatici braccialetti e nove relazioni sanitarie sono in attesa delle decisioni del Magistrato.
Il carcere è una lente particolare attraverso cui guardare la nostra società e, per tale ragione, chiedersi anche che fare dopo le restrizioni dei contatti con l'esterno causa corona virus non riguarda soltanto la vita dei detenuti, ma quella degli agenti di polizia penitenziaria, dell'area educativa, delle direzioni delle carceri e degli operatori socio sanitari", conclude Samuele Ciambriello.
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 7 aprile 2020
Parla Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia. Una marcia virtuale a Pasqua. Papa Francesco lo ha ripetuto chiaro e tondo: "Penso a un problema grave che c'è in parecchie parti del mondo. Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento delle carceri. Dove c'è sovraffollamento, tanta gente lì, c'è il pericolo che questa pandemia finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, coloro che devono prendere le decisioni, perché trovino la strada giusta e creativa per risolvere il problema".
Ma da questo orecchio quasi nessuno ci sente. Il carcere, purtroppo, è un non-luogo della società, lontano da tutto e da tutti, come se al suo interno non ci fossero persone, ma fantasmi. Eppure, c'è chi, come Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia, combatte la sua battaglia anche contro i mulini a vento.
"Il problema è molto serio - dice Apprendi - pur apprezzando lo sforzo dei magistrati di sorveglianza, dei direttori e del personale, dobbiamo gridarlo che il carcere sovraffollato è una polveriera. Lo è sempre, ma ancora di più al tempo del Coronavirus, quando il contagio è così pervasivo. Perfino prescindendo, e il mio è solo un paradosso, dalle ragioni umanitarie, immaginiamo il costo sociale? Se detenuti e agenti penitenziari si ammalassero, pensiamo al carico sugli ospedali e sulle terapie intensive?".
"Le cose che devono essere fatte, si facciano in fretta. E si compia uno screening sanitario su tutta la popolazione carceraria, per vedere chi sta davvero male e deve andare a casa, ai domiciliari. Ma dobbiamo agire subito". Aggiunge, in una nota, Alberto Mangano, componente della presidenza del comitato Esistono i Diritti: "Il 12 aprile ricorre la Pasqua Cristiana, la resurrezione di Gesù, una rinascita.
Il 12 aprile può essere il giorno per un'altra rinascita, quella della dignità di tutti gli essere umani. Il 12 aprile è indetta una marcia di Pasqua per l'amnistia che possa rendere più umane le condizioni di chi è privato della libertà e anche di coloro che devono controllarli. La marcia sarà ovviamente virtuale e verrà rappresentata dalle migliaia di adesioni e dalle interviste che Radio Radicale avrà cura di trasmettere. Il comitato "Esistono i diritti" da oltre un anno sta conducendo una battaglia a Palermo per la nomina del garante comunale per i diritti delle persone detenute".
- Toscana. Il diritto alla distanza di sicurezza nelle celle affollate
- Napoli. Secondigliano, task force dopo la rivolta: nasce il padiglione Covid-19
- Parma. "Oltre 100 detenuti ultra 65enni, questo carcere è come una Rsa"
- Alessandria. Notte di protesta nel carcere don Soria
- Brescia. Coronavirus, morto il medico delle carceri Canton Mombello e Verziano










