di Roberta Polese
Corriere Veneto, 8 aprile 2020
Sovraffollamento, la Cassazione: pesare le misure detentive. Ma per il capo dei pm padovani le maglie non si sono allargate. Cappelleri: "Città indifese? No, percezione distorta: i reati sono crollati".
Non servono dati statistici o grandi elaborazioni per rendersi conto del crollo verticale del numero di reati che, dal 21 febbraio, si registrano nell'intero territorio regionale. L'emergenza Covid-19, con il progressivo lock-down delle imprese e l'obbligo di stare a casa, sembra aver paralizzato il "business" degli illeciti, tanto che, almeno a Padova, cuore della regione, i reati sono in calo del 70%, un dato che appare simile in tutte le provincie.
Il riflesso incondizionato di questo numero è che gli arresti e i trasferimenti in carcere sono nettamente diminuiti, anche se in questo frangente entra in campo un'altra variabile, ben visibile agli occhi di un osservatore attento: a parità di tipologia dei reati pre-Covid 19, gli arrestati raramente finiscono in carcere; per loro si applica più spesso la detenzione domiciliare. "Dalla procura generale presso la Corte di Cassazione - spiega Antonino Cappelleri, procuratore capo di Padova - è arrivata a tutte le procure una direttiva molto chiara, che richiama al buon senso. Dobbiamo pensare che nelle carceri c'è un serio problema di sovraffollamento e in una emergenza come questa non possiamo andare ad aggravare una situazione già complessa".
Parole che vanno inserite anche nel contesto in cui sono pronunciate: giusto ieri, infatti, Cappelleri e i magistrati del tribunale di Sorveglianza, hanno preso parte all'iniziativa della cooperativa Giotto, che, proprio nell'aula della Sorveglianza del tribunale di Padova, ha distribuito le mascherine confezionate dai detenuti del carcere Due Palazzi. La stessa presidente del tribunale di sorveglianza di Venezia, Linda Arata, ha colto l'occasione per segnalare le gravi difficoltà in cui versano la casa circondariale e il Due Palazzi di Padova, evidenziando anche l'importante lavoro che svolgono in questo momento le cooperative che stanno responsabilizzando i detenuti, mettendo in atto la rieducazione della pena detentiva così come prevede l'ordinamento giudiziario.
Già all'inizio dell'epidemia, a tutti i magistrati padovani erano giunte indicazioni chiare da parte del vertice della procura sull'attenzione allo stato delle carceri e sulla necessità di non aggravare una situazione complessa. Il chiarimento in merito a questa direttiva l'aveva dato lo stesso Cappelleri, i primi giorni di marzo: "Si tratta di fare delle scelte responsabili, è un equilibrio complesso ma di equilibrio si tratta. Non deve passare il messaggio che le maglie si sono allargate".
Tuttavia, di riflesso, non si può non notare come, sempre a Padova, pare stia diventando un caso la segnalazione di spacciatori che agirebbero "indisturbati" in città, lo testimoniano vari Facebook e anche Striscia la Notizia, che, giusto due sere fa, ha mandato in onda un servizio dove la città pare "invasa" da spacciatori. "Mi rendo conto - riprende il procuratore - che nelle strade oggi vuote questi capannelli rischiano di "spiccare", ma è solo perché siamo tutti a casa. Le forze dell'ordine sono al lavoro continuamente e confermo il dato della riduzione dei reati del 70%, quindi quella che mi sta segnalando è una percezione".
Altro tema caldo è la riapertura dei tribunali l'11 maggio, con il possibile congestionamento di una giustizia già intasata. Per velocizzare le pratiche al riavvio dei processi da più parti si fa largo la strada dell'amnistia, ossia l'estinzione del reato e la rinuncia da parte dello Stato a perseguire i colpevoli. "Amnistia e indulto (che, a differenza della prima, cancella la pena ma non il reato, ndr) sono istituti vecchi e fuori dal tempo - afferma ancora Cappelleri - che non tengono conto dell'importanza della rieducazione che invece è essenziale, lo vediamo in special modo oggi con la distribuzione delle mascherine fatte dai carcerati".
Resta il problema delle piccole cause "bagatellari", ossia di poco conto, che si concludono con il pagamento di una pena pecuniaria ma che ingombrano le scrivanie dei magistrati rallentando una macchina già piuttosto arrugginita. "La giustizia - conclude Cappelleri - mette a disposizione dei magistrati l'assoluzione per "tenue gravità del fatto". Si tratta di un articolo che potrebbe opportunamente essere utilizzato in casi come questi".
di Roberta Lancellotti
futura.news, 8 aprile 2020
Il carcere di Torino Lorusso e Cutugno, meglio conosciuto come "Le Vallette", può contenere 1135 detenuti. Al momento dell'esplosione del contagio del coronavirus ne erano presenti 1486. Oltre 350 persone in più. Il drastico calo di reati di questo periodo ha diminuito notevolmente gli ingressi quotidiani nell'istituto, che da 20/25 al giorno sono scesi a tre o quattro. Dopo il decreto "Cura Italia", che prevede l'uscita di alcune categorie di reclusi dagli istituti di detenzione, solamente trenta persone hanno lasciato le Vallette nelle prime settimane. Cifre insufficienti per garantire un'adeguata gestione della crisi. Non solo.
"I problemi strutturali purtroppo obbligano a lavorare solo sull'emergenza, quest'ultima ha dimostrato che gli istituti erano tutti impreparati", spiega Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà di Torino dal 2015. "Il sovraffollamento riduce l'efficacia di qualsiasi attività che possa migliorare il trattamento dei detenuti e la loro rieducazione. Lasciare una persona in balia di sé stessa a farle passare il tempo è un sistema che non costruisce una persona diversa". Per la nostra Costituzione una pena deve tendere alla rieducazione del condannato, oggi il carcere non risponde a questo obiettivo.
Una soluzione che permetterebbe di superare le celle troppo piene potrebbe essere il potenziamento dell'esecuzione penale esterna, ovvero di quelle misure alternative di detenzione che consentono di scontare la pena all'esterno del carcere. Una realtà che però in Italia fatica ad affermarsi, anche per la difficoltà di convincere l'opinione pubblica che sia meglio scontare una pena fuori dal carcere, piuttosto che dentro. "Se una persona compie del male, dovrebbe riuscire a fare un percorso che si allontani dal ricevere altro male", continua la garante Gallo. "Se chi va a scontare una pena viene messo in una cella minuscola con uno sconosciuto, è costretto a fare la doccia solo a un certo orario, non viene accompagnato in percorsi rieducativi, viene ascoltato poco, non riceve risposte, allora è inevitabile che non possa uscirne in modo migliore da come è entrato".
In carcere manca spazio, manca un accompagnamento e spesso manca un'adeguata assistenza sanitaria e psicologica. A volte manca anche umanità. E Monica Cristina Gallo ha dovuto fare i conti con questa mancanza. Nel dicembre 2018 ha segnalato alla Procura di Torino la presenza di abusi su alcuni detenuti in una sezione delle Vallette. Da lì sono partite le indagini per un'inchiesta che prosegue ancora e che fino ad oggi ha portato agli arresti domiciliari sei agenti della polizia penitenziaria con l'accusa di tortura. "In quanto garanti il primo diritto che dobbiamo garantire è quello della dignità della persona, assicurandoci che il trattamento non sia inumano e degradante e che non vengano effettuate procedure di tortura", racconta. "È la nostra missione prima di ogni altra". L'indagine non si è ancora conclusa anche a causa dello stop all'attività giudiziaria imposta dai decreti per il contrasto al Covid-19. Ma potrebbe riservare nuove accuse.
La quarantena ha obbligato tanti italiani a fare i conti con uno stravolgimento della propria libertà personale. Niente a che vedere con la reclusione forzata in cui si trovano i detenuti. Però ha inevitabilmente portato a riflettere sul valore dell'essere liberi. Il rischio in questi casi è che si parli di carcere solo quando brucia qualcosa. Magari la voce che viene da dentro le mura in questi giorni è proprio questa: "Non dimenticateci".
di Massimiliano Lanzotto
La Città di Salerno, 8 aprile 2020
Il ministro Bonafede ha accolto l'appello lanciato dall'Anm. Il "Cura Italia" non decolla: mancano i braccialetti elettronici. Giustizia ferma ai box, il coronavirus allunga i tempi dei processi. In aula, almeno fisicamente, non si tornerà prima dell'11 maggio. E questa la decisione adottata ieri nel Consiglio dei Ministri. Con lo stop forzato di un altro mese c'è il rischio di accumulo dei processi giudiziari. E i tempi per smaltirli non sono brevi, come dimostrano le precedenti crisi.
Intanto, procede l'attività dei giudici di sorveglianza per "alleggerire" le carceri, come stabilito dal decreto "Cura Italia". In Italia sono oltre 4mila i detenuti usciti dagli istituti penitenziari dall'inizio dell'emergenza. Anche a Salerno sono state avviate le prime uscite anticipate di detenuti vicini al "fine pena" che erano in carcere per reati comuni.
Il caso "braccialetto". La vera incognita di questa procedura "agevolata" resta il "braccialetto elettronico". Non sempre sono disponibili, almeno non in numero sufficiente. Eppure sono obbligatori per le pene in corso superiori ai sei mesi. La politica ha previsto la norma, ma ha riversato sui magistrati l'onere dell'applicazione senza offrirgli tutti i mezzi necessari. I numeri del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) dicono che il numero dei detenuti negli istituti italiani sono diminuiti dall'inizio dell'emergenza. Dal 29 febbraio scorso se ne contano 4.093 in meno. La minor presenza è dovuta all'esecuzione della pena nel per motivi sanitari dovuti al contagio da coronavirus, ma anche per incompatibilità con lo stato di salute del detenuto. È cresciuto anche il numero dei permessi ai semiliberi.
Avvocati in trincea. "Questo risultato, peraltro ancora largamente insufficiente, lo si è ottenuto nonostante il decreto "Cura Italia" - dice l'Unione delle Camere penali - grazie al grande impegno è responsabilità di molti tribunali di sorveglianza e degli avvocati impegnati nella tutela del diritto alla salute dei propri assistiti, ricorrendo agli strumenti normativi già esistenti che il Governo ha addirittura peggiorato con la imposizione dei famosi braccialetti".
Silenzio in aula. Le aule sono vuote, il tribunale è semideserto. Anche il personale amministrativo è in numero ridotto per il "lavoro agile". Le udienze, in questo periodo storico, sono solo a distanza. Si tengono, con la formula telematica, solo quelle urgenti: al settore civile quelle che riguardano i minorenni e i rapporti familiari, mentre al penale le convalide di arresto e di fermo. E poi quelle nelle quali i detenuti o i loro difensori decidono lo stesso di andare avanti. Tenere le udienze in tribunale non è facile, bisogna rispettar le distanze per rispettare il contagio perché l'affollamento dei palazzi di giustizia non è per niente compatibile con le ordinanze in vigore per l'emergenza in atto.
Toghe per il rinvio. A sollecitare la proroga della sospensione delle udienze è stata anche l'Anm, l'associazione dei magistrati. I giudici insistevano per la proroga decisa con un decreto ministeriale e non affidata alla discrezione dei singoli capi degli uffici. Per l'Anm è necessario anche "con l'adozione delle necessarie cautele, per evitare l'esposizione di migliaia di persone a un rischio ancora grave, peraltro in assenza dei dispositivi e delle misure di protezione che potrebbero al più ridurre, ma non certo escludere, il contagio e una diffusione ulteriore del virus".
redattoresociale.it, 8 aprile 2020
Un protocollo d'intesa sulla formazione negli istituti penitenziari minorili della Toscana sarà firmato tra la Regione Toscana, l'Ufficio scolastico regionale e il Centro di giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria. Un protocollo d'intesa sulla formazione negli istituti penitenziari minorili della Toscana sarà firmato tra la Regione Toscana, l'Ufficio scolastico regionale e il Centro di giustizia minorile per la Toscana e l'Umbria.
La delibera, che impegna la Regione alla sottoscrizione dell'accordo, è stata approvata dalla Giunta toscana. Il protocollo intende avviare una collaborazione per dare attuazione alle indicazioni contenute nella nota di aggiornamento del documento di economia e finanza approvata lo scorso dicembre dal Consiglio regionale al fine di "sostenere la formazione corsuale od a domanda individuale per i detenuti nei penitenziari del territorio regionale, con particolare attenzione ai minori".
Soddisfazione viene espressa dall'assessore regionale a Formazione, istruzione e lavoro, Cristina Grieco, che precisa: "Poiché la popolazione degli istituti penali minorili risulta eterogenea per età e per fabbisogno formativo ed educativo, con la conseguenza che sono poche le fattispecie detentive di lunga durata che consentono la frequenza di un intero percorso di studi e che le azioni finalizzate al recupero e al reinserimento dei carcerati sono ritenute dall'Amministrazione regionale di grande valenza sociale e formativa, con questo protocollo si intende dare avvio ad interventi di formazione professionale a favore dei giovani detenuti anche allo scopo di facilitare il loro inserimento lavorativo alla conclusione dello stato di detenzione".
In particolare, secondo quanto previsto dall'accordo tra Regione, Ufficio scolastico e Centro di giustizia minorile, la formazione sarà finalizzata alla realizzazione di percorsi finalizzati all'inserimento e al reinserimento nel mondo del lavoro dei giovani adulti e di percorsi per l'assolvimento del diritto e dovere all'istruzione e alla formazione per i minorenni di età compresa tra i 15 ed i 18 anni.
"Le azioni finalizzate al recupero e al reinserimento sono ritenute dalla Regione di grande valenza sociale e formativa in quanto rispondono alla funzione istituzionale di garanzia e sviluppo della coesione sociale e costituiscono altresì un investimento di promozione dell'inclusione sociale e occupazionale, allo scopo di ridurre criticità e costi sociali alle comunità di appartenenza causati dalle recidive", precisa l'assessore Grieco.
Gli interventi, strutturati sulla base del fabbisogno formativo evidenziato dal Centro di giustizia minorile, saranno realizzati da uno o più istituti scolastici individuati dall'Ufficio scolastico toscano ed attuati con le risorse regionali, pari a 20 mila euro, destinate ad azioni rientranti nel progetto di aggiornamento del documento di economia e finanza.
romasette.it, 8 aprile 2020
La veglia in memoria dei carcerati che si sono tolti la vita dall'inizio dell'anno in Italia, di cui uno a Rebibbia. Il presidente Pinna: puntare su pene alternative. Dedicata ai 17 carcerati che si sono tolti la vita dall'inizio dell'anno in Italia la veglia di preghiera organizzata, in occasione della Pasqua, dai detenuti dell'Isola Solidale.
Una realtà, quella dei suicidi in carcere, ricordata nei giorni scorsi dal Garante nazionale delle persone private della libertà personale Mauro Palma. 4 i casi negli ultimi 10 giorni: il 28 marzo nell'istituto di Reggio Emilia, il 2, il 3 e il 5 di aprile in quelli di Siracusa, Roma Rebibbia e Aversa. "Una tragedia nella tragedia", la definisce Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale, che da oltre 50 anni accoglie a Roma detenuti ed ex detenuti grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000. Storie che "mettono ancora più in evidenza in maniera tragica i limiti del nostro sistema carcerario".
Per Pinna, "occorre puntare una volta per tutte sulle pene alternative al carcere. Credo sia arrivato il momento di riveder il concetto di detenzione nel nostro Paese puntando su forme che siano veramente riabilitative, come prevede la nostra Costituzione".
Per il momento, la Pasqua dell'Isola Solidale, conclude il presidente, "sarà idealmente accanto alle famiglie dei detenuti che si sono tolti la vita, vicini agli ultimi come ci ha indicato Papa Francesco".
agensir.it, 8 aprile 2020
A fronte di un tasso complessivo di detenzione - numero di detenuti per 100.000 abitanti - rimasto stabile in Europa dal 2018 al 2019, vi sono amministrazioni penitenziarie in cui il tasso di detenzione è aumentato - come in Turchia (+ 13%), Cipro (+ 11%), Danimarca (+ 9%), Bulgaria (+ 8%), Georgia (+ 7%), Scozia (+ 7%), Grecia (+ 6%) e Svezia (+ 6%) -, altre in cui, invece, vi sono state importanti riduzioni dei tassi di detenzione - Armenia (-36%) e Macedonia settentrionale (-29%), Islanda (-14%), Bosnia-Erzegovina (-11%), Romania (-10 %), Repubblica di Moldavia (-8%), Russia (-8%), Azerbaigian (-7%), Norvegia (-7%), Lettonia (-6%) ed Estonia (-5%). Sono alcuni dei dati contenuti nelle "statistiche penali annuali del Consiglio d'Europa" (Space I), pubblicate oggi e che nelle loro 130 pagine offrono un quadro molto dettagliato della situazione nelle carceri della quasi totalità delle amministrazioni carcerarie in Europa. L'età media dei detenuti è di 35 anni. Circa il 15% dei detenuti ha 50 o più anni (in Italia la percentuale è del 25% e il 3,7% ha oltre 65 anni). Le donne rappresentano il 5% della popolazione carceraria totale; gli stranieri nelle carceri sono in media il 14%. La durata media della reclusione in Europa è scesa da 8,2 mesi nel 2017 a 7,7 mesi nel 2018 (-5,4%).
Le pene più lunghe vengono comminate in Azerbaigian (37 mesi), Portogallo (32), Repubblica di Moldavia (26), Repubblica Ceca (24), Romania (23), Spagna (21), Estonia (16) e Italia (15). Crescono le detenzioni per reati connessi alla droga (+5,3%), con il 18% dei detenuti in carcere per questo tipo di reati (dato che in Italia raggiunge il 32%). Diminuisce, a livello di media europea, la percentuale di detenuti che scontano pene detentive per furto (-17,6%), mentre crescono i detenuti condannati per reati sessuali (stupro 4,8% e altri reati sessuali 4,8%). Quanto al rapporto tra detenuti e personale di custodia è pari a 2,6 detenuti per agente, mentre il costo della detenzione è stato di 26 miliardi di euro nelle 43 amministrazioni carcerarie che hanno fornito questi dati.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 8 aprile 2020
Emanuele Nannini (Emergency). "I campi per migranti sono bombe a orologeria: non consentono il distanziamento sociale né le più basilari norme igieniche o i tamponi". Un ambulatorio bombardato a Tripoli lunedì scorso. Solo a marzo 27 strutture sanitarie danneggiate in Libia per la vicinanza alla linea degli scontri, mentre la popolazione fa i conti anche con la pandemia e i migranti continuano a rimanere chiusi nei campi di detenzione: "Ci abbiamo lavorato per più di dieci anni, la situazione è tragica. Le due fazioni hanno inasprito i combattimenti, c'è molta pressione su Tripoli, il paese è nel caos" spiega Emanuele Nannini, vicedirettore del Field operations department di Emergency.
È possibile contenere il Covid-19 a Tripoli con la guerra civile in corso?
Un paese fragile come la Libia si avvicina al baratro. La guerra fa saltare i regolatori sociali e le tutele, tutti i paesi in conflitto hanno fasce di popolazione vulnerabile che non hanno più accesso ai servizi, sia per i rischi legati agli spostamenti durante i combattimenti sia perché le prestazioni cessano. La pandemia, la limitazione della circolazione e l'impossibilità di far arrivare materiali fa sì che i più vulnerabili si trovino esclusi da qualsiasi assistenza.
I migranti continuano a partire.
La Sanità con la pandemia non regge più. Le notizie che abbiamo dall'Afghanistan, dal Sudan ci dicono che dei sistemi già fragili collassano completamente. Chi può accedere alle strutture a pagamento va avanti, gli altri sono esclusi del tutto dalle cure. In Afghanistan, ad esempio, il 70% della popolazione vive in zone rurali, la gran parte già faceva fatica a curarsi perché doveva fare lunghi viaggi per arrivare a presidi di livello medio. Una volta arrivati era complicato accedervi per i combattimenti, i posti di blocco e le lotte tra fazioni. Con la pandemia molte strutture sono state chiuse oppure sono stati ridotti i servizi e il governo ha messo restrizioni nei movimenti: l'accesso ora è pari a zero. In più molti operatori umanitari sono bloccati e il supporto delle ong sta venendo meno.
Quali difficoltà state avendo?
I paesi in cui operiamo sono chiusi, non riusciamo a portare dentro né a far uscire i nostri sanitari. Man mano che gli aeroporti chiudevano abbiamo chiesto se volevano tornare, più di cento hanno scelto di rimanere e i nostri ospedali sono rimasti aperti. Prima del lockdown abbiamo potenziato gli approvvigionamenti per affrontare la crisi. Altre ong però non hanno più personale in loco o hanno finito le scorte.
La crisi ha fermato i conflitti?
In alcune aree è stata decisa una tregua ma in Libia, Afghanistan, Yemen, Iraq non è accaduto. I feriti continuano ad arrivare, il supporto chirurgico ha la priorità perché una pallottola uccide più velocemente del virus. Andiamo avanti a vista, abbiamo fine giugno come tempo massimo per continuare a operare senza nuovi rifornimenti.
I campi, in Libia come in Grecia, possono reggere all'impatto del Covid-19?
Sono bombe a orologeria. Le condizioni non consentono il distanziamento sociale né le più basilari norme igieniche. Campi formali, creati a opera d'arte, forse posso dare qualche garanzia ma negli aggregati informali è impossibile gestire la situazione. Ma tanto il mondo farà fatica a sapere cosa succede lì dentro, posti dove non si fanno tamponi né test: le persone morivano prima, adesso di più senza che l'opinione pubblica si renda conto del danno umano in corso.
Cosa insegna la pandemia?
Guerre e povertà sono sparite dall'attenzione internazionale. Quando usciremo di nuovo in strada troveremo un mondo che ha lasciato indietro i più deboli. Eppure la lezione è che o stiamo tutti bene o non sta bene nessuno. Il sistema sanitario non deve essere un privilegio per chi se lo può permettere.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 8 aprile 2020
Dal Governo a Coldiretti: "i lavoratori stranieri sono necessari per i raccolti". Non li vedo più, come fossero spariti all'improvviso. È dall'inizio dell'epidemia e delle disposizioni più stringenti del governo che non li vedo più agli incroci delle strade comunali dove sostavano al mattino con le loro biciclette aspettando che passasse il caporale a raccoglierli e li portasse in campagna, al lavoro.
Anche loro #restanoacasa. Solo che la loro "casa" è la baraccopoli di San Ferdinando. Un mucchio di tende blu dove sono rinchiusi in cinquecento, otto per tenda, con una decina di moduli di servizi igienici. Il lavoro non c'è più, l'agricoltura è ferma. Anche chi ha un regolare contratto ma lavora magari in un altro comune più distante viene continuamente fermato dai posti di blocco e rimandato indietro. Senza lavoro non c'è paga, anche di fame, ma pur sempre una sopravvivenza. E poi, il terrore del contagio. Qui, se si ammala uno diventa un lazzaretto. Una situazione incontrollabile.
È successo in Portogallo. Il contagio di un lavoratore nepalese nelle serre dell'Algarve aveva convinto le autorità a confinare in una scuola ottanta suoi connazionali: molti sono fuggiti temendo di essere messi su un aereo per un rimpatrio forzato. Una situazione così, con persone contagiate fuori da ogni controllo, era ingestibile. E il governo del Portogallo ha deciso di gestirla, approvando una sanatoria per i richiedenti asilo e per tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano chiesto di accedere ai servizi sanitari.
Con questa regolarizzazione gli stranieri potranno cercare un lavoro regolare, avere un contratto e accedere a tutti i servizi pubblici e affittare una casa senza ricorrere al mercato nero. L'agricoltura portoghese ha bisogno delle loro braccia. È quello che dice Coldiretti: ci sono le fragole nel Veronese, la preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell'uva in Piemonte, gli allevamenti da latte in Lombardia dove a svolgere l'attività di bergamini - quelli che d'estate portano le bestie in alto sui pascoli e d'inverno le tengono nelle stalle - sono soprattutto indiani e poi ci sono i macedoni, quasi tutti pastori.
Dalla frutta alla verdura, dai fiori al vino, ma anche negli allevamenti, in totale - dice Coldiretti - fra stagionali e permanenti sono 345mila i lavoratori stranieri impiegati in agricoltura, per trenta milioni di giornate di occupazione. Dal nord al sud: in Puglia, con l'arrivo imminente delle raccolte di ciliegie, pomodori e uva da tavola sono esplose le prime criticità. E solo nella Capitanata si concentra il 27,61 percento delle 973mila giornate di lavoro degli immigrati impiegati in lavori stagionali. Parliamo delle cifre ufficiali - chi ha contezza del lavoro nero e irregolare?
A dicembre, con le disposizioni ministeriali sui flussi, le aziende avevano fatto le loro domande e a fine aprile è fissato il "click day". Si parla di lavoratori in arrivo dall'est Europa - dall'Albania alla Bosnia, dalla Macedonia all'Ucraina - e dall'Africa - dalla Tunisia al Marocco, dal Niger al Sudan - ma anche da luoghi più lontani, l'India, lo Sri Lanka. Solo che, per quanto regolari, dovrebbero scattare le disposizioni di quarantena, e non è semplice farvi fronte - e si perdono giornate preziose, e chi paga?
E bisognerà rispettare condizioni di lavoro particolari, le distanze di sicurezza, i dispositivi, i controlli, gli spostamenti, i luoghi di mensa e di riposo. Un delirio. E con le notizie che girano per il mondo riguardo l'Italia - il paese più colpito dalla pandemia - verranno ancora? Forse ci vorrebbero degli incentivi - magari trasformare gli arrivi per permessi per lavoro stagionale in permessi di soggiorno per lavoro subordinato. Alcuni avevano pensato di rivolgersi allora agli italiani - pensionati, cassintegrati, studenti - con dei voucher per far arrotondare loro le entrate. Al momento non si registrano successi su questo fronte.
Il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova c'è andata giù diretta: "Gli immigrati non sono nemici, siamo noi ad aver bisogno di loro". È un buon inizio. E ha proseguito: "Dobbiamo fare i conti con la realtà. Ci sono i ghetti, pieni di lavoratori arrivati dal sud del mondo che lavorano nelle nostre campagne in nero. Lì sta montando la rabbia e la disperazione, se non si fa qualcosa il rischio è che tra poco ne escano e non certo con un sorriso. C'è un forte deficit di manodopera, bisogna mettere anche loro in condizioni di lavorare in modo regolare".
Sembra che sia andata ieri a San Ferdinando, il ministro Bellanova. Ci vuole un bagno di realtà. Qua corriamo il rischio di fermare la filiera agro-alimentare - già alcune primizie sono andate a male. E non è - lo è anche - un problema di economia e di declino del paese. Se si ferma la filiera agro- alimentare, che succederà? Inizia il razionamento, viene distribuita la tessera per i pomodori di Pachino o il radicchio trevigiano? Facciamo i conti con la realtà. Buona parte dell'agricoltura è lavorata in nero, e gli immigrati irregolari sono sotto il ricatto di paghe di fame e condizioni drammatiche di vita: di loro ci si ricorda solo per alimentare campagne d'odio, per lanciare allarmi sulle invasioni, per parlare di irrobustire e militarizzare i nostri confini. Se questa tremenda situazione servirà a trattarli per quello che sono - lavoratori indispensabili da regolarizzare - avremo fatto tutti un passo avanti. Come civiltà.
iltelegrafolivorno.it, 8 aprile 2020
Con i soldi raccolti acquistati generi di prima necessità prodotti sull'isola dai carcerati. Detenuti, operatori della polizia penitenziarie e i pochi abitanti dell'isola di Gorgona hanno fatto la colletta per l'acquisto di generi alimentari prodotti sull'isola negli allevamenti e negli orti che gestiscono i detenuti, ma che appartengono allo Stato.
Tutti questi beni di prima necessità sono stati portati a Livorno questa mattina a bordo della motovedetta della polizia penitenziaria. A riceverli in porto la direttrice di Caritas suor Raffaella Spiezie. Sono stati donati uova, formaggi e ortaggi. Tutto finirà sulle tavole delle mense Caritas (due) che stanno lavorando a pieno regime anche in questo momento drammatico per l'emergenza coronavirus. Le mense producono anche pasti che vengono a che portati a casa.
"Dopo questo primo intervento - annuncia il direttore della colonia penale di Gorgona e del carcere Le Sughere di Livorno Carlo Alberto Mazzerbo - un'ulteriore iniziativa per la Comunità di Sant'Egidio con cui collaboriamo da anni nel carcere delle Sughere. I prodotti, sempre di Gorgona, saranno destinati a Sant'Egidio, ma la colletta è in via di definizione".
"Un gesto solidale - conclude Mazzerbo - per essere vicini a chi è in difficoltà in questo momento drammatico". "Sono aumentati gli utenti delle mense, - riferisce suo Raffaella - a causa delle conseguenze dell'epidemia da Coronavirus che sta paralizzando il mondo del lavoro. Sono aumentati così i pasti a domicilio e i pacchi alimentari per i quali sono sempre più numerose le famiglie livornesi che ne hanno necessità. Diamo 50 pacchi al giorno e prepariamo 300 pasti al giorno, diamo contributi per affitti e utenze. I bisogni sono cresciuti e li possiamo soddisfare grazie alle tante donazioni di singoli, negozi, enti e associazioni".
agenzianova.com, 8 aprile 2020
Circa 15 mila detenuti sono stati liberati in Nord Africa per l'emergenza coronavirus, facendo emergere un aspetto spesso trascurato della pandemia: i rischi legati alla sicurezza e alla criminalità. Le autorità di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia hanno disposto il rilascio di migliaia di detenuti dalle sovraffollate carceri dei rispettivi Paesi per evitare la diffusione dell'epidemia di Covid-19. Si tratta per lo più di criminali condannati per reati minori o che avevano già scontato gran parte della pena. In alcuni paesi disastrati come la Libia, dove da oltre un anno persiste uno stato di guerra civile, esiste tuttavia il rischio che gli ex detenuti non solo tornino a delinquere, non trovando alcuno sbocco lavorativo, ma finiscano per essere reclutate dalle parti attive nel conflitto armato. Non solo: le conseguenze economiche della grave congiuntura economica che abbiamo di fronte - una crisi probabilmente peggiore di quella del 2008/2009 - potrebbero spingere gli ex detenuti a tentare la traversata verso l'Europa, andando ad alimentare quei flussi migratori illegali che invece si erano recentemente affievoliti. L'unica eccezione nella regione è l'Egitto. Nonostante le richieste di organizzazioni non governative internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International, il presidente-generale Abdel Fatah al Sisi ha deciso per il momento di non estendere alcuna grazie né di autorizzare amnistie.
In Marocco, al contrario, il sovrano in persona, Mohammed VI, ha concesso lo scorso 6 aprile la grazia reale a favore di 5.654 detenuti. Secondo quanto riporta l'agenzia di stampa ufficiale marocchina "Map", il monarca ha ordinato di adottare tutte le misure necessarie per rafforzare la protezione dei detenuti negli istituti penitenziari, in particolare contro la diffusione dell'epidemia del coronavirus, secondo quanto ha annunciato il ministero della Giustizia.
"Nel contesto della costante attenzione prestata dal re ai detenuti negli istituti penitenziari e di riabilitazione, è stata concessa la grazia reale a beneficio di 5.654 detenuti", ha sottolineato il ministero. I detenuti che hanno ricevuto la grazia reale sono stati selezionati sulla base di criteri "strettamente oggettivi", che tengono conto della loro età, del loro stato di salute e della durata della loro detenzione, nonché della buona condotta durante la loro detenzione, afferma la stessa fonte.
Sul versante delle migrazioni illegali va segnalato che nella giornata di ieri, 6 aprile, ben 53 persone sono riuscite ad attraversare illegalmente il confine tra il Marocco e l'enclave spagnola di Melilla. Una guardia civile è stata ferita in modo lieve durante lo sconfinamento di massa avvenuto intorno alle 5 del mattino. I migranti potrebbero aver approfittato del fatto che la Spagna sta mobilitando la maggior delle sue forze nella lotta contro la pandemia legata al nuovo coronavirus che ha causato oltre 14 mila vittime in tutto il paese. La città autonoma di Melilla e l'enclave spagnola di Ceuta rappresentano le uniche frontiere terrestri tra Africa ed Europa.
Centinaia di persone cercano di accedervi ogni anno sfidando le alte recinzioni e le forze di sicurezza spagnole. Gli arrivi, tuttavia, sono in calo rispetto allo scorso anno: 1.140 migranti sono arrivati illegalmente a Ceuta e Melilla via terra tra l'inizio di gennaio e la fine di marzo, quasi il 16 per cento in meno rispetto al primo trimestre del 2019 (1.354), secondo i dati forniti dal ministero dell'Interno spagnolo. Sei imbarcazioni cariche di migranti sono riuscite da approdare nelle due enclave spagnole, contro le 17 nello stesso periodo dell'anno scorso.
Nella vicina Algeria, il presidente Abdelmadjid Tebboune - eletto lo scorso dicembre con un tasso di astensionismo da record - ha decretato il rilascio di 5.037 detenuti, sempre come parte delle misure contro la diffusione del coronavirus. Si tratta di persone condannate a non più di 12 mesi oppure a cui erano rimasti da scontare 18 mesi di carcere.
Il capo dello Stato ha disposto anche una riduzione parziale della pena per i detenuti che si sono macchiato di reati non gravi e la cui età è pari o superiore a 60 anni. Va detto, tuttavia, che la giustizia algerina non sembra essere stata particolarmente intaccata dall'emergenza Covid-19. Anzi, per certi versi sembra che i giudici e i magistrati del paese nordafricano lavori meglio senza la pressione delle proteste di piazza del movimento Hirak, che ha deciso di sospendere temporaneamente le manifestazioni in strada. La polizia algerina sembra sempre essere particolarmente attiva in questo periodo emergenziale nell'arresto di giornalisti e dissidenti, in particolare quelli che mettono in dubbio le cifre sui contagi e i decessi per coronavirus diffusi dalle autorità.
In Tunisia, il paese culla della primavera araba, il presidente Kais Saied eletto lo scorso autunno ha disposto ben due grazie: una in occasione della festa nazionale dell'indipendenza del 20 marzo, liberando 1.856 detenuti; l'altra invece il 31 marzo scorso, garantendo la libertà ad altri 1.420 detenuti. Nel paese è in vigore un "lockdown" totale, con tanto di coprifuoco notturno. Le misure di contenimento del coronavirus resteranno in vigore almeno fino a metà a aprile, ma potrebbero essere ulteriormente prolungate con gravi danni alla precaria economia della nazione araba più vicina alle coste dell'Italia. Vale la pena ricordare che la Tunisia è prima nazione di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Italia nel 2019 (almeno 2.654 secondo i dati forniti dal Viminale). Fra Italia e Tunisia è in vigore un accordo bilaterale che prevede il rimpatrio di 80 persone con due voli charter due volte a settimana. È intenzione della autorità italiane aumentare il ritmo del rimpatrio dei tunisini irregolari, ma l'orientamento del nuovo governo tunisino guidato dall'ex manager di Total Elyes Fakhfakh non sembra essere favorevole.
A destare maggiore preoccupazione, tuttavia, è senza dubbio la situazione in Libia. La combinazione di guerra, terrorismo, criminalità, traffico di esseri umani e coronavirus rischia di innescare una bomba a orologeria per l'intera regione. Il paese, nonostante le autonomie di cui godono le "città-Stato" come Misurata e Zintan e le tribù del sud come i Tebu, resta diviso in due amministrazioni: una con sede a Tripoli riconosciuta dalla Comunità internazionale e che governo sulla maggior parte della popolazione; l'altra di base a Bengasi che controlla di fatto quasi tutto il territorio nazionale.
La procura della Libia occidentale ha recentemente ordinato il rilascio di 466 detenuti dalle carceri di Tripoli come parte delle misure precauzionali contro l'epidemia di coronavirus. I detenuti rilasciati includevano persone sotto interrogatorio, quelle ammissibili alla libertà condizionale e quelle incluse negli ordini di rilascio precedenti. Si tratta di cittadini "arabi e stranieri", si legge in una nota diffusa su Facebook dal ministro della Giustizia del Governo di accordo nazionale (Gna).
"Il rilascio arriva su raccomandazione del Consiglio supremo della magistratura al fine di ridurre il numero di prigionieri per evitare assembramenti", ha aggiunto il dicastero. Si tratta di un primo passo di una serie di misure volte a ridurre il sovraffollamento delle carceri libiche. Secondo il sito web informativo "Libya Observer", considerato vicino al governo tripolino, è in programma anche un'amnistia per chi ha già scontato metà della pena in carcere, per gli anziani e per le persone affette da problemi di salute.
Da parte loro, le autorità giudiziarie e di sicurezza della Libia orientale potrebbero rilasciare fra pochi giorni centinaia di detenuti come misura per prevenire la diffusione del coronavirus nelle carceri. Il portavoce della polizia del governo della Cirenaica (non riconosciuto dalla Comunità internazionale), tenente Asadiq Al Zawi, ha dichiarato che a breve potrebbe essere disposta un'amnistia generale che interesserà i detenuti giudicati colpevoli di reati non gravi, che hanno già scontato metà della pena, che sono ritenuti "non pericolosi" per la società o che sono stati condannati a meno di cinque anni di carcere.
"Il ministero della Giustizia ha preparato degli elenchi dei nomi di coloro che soddisfano queste condizioni. La lista è stata inviata al Consiglio giudiziario supremo", ha detto il portavoce in una dichiarazione al quotidiano panarabo edito a Londra di proprietà saudita "Asharq al Awsat". "Ci aspettiamo la risposta del Consiglio entro pochi giorni, e di conseguenza, come organo esecutivo che sovrintende alle prigioni, libereremo diversi prigionieri", ha aggiunto al Zawi. Le autorità di Bengasi, il capoluogo della Cirenaica e roccaforte del generale Khalifa Haftar, hanno già rilasciato 160 persone arrestate e indagate per piccoli reati.
L'amnistia generale, ha specificato il portavoce della polizia dell'est della Libia, non sarà concessa agli arrestati per crimini come omicidio, terrorismo e spaccio di droga. Il Governo di accordo nazionale della Libia, come detto, ha rilasciato circa 500 prigionieri nell'ambito del suo piano d'azione per combattere il nuovo coronavirus. Secondo Al Zawi, tuttavia, la maggior parte di coloro che sono stati liberati dalle autorità di Tripoli sono coinvolti "in crimini atroci", aggiungendo che qualche ex detenuto ha già lasciato la capitale. Non solo: il portavoce della Libia orientale ha accusato il Gna di aver schierato diversi detenuti al fronte nelle battaglie contro l'Esercito nazionale libico (Lna) di Haftar.
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