di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2020
Se ricorrono i presupposti della liberazione anticipata "speciale" questa va accordata nella misura fissa di 75 giorni di anticipo, invece degli ordinari 45, per semestre di pena scontata. Infatti, come spiega la sentenza n. 11673 depositata ieri dalla Corte di cassazione, è possibile che il giudizio negativo del giudice dell'esecuzione sulla condotta del condannato relativamente aun semestre possa riverberarsi anche su quelli anteriori, ma la misura aumentata del beneficio non è però riducibile una volta che sia stato riconosciuto in base al comma 1 dell'articolo 4 del decreto legge 146/2013.
L'effetto retroattivo di una cattiva condotta, tenuta durante uno dei semestri di quelli del periodo di cui deve tenere conto il giudice chiamato a decidere sulla concessione del beneficio, non è precluso. Ma tale riverberazione sul passato deve essere giustificata dal giudice in base alla gravità della condotta rilevata e deve essere oggetto di ampia formula motivazionale nella decisione. Nel rispetto di tali criteri è possibile la corrispondente riduzione del beneficio, cioè dell'anticipo del fine pena.
Se però il beneficio è riconosciuto e rientra anche in parte nell'applicazione della previsione speciale del Dl del 2013 sull'espiazione della pena questo non può essere inferiore alla misura fissa di 75 giorni e l'applicazione di tale norma speciale, si ricorda che riguarda il biennio seguente all'entrata in vigore del Dl 146, cioè il 24 dicembre 2013. E, conclude la Cassazione, che tale norma speciale che non può essere applicata in misura diversa dal giudice, non ha a che vedere - in termini di discrezionalità - sulla possibilità, prevista dal comma 2 della stessa norma, e valutabile dal giudice di aumentare di trenta giorni i benefici già concessi nell'ordinaria misura di 45 giorni.
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2020
Straniero - Irregolare - Provvedimento di espulsione - Natura amministrativa del provvedimento - Sindacato del giudice di merito - Espulsione automatica - Valutazione delle condizioni di esclusione - Non compete - Attività di mero accertamento - Pendenza del processo ammnistrativo - Irrilevanza. Il provvedimento prefettizio di espulsione dello straniero è obbligatorio a carattere vincolato e la sua eventuale disapplicazione è riservata al giudice amministrativo. Il giudice ordinario è solo tenuto all'accertamento, al momento dell'espulsione, della mancanza del permesso di soggiorno, perché scaduto o non rinnovato, essendo irrilevante la circostanza della pendenza dei termini per impugnare il diniego di rinnovo.
• Corte di Cassazione, Sezione 1, ordinanza 31 marzo 2020 n. 7619.
Straniero - Espulsione - Natura amministrativa del provvedimento di espulsione - Assenza del permesso di soggiorno - Sindacato del giudice di merito - Non sussiste - Valutazione delle condizioni di esclusione dell'espulsione automatica - Non sussiste - Attività di mero accertamento - Pendenza del processo ammnistrativo - Irrilevanza. Non esiste alcun rapporto di pregiudizialità tra il giudizio amministrativo, avente ad oggetto i presupposti per il rilascio di un titolo di soggiorno, e il giudizio ordinario sull'espulsione. Il controllo dell'autorità giurisdizionale ordinaria sul provvedimento prefettizio è quello del riscontro dell'esistenza, al momento dell'espulsione, dei requisiti di legge che lo impongono, e la mera carenza del permesso di soggiorno, anche temporanea, fa venir meno il diritto dello straniero di rimanere in Italia. La decisione del giudice amministrativo, sulle condizioni di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro non costituisce un antecedente logico in senso tecnico rispetto a quella del giudice ordinario sul decreto d'espulsione, che legittimamente è stato emesso, nel caso di specie, a seguito della revoca del permesso di soggiorno.
• Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 14 giugno 2018, n. 15676.
Immigrazione - Straniero non in regola con il permesso di soggiorno - Decreto prefettizio di espulsione - Sindacato del giudice ordinario sul provvedimento presupposto del questore - Esclusione - Ricorso al giudice amministrativo avverso quest'ultimo - Sospensione del giudizio ordinario - Esclusione. In tema di immigrazione, il provvedimento di espulsione dello straniero è obbligatorio a carattere vincolato, sicché il giudice ordinario è tenuto unicamente a controllare, al momento dell'espulsione, l'assenza del permesso di soggiorno perché non richiesto (in assenza di cause di giustificazione), revocato, annullato ovvero negato per mancata tempestiva richiesta di rinnovo, mentre è preclusa ogni valutazione, anche ai fini dell'eventuale disapplicazione, sulla legittimità del relativo provvedimento del questore trattandosi di sindacato che spetta unicamente al giudice amministrativo, il giudizio innanzi al quale non giustifica la sospensione di quello innanzi al giudice ordinario attesa la carenza, tra i due, di un nesso di pregiudizialità giuridica necessaria, né la relativa decisione costituisce in alcun modo un antecedente logico rispetto a quella sul decreto di espulsione.
• Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 22 giugno 2016, n. 12976.
Stranieri - T.u. immigrazione - Decreto di espulsione del prefetto nei confronti dello straniero non in regola - Potere del giudice ordinario di sindacare l'atto amministrativo presupposto - à - Esclusione - Ricorso al tar avverso il provvedimento del questore - Contestuale ricorso al giudice ordinario - Sospensione di quest'ultimo procedimento ex art. 295 cod. proc. civ. - Inammissibilità. In tema di immigrazione, il provvedimento di espulsione dello straniero è provvedimento obbligatorio a carattere vincolato, sicché il giudice ordinario dinanzi al quale esso venga impugnato è tenuto unicamente a controllare l'esistenza, al momento dell'espulsione, dei requisiti di legge che ne impongono l'emanazione, i quali consistono nella mancata richiesta, in assenza di cause di giustificazione, del permesso di soggiorno, ovvero nella sua revoca od annullamento ovvero nella mancata tempestiva richiesta di rinnovo che ne abbia comportato il diniego; al giudice investito dell'impugnazione del provvedimento di espulsione non è invece consentita alcuna valutazione sulla legittimità del provvedimento del questore, poiché tale sindacato spetta unicamente al giudice amministrativo, la cui decisione non costituisce in alcun modo un antecedente logico della decisione sul decreto di espulsione. Ne consegue, che la pendenza del giudizio promosso dinanzi al giudice amministrativo non giustifica la sospensione del processo instaurato dinanzi al giudice ordinario e che il giudice ordinario, dinanzi al quale sia stato impugnato il provvedimento di espulsione, non può disapplicare l'atto amministrativo presupposto emesso dal questore.
• Corte di Cassazione, sezioni Unite, sentenza 16 ottobre 2006, n. 22217.
di Ernesto Preziosi*
Avvenire, 9 aprile 2020
Subito i decreti previsti da Orlando. La politica mostra il suo affanno e rischia di non riuscire a corrispondere agli autorevoli appelli del Papa e del Presidente della Repubblica rispetto l'annoso problema del sovraffollamento carcerario. La pandemia in corso ha ulteriormente aggravato la situazione e chiede alla politica misure urgenti.
Non si può, infatti, delegare ai magistrati di sorveglianza la responsabilità di intervenire sulla situazione, né si può accettare la sola supplenza del Procuratore generale della Corte di Cassazione, che dichiara insufficienti le norme del decreto Cura Italia in riferimento alla popolazione carceraria. Vi è il tema delle misure alternative da adottare per alleggerire la pressione, così come vi è il tema del diritto alla salute che non può non riguardare anche i detenuti e quanti operano all'interno delle carceri.
Il Governo, pur nella eterogeneità delle sensibilità politiche che lo sostengono, deve riprendere in mano la riforma Orlando e renderla operativa mediante gli adeguati decreti attuativi. Non si tratta di cedere di fronte alle rivolte, che pure recano danni ingenti, ma di affrontare in modo risolutivo e non emergenziale una questione di civiltà.
La politica può fare qualcosa, anche piccoli passi, cominciando dall'accogliere alcuni emendamenti presentati al Senato che riguardano provvedimenti mirati in tema di detenzione domiciliar e di differimento dell'ordine di esecuzione della pena, riducendo i nuovi ingressi.
Saranno obiettivi transitori e certo insufficienti ma sono irrinunciabili per dare al sistema il respiro temporale richiesto per adottare e rendere operativi provvedimenti di carattere strutturale. Sullo sfondo di tutto questo vi è la riflessione che la politica deve assolutamente affrontare sul significato della pena e sulla sua funzione nel nostro ordinamento secondo l'art. 27 della Costituzione, che peraltro vieta comportamenti contrari al senso di umanità.
*Presidente di "Argomenti 2000" e già deputato Pd
di Enrico Sbriglia*
Il Riformista, 9 aprile 2020
Sono un dirigente generale penitenziario in quiescenza dall'1 marzo. Penso ai compagni di viaggio lasciati negli istituti: poliziotti, educatori, assistenti sociali, tecnici, amministrativi, insegnanti, formatori professionali, i volontari, gente incredibile e generosa, le cooperative sociali e le aziende, che portano in carcere il lavoro vero, professionalizzante e retribuito, come da Ccnl, seppure le carceri non sono state immaginate dai palazzinari delle grate per il lavoro vero: già malamente rispettano la sicurezza dei lavoratori penitenziari e questi giorni di Covid-19 ce lo ricordano drammaticamente.
Penso ai Cappellani, tenuti anche a conoscere gli Dei degli altri. Un melting pot di persone libere e prigioniere, donne e uomini, a volte anche bambini, con le loro storie e speranze. Speranze minime, che si alimentano di un colloquio visivo e una telefonata con i familiari, oppure di uno sguardo, una parola o un semplice saluto dell'operatore penitenziario: sperano tutti di poter rivivere un futuro senza sbarre. Una libertà spesso senza famiglia, talvolta neanche la casa, da titoli di coda, dura come la pietra del vituperio.
Due comunità che si fondono, perché le reazioni chimiche non fanno distinzioni, come il Covid-19. Ne sono uscito. Sopravvissuto all'uragano, dopo 38 armi tutti sul pezzo, ma lì ho pure visto tanti perdersi, morire. Quello che accade l'avevo preconizzato. Non per intelligenza ma perché stavo lì, ero uno di loro: mi era facile comprendere l'insonnia del direttore di fronte all'ammassamento di detenuti e la penuria di operatori, o la tensione del poliziotto solo in sezione, la lotta del medico per impedire la fuga della vita di un detenuto appeso su una grata, o l'ansia dell'educatore in attesa del rientro di un ristretto dal primo permesso, o la soddisfazione di un'assistente sociale che ha trovato un tetto per un liberando.
Mondo di ferro e architetture approssimative, non chiuso ma soltanto sconosciuto, anche ai big della politica dei "like" e, non di rado, allo stesso board supremo amministrativo: lo dimostrano le norme "di pancia", più volte contraddittorie e superficiali, concentrati di incompetenza e disumanità, che sono state rovesciate negli armi sugli operatori penitenziari: norme che seppelliscono altre norme, per poi essere a loro volta tumulate dalle nuove, tecnica furba e malvagia. Sono stato fortunato, perché la Fortuna è cieca, come la stessa icona della Giustizia, ed il mio pensiero va ad Enzo Tortora ed alla sua Passione: il periodo pasquale me lo consente.
Le carceri sono in fibrillazione, gli operatori si sentono abbandonati, esposti ai rischi, destinatari di ordini spesso percepiti come impossibili. Gestire la pena è, in fondo, governare le distanze: fisiche e del tempo; ma è anche raccontare lo Stato che si fa esempio ed è qui che rischia di rovinare: come può essere credibile, in tempi di Covid-19, sostenere il primato del distanziamento sociale fuori le mura del carcere e non riconoscerlo, nello stesso tempo, all'interno delle stesse? Come si può, di fronte alle immagini ripetute di bare scortate dall'esercito, non affrontare risolutamente anche il tema delle carceri e dei "posti letto" nelle cosiddette camere di pernottamento (il termine cella, per disposizione dall'alto, è stato abolito)?
Ai Direttori, ridotti ad un manipolo (si sa, è sempre fastidioso ricordare le carenze degli organici ai Ministri: cose burocratiche, i "public servant all'italiana" sono tutti dei "fannulloni"...), esorto di resistere. Pure se dirigono, contemporaneamente, due o anche tre carceri in città diverse, pure se in questo di "Stato di eccezione": siate forti.
Dovete, ancora una volta, placare gli animi dei detenuti e dei custodi. Ispiratevi a Marco Pannella a come, fino alla sua morte, insieme ad altri amanti del diritto che si fa carne, abbia fatto da paciere, invocando il primato della forza della ragione alla ragione della forza. Il Covid-19 è anche un Covid normativo penitenziario e la verità non tarderà ad emergere.
Le carceri vanno ripensate; ne va rivista l'architettura; vanno reingegnerizzate, le norme riformulate in una visione europea e non di borgata; il carcere deve essere realmente extrema ratio (davvero c'è bisogno di circolari dei procuratori-capo della repubblica?) ma, anzitutto, la gestione delle prigioni, dalla periferia al centro, deve essere affidata alla dirigenza penitenziaria di molo e nelle sue diverse multi-professionali espressioni.
Chi operi ai vertici del sistema penitenziario dovrà conoscerlo per davvero dovrà entrare negli istituti e scoprire cucine nei seminterrati, infermerie non a norma, docce comuni mal funzionanti, corridoi stretti e celle di ringhiera, slum con camere di pernottamento gonfie di umanità impilata; in caso contrario, sprechiamo solo parole.
*Già Dirigente Generale dell'Amministrazione Penitenziaria
di don Marco Pozza
Il Mattino di Padova, 9 aprile 2020
Aggiustare è un termine che piace a pochi: troppo laborioso, lento. Meglio un tutto-nuovo, da scartare in fretta. Dentro il carcere, invece, "aggiustare" è la missione: "Qui si riparano uomini rotti" potrebbe essere la scritta da appendere fuori dagli istituti di pena. Come, in altre officine; s'annuncia una nuova vita per una macchina rotta, una sedia sfasciata, una veste sfilata.
Chi abita la galera ne è convinto: "Se mi cercassi mi troveresti lì, nel mucchio di cose rotte che pochi hanno voglia d'aggiustare". Vero anche il contrario: non puoi aggiustare quello che vuol rimanere rotto.
Nella Casa di reclusione di Padova, nell'emergenza, si è scelto di fare "i giapponesi": quando riparano un oggetto rotto, esaltano le crepe, riempiendole d'oro. Sono convinti, loro, che quando qualcuno ha subito una ferita ma ha mantenuto salva la storia, diventa ancora più bello e prezioso. Da prete, vivo la stagione del Covid-19 in galera: come le vacche d'estate fanno l'alpeggio per scansare il caldo, sopravvivo alla buriana del virus assieme a gente che, in altri tempi, è considerata un virus per la città.
Sono i giorni in cui mi accorgo, osservando come la comunità del carcere gestisce un'emergenza doppia, dell'alta lezione civica della quale è capace. Ci sono stagioni nelle quali la vita in carcere sembra una partitella di "guardie e ladri", "tutti contro tutti", "chi vuol essere il migliore": sono i tempi più bui da tingere, l'uomo detenuto diviene trofeo da esibire, la carità si perde nel vanto d'averla fatta. Certe volte, capita, si butta a terra l'uomo per fargli pagare il prezzo del soccorso.
È nell'emergenza, però, che una comunità si mostra per quello che è: un insieme di uomini che, per non soccombere, si prende per mano e tenta di stare in piedi sulle onde. In questi giorni - privati, giocoforza, del volontariato - contemplare questo mondo all'opera è una lezione di navigazione su mari esagitati. Il direttore, come un sindaco di paese, dalla mattina alla sera staziona sul fronte: c'è uno scudo protettivo da creare attorno, tensioni da governare, paure da rincuorare, buon-senso da mostrare.
Certi pomeriggi pare d'assistere ad un consiglio comunale, maggioranza e opposizione: regole da ribadire e fabbisogni ai quali rispondere, ordinanze da rispettare e magistrati da interpellare, divieti da ribadire e urgenze cui rispondere. Più che la recita di un monologo, è il dialogo a entrare in scena.
Gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, poi, sono gli esploratori di quest'inferno sommerso: li vedo compatti in questi giorni, professionali all'osso, popolati da tensioni ed emotività. Dal loro esempio, più che l'aggiustare capisco il prevenire: ci sono persone che si possono aggiustare prima che si rompano.
È il fiuto di chi è allenato a riconoscere tempi e modalità. Avvicinare l'uomo nel pieno della rabbia è un azzardo prima che una missione: non si può nemmeno aggiustare ciò che vuole rimanere rotto. Li guardo all'opera e intuisco quanto è fortunato l'uomo ad incontrare un uomo nel momento in cui per società non è quasi più uomo.
Altrove le rivolte hanno messo sotto-sopra tutto: qui, se si sono scansate, non è stato per un destino fortuito, ma per un intelligente anticipo di collaborazione quando Covid-19 pareva l'ultimo carro di carnevale.
"Di che cosa si lamentano, allora, se funziona così?" obietterà qualcuno. Non va tutto bene: la mancanza del volontariato è cocente, la scuola è un'assenza che intristisce, il via-vai di bontà è stato arrestato fuori. I pasticceri hanno voglia di tornare ad impastare, i redattori a scrivere, gli artisti ad operare: i fedeli a pregare. Non "va tutto bene".
È che i poveri sanno riconoscere che, al tempo delle vacche magre, anche l'istituzione sa offrire quel po' di latte ch'è capace di mungere pur senza avere grandi allevamenti a disposizione. Qui #andratuttobene è un'offesa all'intelligenza: non andrà tutto bene niente se, ciascuno, non ci mette del suo. Il virus, qui, batte addirittura la giustizia più giusta: è uguale per tutti. Tutti uguali.
(In cartaceo su Il Mattino di Padova" del 27 marzo 2020)
regione.emilia-romagna.it, 9 aprile 2020
La Regione al lavoro con Garanti detenuti, amministrazione penitenziaria e Comuni. Schlein: "Collaborazione che andrà oltre l'emergenza". Ridurre al massimo e in tempi strettissimi, nelle carceri dell'Emilia-Romagna, il rischio di contagio da Coronavirus tra detenuti, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, attuando i provvedimenti previsti dal decreto Cura Italia, ma non solo.
Vanno in questa direzione le misure che la Regione si accinge a mettere in campo, individuate nell'incontro che si è svolto ieri, in tre ore di videoconferenza, tra la vicepresidente con delega alle disuguaglianze, Elly Schlein, i Garanti regionale e comunali dei detenuti, i Comuni capoluogo sede di istituti penitenziari, il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria, l'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna e il Centro giustizia minorile.
Tra i provvedimenti di immediata applicazione, quelli per ridurre il sovraffollamento negli istituti di pena, come l'individuazione delle strutture dove accogliere, in alternativa al carcere, i detenuti privi di casa in possesso dei requisiti per accedere alle misure alternative al carcere. Per questo intervento sono a disposizione 460 mila euro: risorse straordinarie stanziate da Cassa delle Ammende, ente del ministero della Giustizia che ha destinato all'Emilia-Romagna 410mila euro, a cui si aggiungono 50mila euro resi disponibili dall'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna. La Regione si impegna, con la pubblicazione di uno specifico bando, ad accelerare al massimo le procedure per l'impiego dei fondi, in modo da rendere disponibili i posti di accoglienza il prima possibile.
I provvedimenti, in sintesi - I Comuni verificheranno la disponibilità sul territorio di strutture di accoglienza abitativa per le persone in carcere con pena detentiva, anche residua, non superiore a diciotto mesi, in possesso dei requisiti che consentono loro di scontarla fuori dal carcere; saranno coinvolti i soggetti del Terzo settore, affinché si facciano carico della gestione delle strutture e dell'attuazione di misure di accompagnamento sociale a favore dei detenuti, necessarie a sostenere i percorsi individuali di reinserimento nella vita attiva.
L'Amministrazione penitenziaria aiuterà ad individuare la platea dei potenziali beneficiari: le persone con fine pena 18 mesi, con una particolare attenzione a quelli con fine pena 6 mesi, sulle cui istanze deciderà la magistratura di sorveglianza. Come misura di contenimento del contagio, negli Istituti penitenziari della regione sono stati forniti dalla Protezione civile i dispositivi di protezione individuale a tutto il personale, non solo sanitario ma anche di polizia penitenziaria. Infine è in corso di formalizzazione il protocollo tra Regione e Amministrazione penitenziaria per l'effettuazione dei test sierologici, e dei tamponi nei casi previsti, anche al personale di polizia penitenziaria.
di David Allegranti
Il Foglio, 9 aprile 2020
Se sei obeso e diabetico, non sei a rischio in carcere, dicono a Pavia, ma meno male che c'è Milano. Cinquantasei anni, detenuto, obeso (180 chili per 181 centimetri di altezza) e diabetico. Ma per il magistrato di sorveglianza di Pavia, dottoressa Ilaria Pia Maria Maupoil, non c'era bisogno di concedere al carcerato la detenzione domiciliare.
Così, il 20 marzo, ha rigettato la richiesta "ritenuto che il paventato pericolo cui il soggetto sarebbe esposto in ragione delle descritte condizioni di salute rispetto al possibile contagio da Covid 19, non costituisce un elemento di incompatibilità con la detenzione carceraria, non essendovi indicazioni in merito a frequenza di contagio da Covid 19 maggiore in carcere rispetto che all'ambiente esterno". Insomma, la dottrina Gratteri fa scuola ovunque, non è mero opinionismo televisivo. Il caso, segnalato dalla rivista specializzata Giurisprudenza Penale, ha però un lieto fine.
Il 31 marzo, quindi in tempi rapidi, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto la detenzione domiciliare, in considerazione delle varie malattie croniche del carcerato, che nel corso della detenzione ha ottenuto 495 giorni di liberazione anticipata e che sarebbe dovuto uscire nel novembre 2020. Il tribunale ha ritenuto che "non si possa escludere che il soggetto sia a rischio in relazione al fattore età, alle pluripatologie con particolare riguardo alle problematiche cardiache, difficoltà respiratorie e diabete" e ha "rilevato che ad oggi la situazione risulta aggravata significativamente dalla concomitanza del pericolo di contagio".
In più ha ritenuto che "tali patologie possano considerarsi gravi", con specifico riguardo al correlato "rischio di contagio attualmente in corso per Covid 19, che appare - contrariamente a quanto ritenuto dal Magistrato di Sorveglianza - più elevato in ambiente carcerario". Di recente è stato lo stesso procuratore generale della Corte di Cassazione Giovanni Salvi - non esattamente un eversivo - a spiegare che "il rischio epidemico" nelle carceri è "concreto e attuale": "Mai come in questo periodo va ricordato che nel nostro sistema processuale il carcere costituisce l'extrema ratio. Occorre, dunque, incentivare la decisione di misure alternative idonee ad alleggerire la pressione delle presenze non necessarie in carcere".
Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al 6 aprile sono circa 4 mila i detenuti usciti dagli istituti penitenziari da quando è iniziata l'emergenza sanitaria. Sono diversi i fattori, secondo l'analisi del Dap, che hanno inciso sul calo di presenze, tra cui anche l'esecuzione della pena nel domicilio dovuta all'applicazione delle misure del decreto Cura Italia (ma i dati sono aggregati e l'incidenza del decreto sembra essere bassa).
Comunque non basta, come osserva l'Associazione Antigone: "In carcere abbiamo bisogno di liberare 10 mila persone almeno mandole ai domiciliari o in misure alternative, anche perché sempre più sono gli operatori e i poliziotti costretti a stare a casa in quanto risultati positivi.
Se c'è tempo si rimedi e si prendano provvedimenti incisivi. Evitiamo che le carceri diventino le nuove Rsa". Antigone si appella "a chiunque abbia a cuore la salute delle persone e la solidarietà affinché non si dia ascolto a chi dice - sono pochi ma influenti, pare - che in carcere si sta più sicuri e al riparo dal virus.
Non è vero. Il carcere non è, al pari di tutte le strutture affollate, il luogo dove affrontare la pandemia. Si liberino tutti coloro che sono a fine pena, a prescindere dalla disponibilità dei braccialetti elettronici. Si liberino tutti gli anziani e i malati oncologici, immunodepressi, diabetici, cardiopatici prima che contraggano dentro il virus che potrebbe essere letale". Si dia ascolto, dice ancora Antigone, a chi "le prigioni le conosce bene e non a persone che non hanno mai vissuto l'esperienza carceraria e non sanno cosa significhi respirare l'ansia e la tensione in quel contesto".
di Alice Ferretti
Il Mattino di Padova, 9 aprile 2020
Lo deciderà caso per caso il tribunale di Sorveglianza dopo il decreto del governo. Il direttore: "Ora mascherine per tutti. E ho chiesto il tampone su reclusi e agenti". Usciranno diversi detenuti dal carcere di Padova grazie all'ultimo decreto legge del Governo relativo al settore penitenziario valido fino al 30 giugno.
Decreto che prevede una procedura per la concessione della detenzione domiciliare molto più snella, con l'eliminazione di alcuni passaggi. Potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che devono scontare una pena o un residuo di pena inferiore ai 18 mesi.
"Sono misure che ha preso il Governo nell'ambito dell'emergenza", spiega il direttore del Due Palazzi Claudio Mazzeo. "I detenuti con pena inferiore ai 18 mesi e che soddisfano particolari requisiti di non pericolosità potranno beneficiare della detenzione domiciliare con braccialetto elettronico, se devono ancora scontare più di 6 mesi, senza braccialetto se devono scontare meno di 6 mesi". A emettere ogni singolo provvedimento sarà il Tribunale di sorveglianza competente. Ma questa non è l'unica novità all'interno del Due Palazzi.
Ieri il direttore del carcere ha distribuito mascherine a tutti i detenuti. "Finora i presidi di sicurezza erano indossati solo da agenti penitenziari o persone di cooperative che vengono a fare delle attività in carcere, oggi invece ci sono arrivate mascherine per ogni singolo detenuto".
In parte sono state acquistate dal carcere, in parte sono state donate da Comune e Provincia. "Avrò un incontro in giornata con i rappresentanti dei detenuti dove parlerò delle mascherine e dell'importanza di indossarle specialmente quando all'interno della sezione si fa fatica a tenere il metro di distanza.
Sono tutte mascherine lavabili che si possono indossare più volte". Fortunatamente per il momento al Due Palazzi non ci sono stati casi di coronavirus, né tra il personale né tra i detenuti. Nonostante ciò il direttore ha già chiesto all'Usi che vengano eseguiti tamponi per tutti.
"Ho fatto la richiesta in primis per il personale che lavora ai piani, ma poi anche per tutte le altre persone che entrano in carcere, detenuti compresi. Sto aspettando una risposta che mi auguro arrivi al più presto".
Nel frattempo la struttura penitenziaria ha preso tutti gli accorgimenti per evitare che il virus possa entrare in carcere: "Abbiamo il triage all'entrata, dove viene misurata la temperatura a chiunque entri e dove il personale si dota di tutti i presidi di sicurezza, abbiamo installato dei dispenser con gel igienizzante, istituito il servizio di lavanderia gratuita".
Anche le telefonate e le videochiamate, che in questo periodo si sono sostituite ai colloqui, non sono a pagamento, com'erano prima dell'emergenza coronavirus.
"Ogni detenuto ha una telefonata al giorno gratis, mentre i colloqui con i parenti sono stati sostituiti con le videochiamate, anche queste gratuite", sottolinea il direttore Mazzeo. La situazione nella casa di reclusione Due Palazzi, che conta circa 670 detenuti ben una settantina in più rispetto ai posti stabiliti, è abbastanza tranquilla. Dopo le rivolte dell'8 marzo nelle carceri di tutta Italia non ci sono più stati episodi di ribellione.
"Ho fatto il giro delle sezioni e parlato con i detenuti: hanno capito che stiamo vivendo un periodo di emergenza e si sono dimostrati tutti collaborativi. L'8 marzo pure a Padova c'era stata una protesta che aveva spinto una mezza sezione, una quarantina di detenuti circa, a danneggiare tavoli e rompere plafoniere. Fortunatamente non abbiamo avuto nessun ferito. I promotori dei disordini sono stati individuati e trasferiti in altri luoghi".
(In cartaceo su Il Mattino di Padova del 2 aprile 2020)
Corriere del Trentino, 9 aprile 2020
Si aggrava la situazione nel carcere di Spini di Gardolo. Presente anche la direttrice. Sono saliti a quattro i detenuti che hanno contratto il virus del Covid-19. Ma sono positivi anche due agenti di Polizia penitenziaria e due amministrativi.
Questi ultimi si trovano in isolamento fiduciario a casa, mentre i quattro detenuti sono stati trasferiti in un'ala separata dal resto della popolazione carceraria assistiti da i medici. Resteranno in quarantena, nella speranza che in questo modo si sia riusciti a isolare il contagio, in un luogo come il carcere, infatti, la diffusione potrebbe essere molto rapida.
Per questo è stato deciso di effettuare tamponi, con tempi e modalità che saranno individuati dall'Azienda sanitaria, su tutta la popolazione penitenziaria e su tutti gli agenti. Intanto sono stati potenziati i colloqui via skype.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 9 aprile 2020
"Due detenuti, che solo per motivi precauzionali sono stati accolti in stanze di isolamento sanitario, come già avvenuto per un altro detenuto risultato positivo e senza sintomi". Tutti i detenuti dell'intera sezione - oltre 130 persone, compresi i tre positivi presenti nel carcere - non presentano, dice Ciambriello, alcun sintomo di malattia, "non necessitano di alcuna terapia e sono monitorati dai sanitari. Abbiamo potuto rilevare come tutti i detenuti presenti nel carcere di Santa Maria siano attentamente valutati e seguiti sin dall'inizio dell'emergenza e ringraziamo il personale sanitario ai vari livelli che è intervenuto in questi giorni con immediatezza e professionalità".
A partire dalla notizia del primo caso positivo, nella notte di sabato, sono stati effettuati 200 test sierologici rapidi domenica e 200 tamponi naso-faringei lunedì, per tutti i detenuti della stessa sezione e per tutto il personale, sanitario e penitenziario, che vi lavora. "Siamo vicini - conclude il garante - al personale penitenziario e ai familiari dei detenuti. Collaboreremo giorno per giorno a garanzia del diritto alla salute, del diritto alla vita di tutte le persone che operano nel mondo carcerario, dando supporto al personale sanitario".
Intanto a Napoli c'è stata la protesta dei familiari dei reclusi prima davanti al carcere di Poggioreale, poi in Tribunale. Momenti di tensione durante il tentativo da parte di un folto gruppo di parenti di persone detenute nel carcere di entrare con la forza a Palazzo di Giustizia. A bloccare il gruppo, capeggiato da alcune donne, sono stati gli agenti della polizia penitenziaria che presidiavano il varco di piazza Cenni. Un dirigente di polizia è stato aggredito. Due persone sono state identificate e denunciate. Del gruppo facevano parte parenti di detenuti ristretti nel vicino carcere di Poggioreale, che poco prima aveva chiesto a gran voce l'indulto e l'amnistia.
- Napoli. I parenti dei detenuti tentano di entrare nel tribunale, proteste anche a Poggioreale
- Pisa. "Nel carcere Don Bosco contagiati 13 agenti e tre operatori sanitari"
- Alessandria. L'inferno del carcere in tempo di epidemia da Covid19
- Belluno. I detenuti temono l'onda del contagio: "A quando il decreto svuota-carceri?"
- Roma. Il Calvario visto dai detenuti: le meditazioni della Via Crucis con il Papa










