di Gemma Brandi*
quotidianosanita.it, 8 aprile 2020
Gentile Direttore, provo a mettere la mia competenza e la mia esperienza al servizio di una lettura delle preoccupazioni che fanno da sfondo ai limiti che la Covid-19 ha imposto alle libertà di movimento dei cittadini. Da sostenitrice convinta della coazione benigna in vece dell'abbandono - di imposizioni cioè che siano necessarie, individualizzate/progettuali, declinate umanamente, interdisciplinari/interistituzionali - coltivo l'idea che, a rendere tollerabile un obbligo sia la sua necessità, spesso e purtroppo poco e male argomentata. Chi oggi reclama i diritti costituzionali o non ha capito l'emergenza o ama esercitarsi in questioni di lana caprina colpevolmente fuorvianti.
Una volta incamerata la necessità della prescrizione di rimanere a casa, vale la pena tenersi al riparo dai tentativi di fomentare in noi lo scontento di altri, di trascinare il nostro animo a una rivolta che non gli appartiene. Vale la pena porsi la seguente domanda: "Cosa trovo insostenibile davvero della attuale detenzione domiciliare?". Il rinvio ai reclusori non è peregrino. Il carcere rappresenta il domicilio coatto di circa sessantamila cittadini in Italia e l'analogia può rivelarsi utile. Analogia e non sovrapposizione. Proviamo a comparare le due realtà.
Cosa rende la detenzione diversa dall'attuale isolamento imposto agli italiani? La prima mira a sospendere e sanzionare condotte criminali, tutelando in tal modo la società e offrendo una sponda riabilitativa al reo. Non si tratta di una coazione salvavita per chi vi è sottoposto, ma protettiva nei confronti di chi non vi è sottoposto. Come pensare che il prigioniero condivida tout court la necessità del suo arresto? L'attuale segregazione, al contrario, non commina una pena, ma serve a proteggere tutti dal rischio di contagio, a non saturare la risposta ospedaliera indispensabile, ad azzerare la replicazione del virus. Siamo necessariamente insieme sulla stessa barca per combattere una battaglia di evitamento.
La prigionia vera e propria, inoltre, stabilisce un taglio profondo delle relazioni con la rete familiare e amicale, oltre che un controllo di questa: dagli incontri alle telefonate, con accesso sospeso alla rete e dunque anche agli spettacoli, al cinema, alla musica e alle notizie, fatta eccezione per dei programmi televisivi. Tutte coartazioni che non riguardano l'attuale isolamento domiciliare, poiché non necessarie. Resta quindi intatta la possibilità di scambi virtuali, libertà che ha contribuito a rendere sostenibili le limitazioni cui siamo sottoposti.
Il domicilio penitenziario non è la casa del recluso, quella in cui abita da solo o con familiari o affini, bensì una struttura scomoda, dove può essere imposta la coabitazione con soggetti che non si sarebbero mai scelti per amici, presupposto, secondo Dostoevskij, in grado di rendere inemendabile la sofferenza detentiva. Al di qua delle sbarre, capita, è vero, di abitare sotto lo stesso tetto di un persecutore, di genitori abusanti in tutti i sensi, di un individuo che non fu buona idea eleggere a partner. In questo caso l'isolamento domiciliare potrebbe coincidere con una spietata inquietudine, non dissimile dal vissuto di molti prigionieri: a tali situazioni occorrerà pensare quanto prima per evitare prevedibili tragedie. Di solito la casa è il luogo nel quale si desidera tornare, nel quale trascorrere tranquille serate e riposanti fine settimana, non dimentichiamolo. E questo la rende diversa da una cella.
Eppure il carcere, così forastico, potrebbe darci lezione di isolamento domestico. I detenuti imparano a trascorrere parti non secondarie della loro vita in pochi metri quadrati, senza necessariamente perdere l'energia esistenziale. Ciascuno di loro sarebbe in grado di insegnare - e lo farebbe in maniera simpatica e convincente - il modo per costruire una routine di sopravvivenza tra quattro mura. L'attività fisica e il mantenimento di una certa forma occupano il tempo di chi abita oltre le sbarre, che ci siano o non ci siano palestre, tra esercizi a terra e camminate interminabili intorno a perimetri impercettibili.
Alcuni detenuti leggono libri, ma quasi tutti scrivono e leggono lettere. Lettere stilate a mano, infilate in una busta, sulla quale si appone un francobollo e che finirà dritta dritta in una cassetta postale, che un postino porterà a destinazione e che qualcuno emozionandosi aprirà. Un dono di altri tempi che scalda il cuore. L'emozione della lettera scritta attraversa senza posa l'universo carcerario. I detenuti cucinano e non pochi tra i maschi scoprono capacità culinarie impensate.
Tutto ciò ben prima della esplosione dei vari masterchef, perché il carcere anticipa i trend. Si arrangiano con materie prime tanto scadenti e paradossalmente care quanto difficili da reperire, raggiungendo risultati ragguardevoli. I detenuti, ricordava De André, sono i maestri dell'intrattenimento legato a una tazzulella 'e cafè. I detenuti parlano tra loro e giocano. I detenuti imparano a decifrare la psicologia dell'altro e non si lasciano imbecherare dai pifferai magici. Quando possono, lavorano. Quando vogliono, studiano.
Il loro tempo è scandito da una routine carceraria precisa e non sempre piacevole, ma l'invenzione del collage con cui riempiono le ore potrebbe essere di lezione a tutti noi. Di questo collage fa parte la messa a punto dinamica e inconsapevole di un fashion trend fatto di praticità, materiali poveri e idee trasgressivamente creative, il più interessante e preveggente street style. Poi capita che Antonio Gramsci estenda in una cella I quaderni del carcere: egli pensava passeggiando in quei pochi metri, scriveva in piedi con un ginocchio appoggiato a uno sgabello e così trasformò la tragedia della prigionia nella creazione di uno dei testi più letti dall'umanità.
E mentre invitiamo i detenuti a lavorare a un kit per l'isolamento ad uso dei ristretti in casa propria, non scordiamo che le carceri italiane attraversano un momento di grande confusione che richiede un brainstorming cui siano chiamati a prendere parte coloro che di carcere si sono seriamente occupati, oltre a chi se ne sta occupando, ma sembra stentare a partorire utili idee sul da farsi per evitare che la Covid-19 esploda in una prigione impreparata e attonita.
Chiudo con una riflessione sui bambini, di cui si parla come di creature sull'orlo di una crisi di nervi a causa dell'impedimento di uscire. Ho visto per anni fanciulli vivere accanto alle loro madri in carcere senza esserne turbati, perché le madri illustravano loro la necessità di una situazione estrema, anziché usarli per rompere una prigionia insopportabile per l'adulto.
Quei piccoli costretti in cella capivano quale straordinaria opportunità fosse vivere accanto alla madre, seppur detenuta. Come pensare che il loro fresco atteggiamento filosofico e interrogativo sui fatti della vita non arrivi ad afferrare tale distinguo? E come pensare che l'accesa curiosità che li attraversa non permetta loro di leggere l'isolamento domestico come una nuova avventura?
Un intellettuale ebreo ultraottantenne mi parlava l'altro ieri del fatto che, il periodo bellico vissuto in Lombardia, fu per lui, tra i mille rischi che corse con la sua famiglia, non più che una divertentissima avventura. Ecco, rinunciamo al riduzionismo adulto, ai luoghi comuni sull'infanzia e guardiamo i bambini in modo diverso, imparando da loro ad attraversare la presente fase senza lamentarci oltre misura, senza creare inesistenti allarmismi, senza squallide manipolazioni.
*Psichiatra psicoanalista, Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 8 aprile 2020
La Cassa delle Ammende adegua le sue procedure all'emergenza Covid-19, tenendo 'da remoto' una riunione programmata per il 6 aprile: argomento delle due delibere adottate nell'occasione è proprio quello delle esigenze connesse alla pandemia attualmente in atto. La prima ha riguardato il profilo organizzativo, riconoscendo una proroga di tre mesi ai progetti approvati e ancora in corso di realizzazione. La seconda è invece destinata a incidere in modo importante sulla situazione emergenziale, grazie a un finanziamento da 5 milioni di euro per interventi mirati in ambito penitenziario.
La somma stanziata dal Consiglio di Amministrazione dell'ente è finalizzata a favorire il passaggio alle misure non detentive sia per i detenuti che abbiano i requisiti giuridici per accedervi, sia per coloro che si trovino in condizioni di incompatibilità con il regime carcerario per motivi sanitari.
Gli interventi si concentrano sul reperimento di alloggi pubblici o privati di cura, di assistenza o accoglienza delle persone in stato di detenzione o sottoposte a provvedimenti giudiziari limitativi della libertà personale. Sotto il profilo soggettivo, destinatari degli interventi possono considerarsi in particolare i detenuti maggiorenni privi di risorse economiche e comunque in stato di difficoltà per l'indisponibilità di alloggio o senza prospettive di attività lavorativa. La somma complessiva di 5 milioni di euro è stata ripartita su base regionale, alla luce della ricognizione effettuata dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in ordine ai detenuti senza fissa dimora presenti negli istituti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 aprile 2020
Superata solo da Belgio e Turchia, nella classifica di Strasburgo. I Dirigenti della penitenziaria a Conte: "Subito misure deflattive". Nella classifica delle carceri più sovraffollate d'Europa, con 118,9 detenuti ogni 100 posti, l'Italia è superata soltanto dal Belgio (120,6) e dalla Turchia (122,5). I dati, raccolti e analizzati nell'ultimo rapporto "Space" del Consiglio d'Europa, sono di un anno fa, risalgono al 31 gennaio del 2019, ma la situazione non è cambiata. Anzi, il 4 aprile scorso il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, stimava il sovraffollamento medio al 121,75%. Un problema che, con il serio rischio che la pandemia da Covid possa trasformare le celle in camere di morte legalizzate, è diventato il nemico numero uno, da combattere con estrema urgenza.
A sottolinearlo non è solo il segretario generale della più grande organizzazione europea (47 Stati membri) in materia di diritti umani, Marija Pejcinovic Buric, che a commento del rapporto "Space" invita tutte "le amministrazioni penitenziarie e tutte le autorità competenti" d'Europa a "cercare di utilizzare quanto più possibile le misure alternative al carcere, e prendere tutte le precauzioni per proteggere i detenuti e il personale". Ieri anche i Dirigenti e i funzionari della Polizia Penitenziaria hanno rivolto un "accorato e responsabile appello" a Giuseppe Conte.
Al presidente del Consiglio hanno chiesto: "Abbiamo la certezza che il virus in carcere non si diffonda? Ed in caso di sommosse o altre rivolte, il Governo è in grado di inviare squadre antisommossa per fronteggiare 50 mila detenuti avviliti e disposti a tutto?". Se "la risposta non è affermativa - continua la DirPolPen nella missiva - allora chiediamo di valutare urgentemente forme deflattive più consistenti, che senza passare per amnistie o indulti, deflazionino sensibilmente le presenze dentro le mura e permettano una gestione più lineare dell'emergenza".
La preoccupazione del sindacato più rappresentativo dei Dirigenti di polizia penitenziaria sta soprattutto nell'"impossibilità di realizzare il distanziamento necessario di un numero elevato di soggetti, con l'ampio rischio di trasmissione a catena attraverso soggetti asintomatici anche agli operatori penitenziari". E anche nel fuoco che "cova sotto la cenere delle devastazioni delle scorse settimane".
"L'Amministrazione Penitenziaria è in impasse e oggi, se dovessero ripetersi i disordini - prevede l'Associazione - sarebbe incapace di fronteggiarli, se non mettendo a repentaglio la vita del personale di Polizia Penitenziaria e di altri operatori ivi presenti".
D'altronde che i detenuti italiani abbiano qualche motivo per non sentirsi in debito verso uno Stato che persiste nell'illegalità, lo dice il rapporto del Consiglio d'Europa. Fuori dal podio della classifica del sovraffollamento, con l'Italia piazzata al terzo posto, in posizione critica seguono solo Francia (con 117 detenuti ogni 100 posti), Ungheria (115), Romania (113), Malta e Grecia (107), Austria e Serbia (106). Poi tutti gli altri. Inoltre, se si va a spulciare il lungo dossier stilato a Strasburgo, l'Italia risulta anche tra i primi Paesi (all'11° posto dopo Liechtenstein, Monaco, Andorra, Lussemburgo, Svizzera, Olanda, Armenia, Albania, Danimarca e Nord Irlanda) per percentuale di detenuti in attesa di sentenza definitiva. Ma salta addirittura al quarto posto, dopo Andorra, Lettonia e Islanda, per percentuale di reclusi che scontano condanne in violazione delle leggi sulle droghe. In Italia sono il 31,8% della popolazione carceraria, a fronte di una media europea del 16,8%.
Unico grafico nel quale il nostro Paese occupa la parte bassa della tabella, è quello che descrive il numero di detenuti in rapporto a ciascun agente di polizia penitenziaria: nettamente sotto la metà della classifica, l'Italia conta 1,4 reclusi per ciascun poliziotto, a fronte di una media europea di 1,6 e con la Turchia al top della graduatoria con 4,9 carcerati per agente.
In questa situazione, le misure deflattive previste dal ministro Bonafede nel decreto "Cura Italia" sono insufficienti e al momento anche inapplicabili per l'indisponibilità dei braccialetti elettronici, obbligatori per concedere i domiciliari ai detenuti con pena residua (esclusi reati gravi) inferiore ai 18 mesi.
Se qualcosa si muove è solo grazie al mutato clima generale nelle procure, come dimostra l'iniziativa del procuratore di Milano Francesco Greco che, come spiega l'Unione delle camere penali, "ha adottato una direttiva per i propri sostituti con la quale invita a sospendere la richiesta di misure cautelari personali se non "per reati con modalità violente" o di "eccezionale gravità"".
Una direttiva che, sottolineano gli avvocati penalisti, "è soprattutto la dimostrazione plastica della effettiva esistenza della emergenza carceraria confermata in aperto contrasto con la irresponsabile teoria negazionista del Ministro della Giustizia, dal quale ora ci attendiamo non solo le risposte alle domande che da settimane gli rivolgiamo, ma anche una pubblica valutazione sulla supplenza che la magistratura è quotidianamente costretta a svolgere rispetto al disinteresse del governo".
Vita, 8 aprile 2020
La situazione nei penitenziari è drammatica. Lettera appello di Cittadinanzattiva che chiede interventi per tutti, a cominciare da madri e bambini. "Le misure introdotte con il DL n. 18/2020 - che prevedono per i detenuti in semi-libertà la possibilità di non rientrare in carcere la sera e per i condannati fino a 18 mesi di scontare la pena in detenzione domiciliare (con consistenti esclusioni per diverse categorie di condannati) - nonostante abbiano prodotto un leggero calo delle presenze nelle carceri, non bastano.
Tali misure, infatti, raggiungono potenzialmente una platea di beneficiari insufficiente, ma soprattutto, sulla base delle segnalazioni che ci giungono, restano ulteriormente vanificate a causa della indisponibilità nell'immediato di un domicilio per una buona parte delle persone detenute. Peraltro, sulla base delle informazioni che finora abbiamo raccolto, i dispositivi di protezione individuale distribuiti nelle ultime settimane al personale di polizia penitenziaria risultano tuttora insufficienti e buona parte della popolazione detenuta risulta tuttora sprovvista di mascherine e gel disinfettanti", dichiara Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva che oggi ha inviato una lettera appello al Ministro della Giustizia, al capo del Dap, al Commissario straordinario per l'emergenza Covid19 ed alle Regioni.
"In questo momento di emergenza che investe l'intero paese, se la tutela della salute dei cittadini ha finora dichiaratamente rappresentato il criterio guida delle scelte e dei provvedimenti finora adottati dal Governo, riteniamo che lo stesso criterio debba ugualmente orientare gli interventi da promuovere nell'ambito penitenziario, con prevalenza rispetto ad ogni altra ragione o interesse".
In particolare, nella lettera inviata oggi, Cittadinanzattiva chiede che:
- vista anche la circolare del Ministero della Salute del 3 aprile, si proceda rapidamente allo screening della popolazione detenuta, degli operatori della polizia penitenziaria e del personale sanitario e civile ivi impegnato, mediante somministrazione di tamponi nasofaringei, o di test sierologici come già avvenuto in Toscana ed in Campania, grazie ad accordi tra P.R.A.P. e Regioni;
- si provveda alla rapida fornitura di dispositivi di protezione individuale in quantità sufficiente per personale e detenuti, anche incrementando le attività di produzione di mascherine avviate all'interno degli istituti;
- si proceda alla tempestiva individuazione di alloggi dove collocare i detenuti che possono accedere alla detenzione domiciliare ma non hanno la disponibilità immediata di un domicilio idoneo, anche presso strutture alberghiere al momento inutilizzate e provvedendo a tal fine ad eventuali requisizioni;
- si individui una collocazione immediata al di fuori degli istituti di pena per madri e bambini che si trovano tuttora ristretti, come peraltro richiesto nel condivisibile appello proveniente dalla casa circondariale di Roma Rebibbia. "Se la presenza di bambini dietro le sbarre rappresenta già nell'ordinario una gravissima aberrazione su cui da tempo si invocano interventi e riforme, in questo momento, il rischio, anche solo potenziale, di una loro esposizione al contagio impone di intervenire con assoluta risolutezza, prevedendo immediatamente l'uscita dagli istituti di madri e bambini, così da porli in sicurezza".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 7 aprile 2020 n. 11536. Omicidio colposo per la moglie che, non rispettando la prescrizione medica, causa la morte del marito. Lo precisa la Cassazione con la sentenza 11536/20. I fatti - La vicenda ha visto protagonista una donna sposata con un uomo molto più anziano di lei che aveva bisogno di cure.
Aiuto che non è stato assolutamente prestato, anzi. La moglie, infatti, aveva abbassato le barre protettive sul lato del letto procurando così due cadute a terra durante la notte del povero anziano che aveva riportato la rottura del femore e successivo decesso. Il perito aveva evidenziato, però, che la caduta si era venuta a determinare per una situazione di negligenza addebitabile al personale sanitario e non alla caduta-morte addebitata alla sola moglie: non era dimostrato in sostanza il nesso di causalità tra caduta e decesso. I giudici di merito hanno contestato la perizia evidenziando come l'imputata avesse agito con imprudenza e negligenza in quanto i sanitari le avevano dato istruzioni precise con l'ordine di non abbassare le sbarre del letto.
Il verdetto dei Supremi giudici - La Cassazione ha ritenuto che la Corte d'appello avesse ricostruito correttamente la colpa della donna evidenziando una condotta contraria a una regola di prudenza. La donna si è vista riconoscere la sospensione della pena per la pregressa incensuratezza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 aprile 2020
Lettera ai provveditori dell'osservatorio carceri dell'Ucpi. I responsabili nazionali dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane, gli avvocati Riccardo Polidoro e Gianpaolo Catanzariti, hanno inviato una lettera a tutti i Provveditori dell'Amministrazione Penitenziaria, per porre una serie di quesiti relativi agli istituti di pena del territorio con la convinzione "che solo collaborando pienamente insieme potremo superare nel miglior modo possibile l'emergenza attuale o comunque ridurne i danni".
Proprio l'avvocato Polidoro ci dice che "occorre trasparenza in questo momento; più notizie avremo, più l'avvocatura potrà contribuire a fronteggiare l'emergenza. Allo stato attuale il ministero della Giustizia è isolato rispetto alle soluzioni predisposte: il Papa, le associazioni radicali, gli avvocati, molti magistrati chiedono provvedimenti più coraggiosi".
L'iniziativa segue a quella della Giunta dell'Ucpi che reclamava con forza più dati e chiarezza. Al provveditore della Campania, Antonio Fullone, la lettera è stata inviata anche dai responsabili regionali, gli avvocati Giovanna Perna e Fabio della Corte. Quello che i penalisti chiedono è di sapere, tra le altre cose, quanti sono i detenuti che hanno usufruito dei domiciliari, con o senza braccialetto, in base al dl 17 marzo, n. 18 ("Cura Italia"; quanti i tamponi effettuati; quanti i reclusi con patologie polmonari; quanti risultati positivi al coronavirus e quanti ospedalizzati.
Come spiega al Dubbio, l'avvocata Perna "destano molta preoccupazione i numeri che ci giungono: 158 agenti di polizia penitenziaria, 37 detenuti e 5 funzionari dell'Amministrazione sono infetti. A ciò si aggiunge la morte del medico in servizio nelle carceri bresciane e il primo caso di Covid- 19 negli istituti penitenziari della Campania, in particolare un ospite di un reparto di alta sicurezza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. È da registrare anche la morte per suicidio di un recluso nel carcere di Aversa".
Si tratta di un detenuto romeno di 32 anni, Emil V. che si è impiccato all'alba, come reso noto da Samuele Ciambriello, garante dei detenuti in Campania. L'uomo era dentro per rapina e sarebbe uscito a novembre. "Il suicidio - prosegue Perna - per quanto non riconducibile ad una ipotesi di contagio da Covid- 19, denota chiaramente una situazione di insofferenza.
Purtroppo in questo momento i soggetti con problemi psichiatrici non possono ricevere l'attenzione e le cure da parte degli specialisti, a causa delle restrizioni". Per quanto concerne invece le misure adottate per fronteggiare il sovraffollamento nel momento dell'emergenza sanitaria, l'avvocato Perna ravvisa "la fallacia dell'efficacia: negli istituti di pena ad Avellino e provincia, con una popolazione carceraria di circa 1.053 persone, da quando è stato varato il decreto, secondo un censimento della Camera Penale locale, sono uscite solo 2 persone e 4 sono in attesa di braccialetti, che non si quando arriveranno.
Se l'uscita dal carcere è stata predisposta per motivi di salute, si comprende che questo poteva essere fatto anche prima che si verificasse la pandemia. I magistrati di sorveglianza stanno differendo la pena a coloro che hanno gravi condizioni di salute. Noi invece, come Osservatorio Carcere Ucpi, vogliamo che il governo si assuma la responsabilità e riduca il sovraffollamento perché esso può provocare l'espansione del virus.
Dov'è il paradosso? Noi da sempre abbiamo chiesto ai magistrati di sorveglianza di applicare la legge 199 del 2010 che consentiva appunto la detenzione domiciliare per tutti coloro con un residuo di pena non superiore a 18 mesi. Ma fino ad ora non è stata applicata o è stata applicata pochissimo. Oggi lo stanno facendo in maniera più assidua. Bisognava aspettare il coronavirus?".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 aprile 2020
Nel 2014 la Cedu stabilì la sua incompatibilità con il regime detentivo. È di 667 mila euro la somma a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione liquidata a Bruno Contrada, l'ex numero due del Sisde assistito dall'avvocato Stefano Giordano del Foro di Palermo. La Corte d'Appello di Palermo, con l'ordinanza depositata il 6 aprile 2020, ha così accolto parzialmente (erano stati chiesti tre milioni di indennizzo) l'istanza presentata dal legale.
"Riteniamo - dichiara l'avvocato Giordano - che la pronuncia della Corte d'Appello sia perfettamente in linea con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e ne dia la giusta esecuzione: al di là del quantum liquidato, la Corte d'Appello - con un provvedimento libero e coraggioso - ha statuito che Bruno Contrada non andava né processato, né tanto meno condannato e che, dunque, non avrebbe dovuto scontare neppure un solo giorno di detenzione, disattendendo le obiezioni della Procura Generale e dell'Avvocatura dello Stato.
Ci riserviamo ora di esaminare attentamente il provvedimento, per valutare eventuali spazi per l'impugnazione in Cassazione". Da ricordare che l'istanza accolta dalla Corte trova titolo nella sentenza della Corte di Cassazione del 2017, con la quale - in ottemperanza di quanto statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel 2015 - è stata dichiarata ineseguibile e improduttiva di effetti la sentenza con cui la Corte d'Appello di Palermo aveva a suo tempo condannato Contrada a dieci anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso.
Ricordiamo che Contrada è stato tratto in custodia cautelare in carcere il 24 dicembre 1992 e vi è rimasto sino al 31 luglio 1995, quando la misura è stata revocata (nel corso del processo di primo grado) per le precarie condizioni di salute dell'imputato. A seguito dell'intervenuta irrevocabilità della sentenza di condanna, l'11 maggio 2007 è entrato in carcere per l'espiazione della pena di dieci anni di reclusione. Il 24 luglio 2008, sempre in ragione delle sue sempre più gravi condizioni di salute, gli è stata concessa la detenzione domiciliare.
Il 12 ottobre 2012 (grazie allo "sconto" di due anni di pena per buona condotta), Contrada (all'età di ottantuno anni) è stato rimesso in libertà, dopo una dolorosa vicenda processuale durata vent'anni e dopo avere trascorso, complessivamente, quattro anni in carcere e quattro anni agli arresti domiciliari. Contrada ha subito anche danni fisici e psichici, perché durante la detenzione il suo stato di salute si è aggravato, tanto da essere ricoverato, più volte, all'ospedale.
Da ricordare che la sua incompatibilità con il regime detentivo è stata cristallizzata nel 2014 dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu) che ha accertato la violazione, da parte dello Stato italiano, dell'art. 3 Cedu che vieta di sottoporre alcuno a trattamenti inumani o degradanti. La stessa Corte aveva rivelato che Contrada era "affetto da diverse patologie gravi e complesse".
Ma i danni subiti si sono anche riversati nei confronti dei suoi familiari. Sia ai due figli che alla moglie, morta purtroppo a gennaio dell'anno scorso. Una donna che si era vista crollare improvvisamente e definitivamente il mondo addosso dal momento in cui suo marito, colui che era suo compagno di vita da quasi quarant'anni è stato tratto in arresto. Lei si è trovata brutalmente gettata nel ruolo di capo- famiglia, diventando l'unico punto di riferimento dei due figli, ma anche del marito visto che l'ha dovuto supportare emotivamente.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 8 aprile 2020
La richiesta di Camere penali e Anm: "impensabile visto l'attuale stato di emergenza". "Si impone una proroga del termine di entrata in vigore" della riforma delle intercettazioni per un "lasso di tempo, che non potrà che essere successivo alla conclusione dell'emergenza". Questa è la richiesta dell'Unione camere penali italiane, inviata del 1 maggio: data in cui dovrebbe entrare in vigore il dl Intercettazioni (dl n. 161/2019).
E questo lasso di tempo di ulteriore proroga, scrivono i penalisti, "potrebbe essere l'occasione per una novella che riporti la materia in aderenza ai principi costituzionali e tra questi a quelli che sovrintendono all'esercizio del diritto difesa". Nel documento approvato dalla Giunta, infatti, si ribadisce il giudizio molto duro sulla riforma, definita "in palese ed insanabile contrasto, per il profilo sostanziale, con l'articolo 15 della Costituzione e con l'articolo 8 della Cedu e, sotto l'aspetto procedurale, è chiaramente e ripetutamente lesiva del diritto di difesa e della parità delle parti in evidente violazione degli articoli 24 e 111 della Carta Costituzionale".
Oltre alle considerazioni critiche in merito allo strumento del Trojan come virus informatico per captare le informazioni, alla possibilità della cosiddetta "pesca a strascico" delle notizie di reato e agli aspetti procedurali di affidamento della valutazione di rilevanza delle intercettazioni, le Camere penali argomentano anche il fatto che "il legislatore si rivela incapace di coordinare e bilanciare due diritti fondamentali, entrambi costituzionalmente garantiti: il diritto alla riservatezza delle comunicazioni e quello di difesa".
Non appare condivisibile, si legge "che nel tentativo, peraltro, nel concreto non riuscito, di meglio tutelare il diritto alla riservatezza il legislatore comprima quello di difesa impedendo all'indagato e per lui al difensore, di conoscere l'esito delle intercettazioni tempestivamente e di poter, nel rispetto, della parità delle parti nel processo, elaborare, senza condizionamenti ed interferenze le strategie difensive".
I penalisti censurano anche l'omissione "di un necessario intervento per rendere effettive le prerogative pure già riconosciute al difensore. Dal testo licenziato emerge infatti che le comunicazioni telefoniche con il difensore potranno ancora essere ascoltate dal pubblico ministero, non essendo stata prevista l'immediata interruzione della captazione quando uno degli intercettati sia, appunto, il difensore, consentendo, anche in tale ipotesi, all'accusa di conoscere le strategie difensive e non essendo certamente sufficiente la sanzione della inutilizzabilità a garantire la sacralità del perimetro del diritto di difesa".
Infine, segnalano i penalisti con riferimento allo stato emergenziale in cui sta operando la giustizia, "l'entrata in vigore del provvedimento, proprio nel periodo di emergenza determinato dall'epidemia da Covid 19 rende del tutto problematico per non dire impossibile, l'esercizio delle prerogative difensive e segnatamente quello di controllo e selezione delle risultanze dell'attività di captazione".
La richiesta delle Camere penali non è isolata. Anche l'Associazione Nazionale Magistrati è intervenuta con un documento di uguale tenore, in cui ha definito "necessario differire l'entrata in vigore della nuova disciplina delle intercettazioni, che richiede un insieme di misure organizzative tecnologicamente complesse, all'evidenza impossibili da adottare e attuare entro il termine a oggi previsto". Nessuna valutazione di merito sulla riforma da parte del sindacato dei magistrati, ma solo la considerazione tecnico organizzativa di una sostanziale impossibilità di applicare la legge, nel caso in cui la sua entrata in vigore sia il 1 maggio.
La parola, ora, spetta al ministero della Giustizia, che dovrebbe farsi alfiere di una ulteriore proroga dell'entrata in vigore del dl Intercettazioni, il cui iter approvativo è stato già tanto lungo quanto accidentato e controverso. La legge, infatti, è stata approvata dalla Camera il 27 febbraio scorso, convertendo il decreto legge n. 161/2019, che modificava sostanzialmente la riforma Orlando del 2017, che all'epoca era stata oggetto di aspri confronti in parlamento e anche nella galassia giudiziaria.
di Mary Liguori
Il Mattino, 8 aprile 2020
Procede come una eco. Rimbomba di cella e in cella, poi viaggia di carcere in carcere. Infine coinvolge i familiari che sono fuori e, senza collegamenti ufficiali diretti con l'interno dei penitenziari, al solito, sono informati in tempo reale su quanto accade dentro i padiglioni dove sono reclusi i loro parenti.
La giornata di domenica è stata tra le più calde per le carceri campane da quando è iniziata l'emergenza coronavirus. Sia nelle grandi carceri che in quelle di media o bassa sicurezza, si sono registrate proteste, Come avvenuto tra il 7 e il 9 marzo, i tumulti non sono scoppiati contemporaneamente, ma in rapida successioni gli uni dagli altri.
Le proteste e sono iniziate ieri mattina, con la "battitura" delle sbarre, nell'istituto penitenziario di Napoli Secondigliano. La protesta è partita in seguito alla divulgazione di una fake news circa un caso di positività all'interno del carcere, notizia falsa nata sulla base di un soccorso prestato a un recluso asmatico che, peraltro, già in serata non aveva più la febbre. Poche ore dopo, a Santa Maria Capua Vetere, si è diffusa la notizia di un detenuto risultato affetto da coronavirus trasferito, il giorno precedente, al Cotugno di Napoli.
In questo caso, l'informazione era corretta ed è stata anche confermata dal Garante dei detenuti campani, Samuele Ciambriello. Poche ore dopo, era ormai sera, i detenuti dei reparti Nilo e Tevere, hanno iniziato una protesta che ha poi coinvolto altri reparti fino a mezzanotte e mezza, Ieri mattina una seconda rivolta. Sempre domenica sera, episodi di battitura alle inferriate si sono registrate anche nel carcere avellinese di Ariano Irpino, istituto collocato, peraltro, in una delle "zone rosse" decretate dalla Regione Campania nell'ambito dei provvedimenti emessi per contenere la pandemia da covid-19 Nelle stesse ore, anche gli ospiti della casa di reclusione di Aversa inscenavano la loro protesta calamitando in zona un considerevole spiegamento di forze dell'ordine chiamate a prevenire eventuali tentativi di fuga da un carcere che certo non spicca per inespugnabilità.
Mentre tutto ciò accade, c'è chi procede su un altro binario. E sono i detenuti del reparto Volturno di Santa Maria Capua Vetere si sono resi protagonisti di una lodevole gesto di beneficenza. Dopo la lettera in cui, la settimana scorsa, ringraziavano tutti gli operatori sanitari che stanno lottando in prima linea contro la pandemia, hanno infatti raccolto 2.500 euro che hanno devoluto alla Protezione civile. Un gesto di grande umanità in un momento in cui, al netto delle speculazioni, la popolazione carceraria vive una fase di grande difficoltà e paura.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 7 aprile 2020 n. 11541. Il giudice che pronuncia una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di un minore non imputabile, perché di età inferiore ai 14 anni, viola il suo diritto di difesa. La Corte di Cassazione, con la sentenza 11541, accoglie il ricorso contro la decisione del giudice di affermare la non imputabilità, d'ufficio, per il reato di furto aggravato in concorso, nei confronti di due ragazzine minori di 14 anni.
La Suprema corte accoglie la tesi della difesa secondo la quale le due imputate avevano diritto al dibattimento, con l'assistenza di un avvocato, di un assistente sociale e di interloquire nel processo. La decisione presa de plano, solo sulla base del dato anagrafico, si pone in rotta di collisione con l'articolo 6 della Cedu sul diritto ad un equo processo e con l'articolo 40 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.
Per la Suprema corte il minore, avvertiti i genitori o chi esercita la potestà genitoriale, deve essere messo al corrente delle contestazioni e ha diritto all'accertamento dei fatti. Per i giudici non è condivisibile l'orientamento che apre la strada alla decisione d'ufficio, perché la pronuncia di non punibilità avviene con una sentenza e dunque con un provvedimento che ha comunque un carattere intrinsecamente giurisdizionale e non è priva di conseguenze, potenzialmente pregiudizievoli.
Nei casi più gravi può portare, infatti, all'applicazione di misure di sicurezza, quando il minore sia considerato "pericoloso", o semplicemente all'iscrizione nel casellario giudiziario, che viene cancellata solo al raggiungimento della maggiore età. La sentenza, chiarisce la Cassazione, è in linea con la giurisprudenza di Strasburgo.
Gli eurogiudici, infatti, hanno affermato (sentenza 4268/04) che lo Stato ha degli obblighi positivi nei confronti dei minori sottoposti alla sua giurisdizione. Anche il minore di 14 anni deve avere dunque da un processo su "misura", calibrato sulla sua età, sul livello di maturità e sulla capacità intellettiva deve, in sostanza, essere messo nella condizione di capire le accuse esercitando pienamente il suo diritto di difesa.
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