di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 7 aprile 2020
La notizia che nella nostra Regione non ci siano detenuti contagiati dal Covid-19 è sicuramente positiva, ma in altre regioni la situazione non è altrettanto buona. Il virus ha iniziato lentamente a farsi spazio all'interno dei nostri fatiscenti istituti penitenziari, nelle celle piegate al sovraffollamento dove, come ci ricorda Luigi Manconi, l'esecuzione di pena si svolge "nella promiscuità coatta di celle sature di corpi, liquidi e secrezioni, eiezioni e sudori".
Non ripercorrerò l'elenco degli appelli fatti per riportare le nostre carceri a un grado di affollamento rispettoso della dignità della persona. Accenno solo che, da Papa Francesco a molti esponenti della magistratura e alla globalità del mondo delle associazioni, la richiesta che perviene è la stessa: passare, nel rispetto delle leggi vigenti, da una concezione emergenziale della normalità carceraria a una dove il diritto alla salute di ciascuno - detenuti, operatori e agenti di polizia penitenziaria - sia centrale, tutelato e rispettato. Non si sta parlando di concedere la libertà a tutti senza distinzioni, come qualcuno dà a intendere per incidere sulla percezione pubblica di sicurezza. Si chiede a chi ha la capacità decisionale di mettere in primo piano la parità di trattamento anche nell'emergenza.
Il Dpcm che ha organizzato la nostra vita pubblica e privata attraverso l'ormai famoso distanziamento sociale deve valere anche in carcere, per gli agenti e per i detenuti, che - è bene ricordarlo - sono persone sotto la tutela dello Stato. Si può fare senza scossoni o rivoluzioni, come hanno fatto altri Paesi europei, usando istituti già presenti nel nostro ordinamento.
Non si chiede l'amnistia (o l'indulto) per cui occorrerebbe la pienezza della disponibilità parlamentare e maggioranze impossibili, ma di avvalersi delle misure alternative alla carcerazione, come gli arresti domiciliari anche in assenza della disponibilità dei braccialetti elettronici. Si potrebbe poi ricorrere all'istituto della liberazione anticipata speciale e anche, per particolari casi di ristretti in già gravi condizioni e a rischio contagio, ai poteri di grazia del Presidente della Repubblica.
I numeri parlano chiaro: i detenuti, a oggi, sono 58.592 e gli agenti circa 45.000. Cifre che portano a considerare il Pianeta Carcere come un luogo esplosivo, all'interno del quale il rapporto tra vita e morte sfugge alla razionalità. Dopo le gravi rivolte di un mese fa i detenuti ora hanno saputo convertire la propria detenzione sofferta in appelli, raccolte fondi per gli ospedali e produzione di mascherine. In carcere la paura è sempre vicina a sconfinare nel panico, e la solidarietà è parte integrante del nostro vivere sociale.
L'emergenza virus non riguarda solo noi, cittadini liberi confinati in casa con i nostri dubbi interpretativi su quando uscire per l'ora di aria, se con i bambini o meno. È un momento molto particolare, il distanziamento sociale è sicurezza, la normalità probabilmente ancora lontana. Siamo abituati ad ascoltare appelli per tutti, a ripetere la frase "Nessuno rimarrà indietro".
Ebbene, se quella frase ha un significato, anche morale per una nuova coesione sociale, per un futuro diverso dal passato e dall'emergenza, non possiamo e non dobbiamo dimenticare la richiesta che viene dal carcere. Proprio da quel luogo dell'emergenza cronica può ripartire quella carica di umanità utile a trasformare la passività sofferta dal mondo libero in prassi virtuosa di adesione al significato più profondo del nostro vivere civile: la solidarietà.
*Associazione Progetto Firenze
di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 7 aprile 2020
Emergenza carceri, ispezione dei garanti Ioia e Ciambriello: "Nessun caso conclamato, basta allarmismi e aspettiamo i tamponi". Dopo l'ondata di proteste consumatasi nella giornata di ieri, scoppia la tregua nelle carceri napoletane. La pax rischia però di essere di cristallo. All'indomani della notizia - rivelatasi subito destituita di qualsiasi fondamento - di due presunti casi di positività al Coronavirus all'interno del penitenziario di Secondigliano, questa mattina i garanti dei detenuti Ciambriello e Ioia si sono precipitati nella casa di reclusione per effettuare un'ispezione urgente: "Prima di dare falsi allarmi aspettiamo i risultati del tampone", è stato il loro primo commento a caldo.
Il Garante comunale dei detenuti, Pietro Ioia, e il garante regionale, Samuele Ciambriello, si sono recati presso l'istituto penitenziario di Secondigliano in seguito alla diffusione della notizia di un presunto caso di Coronavirus all'interno della struttura.
Il detenuto, un uomo di mezza età ristretto nel reparto "S2", ha accusato nella giornata di domenica brividi e febbre, sintomi che hanno portato la direzione sanitaria a disporne l'isolamento precauzionale e per il suo compagno di cella. Questa mattina il detenuto e il suo compagno sono stati sottoposti dagli operatori dell'Asl al test del tampone, i cui risultati saranno noti nelle prossime ore.
I due garanti si uniscono nel biasimare quella parte della stampa locale che nei giorni scorsi ha fomentato la paura comunicando informazioni assolutamente false a proposito della situazione sanitaria all'interno della struttura carceraria. Da quanto emerso dal colloquio avuto con le due vice direttrici, le dottoresse Nannola e Masi, da Secondigliano, che conta al momento circa 1.200 reclusi, sono usciti 160 detenuti semiliberi, ai quali la Sorveglianza ha concesso la licenza fino a maggio.
Con rammarico i garanti riportano che solo poche decine di detenuti avranno la possibilità di beneficiare della detenzione domiciliare prevista dal decreto legge "Cura Italia", misura "evidentemente insufficiente ai fini della riduzione del sovraffollamento in questo periodo di emergenza sanitaria. È di fondamentale importanza - affermano Ioia e Ciambriello - comunicare all'esterno che gli operatori tutti, e in maniera particolare la direttrice Giulia Russo, sono impegnati in maniera continuativa per implementare i protocolli Asl e per monitorare al meglio la situazione.
Anche a Secondigliano è stata allestita una tenda dedicata alle operazioni di triage per i nuovi giunti e la direzione ha provveduto a riconvertire il padiglione dei detenuti semiliberi (i quali al momento si trovano presso le proprie abitazioni) in padiglione Covid-19 per ospitare eventuali futuri casi di contagio accertati.
L'istituto ha poi avviato un virtuoso progetto sartoriale volto alla produzione di mascherine in tessuto destinate in questa prima fase agli operatori nonché ai detenuti lavoranti". La task force è già partita. L'imperativo è quello di scongiurare eventuali nuove rivolte e soprattutto eventuali emergenze sanitarie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 aprile 2020
Parla il Garante, Roberto Cavalieri. Bisogna decongestionare le carceri per evitare che l'epidemia possa esplodere e non essere più gestita. Diversi sono i casi di contagio all'interno dei penitenziari che coinvolgono i detenuti, gli agenti penitenziari e il personale sanitario.
Si lamenta da più parti - soprattutto dai sindacati di categoria - la mancata effettuazione di tamponi faringei a tutto il personale che, a vario titolo, accede negli Istituti. Purtroppo già sono due gli agenti penitenziari morti ai quali si aggiunge il detenuto del carcere di Bologna che aveva 76 anni e tante patologie: per lui il coronavirus è stato fatale.
La situazione nel carcere di Parma, tra gli altri, è complicatissima, proprio per la presenza di un numero enorme di detenuti anziani e con patologie anche gravi. Ad oggi si registrano almeno 6 agenti affetti dal Covid-19 (uno è ricoverato), oltre al fatto che una intera sezione è stata messa in quarantena per via di un detenuto - poi risultato negativo - che presentava sintomi riconducibili al virus. Ma di questo e altro ancora ne parliamo con Roberto Cavalieri, il garante dei diritti dei detenuti di Parma.
Lei è preoccupato della gestione dell'emergenza al carcere di Parma?
Parma è una delle città al centro della emergenza. Al momento abbiamo avuto 610 casi di persone positive solo a Parma e 400 decessi tra città e provincia, come non essere preoccupato? È tutto chiuso da molti giorni e in strada non circola praticamente nessuno. Alla periferia nord si trova il carcere con 650 detenuti e 350 uomini e donne della polizia penitenziaria, ai quali si aggiunge il personale dell'amministrazione penitenziaria e quello medico e infermieristico dell'Ausl di Parma. Facendo i conti si arriva a 1.000 persone. La preoccupazione è quindi motivata. Il contagio in carcere si è già manifestato, per ora solo tra il personale di Polizia. Ma il carcere di Parma è da equiparare a un centro residenziale per anziani se si conta che sono presenti oltre 100 detenuti ultra sessantacinquenni e che nel reparto 41bis l'età media è di 63 anni. Quello che stupisce è che l'amministrazione penitenziaria sembra pensare che il carcere viva sotto una campana di vetro, isolata ed impermeabile. La Direzione ha gestito l'emergenza con i mezzi che aveva e ha ovvero pochi.
Le risulta che c'è un ritardo nell'effettuare i tamponi al personale penitenziario?
La questione dei tamponi è, purtroppo, fondamentale, ma c'è da considerare che le autorità sanitarie sono in difficoltà per l'ampiezza del contagio e che i protocolli attivati devono fare i conti con i mezzi esistenti. Prima del tampone però avrei preferito vedere l'attivazione di strategie deflattive certo più convincenti, avrei preferito sapere con la magistratura di sorveglianza aprisse un tavolo di confronto continuo con il carcere e gli avvocati per accelerare le pratiche si accesso all'esterno che il Decreto concede, ma anche qui la velocità con la quale si prendono decisioni è decisamente lenta. Un mese fa ho avuto modo di dire che per l'emergenza Covid 19 in carcere i magistrati avrebbero dovuto lavorare come medici e infermieri senza pausa e in un clima di assoluta emergenza ma così non è stato e credo che non sarà.
Sono in arrivo nel frattempo circa cento detenuti del carcere di Bologna. La Ausl locale è d'accordo?
Guardi mentre a Parma ogni sera si contavano i numeri dei morti e dei contagiati, le strade i svuotavano e la paura cresceva i trasferimenti di detenuti e di persone arrestate verso il carcere non ha avuto sosta. A Piacenza c'era il finimondo? Le persone arrestate venivano condotte nel carcere di Parma. A Modena, Reggio Emilia e Bologna ci sono rivolte? I detenuti, e tra loro i promotori delle rivolte, trasferiti a Parma. Ne sono arrivati una ventina di detenuti. Ora il Provveditorato e il Dap da due settimane assieme spingono per trasferire prima 100, ora invece 50 detenuti a Parma ai quali assicurare l'assistenza sanitaria con medici e infermieri dell'esercito. La locale Ausl si è prima opposta, poi ha assicurato un sostegno parziale e temporaneo. L'obiettivo del Dap è quello di aprire il nuovo padiglione. Una idea assurda se si pensa che quel padiglione potrebbe essere utilizzato per le quarantene o per mettere i detenuti contagiati e in difficoltà. Insomma i detenuti pare che debbano essere solo incarcerati a prescindere dai servizi che si possono assicurare e dal fatto che si possano portare persone in un'area ed in un carcere già fortemente pressato dal problema del Covid-19.
Ma attualmente quante persone infette ci sono? Cosa chiede alle istituzioni per evitare che il contagio si diffonda?
Recentemente una intera sezione è stata messa in quarantena perché un detenuto manifestava i sintomi del contagio. Questo detenuto e un altro sono risultati poi negativi. Pertanto per ora nessun detenuto risulterebbe positivo mentre tra gli agenti si parla di 6 casi, dei quali uno ricoverato. Sarebbe necessario comprendere rapidamente come il Dap intenda procedere e quali sono i protocolli di assistenza sanitaria per i detenuti del 41 bis. Dobbiamo aspettarci il piantonamento di 41 bis in un ospedale pieno e con il divieto di accesso se non a personale sanitario? Oppure cosa si pensa di fare per quelli anziani che sono tanti? Ho chiesto che gli agenti in servizio presso le sezioni con persone vulnerabili siano sempre le stesse e che siano accasermate (come si fa con il personale di sanitario negli ospedali) in modo da limitare le possibilità di diffusione del contagio. Ci sono fortunatamente alcuni aspetti positivi come le telefonate incrementate, oppure l'autorizzazione ricevuta dalla Direzione che ha concesso ai detenuti stranieri di chiamare un servizio di mediazione interculturale del comune di Parma per avere assistenza. Buona pratica che l'assessore al Welfare dell'Emilia Romagna Elly Schlein ha voluto diffondere in accordo con il Prap anche alle altre carceri della regione. La distanza da recuperare però è ancora molta.
di Monica Gasparini
ilpiccolo.net, 7 aprile 2020
Urla e rumore: la reazione dei detenuti fa intervenire la Penitenziaria. La calma è durata poco nelle carceri alessandrine. Ieri sera, verso mezzanotte, e per almeno un'ora, in piazza don Soria ad Alessandria si sono sentite urla e rumori che arrivavano dall'interno del carcere.
I detenuti hanno ricominciato a protestare, picchiando qualunque oggetto avessero a disposizione contro le inferiate. Quel che è certo, è che è la seconda volta in un mese che all'interno della casa circondariale la Polizia Penitenziaria deve fronteggiare un inizio di rivolta. Alcune settimane fa, la stessa protesta aveva interessato anche il carcere di San Michele, dove i detenuti avevano letteralmente distrutto due sezioni.
quibrescia.it, 7 aprile 2020
Salvatore Ingiulla, 60 anni, è morto ieri pomeriggio all'ospedale Civile. Aveva contratto il virus a metà marzo. Sul fronte dei medici rimasti contagiati dal coronavirus, tra le nuove vittime bresciane c'è anche Salvatore Ingiulla, di 60 anni, che era operativo tra le carceri di Canton Mombello e Verziano, in città. Il camice bianco era risultato positivo al Covid-19 ed era stato ricoverato all'ospedale Civile di Brescia dove ieri, lunedì 6 aprile, è purtroppo deceduto. Il medico, originario di Catania, era molto conosciuto e stimato nel territorio bresciano e per lui l'Ats aveva dato l'incarico di seguire i pazienti anche in diversi paesi della bassa bresciana tra Azzano Mella, Borgosatollo, Capriano del Colle, Castenedolo, Flero e Montirone.
Sembra che fosse stato infettato dal virus alla metà di marzo e da circa due settimane era ricoverato nel massimo ospedale cittadino. Dalle due carceri bresciane dove il medico operava fanno però sapere che la situazione è tranquilla e non ci sono casi positivi, anche perché da un mese il professionista non entrava nei due istituti di pena. Tuttavia, da più parti si chiede di sfoltire la presenza di detenuti per evitare un dramma che sarebbe di proporzioni devastanti se il contagio raggiungesse anche chi si trova dietro le sbarre e in pochi metri quadrati.
E infatti pare che una trentina di carcerati, in procinto di uscire nei prossimi mesi dopo aver scontato la pena, abbiano ottenuto i domiciliari. E intanto con Salvatore Ingiulla salgono a 89 i medici deceduti in Italia dopo essere stati contagiati dal coronavirus, anche mentre erano in prima linea in corsia. Si aggiunge ad altri due bresciani, medici di famiglia, come Massimo Bosio 68enne di Orzinuovi e Gino Fasoli di Cazzago San Martino morti nelle ultime settimane. Solo in Lombardia sono 4.183 i componenti del personale medico, infermieristico e sanitario che sono malati, di cui 448 per l'Asst Spedali Civili di Brescia.
Il Messaggero, 7 aprile 2020
Il vicepresidente consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Emanuele Cangemi, ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al premier Conte e al ministro Bonafede per chiedere di affrontare la questione delle carceri e delle preoccupazioni dei detenuti per l'emergenza coronavirus. In particolare il vicepresidente si riferisce alle problematiche del penitenziario Rebibbia Nuovo Complesso.
Dai detenuti di quel carcere Cangemi ha ricevuto una lettera in cui vengono espresse serie preoccupazioni. Il vicepresidente ha incontrato una delegazione di carcerati alla presenza del direttore Rosella Santoro e del Comandante della Polizia Penitenziaria dell'Istituto, Luigi Ardini. Ha partecipato alla riunione anche il professor Aldo Morrone, infettivologo e direttore scientifico dell'Ifo San Gallicano di Roma.
La lettera. "Nel corso dell'incontro sono emerse una serie di problematiche che mi è stato chiesto di portare all'attenzione delle massime cariche dello Stato e del Governo. In primo luogo il sovraffollamento, principale ragione di preoccupazione dei detenuti, poiché impedisce di mantenere quel distanziamento sociale necessario a contrastare la diffusione del Covid-19. I detenuti temono che la contiguità nelle celle possa favorire i contagi qualora il coronavirus dovesse fare il suo ingresso in carcere. I fatti di Bologna hanno determinato un ulteriore stato di allarme nonostante la Direzione abbia attivato, con buoni risultati, una serie di misure preventive per scongiurare che i nuovi giunti possano portare contagi all'interno della struttura. Preoccupazione che investe anche i vertici dell'Istituto in quanto una eventuale diminuzione degli agenti di sorveglianza, a causa di contagi e isolamenti da quarantena, rappresenterebbe una seria difficoltà nella gestione dei detenuti".
Misure alternative. Altra questione emersa riguarda l'applicazione delle misure alternative al carcere e della liberazione anticipata da parte dei Tribunali di Sorveglianza. "Nel corso dell'incontro è stata più volte sottolineata l'opportunità di concedere la detenzione domiciliare a quanti sono a pochi mesi dal fine pena tenendo conto delle relazioni comportamentali dell'Istituto. Ultima, ma non meno importante, l'informazione in carcere.
Sono state rivolte molte domande all'infettivologo presente sulle modalità di contagio, sulle norme igieniche corrette, sulla veridicità o meno delle informazioni che acquisiscono attraverso la televisione. A tale riguardo sarebbe opportuno incentivare una maggiore divulgazione di informazione scientifica. Sarebbe davvero importante far arrivare un segnale di attenzione umana, prima che politica, da parte dello Stato. Uno Stato che, in un momento tanto difficile, non dimentica nessuno dei suoi figli e si prende cura, con la stessa dedizione, anche chi ha sbagliato e sta pagando il suo prezzo. Confidando che le sollecitazioni manifestatemi possano trovare adeguata soluzione".
Giornale di Trani, 7 aprile 2020
Dalla protesta, alla solidarietà, alla nuova protesta. Questa volta, però, nessuna intemperanza, né ascese sul tetto, quanto piuttosto rifiuto del vitto da parte di tutti. Ieri, lunedì 6 aprile, è cominciato lo sciopero della fame dei 315 detenuti del carcere maschile di Trani: motivo, l'impossibilità di avere colloqui con i parenti a causa delle norme emanate dal decreto del presidente del Consiglio dei Ministri.
Inoltre, il taglio dei permessi e, non ultimo, il sovraffollamento con anche più di sette detenuti insieme in cella, in condizioni di igiene definite gravissime e senza mascherine e prodotti disinfettanti. Le motivazioni sono apparse sul profilo social del figlio di un detenuto e, da fonti vicine alla Polizia penitenziaria, si è avuta la conferma che il rifiuto del vitto è iniziato e procederà regolarmente.
Ad oggi la protesta è limitata soltanto allo sciopero della fame, mentre non ci sono scuotimenti di oggetti sulle sbarre, né altri episodi di natura diversa. E così, a distanza di un mese dall'inizio dell'emergenza sanitaria, il carcere di Trani torna nuovamente al centro dell'attenzione dopo che, all'inizio di marzo, si era scatenata anche lì la rivolta per gli stessi motivi. In particolare fra domenica 8 e lunedì 9 marzo, i detenuti fecero vibrare la protesta distruggendo oggetti e, alcuni di loro, salendo sul tetto nell'attesa di ottenere un minimo di ascolto rispetto ai loro problemi.
A Trani da protesta rientrò senza le gravissime conseguenze di altre carceri come Foggia, ma si aveva la sensazione che la polvere sarebbe stata semplicemente riposta sotto il tappeto. Peraltro, nei giorni scorsi gli stessi detenuti si erano anche creati un credito non di poco conto, mettendo mano ai loro risparmi e raccogliendo 731 euro da donare in favore della Protezione civile: un gesto che tutti hanno molto apprezzato, ma che evidentemente adesso si vuole fare pesare in eventuali trattative. Di certo non sarà facile trovare a Trani soluzioni diverse da quelle che sono scritte nelle regole disposte a livello nazionale, ma la casa di reclusione maschile di Trani almeno ha mostrato, durante questa emergenza sanitaria, di avere due parti quanto meno disposte l'una ad ascoltare l'altra e non certo allo scontro: per il momento la polizia penitenziaria si limita a controllare la situazione e la direzione carceraria a non intervenire nell'attesa di eventuali sviluppi.
lavocedeltrentino.it, 7 aprile 2020
Purtroppo il devastante virus che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario italiano è entrato anche nel carcere di Spini di Gardolo. Le visite ai detenuti erano state sospese verso la fine di febbraio dopo lo scoppio del primo grosso focolaio di Lodi. Da allora le visite sono fatte solo in videochiamata.
Ieri è arrivata la brutta notizia di due detenuti trovati positivi al coronavirus. La struttura è subito stata messa in quarantena e i sanitari hanno cominciato a fare dei tamponi a tutti, agenti penitenziari compresi. Tutti i detenuti sono isolati nelle celle, mentre di due contagiati sono in infermeria. Una delle ipotesi è che il contagio sia stato portato all'interno del carcere da alcuni detenuti che sono stati trasferiti nel carcere di Spini perché responsabili delle rivolte avvenute in tutta Italia. Appare però strano visto che quando entra qualche nuovo detenuto viene messo in quarantena.
I sanitari del carcere stanno cercando di risalire al momento del possibile contagio dei due detenuti indagando sugli incontri avuti dentro il carcere con altre persone. In carcere ora la situazione diventa veramente esplosiva perché le celle sono chiuse dalle 18.30 alle 7.30 del mattino, per cui il contagio può essersi allargato a molte altre persone. Gli agenti penitenziari sono stati muniti di mascherine e guanti. Il primo di aprile durante le ultime video conferenze tra detenuti e parenti nessuno aveva ne mascherine ne guanti. Ora visto il sovraffollamento delle carceri la situazione non è rosea.
di Mauro Leonardi
agi.it, 7 aprile 2020
"In epoca di pandemia, dove c'è sovraffollamento, si rischia che finisca in una calamità grave", dice il Pontefice. La Messa di Santa Marta del 6 aprile 2020 - lunedì santo in epoca di Covid19 - è dedicata da Papa Francesco al grave problema del sovraffollamento delle carceri: "in epoca di pandemia, dove c'è sovraffollamento, si rischia che finisca in una calamità grave", dice.
Bergoglio non pensa solo all'Italia; dice che quello del sovraffollamento è un problema che riguarda parecchie parti del mondo. Non chiede alcuna rivoluzione, non usa formule tanto semplificanti quanto irritanti. Chiede solo di "pregare per i responsabili, per coloro che debbono prendere le decisioni, perché trovino una strada giusta e creativa per risolvere il problema".
I carcerati sono la categoria alla quale nessuno vuole pensare in questa emergenza coronavirus. Quanti sono i personaggi grandi e piccoli che hanno sborsato somme di denaro, anche grosse, per gli ospedali dei quali tutti sentiamo parlare? Somme ingenti, somme giuste, somme doverose. Ma chi dà denaro per evitare i contagi negli istituti di pena, o per aiutare i tantissimi detenuti poveri che senza colloqui con le famiglie non hanno le risorse per affrontare la loro vita quotidiana in carcere? Eppure basterebbe riflettere un attimo per comprendere di quale grande necessità stiamo parlando. Cosa avviene in un istituto di pena quando arriva l'influenza? Che la prendono immediatamente tutti. Celle da sei con promiscuità assoluta, impossibilità radicale di tutte quelle misure prudenziali cui il governo obbliga, giustamente, noi cittadini liberi.
I responsabili cui pensa il Sommo Pontefice, quelli che devono prendere le decisioni, sono i politici. In Italia avviene che i dirigenti degli Istituti carcerari pongono le premesse perché vengano attuale quelle misure alternative di custodia carceraria che poi dovrebbero essere applicate dai magistrati di sorveglianza: ma sia i primi che i secondi debbono attenersi alle leggi. In epoca di pandemia è necessaria che intervenga la politica e determini norme legislative ad hoc, coerenti con le attuali circostanze di emergenza sanitaria.
Non si tratta di percorrere la strada dell'utopia ma di sforzarsi di proporre soluzioni sagge che abbiano il coraggio di voler costruire. Il Papa è, tra tutte, la voce più autorevole che ricorda l'esistenza di un problema che qualche settimana fa, non dimentichiamolo, era assunto all'onore delle cronache per episodi di rivolta con conseguenze anche tragiche.
Non si tratta di terrorizzare la società civile a colpi di slogan che incitino a "svuotare le carceri": si tratta di portare a compimento un iter non banale. Ci vorrebbe un intervento del legislatore per rendere obbligatorio ciò che gli attuali regolamenti considerano solo opzionale. Perché l'emergenza nella quale si trova il Paese è vera e riguarda tutti: anche i dimenticati da tutti. Anche i carcerati.
di Chiara Formica
2duerighe.com, 7 aprile 2020
Contagi in carcere. La figlia di un detenuto: "mio padre è là dentro e non so come sta". Annalisa è la figlia di un uomo detenuto nel reparto di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia. È una studentessa, una ragazza come tante altre con la sua storia. In lei c'è il fervore strozzato di chi sa amare profondamente senza poter fare nulla per chi ama.
Il dramma di avere un padre detenuto in carcere nel pieno dell'emergenza coronavirus lo si comprende non tanto dalle parole, ma dalla voce tremante e resiliente di una figlia che ha paura. Con Annalisa volevamo far capire che un padre ed una figlia rimangono tali in qualunque circostanza, che mai si smette di lottare per il diritto alla vita di chi si ama.
Abbiamo parlato dell'inadeguatezza delle misure predisposte dal Decreto Cura Italia per fronteggiare l'emergenza covid-19 in carcere e soprattutto della decisione di escludere a priori dalla detenzione domiciliare le persone detenute per reati ostativi. Chi sono i detenuti ostativi? Sono le persone che scontano una condanna secondo l'articolo 4 bis, ovvero coloro che nella maggior parte dei casi vivono la loro reclusione in reparti distinti dell'Alta Sicurezza, avendo commesso reati concernenti associazione mafiosa, narcotraffico o terrorismo. Ma ogni storia è a sé, come quella del padre di Annalisa.
Quando è iniziata la detenzione di tuo padre? E per quanto altro tempo dovrà rimanere in carcere?
Mio padre è detenuto dal 2013, mancano meno di 4 anni alla fine della sua condanna. Tra l'altro è recluso per un reato di 20 anni fa. La situazione di mio padre è particolare perché il suo non è un reato ostativo, quindi non dovrebbe neanche stare nel reparto di Alta Sicurezza. Nella sentenza di appello è caduto l'articolo 4 bis e a quel punto abbiamo fatto richiesta dei domiciliari, ma - come si dice in gergo - in Cassazione è andato definitivo e a quel punto, nel 2017 è stato portato a Rebibbia. Proprio i giorni delle rivolte (6, 7, 8 e 9 marzo) sono stati i suoi primi giorni di permesso per uscire. Ha 63 anni e tra l'altro soffre di una patologia da ipertensione arteriosa, con l'avvocato stiamo cercando di richiedere un differimento di pena. Pensa che il 9 marzo abbiamo dovuto riportarlo a Rebibbia, proprio nella fase clou della rivolta.
Sono stati sospesi i colloqui, qual è ora l'organizzazione nel reparto di Alta Sicurezza a Rebibbia per consentire la comunicazione con i propri cari?
Abbiamo la videochiamata ogni mercoledì e ci sentiamo tramite mail. Anche la polizia penitenziaria di Rebibbia in questo momento sta facendo il possibile: gli agenti hanno famiglia e quindi capiscono la situazione, tante volte magari ci concedono quei 5-10 minuti in più di videochiamata che non guastano. Ma in generale la situazione è assurda perché sembra che nessuno sappia niente: i detenuti sembrano essere invisibili. Solo ultimamente qualcuno sta iniziando a parlare, come nel caso di Giuseppe Cascini, membro del Csm, che sembra essere dalla nostra parte. L'unica cosa che ha fatto il governo è stata prendere la legge 199, già esistente, e fingere di averla introdotta ora. Di conseguenza i detenuti che possono uscire sono pochissimi, perché la maggior parte di loro ha già usufruito di questa legge. Senza considerare che a causa dell'obbligo dei braccialetti elettronici non è uscito quasi nessuno. Lo stesso Cascini ha definito insufficienti le misure prese e inutili i braccialetti elettronici dal momento che le città sono ben presidiate e nessuno può uscire.
Che tu sappia, qual è adesso lo stile di vita a cui sono sottoposte le persone detenute in Alta Sicurezza?
Beh, intanto non hanno contatti con nessuno, né con i volontari, né con le persone esterne tanto meno con la famiglia. In più la paura di poter contrarre il virus. C'è da precisare che il reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia non ha preso parte alle rivolte, nessuno di loro. Per giunta mio padre in quei giorni era in permesso fuori dal carcere. Quindi trovo anche ingiusto che proprio loro, considerati sempre i più pericolosi, debbano pagare lo scotto di queste rivolte. Premettendo però che è anche comprensibile perché gli altri detenuti abbiano voluto fare queste rivolte: vogliono essere ascolti, era un modo per essere ascoltati. Le rivolte sono nate da un grido di dolore e di speranza.
Per quanto riguarda gli uomini dell'Alta Sicurezza posso dire che alle spalle hanno tantissimi anni di galera. Molti di loro stanno facendo un percorso straordinario, alcuni sono entrati senza il diploma di scuola elementare e ora hanno lauree magistrali di ogni tipo. Eppure il loro percorso rieducativo non viene affatto riconosciuto e non godono di alcuna possibilità, come quella dei permessi premio. Se non sbaglio su circa 60mila detenuti, più o meno 6mila hanno partecipato alle rivolte e sono tutti detenuti ai reparti comuni, nonostante questo si è avuto il coraggio di scrivere che dietro le rivolte c'è stata un'organizzazione mafiosa.
L'opinione pubblica ha una visione distorta dei detenuti. Non sono considerati uomini, ma quasi come una sottospecie del genere umano...
Sì, l'opinione pubblica ne ha una visione esclusivamente negativa, ma i detenuti non sono animali, sono persone. Solo se ci sei passata o solo se lavori a contatto con loro capisci che è così. Ed è assurdo che questo avvenga in una società democratica e moderna come la nostra. Anche in questa situazione ci sono persone che parlano di svuota-carceri mascherato, quando in realtà sono uscite veramente poche persone.
Non credi che il retaggio culturale del nostro Paese, in cui la mafia è diventata quasi uno stereotipo, impedisca alle persone cosiddette libere di accettare che vengano applicati gli arresti domiciliari a chi sconta una condanna per reati inerenti all'associazione mafiosa?
Ribadisco che il reato di mio padre non è ostativo, ma in ogni caso le persone dell'Alta Sicurezza sono le meno soggette al rischio di recidiva: nella gran parte dei casi parliamo di uomini che entrano in carcere all'età di 20 anni e quando ne hanno 50 sono ancora lì, senza aver mai goduto di un briciolo di beneficio. Questa è una grande contraddizione perché non viene considerata la singola persona. C'è chi studia, chi fa attività di teatro, chi scrive libri.
Lo ripetiamo: il Decreto Cura Italia prevede che possano accedere agli arresti domiciliari i detenuti che hanno una pena residua di massimo 18 mesi, ma sono esclusi i detenuti per reati ostativi. Cosa significa essere figlia di un uomo che non ha lo stesso diritto alla salute degli altri padri di famiglia fuori dal carcere?
Noi familiari non dormiamo. La mia è un'ansia perenne. Poi mio padre ha 63 anni e soffre di una patologia che tiene sotto controllo con i farmaci ma ho sempre l'ansia che possa venirgli un infarto o qualsiasi cosa e sappiamo bene che la sanità nelle carceri è pessima. Se lui dovesse contrarre il virus, sia per la patologia di cui soffre sia per l'età che ha, c'è un'alta probabilità che possa andare in terapia intensiva. Se già fuori viviamo una realtà in cui non si riesce ad avere posti sufficienti per la terapia intensiva, figurati per i detenuti. Se si ammalano loro come si fa?
Dal 2013, anno in cui è iniziata la detenzione di tuo padre, ad oggi vi è mai capitato di vivere una situazione - per quanto diversa da questa - simile per complessità e stati d'animo?
Con mio padre ho un rapporto viscerale, quindi questo tutti i giorni. Avere un padre chiuso in carcere significa effettivamente non sapere come sta. Soltanto quando lo senti o quando lo vedi ti rendi conto che va tutto bene. È vivere con il terrore.
Fa un po' ridere il fatto che in questo momento si dica che stiamo sperimentando la vita delle persone recluse. L'unico tratto, a volerne trovare uno, che può accomunare le due condizioni è l'essere fortemente preoccupati per qualcuno e non poter fare niente...
La parola giusta è impotenti. Noi familiari ci sentiamo impotenti. I detenuti sono invisibili, chi c'è dalla nostra parte? Chi pensa a loro? Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non sta facendo nulla. Ho inviato cinque mascherine a mio padre, perché mi ha scritto di averne bisogno, ma non sappiamo nulla di quello che sta accadendo, molte cose vengono nascoste. Neanche i poliziotti penitenziari sono sufficientemente tutelati. Nelle carceri del nord il virus si sta propagando e anche velocemente. Tutti i giorni moriamo all'idea che ci possano dire che qualcuno è stato contagiato, perché poi verrebbero contagiati tutti ad effetto domino. Fa ridere paragonare le due condizioni perché noi abbiamo internet, possiamo sentire i nostri cari quando vogliamo, possiamo soprattutto affacciarci al balcone, mentre a loro è stata tolta anche l'ora del passeggio proprio per evitare gli assembramenti.
Prima dicevi che il rapporto con tuo padre è viscerale. Se dovessi dire, in poche o tante parole, chi è per te tuo padre?
Chi è? Per me è tutto, è la mia vita. È una persona fantastica, dolcissima. Un detenuto è una persona normale. Il rapporto che noi figlie abbiamo con i nostri padri detenuti è quasi triplicato, proprio perché loro si perdono tante cose di noi. Mio padre ha perso la mia laurea e per me è stato atroce non averlo vicino, sognavo che fosse lui a mettermi la corona di alloro. E questo non è stato possibile. L'ora in cui noi stiamo insieme è un'ora di amore puro. Ci mancano già tanto nelle situazioni quotidiane, figurati adesso in questa situazione di emergenza. Io sono figlia e ho le stesse preoccupazioni di un'altra figlia che ha il proprio padre a qualche metro di distanza. Io, il mio, lo ho là dentro e non so come sta.
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