di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 aprile 2020
La preoccupazione del garante per i pochi provvedimenti adottati. L'Emergenza Covid-19 ha stravolto le nostre vite. Per ridurre il rischio di essere contagiati siamo costretti a restare a casa e a rispettare misure straordinarie. La prima tra tutte è il rispetto della distanza sociale e la chiusura di qualsiasi luogo dove c'è assembramento.
di Alberto Laggia
Famiglia Cristiana, 9 aprile 2020
"Occorrono misure urgenti. Il pericolo di un'epidemia irrompe in una situazione già compromessa", dice Mauro Palma. E gli agenti penitenziari denunciano: "per noi le condizioni sono ancora più disastrose di quelle dei reclusi".
Come una tempesta che si abbatte su chi è già bagnato fradicio. Fuor di metafora: "Dentro le carceri l'incubo del coronavirus ha fatto irruzione in una situazione di preesistente, pesantissima precarietà e sofferenza". E il 2 aprile scorso è deceduto il primo detenuto contagiato, Vincenzo Sucato. Aveva 76 anni ed era in ospedale, agli arresti domiciliaci. Un'emergenza nell'emergenza.
di Alessandro Gisotti
L'Osservatore Romano, 9 aprile 2020
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parla della situazione delle carceri italiane: "Il governo di certo non si gira dall'altra parte rispetto alla condizione delle carceri e alla tutela della salute dei detenuti e di tutti coloro che in esse lavorano".
In più occasioni, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la condizione nelle carceri in questo periodo segnato dalla pandemia. Cosa pensa sia possibile fare per affrontare questa situazione?
"Il governo di certo non si gira dall'altra parte rispetto alla condizione delle carceri e alla tutela della salute dei detenuti e di tutti coloro che in esse lavorano. Anche negli istituti penitenziari abbiamo adottato, per quanto possibile, il principio di massima precauzione facendo quanto possibile per ridurre al minimo il rischio. Dall'inizio dell'emergenza ad oggi oltre 4 mila detenuti hanno trovato una collocazione fuori dagli istituti o perché in condizioni di salute a rischio, o perché si è potuto ricorrere alla detenzione domiciliare. Siamo intervenuti inoltre per dotare le strutture dei dispositivi di protezione necessari, abbiamo installato 151 tensostrutture per il triage in ingresso, predisposto spazi per l'isolamento e distribuito oltre 275 mila mascherine. Per alleviare il disagio emotivo di chi si è visto costretto a rinunciare alle visite dei propri cari, abbiamo aumentato il numero dei colloqui facendo ricorso a strumenti tecnologici, che permettono di video-collegarsi anche se lontani. Ringrazio le donne e gli uomini che in questi giorni dalle carceri inizieranno a produrre 400 mila mascherine al giorno, il loro contributo è importante. E rivolgo un sentito ringraziamento anche agli agenti della Polizia penitenziaria".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 aprile 2020
"È un tema affrontato con tempi di provocazione da parte del ministro della Giustizia e l'insensibilità del premier Conte e del Capo dello Stato desta qualche sgomento". Parla della questione carceri Luigi Compagna, senatore, docente universitario di Storia delle dottrine filosofiche e consigliere della Svimez. Ed è critico nei confronti della politica per come quest'ultima sta affrontando una situazione drammatica: "Lo era già quando ero parlamentare ma fu in qualche modo ridotta da alcuni interventi dell'allora governo Berlusconi, con l'allora ministro Alfano".
In che modo?
"Già a quell'epoca pensavo che fosse necessario un provvedimento e presentai un disegno di legge di amnistia e indulto. Il capo dello Stato, che era Giorgio Napolitano, fece un appello al Parlamento per ottenere l'approvazione di un provvedimento del genere. Questo provvedimento, faccio un inciso, è diventato difficilissimo, perché implica di essere votato articolo per articolo con una maggioranza dei due terzi. Mentre l'amnistia era agli onori delle cronache parlamentari fin troppo. Erano i tempi in cui, come gruppo di pressione, il super-partito degli avvocati non era affatto più debole del super-partito dei magistrati che poi si sarebbe scatenato con tutt'altri intenti".
Cosa accadde?
"Napolitano fece un appello molto apprezzato nel mondo dei giuristi, dei magistrati e dei professori di diritto ma alla fine non fu discusso né alla Camera né al Senato. Quindi, da questo punto di vista, le provocazioni di Bonafede vengono abbastanza da lontano".
Come vede la situazione attuale?
"La misura è colma. Tra l'altro, in un Governo che ha istituzionalizzato la procedura del decreto legge, soltanto nei confronti delle carceri la violazione della Costituzione è così fortemente all'ordine del giorno".
Lei ha visitato molti istituti di pena, soprattutto in Campania. Qual è la maggiore criticità?
"Oltre il sovraffollamento, quella sanitaria è la questione più difficile da affrontare. E non dipende dal Coronavirus. In carcere, anche quando viene prescritta la visita specialistica, è difficilissimo accompagnare un detenuto in ospedale. Lo si fa una volta ma poi sono richiesti sforzi che molto spesso non sono alla portata del personale penitenziario. La condizione dei detenuti negli anni è peggiorata e il diritto alla salute e quello al lavoro sono due beffe, due fallimenti assoluti".
Una soluzione è possibile?
"Il problema è la normativa. Bisogna snellire le procedure".
vita.it, 9 aprile 2020
Finalmente oggi si è sentita la voce del Presidente del Consiglio che ha dichiarato che il Governo non intende girarsi dall'altra parte di fronte alla condizione delle carceri e alla tutela dei detenuti e di chi lavora ed opera negli istituti penitenziari. Dalle parole si passi ai fatti", dichiara l'Eurodeputato Giuliano Pisapia.
"Dopo le parole del Presidente della Repubblica, del Papa, dei Magistrati di sorveglianza, dell'Avvocatura, dei Garanti dei detenuti, dei rappresentanti della Polizia penitenziaria e di tanti altri finalmente si è sentita la voce del Presidente del Consiglio che ha dichiarato che il Governo non intende girarsi dall'altra parte di fronte alla condizione delle carceri e alla tutela dei detenuti e di chi lavora ed opera negli istituti penitenziari. Dalle parole si passi ai fatti", dichiara l'Eurodeputato Giuliano Pisapia.
"Mi auguro che da questo ulteriore e drammatico momento che le nostre carceri stanno vivendo a causa del Coronavirus venga colta l'indifferibile necessità di una riforma capace di incidere non solo per il presente, ma anche e soprattutto per il futuro. Se vogliamo dare piena attuazione all'articolo 27 della Costituzione che prevede la rieducazione del condannato e indica come le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, l'unica strada da dover intraprendere è una più decisa e allargata applicazione delle pene alternative al carcere.
Non nell'interesse di singoli detenuti, ma nell'interesse della nostra democrazia e in quello più generale della sicurezza collettiva. La realtà quotidiana- e tutti i dati, recenti e meno recenti lo dimostrano - evidenzia come, grazie all' applicazione delle misure alternative al carcere, diminuisce la recidiva e, di conseguenza, aumenta la sicurezza dei cittadini.
Il tema "carceri" non è argomento che può interessare solo gli addetti ai lavori e pochi altri che - con coraggio e forza- danno voce e testimonianza a quel mondo. Non è possibile che si parli di condizioni carcerarie solo quando scoppia una rivolta. Le carceri sono l'immagine e il volto di un Paese e le condizioni attuali dimostrano, anche alla luce delle condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che l'Italia sulla base delle condizioni di gran parte dei nostri istituti penitenziari anche, e soprattutto a causa del sovraffollamento, non può essere considerata un Paese "civile". Andiamo quindi oltre la logica emergenziale. I problemi non si risolvono guardando al passato, ma al presente e al futuro.
Come richiesto da più parti e ancora oggi dalla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano sono indispensabili modifiche migliorative al decreto legge all'esame del Parlamento che prevede la possibilità, per chi ha un residuo di pena da scontare minore ai due anni, di ottenere gli arresi domiciliari. Quel provvedimento purtroppo prevede una serie di passaggi, con connessi lacci e laccioli, che lo rendono molto debole e non in grado di dare una risposta concreta ad una emergenza che rischia di implodere.
Tutte le proposte di detenzioni domiciliari o di sospensione dell'esecuzione della pena in caso di una reclusione da scontare non superiore ai due anni, che provengono dal mondo accademico, dall'avvocatura e dalla magistratura, hanno un preciso e fondamentale obiettivo: le nuove norme debbono essere applicate al più presto, prima che sia troppo tardi, eliminando ogni "burocrazia" giudiziaria e sostituendola con un meccanismo automatico.
La certezza di tornare in carcere e di scontare l'intera pena in caso di violazione degli obblighi sarebbe un deterrente efficace a tutela della collettività. Partendo da una situazione difficile per tutti, si trovi la forza e il coraggio di fare, anche sui temi della giustizia e del carcere, quei passi avanti che possono permettere al nostro Paese di uscire da un tunnel che sembra senza fine. I tempi sono stretti ma proprio per questo bisogna avere la forza e il coraggio per realizzare una riforma alta e di visione che il Paese attende da anni".
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 aprile 2020
Intervista a Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Parlateci con Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano. Perché si deve dare retta per un po', per qualche minuto, alla sua voce ferma, di magistrata consapevole della propria funzione, lucida ma commossa dalla "tragedia nella tragedia: perché, vede, il Covid è una cosa terribile, ma in carcere può esserlo di più".
Parlateci, ascoltate i magistrati come lei, fatevi raccontare, se possibile, dei detenuti che sono disabili, anziani o comunque in gravi condizioni, e per i quali "l'accoglienza solidale non sempre riesce a offrire un alloggio adeguato a scontare la pena ai domiciliari, seppure sarebbe doveroso. Si tratta di persone che andrebbero assistite, e che in carcere sono i bersagli preferiti del virus. I più esposti". Forse si deve spegnere per un attimo il rumore di fondo dell'ideologia sul carcere e ascoltare solo la voce di un magistrato come la presidente Di Rosa.
Ormai il suo ufficio è costretto a lavorare in un semi-accampamento...
Sì, dopo l'incendio abbiamo dovuto sistemare cinque postazioni in un piano diverso. Di fatto è un Tribunale di sorveglianza da campo. Difficoltà enormi. Vanno recuperate le carte nella zona incendiata e va dato un ordine ai documenti che continuano ad arrivare. Non si possono accatastare certo alla rinfusa e anzi ora evadere le istanze è drammaticamente urgente.
Si riferisce alle domande di scarcerazione legate all'emergenza Covid?
Sì, diamo precedenza assoluta a tutte le domande relative alla libertà personale. Altri affari pure di notevole rilievo, come la conversione in pena pecuniaria o la remissione del debito di giustizia, cedono inevitabilmente il passo a tutti gli atti relativi a richieste connesse a motivi di salute.
Sul giudice di sorveglianza, ora che c'è l'epidemia, ricade un peso psicologico maggiore?
Il peso corrisponde alla consapevolezza della responsabilità legata alla nostra funzione. Si tratta di una responsabilità che esiste in sé, che si lega a un esercizio delicatissimo, alla valutazione sulla possibilità di concedere misure alternative alla detenzione inframuraria, ma anche all'impossibilità di essere curati nelle strutture penitenziarie. Ora si è aggiunta una nuova categoria di problemi: la decisione che riguarda detenuti con patologie pregresse.
I più esposti al virus...
Lo sono, è evidente. Adesso le conseguenze sono gravissime. In particolare nel caso di persone in età avanzata. Quando il pg Salvi chiede di applicare le leggi esistenti in relazione a tale nuovo tragico scenario, si riferisce anche ai rischi per i più anziani? Sicuramente: ho davvero apprezzato il documento del procuratore generale, rivolto certo innanzitutto alla magistratura inquirente, ma ispirato da uno sguardo molto ampio. Una riflessione rivolta al diritto che vive, ossia alla necessità di calare le tutele giuridiche nella realtà concreta delle situazioni. Lasciare in cella una persona vulnerabile al contagio può voler dire innescare una catena epidemica immediata.
E noi magistrati di sorveglianza, se chiamati a decidere in via provvisoria, siamo tenuti a valutare il pregiudizio eventualmente causato dalla permanenza negli istituti di pena. La situazione delle carceri lombarde può precipitare?
Noi abbiamo fatto tutto il possibile. È dal 21 febbraio che siamo in una situazione terribile. Nel nostro distretto il sovraffollamento medio è del 143 per cento, ma ci sono istituti dove siamo a quota 200.
I detenuti sono il doppio dei posti...
Ecco, allora abbiamo affrontato l'emergenza, definito in modo favorevole 450- 500 istanze di libertà personale, li abbiamo scarcerati. Ma da quel 21 febbraio siamo in emergenza assoluta anche in termini di personale.
È una lotta titanica...
Nel distretto di Milano c'erano 6.600 detenuti, ne abbiano scarcerati 500, abbiamo lavorato intensamente, abbiamo dato priorità agli anziani, ma c'è anche tanto dispiacere per i reclusi anziani e malati che non hanno casa.
E che quindi non possono andare ai domiciliari, giusto?
Parliamo di anziani spesso disabili, che hanno bisogno di accompagnamento e che non è possibile gestire nei pochi posti di accoglienza solidale disponibili. Magari sono sulla sedia a rotelle.
Il presidente emerito della Consulta Flick sostiene che dinanzi a un simile orrore il carcere va riconsiderato come estrema ratio...
Sono totalmente d'accordo con l'affermazione del presidente Flick. Totalmente. La Costituzione parla di funzione della pena, non cita mai il carcere. Ci si ricordi che la flessibilità della pena è una cosa meravigliosa: permette a un fatto brutto qual è un reato, che causa dolore, di essere sanato sotto forma di riconciliazione. Ma è possibile se non ci si limita a concepire la pena solo in termini repressivi, retributivi. Altrimenti, anziché farne la cura di una ferita, la si riduce a mero differimento della possibilità che la persona colpevole torni a circolare per strada. Il carcere deve contenere solo gli individui socialmente pericolosi.
La Lega continua a dire che le pur blandissime norme del Cura Italia sui domiciliari sono un favore ai boss...
Posso solo ricordare che nessun boss potrà uscire: né sulla base delle norme da poco introdotte e neppure con l'interpretazione estensiva della disciplina preesistente. I meccanismi preclusivi non sono stati toccati.
Presidente, ma come si fa a lavorare senza perdersi d'animo in mezzo a questa tragedia?
Vede, prima mi ha chiesto del carcere come estrema ratio. Si tratta di riscoprire un'idea, un principio giuridico, che già esiste. E dobbiamo farlo. Dobbiamo. Qui a Milano ci battiamo in tutti i modi. Ma nonostante il coronavirus, ancora continuano a entrare in cella persone con residui di pena molto bassi. Si capisca, lo si capisca davvero, che siamo di fronte a una tragedia. E che il Covid in carcere è una tragedia nella tragedia. Ci si ricordi che ci sono valori di solidarietà e uguaglianza in grado di orientarci sempre. Non perdiamoli mai di vista.
di Eugenio Albamonte*
Il Dubbio, 9 aprile 2020
La sospensione delle attività giudiziarie è stata prorogata all' 11 maggio. È una scelta giusta ed auspicata anche dall'Anm, che prende atto di una situazione sanitaria generale che, nonostante qualche iniziale segnale di miglioramento che tutti speriamo si consolidi, espone ancora a gravi pericoli di contagio.
Non è possibile, tuttavia, immaginare che la giustizia rimanga pressoché immobile fino alla nuova data stabilita con il decreto in via di pubblicazione. Attualmente, infatti, nel settore penale si trattano soltanto gli atti urgenti, soprattutto gli arresti, mentre i processi con detenuti - consentiti dalle norme sull'emergenza - di fatto non si stanno svolgendo perché pochissimi sono gli imputati ed i loro difensori che ne fanno richiesta. Nel frattempo gli uffici giudiziari si stanno attrezzando velocemente, grazie ad efficaci strumenti informatici di video conferenza messi a disposizione dal Ministero di Giustizia, per poter svolgere, a distanza, le attività giudiziarie necessarie e consentite dal decreto sull'emergenza.
Mancano però le norme processuali che consentano di svolgere le indagini preliminari e l'attività giudiziaria consentita, in situazione di assoluta sicurezza per l'imputato e la persona offesa, per i testi e i consulenti, per il personale amministrativo e per avvocati e magistrati, attraverso questi strumenti di video conferenza.
La mancanza di tale regolamentazione non consente, allo stato, di celebrare i processi che potrebbero essere fatti, né di avviare seriamente le indagini relative anche soltanto ai reati più direttamente connessi all'emergenza sanitaria. Nel frattempo la giustizia penale sta accumulando un grave ritardo che sarà difficile recuperare se non con grande sforzo e con molto tempo, dopo la cessazione del pericolo. Il Governo ha, in verità, iniziato un lavoro di scrittura di queste norme, presentando emendamenti in sede di conversione del decreto legge n. 9/20.
Per il penale si disciplina l'acquisizione a distanza di alcune prove testimoniali e la partecipazione al processo in video conferenza del giudice e delle parti. Alcuni organi di informazione anticipano anche la presentazione di emendamenti relativi allo svolgimento a distanza di alcuni atti di indagine.
Immediatamente si è sollevato un coro di voci contrarie, animato principalmente da alcuni esponenti politici e dell'Unione Nazionale delle Camere Penali. Contrarietà radicale ed ideologica, che non affronta nel merito le singole proposte e le respinge in blocco, in ragione dell'interferenza negativa che, la gestione del processo attraverso sistemi di video conferenza, avrebbe sempre e comunque sui diritti della difesa.
Ma c'è di più, tutte le critiche si fondano su un retro pensiero in base al quale staremmo assistendo ad una riforma occulta del processo penale in chiave inquisitoria, destinata a diventare definitiva dopo l'emergenza corona virus. In buona sostanza si mirerebbe, con la scusa dell'epidemia e del necessario utilizzo di strumenti tecnologici avanzati per consentire la celebrazione di alcuni processi senza esporre a rischio di contagio le persone, ad eliminare, o a drasticamente ridurre, le garanzie del giusto processo. Quindi meglio che rimanga tutto immobile e che la giustizia penale non funzioni se non per le emergenze fino al cessato pericolo.
Onestamente mi sembrano suggestioni del tutto destituite di fondamento. Non voglio dire che tutte le norme proposte siano condivisibili e non meritino miglioramento. Non voglio dire che gli interventi ipotizzati siano tutti privi di incidenza sull'effettivo esercizio delle garanzie processuali. Ma non posso ipotizzare che norme come quelle che consentono la dislocazione del giudice in luogo diverso dall'aula o la partecipazione alla camera di consiglio in video conferenza possano essere in nessun modo transitate nel processo penale dopo l'emergenza. Non si tratta di interventi destinati a modificare permanentemente la struttura del processo e non è certo questo il momento per tali operazioni.
L'irruzione delle nuove tecnologie telematiche nel processo penale, fenomeno certamente auspicabile per le sue potenzialità benefiche, merita una approfondita valutazione che di sicuro oggi non è consentita. In particolare sarà necessario valutare con estrema ponderazione quanti e quali interventi innovativi siano possibili senza interferire sulle garanzie processuali e sulla loro concreta attuazione.
Tale preoccupazione non è certo soltanto dell'avvocatura; è fortemente avvertita anche dalla magistratura italiana che ha interiorizzato le garanzie processuali rendendole una componente imprescindibile della propria cultura e che quotidianamente le tutela anche quando non altrimenti presidiate. Occorre allora sgombrare il campo dalle illazioni e dalle dietrologie ed iniziare, avvocati, magistrati, e parti politiche a ragionare sul merito delle norme proposte per apportare miglioramenti ove necessario, facendosi carico però del momento assolutamente emergenziale che stiamo vivendo e dell'insostenibilità civile e democratica del prolungamento di questa fase di sostanziale congelamento della giustizia penale anche soltanto per un altro mese.
*Magistrato
di Valerio Spigarelli*
Il Riformista, 9 aprile 2020
Il processo smaterializzato, come lo hanno definito i penalisti, è anche disumano e non garantisce i diritti dei detenuti. Una preoccupazione: che sia l'avvisaglia di un cambiamento epocale. Della inadeguatezza del ministro di Giustizia si è già detto su queste pagine ma vale la pena tornarci sopra. Basta un esempio.
Probabilmente cedendo alle istanze di qualche settore dell'amministrazione, l'unica cosa che non è stata permessa o regolata per legge è la presentazione degli atti di impugnazione nel settore penale tramite pec. Tutto il resto si può fare ma un appello o un ricorso per cassazione no. Nella Repubblica del fai da te molti capi degli uffici giudiziari si sono organizzati e hanno fatto circolari o decreti che permettono comunque agli avvocati di impugnare via pec.
Ora, al di là del fatto che questo ha prodotto una situazione caotica, per la quale si registrano differenze di trattamento persino all'interno delle stesse sedi giudiziarie, rimane un problema di fonda le circolari non hanno valore di legge, anche se forse Bonafede non lo sa, e dunque quegli atti di impugnazione sono, per legge, inammissibili.
Siamo, cioè, nel pieno della illegalità processuale. E tanto basta a rispondere alle anime pie che si incontrano anche all'interno dell'avvocatura, che sostengono che nessuno, in futuro, rileverà quella illegalità, giacché frutto di autorizzazioni presidenziali. Beati loro: la magistratura ci ha abituato, anche in tema di impugnazioni, a conversioni repentine della giurisprudenza, persino sul metodo di calcolo dei termini processuali, per le quali da un giorno all'altro quel che era certo veniva ribaltato con l'effetto di rendere inammissibile quel che era permesso fino al giorno prima. Nel dubbio meglio non fidarsi e seguire le regole del codice.
Ma poi rimane la domanda di fondo, perché non si è autorizzato nel penale quello che invece si è autorizzato nel civile? Forse anche per perseguire, per altra via, l'obiettivo di disincentivare le impugnazioni che è la vera e propria fissazione di alcuni dei ventriloqui del ministro sparsi nella magistratura? E ancora, tutto questo non alimenta quella delega implicita alla magistratura a fare "leggi self made", prima attraverso la giurisprudenza ora attraverso atti amministrativi?
Su questo problema, che pure è stato pubblicamente segnalato, il ministro resta in silenzio, forse perché è troppo complesso e, per dirla con Giuseppe Giusti, "il suo cervel, Dio lo riposi, in tutt'altre faccende affaccendato, a questa roba è morto e sotterrato". Ma c'è un altro silenzio che pesa come un macigno, ed è quello sulla detenzione. Dopo la farsa sui braccialetti elettronici ritenuti indispensabili - anche se materialmente non ci sono - per scontare pene non superiori a diciotto mesi, che ha prodotto l'ennesima giurisprudenza creativa, anche se stavolta in favor, di una parte della magistratura di sorveglianza evidentemente schifata dalla ipocrisia della previsione, la giustizia governativa nulla ha previsto per la custodia cautelare.
Hai voglia a rammentare (in maniera anche un po' tartufesca, sia detto per inciso, visto l'andazzo che va avanti da decenni) persino da parte di potenti Procuratori che la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere realmente residuale, cioè eccezionale sul serio come nel sistema processuale è scritto. Hai voglia a suggerire, da parte di autorevoli esponenti dell'accademia, l'introduzione di norme che rendano attualmente la custodia in carcere applicabile solo in ipotesi di eccezionale rilevanza come già avviene per alcune specifiche categorie di imputati.
Niente, su questo il governo non ci sente, benché i detenuti in custodia cautelare siano quasi la metà di tutti i detenuti. O forse ci sente benissimo, sintonizzato come è con quei commentatori, come Travaglio, che alla parola carcere si eccitano sentenziando che lì dentro, in tempi di epidemia, si sta meglio e più protetti dal punto di vista sanitario, e dunque i detenuti si devono reputare fortunati perché i liberi rischiano più di loro.
Affermazioni che, a quelli che sono entrati in un carcere sovraffollato, che hanno visto cosa significa campare nell'ultima fila di un letto a castello a tre piani, o cucinare su di un fornelletto sistemato vicino ad un cesso alla turca tappato con fondo di bottiglia, fanno venire il voltastomaco. O forse ci sente benissimo il ministro, e con lui tutto il governo, perché sa bene che in questa maniera la pensano anche molli magistrati.
A differenza di quella di sorveglianza, infatti, la magistratura di merito si sta dimostrando assai poco sensibile alla condizione dei detenuti in custodia cautelare; per questo motivo fioccano ordinanze di rigetto di richieste di arresti domiciliari, motivate anche da condizioni di salute, in cui si legge che negli istituti sono adottati "i protocolli in essere nel resto del Paese".
Questo mentre, invece, i detenuti hanno paura, e hanno ragione, perché il distanziamento sociale in carcere è un ossimoro fariseo; perché le mascherine sono poche e quelle che arrivano a volte non sono a norma, tanto che un direttore ha affisso nella bacheca del carcere un avviso chiarendo che alcune di quelle che distribuiva non erano "dispositivi protettivi secondo i parametri normativi..." cui era "difficile riconoscere un molo protettivo"; perché i disinfettanti vengono messi solo negli spazi comuni e, bontà loro, distribuiti allo spaccio, cioè a pagamento.
I detenuti hanno paura perché gli può capitare di essere trasferiti, all'inizio di aprile, da un carcere dove non si erano registrati casi ad un altro ove il Covid già s'era manifestato. Due settimane fa dicevo di Caporetto della giustizia, su questo giuntale, ma solo perché ogni tanto mi capita di essere moderata sul carcere è peggio. Poi, accanto ai silenzi, accade che il governo sulla giustizia produca anche urla.
E come al solito è roba che accoglie le peggiori idee che circolano nella magistratura e sui giornali. Tipo quella che va predicando Gratteri da tempo cioè di fare i processi per via telematica. Come se fosse la stessa cosa giudicare, ed anche essere giudicati, senza mai potersi guardare reciprocamente negli occhi. Come se fosse la stessa cosa ascoltare e vedere un testimone - fosse anche solo un teste di pg - in francobollo catodico per stabilire se dice o meno la verità.
Come se fosse la stessa cosa per un avvocato avere l'imputato accanto oppure in video. Comunque, dopo aver sperimentato nella primissima fase di emergenza le convalide a distanza sulla base di protocolli stipulati con gli Ordini degli avvocati, di nuovo senza base legale idonea, il governo ha presentato prima il Decreto Legge del 17 marzo e poi una serie di emendamenti che stabiliscono la prevalenza di queste forme per í processi con detenuti.
Fino a prevedere le Camere di Consiglio a distanza, per via telematica, oppure l'eliminazione delle discussioni dei difensori dalle udienze in Cassazione, per tutti i processi, temperata, si fa per dire, dalla possibilità di chiederne il mantenimento a pena di veder sospesi i termini di custodia cautelare. Per motivi di spazio bisogna rinviare l'esame delle proposte sul tema, che in questo caso trovano l'entusiastica approvazione della magistratura tutta, Anm in lesta, e pure di molti avvocati. Nessuno che risponda, intanto, che, con le precauzioni idonee, basterebbe che il mondo della Giustizia dimostrasse lo stesso coraggio chiesto non tanto ai medici quanto ai cassieri dei supermercati per rendere inutili queste innovazioni.
Resta però una preoccupazione di fonda che questa non sia altro che l'avvisaglia di un cambiamento epocale, cioè dell'introduzione di un processo smaterializzato, come è stato definito dai penalisti; definizione che in questo caso riguarda le persone, non le cose. Un processo disumano destinato a sopravvivere all'emergenza perché in Italia succede così da decenni, per tutte le emergenze, dagli anni settanta in poi, D'altronde, ricordava Oliviero Mazza giorni fa, "la storia ci ricorda da che il governo della salute pubblica non ha mai partorito riforme ispirate al garantiamo".
*Avvocato
di Angela Stella
Il Riformista, 9 aprile 2020
Con ordinanza depositata il 6 aprile 2020, la Corte d'Appello di Palermo ha liquidato a favore di Bruno Contrada la somma di Euro 667.000,00 a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione. Nel 2008 sempre la Corte d'Appello di Palermo lo condannava alla pena di dieci anni di reclusione e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici per concorso esterno in associazione mafiosa, relativamente a fatti commessi tra il 1979 e il 1988. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto illegittima la precedente condanna perché all'epoca dei fatti contestati a Contrada il reato di concorso esterno non era sufficientemente tipizzato, quindi il processo sarebbe stato celebrato illegittimamente. Abbiamo raggiunto telefonicamente il dottor Contrada, assistito dall'avvocato del foro di Palermo, Stefano Giordano.
Si sente ripagato da questa decisione?
No, perché questa decisione riguarda solo l'ingiusta detenzione e non tutti i danni che mi ha provocato la mia vicenda. Sono danni irreparabili per me e la mia famiglia. Non ci sono somme che possano risarcire questo danno. Gli episodi da raccontare sono infiniti, come le assurdità relative alla mia condanna. La mia è stata una condanna ingiusta. Ho considerato una strana coincidenza il fatto che oggi (ieri, ndr) Papa Francesco abbia detto "Preghiamo per chi soffre una sentenza ingiusta". Ovviamente non si riferiva a me ma è stato strabiliante.
Questa decisione riuscirà a riabilitarla agli occhi di tutti?
Io comprendo queste persone che continuano ad avere dei dubbi su di me: se per anni hanno sentito dire di me tante cose - dall'arresto alla prigione, alla condanna - diranno "qualcosa devi esserci". Purtroppo tutto questo è successo ad un servitore dello Stato che per circa 35 anni ha indossato una divisa, arrivando al grado più elevato della Polizia di Stato perché ero un dirigente generale. In tutta la mia vita neanche una contravvenzione ho preso.
Nel 2017 Franco Gabrielli ha revocato il suo provvedimento di destituzione, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato...
Sì, sono stato reintegrato ed è stata aggiornata anche la mia pensione.
Lei veniva arrestato alla vigilia di Natale del 1992. In tutto questo tempo, che idea si è fatto di quanto accaduto?
Sono stati anni di sofferenza continua. E per capire bisogna contestualizzare: nel 1992 è caduta la Prima Repubblica, sono stati distrutti i 5 partiti che per 50 anni avevano retto le sorti del nostro Paese; cosa è successo con Tangentopoli nel '92? E in Sicilia c'è stato Mafiopoli, poi il processo al senatore Giulio Andreotti; e chi ricorda cosa accadde a Corrado Carnevale, Presidente della prima sezione penale della Corte suprema di Cassazione? Io a quei tempi ero un rappresentante della Polizia, impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, durante la quale ho inseguito e arrestato i peggiori criminali. Ho avuto anche encomi ed attestati per il mio servizio. Però poi c'è la questione del pentitismo: si sono voluti vendicare di me.
Qualcuno però anche all'interno delle istituzioni ha remato contro di Lei.
In ogni campo ci sono gli sciacalli, gli avvoltoi che si avventano sul corpo caduto e sanguinante.
Lei si sente vittima di quell'ondata giustizialista?
Pensi che la mia custodia cautelare è durata 31 mesi. Mi sento vittima di una perversione della giustizia italiana. Io sono stato condannato per un reato inesistente: concorso esterno in associazione mafiosa. Oltre 140 rappresentanti delle Istituzioni sono venuti a testimoniare non in mio favore, ma in favore della verità. Ma non è bastato perché quello che contava erano le dichiarazioni dei delinquenti, dei sanguinari: quello che dicevano era oro colato.
Che considerazione ha dello Stato che lo ha condannato e poi risarcito?
È una conseguenza necessaria, visto che la Cassazione ha recepito la sentenza della Cedu. Sempre la Cedu nel 2014 aveva condannato l'Italia per avermi sottoposto ad una pena inumana per la palese incompatibilità del mio stato di salute col regime carcerario. Io comunque continuo a rispettare le Istituzioni, compresa la magistratura.
Molti non riescono ancora a legittimare pienamente le decisioni della Cedu. Parlano di eccessiva ingerenza.
Ai giustizialisti non piace!
Cosa ne pensa della possibilità che la Procura possa fare ricorso contro il risarcimento?
Ha il diritto di farlo, come anche io ho il diritto di ricorrere perché la nostra istanza non è stata accolta integralmente.
Il sito Antimafiaduemila scrive che adesso arriverà il "solito giro di dichiarazioni sulla "persecuzione" nei confronti di Bruno Contrada, di "ingiustizie subite" e di "restituzione dell'onorabilità".
Quello che scrivono non ritengo sia meritevole di un mio commento. Non voglio proprio leggerli: per me non esistono.
Si pente di qualcosa?
Non rinnego nulla, non ho da rimproverarmi nulla. Ho la coscienza perfettamente a posto.
Cosa può dire della Trattativa Stato Mafia?
Perché non si è parlato di Trattativa in merito all'applicazione della legge dei pentiti? Non sono quelle trattative che lo Stato fa con i criminali? Quello è un do ut des: tu criminale mi dai notizie per scoprire reati e catturare latitanti e io, Stato, ti do sconti di pena, ti do danaro, sicurezza, provvedo alla tua famiglia, a cambiarti l'identità, a darti una occupazione, una casa. Ma poi nel codice penale esiste un reato che si chiama "trattativa"?
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2020
Se ricorrono i presupposti della liberazione anticipata "speciale" questa va accordata nella misura fissa di 75 giorni di anticipo, invece degli ordinari 45, per semestre di pena scontata. Infatti, come spiega la sentenza n. 11673 depositata ieri dalla Corte di cassazione, è possibile che il giudizio negativo del giudice dell'esecuzione sulla condotta del condannato relativamente aun semestre possa riverberarsi anche su quelli anteriori, ma la misura aumentata del beneficio non è però riducibile una volta che sia stato riconosciuto in base al comma 1 dell'articolo 4 del decreto legge 146/2013.
L'effetto retroattivo di una cattiva condotta, tenuta durante uno dei semestri di quelli del periodo di cui deve tenere conto il giudice chiamato a decidere sulla concessione del beneficio, non è precluso. Ma tale riverberazione sul passato deve essere giustificata dal giudice in base alla gravità della condotta rilevata e deve essere oggetto di ampia formula motivazionale nella decisione. Nel rispetto di tali criteri è possibile la corrispondente riduzione del beneficio, cioè dell'anticipo del fine pena.
Se però il beneficio è riconosciuto e rientra anche in parte nell'applicazione della previsione speciale del Dl del 2013 sull'espiazione della pena questo non può essere inferiore alla misura fissa di 75 giorni e l'applicazione di tale norma speciale, si ricorda che riguarda il biennio seguente all'entrata in vigore del Dl 146, cioè il 24 dicembre 2013. E, conclude la Cassazione, che tale norma speciale che non può essere applicata in misura diversa dal giudice, non ha a che vedere - in termini di discrezionalità - sulla possibilità, prevista dal comma 2 della stessa norma, e valutabile dal giudice di aumentare di trenta giorni i benefici già concessi nell'ordinaria misura di 45 giorni.
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