di Massimo Calandri
La Repubblica, 8 aprile 2020
In Liguria nessun caso di Coronavirus, ma gli agenti lamentano l'inadeguatezza di mascherine e camici e le difficoltà di mettere in isolamento i nuovi arrivati.
Il problema non sono loro. Perché loro all'inizio di questa storia erano 'puliti' per forza. E lo sono ancora, condannati a restare lontano dal mondo. No, il problema sono gli altri. Quelli fuori, che possono portare dentro la malattia.
"Se un solo detenuto verrà contagiato, rischia di scoppiare il finimondo. Siamo seduti su di una bomba, anche se tutti fanno finta di nulla". Viaggio nelle 6 carceri della Liguria, ai tempi del Coronavirus: 1.516 detenuti, non un solo caso di Covid-19. Nemmeno tra i 936 poliziotti penitenziari che lavorano da La Spezia a Sanremo.
"Però noi agenti usiamo la stessa mascherina chirurgica per una settimana, a volte anche 10 giorni di fila. Una follia. Accompagniamo all'esterno i prigionieri indossando assurdi grembiuloni blu che arrivano appena sotto il ginocchio. Guanti di protezione? Mai visti".
Può succedere naturalmente che arrivino nuovi arrestati: e allora dietro le sbarre cala un silenzio nero, inquieto. "Per ora ci è stato possibile isolarli in quarantena per un paio di settimane, ma fino a quando? Le celle sono sovraffollate: siamo già a 403 persone oltre la capienza massima". In queste condizioni, è difficile dire quanto potrà durare. "Il rischio di rivolte, qui come è accaduto in 24 istituti italiani (14 morti il mese scorso), è altissimo".
Marassi, Pontedecimo, Chiavari, La Spezia, Imperia, Sanremo. In queste strutture non ci sono stati incidenti. Ed è un po' per merito di chi sta dentro - tutti: guardie e ladri - un po' per fortuna. "Siamo riusciti subito a negoziare coi detenuti, che come è loro diritto volevano incontrare i parenti e ricevere i pacchi. Gli abbiamo fatto capire che erano in grave pericolo".
Fabio Pagani, assistente capo a Marassi e segretario regionale Uil. "I colloqui ora si fanno via Skype e Whatsapp, le telefonate sono aumentate, i pacchi arrivano tramite corriere. E così azzeriamo il rischio, con la buona volontà di tutti". Però ci sono altri problemi. "All'inizio come agenti siamo stati abbandonati da Regione e Protezione Civile: dispositivi, zero. Poi sono arrivate le mascherine, però quelle chirurgiche. Nessuno comprende che non siamo noi, quelli da proteggere: sono i detenuti".
A Marassi 730 presenze e 150 a Pontedecimo (69 donne), 264 a Sanremo, a La Spezia 212, a Chiavari sono 70 e 90 ad Imperia. I numeri non quadrano soprattutto nella principale prigione del capoluogo ligure, dove la capienza dovrebbe essere solo di 520.
"Qualche giorno fa era circolata la notizia di un detenuto positivo, ma era falsa: si tratta di un cittadino albanese che dal 12 marzo era ricoverato al San Martino, e lì ha contratto una polmonite che ha fatto sospettare un caso di Coronavirus". Il vero guaio è stato piantonare lo straniero, che tra l'altro era in attesa di giudizio per una semplice accusa di furto e tentata rapina. "È stato sottoposto a tampone e ospitato nel padiglione Covid, camera numero 9.
Accanto, nella 10, c'era un signore anziano che è morto. E che nella notte gli agenti della penitenziaria hanno cercato di assistere. Protetti in maniera ridicola". La mascherina chirurgica invece della Ffp3 o Ffp2, senza guanti. E col famigerato camice da dentista blu: "Che tra l'altro ti impedisce anche di mettere mano alla pistola, nel caso di fosse bisogno. Poi, i poliziotti sono tornati a Marassi".
Le carceri sono state riadattate per trovare celle da "isolamento fiduciario", dove ospitare i nuovi arrivati che ci devono restare per 14 giorni. In quel formicaio del carcere genovese, è stata sgomberata la quinta sezione del 3° piano. "Ora c'è una dozzina di posti a disposizione, fortuna che col nuovo decreto gli arresti sono largamente diminuiti. Ma se domani catturano 10-15 individui, è finita". A Imperia hanno recuperato un piano interrato, chissà se a norma.
"Il problema è che così si spostano altri detenuti che dovevano rimanere 'isolati' per ragioni diverse: nelle stesse celle finiscono soggetti diversi e a rischio (i violentatori, i tossicomani, quelli ad 'alta sicurezza' con i 'comuni'), col pericolo che questa promiscuità scateni gravi reazioni". Nell'ora d'aria - dalle 9 alle 11, e dalle 13 alle 15 - in queste giornate di sole scendono in cortile dalla prima e seconda sezione fino a duecento uomini.
"E noi siamo pochi, sempre di meno: costretti a rinunciare alle ferie, ai doppi turni, giorno e notte. Ma soprattutto, preoccupati di contagiarci fuori e di trasmettere il virus dentro". Domenica si è scatenata una rivolta nel penitenziario di Santa Maria di Capua Vetere, Caserta.
"Ancora una volta, qualcuno ha diffuso la notizia fasulla di un detenuto positivo. Sono invece vere le positività di molti nostri colleghi a Pisa". Pagani è molto preoccupato. "Se qui in Liguria non è successo nulla, è perché siamo stati bravi e fortunati. Ma se non ci aiutano, rischia presto di scoppiare il finimondo".
Quotidiano del Sud, 8 aprile 2020
L'emergenza coronavirus sta creando proteste e richieste di intervento anche nelle carceri calabresi, dove i detenuti da una parte e la polizia penitenziaria dall'altra chiedono risposte per garantire la salute di tutti. I detenuti della casa circondariale di Crotone hanno intrapreso lo sciopero della fame per segnalare alle autorità competenti il loro disagio ed esprimere preoccupazione per l'evolversi del contagio all'interno delle carceri, lamentando quindi l'assenza di misure sufficienti a scongiurare eventuali pericoli di contagio ed evidenziando una situazione di sovraffollamento che non consente il rispetto delle distanze di prevenzione.
L'avvocato Federico Ferraro, garante comunale dei detenuti, ha ricevuto una lettera dei detenuti, indirizzata anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma, al Tribunale di Sorveglianza, al prefetto di Crotone Tiziana Tombesi ed alla direttrice del carcere Caterina Arrotta.
I detenuti hanno sottolineato che "si è deciso di mettere in atto una pacifica protesta per segnalare il nostro disagio e sollecitare altresì l'invio di mascherine e disporre quanto prima il tampone obbligatorio per i nuovi giunti e gli operatori esterni". Ricevuta la missiva, il garante Ferraro nella giornata di oggi ha tenuto un primo colloquio in videochiamata tra con alcuni detenuti in rappresentanza di tutta la popolazione carceraria al fine di rasserenare gli animi e comprendere i singoli motivi di doglianza. Ferraro, quindi, si è attivato per rendere nota la situazione alle locali autorità di pubblica sicurezza ed è in contatto con il garante regionale e con l'ufficio del garante nazionale che seguono con attenzione l'evolversi della situazione.
Interventi urgenti nelle case circondariali sono stati sollecitati dal Garante regionale delle persone detenute, Agostino Siviglia in una lettera alla presidente della Giunta regionale, Jole Santelli e a Saverio Cotticelli, commissario per il Piano straordinario di rientro nel settore della Sanità.
"È necessario un urgente reclutamento di personale infermieristico - ha scritto Siviglia - allo scopo del completamento orario di specialistica psichiatrica e psicologica presso il carcere di Arghillà".
Nella lettera, recapitata anche alla sub-commissaria, Maria Crocco, al direttore generale del dipartimento Salute della Regione Calabria, Antonio Belcastro, alla Commissione straordinaria dell'Asp reggina; al direttore sanitario dell'Asp Antonio Bray, al Provveditore regionale del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), Liberato Guerriero; al direttore dell'istituto penitenziario "Panzera" di Reggio Calabria, Antonio Tessitore, al coordinatore sanitario del plesso carcerario di Arghillà, Nicola Pangallo, ai dirigenti sanitari dell'Asp di Reggio e al presidente del Tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria, Vincenzo Pedone, Siviglia precisa che nonostante le richieste avanzate in precedenza, "ancora oggi non risultano essere state adottate le misure di cui sopra.
Si rappresenta, infine, l'assoluta necessità di garantire a tutto il personale operante presso tutti e dodici gli Istituti penitenziari della Calabria, la fornitura dei dispositivi di protezione individuale sia per quanto riguarda il personale di polizia penitenziaria sia per quello amministrativo, medico e infermieristico, che quotidianamente presta il proprio servizio professionale all'interno del sistema penitenziario calabrese".
Il garante ha anche sollecitato "l'opportunità di fare i tamponi, ove necessario, in particolare, per il personale penitenziario e sanitario operante in carcere. Nel restare disponibile per tutte le interlocuzioni istituzionali che si renderanno necessarie ai fini dell'immediato intervento richiesto".
Dal canto suo, il provveditore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in Calabria, Liberato Guerriero, ha scritto, tra gli altri, alla presidente Santelli e al commissario Cotticelli affinché siano eseguiti i tamponi a tutto il personale dell'amministrazione penitenziaria per "preservare dal contagio le comunità penitenziarie". Una richiesta che è stata promossa, nella stessa direzione, anche dal Sappe, il Sindacato autonomo della polizia penitenziaria attraverso una nota a firma del segretario regionale Damiano Bellucci.
cgilmodena.it, 8 aprile 2020
Fin da subito Cgil, Cisl e Uil dell'Emilia-Romagna e le categorie delle lavoratrici e lavoratori che operano nel sistema carcerario della regione si sono attivate per affrontare con urgenza il tema della salute e sicurezza negli istituti penitenziari del nostro territorio, in seguito all'emergenza sanitaria Covid-19.
Le strutture penitenziarie attuali, infatti, così come progettate ed edificate negli anni, presentano diverse difficoltà oggettive che limitano il rispetto delle distanze sociali indicate nei recenti Decreti Ministeriali. A queste difficoltà, si aggiunge il gravoso e più volte denunciato sovraffollamento delle carceri emiliane, soprattutto in alcune realtà come la Dozza di Bologna, che a fronte di una capienza regolamentare di 500 detenuti, attualmente ne ospita circa 750.
Da tempo noti e puntualmente segnalati, anche i problemi d'organico presenti in tutti i settori operanti quali polizia penitenziaria, educatori, esecutori dell'esecuzione penale esterna, personale sanitario, magistrati di sorveglianza, direttori e dirigenti degli istituti, che, nonostante l'emergenza sanitaria in corso con conseguente carenza di DPI e gli episodi di proteste violente registrate nell'ultimo periodo in regione, hanno sempre e comunque continuato ad operare e a portare avanti con la massima professionalità e abnegazione il proprio mandato. Infatti, solo di recente è pervenuta e subito stata distribuita una prima fornitura dei DPI, che deve essere implementata, garantendone un costante approvvigionamento.
Altra novità positiva è lo screening per la sorveglianza sanitaria deciso dalla Regione dopo le richieste di Cgil, Cisl e Uil. Durante un incontro avvenuto la scorsa settimana, la Regione ha convenuto che i test sierologici veloci vengano fatti non solo al personale sanitario ma pure a quello volontario che opera nelle strutture sanitarie e socio sanitarie, al personale addetto alle pulizie (il cui lavoro è molto importante per la sanificazione delle strutture), oltre a tutte le forze dell'ordine, polizia penitenziaria, agli agenti di polizia municipale e ai vigili del fuoco (su questo nei prossimi giorni è atteso un crono programma delle Asl).
Riteniamo necessario allargare, come per altro si è già iniziato a fare, lo screening a tutte le persone detenute, anche al fine di allentare le tensioni che tutt'ora persistono; prevedere un'informazione capillare a operatori e detenuti; predisporre luoghi idonei per eventuali misure di isolamento; facilitare i contatti a distanza tra popolazione detenuta e familiari e continuare - con le modalità attualmente possibili - gli interventi di natura socio-educativa, in un'ottica di riduzione di fattori di stress e tensione.
Nella giornata di ieri abbiamo avuto un incontro in videoconferenza con il Garante regionale dei detenuti: con lui abbiamo condiviso la necessità di porre rimedio ai problemi strutturali del nostro sistema, con l'obiettivo di ottenere il necessario nonché urgente alleggerimento del nostro sistema carcerario. Abbiamo anche chiesto un confronto al Provveditorato regionale alle carceri e alla Regione Emilia-Romagna, per definire assieme le misure urgenti da applicare per la prevenzione in linea con quanto previsto dai protocolli già sottoscritti, per la messa in sicurezza delle nostre carceri e per garantire la salute del personale e dei detenuti.
di Salvatore Cernuzio
Il Secolo XIX, 8 aprile 2020
A Santa Marta l'appello del Papa: "Dove c'è un sovraffollamento c'è il pericolo di una calamità grave". Don Roberto Guernieri, da 29 anni nel penitenziario romano, chiede al Governo di far uscire "un centinaio" di carcerati nel pieno della pandemia: "Dietro le sbarre una miseria assoluta".
"Io vorrei che pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c'è un sovraffollamento c'è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave". Per la quarta volta dall'inizio dell'epidemia di coronavirus, Francesco è tornato, lunedì scorso a Santa Marta, a denunciare le condizioni in cui versano migliaia di detenuti in tutto il mondo, rese ancora più precarie e rischiose dalla emergenza sanitaria. Denuncia accolta e rilanciata dal Consiglio d'Europa che, pubblicando ieri le statistiche penali annuali, ha parlato di un "allarme sovraffollamento" particolarmente alto in alcuni Paesi (l'Italia è terza dopo Turchia e Belgio) con un totale di oltre un milione di detenuti in tutto il Continente.
Dati dinanzi ai quali appare inequivocabile il monito del Pontefice: o si trova una soluzione in questo tempo di pandemia, o nelle carceri sarà una strage. Esattamente la paura che provano in questi giorni gli stessi carcerati, seppur ad oggi si registrino un unico decesso di un detenuto a Bologna e 19 contagi su 60mila unità. "Sì, ma tutta questa situazione ha determinato disperazione, incertezza, paura, dolore", dice a La Stampa don Roberto Guernieri, da 29 anni cappellano dello storico carcere romano di Rebibbia che conta attualmente oltre 2600 detenuti, comprese 350 donne con bambini dagli 0 ai 7 anni.
Don Roberto, il Papa lancia l'allarme sovraffollamento negli istituti penitenziari, seguito dal Consiglio d'Europa. A Rebibbia questo problema esiste?
"Eccome se esiste, seppur si tratti di un carcere molto grande. Recentemente sentivo dire ad alcuni detenuti: "Hanno aggiunto la settima branda in cella". Sono frasi preoccupanti, soprattutto in questi momenti di difficoltà. I problemi sono gravissimi, pensiamo che si tratta di una convivenza tra persone che non si sono scelte, costrette a vivere a stretto contatto per tutto il giorno in stanze di tre metri per quattro, con bagno in comune, senza spazio per muoversi. È tutto molto difficile da sopportare".
A ciò si è aggiunge il Covid-19, un terribile virus di facile contagio. Le autorità civili e sanitarie vietano assembramenti e chiudono gli spazi che possano favorirli. In carcere come si fa?
"È una situazione inedita da affrontare. Che io sappia il virus ancora non è entrato a Rebibbia. Sono stato assente negli ultimi giorni ma credo che fino ad oggi non siano stati effettuati tamponi. Guanti e mascherine, quello sì, sono stati distribuiti subito. Naturalmente la pandemia ha stravolto tante cose, a cominciare dal fatto che, per evitare il contagio, le autorità carcerarie hanno deciso di sospendere i colloqui con i familiari. È uno dei motivi che ha determinato la rivolta di inizio marzo".
Ecco, proprio la rivolta. Lei era presente?
"No, ma da quello che mi hanno raccontato posso dire che, in tanti anni che sono qui, una cosa del genere non è mai avvenuta".
Qual è stata la miccia?
"L'allarme coronavirus ha generato disperazione, incertezza, dolore, poca speranza, poca fiducia. Quando una persona vive in questo stato, cosa fa? Una rivolta! Non sto giustificando l'azione, ma voglio dire che non è semplice affrontare la paura di essere lasciati soli, di non farcela, di non riuscire ad essere curati qualora si fosse contagiati e di morire senza nemmeno salutare i parenti".
Adesso la situazione com'è?
"È rientrata, ma ancora, almeno una volta al giorno, i carcerati si fanno sentire battendo alle sbarre le padelle o quello che hanno in cella. In generale c'è tranquillità, ma non vorrei che fosse una pentola a fagioli che ribolle".
Il Papa chiede di pregare per la situazione delle carceri. Lei, in virtù della sua esperienza sul campo, cosa chiede?
"Chiedo l'indulto o l'amnistia. Ci sono stati capi di Stato stranieri che hanno preso queste decisioni alla luce dell'emergenza dettata dalla pandemia. In Italia ancora no. Chiedo al Governo di fare uscire i detenuti, almeno un centinaio, non solo quelli che lo meritano ma anche quelli che hanno la possibilità di ritornare in società. Quindi di favorire le misure alternative".
Sulla questione è in corso un duro scontro politico con il Dl sulle carceri contenuto nel "Cura Italia"...
"Ne sono a conoscenza, ma dobbiamo guardare la realtà. Il coronavirus è una aggravante nella vita già precaria di tanti detenuti, non possiamo "restringerli" ulteriormente. Questa è gente che non può uscire a vedere il sole. C'è bisogno che qualcuno torni nella sua famiglia, che dimostri il suo cambiamento, che i reclusi possano essere aiutati a cominciare un cammino di reinserimento in società".
Il carcere favorisce questa riabilitazione, secondo lei?
"A volte sì, ma spesso è solo un parcheggio dove ci sono tante iniziative. Inoltre c'è il problema che tante persone, una volta uscite, si scontrano con una mentalità forcaiola: "Quello è stato a Rebibbia", "questo è stato fortunato con l'indulto" e via dicendo. Sì è vero, sono persone che hanno sbagliato, ma sono sempre persone. E, in quanto tali, immagine di Cristo".
Il primo step per un ex detenuto sarebbe quello di trovare un lavoro. In questo momento di crisi, però, il lavoro in tanti lo perdono. Cosa propone?
"Questo è il problema più grave. So bene che mancano occupazioni, mancano alloggi. Peraltro tanti, tanti, detenuti non sanno dove andare, non hanno né casa né famiglia. Le comunità sono piene, anche quelle per il recupero dalla droga, le Caritas e gli organismi di accoglienza hanno grosse difficoltà. Eppure niente è come il carcere dove si vivono situazioni di miseria incredibile. Sono veramente poveri... Poveri di affetti e poveri di biancheria o di altre cose necessarie per la sopravvivenza che è difficile procurarsi. Pensi che anche per lo spazzolino o la carta igienica bisogna fare la richiesta scritta".
Lei in che modo aiuta?
"Con i miei confratelli pensiamo a vestirli, a lavarli, portiamo qualche genere alimentare che riusciamo a recuperare. Tanti ragazzi vengono arrestati in canottiera e mutande, non è possibile! Abbiamo davanti alcuni giovanissimi, meno di 30 anni, di origine africana o dall'Est, venuti in Italia a trovare uno sbocco di vita. Personalmente organizzo la raccolta di tante cose, sto con i più bisognosi, li aiuto, li ascolto. Faccio in modo di mantenere i rapporti con famiglie, avvocati, magistrati per accompagnarli nella loro situazione giuridica dall'esterno".
A livello spirituale cosa fa?
"Li confesso, celebro le messe nella cappella del mio reparto. Adesso abbiamo dovuto rivedere tutto: celebriamo in piccoli gruppi, a turno, mantenendo le distanze. E ora è iniziata la Settimana Santa...".
Come celebrerà Pasqua? Ha inventato qualcosa di nuovo?
"Possiamo fare molto poco. Solitamente in questi momenti forti abbiamo delle tradizioni, come ad esempio a Natale il concorso dei presepi e la colazione con panettone e cioccolato caldo. A Pasqua ripetiamo con le colombe, ma adesso non so se riusciremo a recuperarle. È una Pasqua penalizzata rispetto agli anni passati, ma accontentiamoci di quello che possiamo fare. Il Signore è risorto e ci aiuterà a vincere il virus e porterà speranza nella vita di ognuno".
ilcrotonese.it, 8 aprile 2020
"Siamo 146 in un carcere dove ne possono stare 90: servono interventi urgenti perché le misure di prevenzione non sussistono e basterebbe un solo contagio per coinvolgere tutta la popolazione detenuta". È quello che scrivono i detenuti nella casa circondariale di Crotone al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, annunciando che da venerdì 7 aprile hanno iniziato lo sciopero della fame.
Nella lettera, che il garante dei detenuti del Comune di Crotone, Federico Ferraro, ha fatto pervenire alla stampa, viene espressa preoccupazione per l'evolversi della pandemia all'interno del mondo carcerario. I detenuti denunciano il sovraffollamento: "La capienza della casa circondariale di Crotone è di 90 detenuti, siamo circa 146 vivendo in due sezioni e una emergenziale. Viviamo nelle stanze di pernottamento invece di cinque siamo in otto ed n quelle da due siamo in quattro".
I detenuti chiedono al Governo l'adozione di misure legislative che consentano l'osservanza della misure di sicurezza imposte dall'organizzazione mondiale della sanità e dal Ministero della Salute anche all'interno della locale casa circondariale: "Siamo stati dei detenuti pazienti ed educato come può attestare la direttrice nostra, con tutto il personale penitenziario e sanitario, ma siamo arrivati ad una situazione invivibile e disumana" per cui si ritiene necessario "attuare anche in via provvisoria delle misure alternative, o domiciliare, onde evitare di arrivare ad una situazione di collasso in quanto la struttura è carente di personale penitenziario e quello sanitario non è sufficiente a tutelare la nostra vita".
In una seconda lettera, indirizzata al garante comunale, Federico Ferraro, invece, i detenuti nel carcere di Crotone spiegano il motivo dello sciopero della fame sostenendo "l'impossibilità di mantenere all'interno dell'istituto uno stile di vita adeguato alle linee guida del Dpcm visto l'ingresso dei nuovi giunti e nonostante l'egregio sforzo dell'intero corpo di polizia penitenziaria che, insieme a noi, e forse più di noi, è esposto a questo terribile virus". Viene anche chiesto "l'invio di mascherine e di disporre quanto prima il tampone obbligatorio per tutti i nuovi giunti e per gli operatori esterni".
Il Garante comunale dei detenuti, Federico Ferraro, auspica "un sollecito intervento anche della Magistratura di Sorveglianza territorialmente competente dal momento che tale situazione non può considerarsi come gestione dell'ordinaria amministrazione, bensì come situazione di carattere eccezionale ed urgente".
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 aprile 2020
Il sindacato: "Controlli solo su una parte dei detenuti, mentre nulla per la restante popolazione, tra cui i poliziotti". Un detenuto del carcere di Brindisi è positivo al Coronavirus. Lo denuncia il sindacato Sappe di Polizia penitenziaria e lo conferma il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, in un post su Facebook.
Si tratta di un italiano di 35 anni affetto anche da altre patologie; sconta una pena definitiva ed era in carcere dallo scorso marzo. Il 27 marzo un primo tampone era risultato negativo. Ieri, dopo che domenica scorsa era stato ricoverato all'ospedale Perrino di Brindisi, gli è stata diagnosticata l'infezione da Covid-19. "Abbiamo notizia - scrive il Sappe in una nota - che questa mattina l'Asl starebbe provvedendo a effettuare tamponi solo su una parte dei detenuti, mentre nulla per la restante popolazione, compresi tutti i poliziotti e chi frequenta il carcere e potrebbe essere stato vettore dell'infezione". Secondo il Sappe, inoltre, ai poliziotti che domenica scorsa sarebbero stati a stretto contatto con il detenuto, per aiutarlo a superare un malore, sarebbe prescritta la quarantena "senza provvedere al tampone".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 aprile 2020
Risultato negativo al tampone effettuato a Bologna, ma positivo al secondo. L'associazione "L'altro Diritto" e il Garante locale del carcere toscano: "abbiamo chiesto di interromperli perché rischia di diffondere il virus. Ritorna con prepotenza il discorso della girandola dei detenuti ai tempi del coronavirus.
Se è vero, come ribadito dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che i trasferimenti sono limitatissimi e fatti in casi eccezionali, resta il dato oggettivo che ha destato comunque molta preoccupazione. Ieri, l'Associazione "L'Altro diritto", garante locale del carcere di San Gimignano, ha avuto notizia di un trasferimento di un detenuto proveniente dal carcere di Bologna che poi è risultato positivo al coronavirus.
Asintomatico, era risultato negativo al tampone effettuato a Bologna, ma poi positivo al secondo fatto a San Gimignano. Attualmente si trova in isolamento. Dura la reazione dell'Associazione: "Si mette a rischio la vita dei detenuti, in particolare dei molti già alle prese con patologie, e di tutto il personale penitenziario e sanitario".
Infine conclude: "È assurdo che, in un contesto in cui tutti i cittadini sono chiamati a restare a casa, i detenuti sono costretti a una pericolosa mobilità da istituto a istituto". Il Dap ha fatto sapere al garante locale che non stanno effettuando trasferimenti se non in casi eccezionali come questo. Ha sottolineato che al carcere di Bologna erano state rese inagibili 3 sezioni dopo le rivolte. Resta però sullo sfondo il rischio che detenuti asintomatici possano infettare anche gli altri istituti. Purtroppo, come questo caso dimostra, un solo tampone potrebbe non essere sufficiente per verificare la negatività al Covid 19. A questo si aggiunge il malumore e la preoccupazione dei detenuti e dei familiari stessi.
Il Garante nazionale delle persone private della libertà, nello scorso bollettino, ha evidenziato che "alle tensioni normali si aggiungono ora la preoccupazione per la salute di chi sta dentro e dei propri cari fuori e le aspettative rispetto alle misure messe in atto per contrastare il sovraffollamento. Le preoccupazioni possono facilmente trasformarsi in tensione e agitazione". Per questo il Garante auspica un intervento del legislatore affinché si elimini il sovraffollamento, visto che il ritmo del contagio all'interno delle carceri è ancora contenuto, ma in ascesa.
Ma sempre il Garante evidenzia un altro aspetto drammatico di questo periodo: i suicidi in carcere. Sono 17 dall'inizio dell'anno, di cui ben quattro negli ultimi dieci giorni (il 28 marzo nell'Istituto di Reggio Emilia, il 2, il 3 e il 5 aprile in quelli di Siracusa, Roma Rebibbia e Aversa). "Un crescendo che si inserisce certamente nel difficile contesto di una crisi sanitaria inimmaginabile per il Paese che, in un luogo chiuso e separato quale è il carcere, non può che acuirsi", ha osservato il Garante Nazionale.
targatocn.it, 8 aprile 2020
Riceviamo e pubblichiamo un testo inviato da un gruppo di detenuti del Santa Caterina di Fossano. I detenuti hanno raccolto dei fondi per la protezione civile e preparato un lenzuolo di buon auspicio per i concittadini all'esterno.
La solidarietà in carcere non è solo ricevere un nuovo giunto in cella, ma, più che mai oggi come oggi, per noi reclusi in un piccolo carcere nel "profondo Nord" d'Italia (Santa Caterina di Fossano, Cuneo) è anche dare solidarietà al di fuori di esso. Questi giorni sono durissimi per tutti, e per noi ancora di più. È vero, stiamo pagando per i nostri errori, ma non per questo abbiamo il cuore di pietra o siamo indifferenti alle notizie che ci arrivano da fuori tramite i mezzi di comunicazione (TV, giornali e telefonate ai nostri cari).
Il tutto ha inizio a marzo. Altri carceri in Italia esplodono e non solo per il Covid-19, quella è stata la miccia, ma il detonatore è stato un altro, ma nella nostra realtà, grazie alla direzione dell'istituto e agli operatori carcerari, ci siamo messi a ragionare per vedere come risolvere i vari problemi e i disagi provocati dal Covid-19.
Da una parte ci sono state concesse, a titolo gratuito, delle telefonate in più. Nelle stesse giornate alla televisione esce la richiesta di aiuto da parte della Protezione Civile e anche in questo caso è scattata in automatico tra di noi una raccolta fondi. È vero la cifra finale non supera i 250 Euro, ma non è tanto la cifra in sé, ma il gesto. Ognuno di noi ha messo quello che poteva: è il nostro aiuto per chi sta combattendo fuori con questa nuova realtà catastrofica.
Noi in carcere viviamo tra realtà e speranza e nella nostra mente si crea un mondo intermedio per non sentire la sofferenza e la paura che c'è fuori da questo contesto. La nostra mancanza di libertà crea tante emozioni che con le parole sono difficili da esprimere per il timore di non essere intesi o malintesi e nello stesso tempo rifiutati dalla società, che ha paura della diversità, per il timore di essere coinvolti nello stesso pensiero di un detenuto, senza sapere che in carcere ogni persona ha tantissime cose o pensieri belli da offrire, come la solidarietà.
palermotoday.it, 8 aprile 2020
I segretari generali dei Sindacati della Polizia penitenziaria dichiarano lo stato di agitazione e chiedono il commissariamento del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria.
"Mentre in altre regioni i provveditori si stanno muovendo come i giganti contro il possibile contagio del Covid-19 nelle carceri, in Sicilia la polizia penitenziaria non viene tutelata e per questo che dichiariamo lo stato di agitazione, chiedendo il commissariamento del Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria in Sicilia, e che i prefetti assumano la regia nella gestione delle strutture carcerarie in tema di emergenza del Covid". Lo dicono i segretari generali dei sindacati della polizia penitenziaria in Sicilia Sappe, Osapp, Uil, CisL, Cnpp.
"Toscana e Umbria, Campania, Sardegna e Calabria - continuano i sindacalisti - si stanno muovendo a una velocità impressionante per tutelare la salute dei lavoratori della polizia penitenziaria, in Sicilia siamo fermi al palo, infatti il provveditore e il direttore del personale quasi a volere sminuire le sicure iniziative a salvaguardia dei lavoratori, si affidano a un'indicazione generica del ministero della Sanità, che ovviamente non tiene conto della peculiarità degli istituti penitenziari, ove nessun parametro è assimilabile alle condizioni esterne".
Il Gazzettino, 8 aprile 2020
"Tutto il giorno faccio del mio meglio per cercare di confezionare più mascherine possibile con l'intento e la speranza di essere utile e contribuire nel mio piccolo ad aiutare in questo difficile momento". A scrivere il messaggio è uno dei detenuti del carcere di Padova che in questi giorni sta lavorando per confezionare mascherine.
L'iniziativa è della cooperativa Giotto che lavora da anni all'interno dell'istituto di pena e che proprio nelle ultime settimane ha deciso di implementare il lavoro dei detenuti confezionando il prodotto che si trova con difficoltà nelle farmacie. Oggi un primo campione di cento presidi sanitari realizzati al Due Palazzi è stato consegnato ai magistrati del tribunale di sorveglianza di Venezia e di Padova e al capo della procura di Padova Antonino Cappelleri.
"Quando parliamo di carcere pensiamo solo al personale della polizia penitenziaria e ai detenuti - afferma Nicola Boscoletto, a capo della cooperativa Giotto - ma invece c'è tanto personale che si trova al lavoro in questo momento. Quando è scoppiata l'emergenza abbiamo subito riflettuto sul come renderci utili, certo abbiamo dovuto fare i conti anche noi con il lockdown del Paese, molte sezioni delle nostre attività sono bloccate, ma questo non ci ha impedito di reinventarci".
I detenuti non hanno perso tempo. "Abbiamo acquistato delle macchine cucitrici - racconta - e ci siamo messi subito al lavoro per realizzare mascherine che oggi sono un bene primario e sembrano non bastare mai. Quelle che realizziamo noi sono in tessuto lavabile, per cui si possono riutilizzare. Abbiamo individuato varie farmacie a ferramenta che faranno da punti vendita, ogni mascherina costa 7 euro, ma ne basta una per ogni componente della famiglia, perché sono lavabili". A cucirle sono sette detenuti, cinque dei quali cinesi, che si vanno ad aggiungere a quelli che già operano all'interno della struttura per preparare panettoni e focacce gourmet che vanno letteralmente a ruba. Altri tre dipendenti non detenuti si occupano di reperire e trasportare materiale e distribuire il prodotto finito.
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