24it.news, 8 aprile 2020
L'Ontario ha rilasciato oltre 1.900 detenuti dalle sue prigioni nel tentativo di rallentare la diffusione di Covid-19. Lunedì Lee Chapelle, presidente della Canadian Prison Consulting, è apparso su Kitchener Today con Brian Bourke. Spiegò che le prigioni erano un terreno fertile ideale per il virus, paragonandolo a una nave da crociera stazionaria; uno spazio ristretto pieno di persone vicine l'una all'altra. Secondo Chapelle, le carceri provinciali dell'Ontario detengono giornalmente dalle 8.000 alle 9.000 detenute e quelle che vengono rilasciate sono a basso rischio: non violente, intermittenti o in procinto di finire la loro pena. Si chiede perché non ci siano ulteriori misure da esercitare nelle carceri, come richiedere agli agenti di correzione di portare con sé dispositivi di protezione individuale (Dpi). "Posso dire che il sindacato e gli agenti correttivi lo vogliono. A loro viene detto di non indossarlo, a meno che non stiano facendo una nuova ammissione che ha risposto sì ad alcune delle domande di screening".
Presume che potrebbe avere a che fare con l'incombente carenza di Dpi in tutto il paese, ma ritiene che le guardie non avrebbero bisogno di molto rispetto agli operatori sanitari di prima linea. Chapelle teme che i detenuti rilasciati non siano adeguatamente attrezzati per reintegrarsi nella società. Ha detto che molte delle persone con cui lavora hanno imparato le lezioni quando vengono condannate, ma richiedono un adeguato sostegno da parte della comunità, specialmente durante la pandemia.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 8 aprile 2020
Pazienti trasferiti, la guerra non si ferma nemmeno di fronte all'epidemia. Allarme per i 700mila migranti nel paese nordafricano. La pioggia di missili che da giorni l'autoproclamato capo dell'Esercito nazionale libico (Enl), Khalifa Haftar, rovescia su Tripoli non ha risparmiato lunedì nemmeno l'ospedale al-Khadra nell'area di Bab-Hadba della capitale. L'attacco, raccontano i media libici, ha provocato molta paura tra il personale sanitario e i pazienti, la rottura del generatore elettrico della struttura e il ferimento di un lavoratore straniero.
Salvi i pazienti che sono stati trasferiti in altre strutture della capitale. È un copione che si ripete uguale da un anno, da quando è Haftar ha lanciato l'offensiva contro i "terroristi" che sostengono il governo di Tripoli. Una guerra brutale che l'Onu ha riassunto qualche giorno fa in numeri: 356 morti e 329 feriti civili; 159mila sfollati nell'area di Tripoli; 893mila persone che necessitano di assistenza umanitaria.
C'è stato però qualcosa di ancora più odioso nell'attacco di lunedì: al-Khadra è una delle poche strutture in cui possono essere ricoverati i malati da Covid-19. In Libia, il Governo di accordo nazionale (Gna) e Haftar continuano a scherzare con il fuoco: la tregua umanitaria del 20 marzo per fronteggiare l'epidemia non ha mai avuto inizio e non basta proclamare restrizioni e coprifuoco se non tacciono le armi. Gli effetti per ora contenuti del virus - ufficialmente 19 casi e una vittima - potrebbero essere devastanti: il paese non dispone di centri diagnostici adeguati, strutture sanitarie di livello internazionale e fondi necessari contro il coronavirus. L'Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim) sabato ha lanciato l'allarme soprattutto per i 700mila rifugiati e migranti per cui il Covid potrebbe rappresentare "una vera catastrofe".
"Le condizioni dei migranti sono tragiche. Centinaia di migliaia di persone sono chiuse in hangar affollati con nessun accesso ad adeguate strutture sanitarie. Molti sono detenuti da mesi o perfino anni", ha denunciato la ricercatrice dell'Oim Amira Rajab el-Hemali. Secondo l'Onu sono 1.500 i migranti rinchiusi in 11 centri "ufficiali" di detenzione. Altre "migliaia" invece lo sono in "prigioni private" gestite da trafficanti dove abusi e stupri sono prassi diffuse. Una barbarie che ha gravi ripercussioni psicologiche, spesso trascurate non essendo quantificabili in numeri. "Queste situazioni sono connotate da un carico traumatico la cui violenza e brutalità su un piano reale ed effettivo è innegabile.
Nelle loro testimonianze Libia è sfruttamento, tortura, violenza sessuale, isolamento e questi vissuti ritornano sotto forma di reminiscenze, incubi, somatizzazioni e sintomi depressivi: "Ptsd (disturbi da stress post-traumatico)", ci spiega Francesca Glovi, esperta in clinica transculturale.
L'arrivo del Covid peggiora un quadro già drammatico. "La criticità della situazione attuale - dice Glovi - incide in maniera ancora più forte sul loro benessere psicofisico: isolamento e precarietà sono amplificati dall'impossibilità di ricevere assistenza, seppur minima, formale o informale". In queste condizioni scappare dalla Libia-prigione diventa sempre di più una necessità. Ma attraversare il Mediterraneo è impresa più rischiosa ora che le attività delle ong sono state sospese causa pandemia. Lo sanno bene 80 migranti che, denuncia la ong AlarmPhone, sono bloccati da due giorni su una barca senza benzina nei pressi di Malta. Alla deriva come la Fortezza Europa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 aprile 2020
Amnesty International e altre 19 organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto alle autorità del Bahrein di rilasciare tutti gli attivisti pacifici, i leader dell'opposizione, gli avvocati per i diritti umani e i giornalisti tuttora in prigione. Il Bahrein è stato tra i primi stati al mondo a prendere misure per ridurre la popolazione carceraria, a fronte del rischio di diffusione della pandemia da Covid-19.
Il 17 marzo è stato annunciato il rilascio di 1486 prigionieri: 901 hanno ottenuto la grazia per motivi umanitari, per gli altri 585 sono state disposte misure alternative al carcere. Ma, seguendo un paradosso purtroppo comune a provvedimenti del genere, chi non avrebbe mai dovuto varcare la soglia di una prigione non ne sta uscendo. Tra coloro dei quali ci siamo più spesso occupati in questo blog, Abdulhadi al-Khawaja e Nabil Rajab.
Alcuni dei prigionieri esclusi dal provvedimento sono tra l'altro anziani, dunque potenzialmente più a rischio di contagio. In passato Amnesty International, Human Rights Watch e le Nazioni Unite avevano espresso preoccupazione per l'assenza di cure mediche nelle prigioni del Bahrein. Le organizzazioni firmatarie dell'appello sono Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain, Amnesty International, Bahrain Institute for Rights and Democracy, European Centre for Democracy and Human Rights, Global Legal Action Network, Gulf Centre for Human Rights, International Service For Human Rights Human Rights First e Human Rights Watch.
di Alberto Marchesi*
Il Dubbio, 7 aprile 2020
L'attuale allarme sanitario richiede l'adozione di interventi normativi ben più incisivi e coraggiosi, che portino a una significativa riduzione delle presenze carcerarie. Mentre l'attenzione del nostro Paese è tutta rivolta alla drammatica situazione di molte Regioni di Italia, ed alla preoccupata analisi degli scenari politico-economici che ne deriveranno, si sta accendendo una piccola luce sulla situazione di totale abbandono in cui versa il sistema penitenziario italiano, purtroppo ancora insufficiente ad alimentare i riflettori della cronaca.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 aprile 2020
La commissaria per i diritti umani Dunja Mijatovic scrive che "diminuire il numero dei detenuti in questo momento è fondamentale per garantire un aumento della sicurezza sanitaria".
"Salvaguardare la salute e i diritti dei detenuti durante la pandemia da Covid-19". Anche il Consiglio d'Europa, con la commissaria per i diritti umani Dunja Mijatovic, con una decisione appena diffusa, si muove sulle carceri. Considera i detenuti "persone vulnerabili" e ad alto rischio proprio per le condizioni di vita all'interno delle prigioni, dove le raccomandazioni sullo spazio e la distanza tra una persona e l'altra, e soprattutto quelle riguardanti l'igiene, non possono essere rispettate, "esponendo così gli stessi prigionieri a maggiori rischi". Senza considerare le gravi malattie già esistenti.
di Paolo Comi
Il Riformista, 7 aprile 2020
La Presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa: "Non viene garantito il distanziamento sociale. Ci deve essere un meccanismo automatico per mandare a casa i detenuti".
Quando lo Stato prende in carico una persona per fargli espiare una pena deve fare in modo che ciò avvenga in condizioni di legalità e di tutela delle esigenze di salute. Se non è possibile, cosa l'ha messa a fare in carcere? Che messaggio viene dato quando lo Stato per primo non rispetta le regole?", tuona Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano.
La Presidente Di Rosa sta fronteggiando l'emergenza Covid-19 da un'aula d'udienza ubicata al piano terra del Palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. Gli uffici della Sorveglianza, posti all'ultimo piano, sono andati distrutti la scorsa settimana a seguito di un violento incendio causato da un cortocircuito.
Presidente, com'è la situazione adesso?
Di disagio estremo. Siamo accampati. L'Ufficio di sorveglianza di Milano aveva diverse stanze, adesso è concentrato in un unico ambiente al cui interno abbiamo allestito, in maniera estremamente precaria, cinque postazioni. Il problema è che non abbiamo i fascicoli: dobbiamo andarli a recuperare di volta in volta nel piano incendiato dove però non c'è più l'illuminazione ed è tutto avvolto dalla cenere.
E nelle carceri milanesi
La difficoltà principale, per mancanza di spazio, è quella di riuscire a garantire il "distanziamento sociale" per scongiurare il contagio. Ma non essendoci lo spazio per quelli in regime normale, che sono di più di quelli che dovrebbero essere.
Come ci si organizza?
A San Vittore, ad esempio, per creare le zone d'isolamento stanno pensando di chiudere il centro clinico. E i malati, allora, dove si mettono?
Alcuni giorni fa ha inviato, con la collega della Sorveglianza di Brescia Monica Lazzaroni, una nota al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con alcune proposte per fronteggiare l'emergenza Covid. Può illustrarcene qualcuna?
Premesso che il sistema è responsabile del sovraffollamento, in questo momento di grandissima emergenza ci deve essere un meccanismo automatico per la concessione dei domiciliari.
Senza passare dal magistrato di sorveglianza?
Esatto: l'applicazione della detenzione domiciliare, se vogliamo alleggerire le strutture, deve essere automatica. Ad esempio, per chi ha un residuo di pena sotto ai due anni e la disponibilità di un domicilio. Ovviamente non deve aver partecipato alle ultime rivolte. Le attuali procedure per la concessione delle misure alternative al carcere sono fatte per tempi ordinari e non sono compatibili con quelli della pandemia. Bisogna fare l'istruttoria, attendere il visto del pm, tutta una seria di passaggi che rendono lungo l'iter. Il diretto vivente deve adattare le sue norme alla situazione sanitaria.
Il ministro ha risposto?
A oggi (ieri per chi legge, ndr), no.
Anche il personale delle Sorveglianza è stato colpito dal virus?
I Tribunali di sorveglianza sono stati decimati, ci sono stati contagi, il personale è a casa autodecimato. Già per carenze di personale erano disorganizzati, ora hanno ricevuto il colpo di grazia.
La strada maestra è un provvedimento legislativo "chiaro"?
Sì. Penso anche a quello per non mandare in esecuzione ordini di carcerazione per sentenze che hanno avuto un lunghissimo iter processuale e arrivano a tanti anni dalla data di commissione del fatto. Non mi pare il caso adesso di procedere con nuovi accessi.
E per chi è in custodia cautelare?
Ci siamo già coordinati con il Gip e con la Corte d'appello affinché sia incentivata il più possibile la detenzione domiciliare.
Oltre alla mancanza di spazi, nelle carceri mancano pure le mascherine e i prodotti igienizzanti...
Ultimamente a Milano c'è stata una loro fornitura da parte di alcuni privati. Ma affidare allo spontaneismo la gestione delle carceri non può diventare un sistema: la solidarietà è un valore costituzionale che lo Stato deve rispettare.
Pensa che non ci sia piena consapevolezza dei rischi di un contagio di massa nelle carceri?
C'è esitazione ed incertezza. Non compete a me fare valutazioni politiche, penso però che qualsiasi decisione debba essere accompagnata dalla preventiva verifica dei luoghi. Io conosco benissimo le carceri e so come si vive al loro interno. Invito tutti a fare altrettanto, andando a vedere con i propri occhi e non da dietro un pc. Vuole aggiungere qualcosa? Voglio solo dire che, nonostante l'incendio, non ci siamo fermati neanche un giorno. L'impegno è massimo e saremo all'altezza della responsabilità che abbiamo.
di Federico Capurso
La Stampa, 7 aprile 2020
L'eurodeputata del Pd Pina Picierno: "Non si può mantenere le distanze minime di sicurezza e nemmeno sanificare gli ambienti". Don Gino Rigoldi, in un'intervista pubblicata oggi su La Stampa, mostra delle possibili alternative alla carcerazione, ai tempi del coronavirus, fatte di comunità e reti solidali. Pina Picierno, europarlamentare Pd, dopo averla letta racconta a La Stampa di aver inviato una lettera al Presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato e al ministro della Giustizia Bonafede.
di Davide Faraone
Il Riformista, 7 aprile 2020
Se c'è il paziente zero del coronavirus, se c'è la vittima zero del "Covid trattino 19" è composta da tre parole, la barzelletta raccontata nei talk, con tanto di claque, da lei, ministro Alfonso Bonafede, quella che uno-vale-uno. Perché ci saremmo aspettati, ma si sa, le aspettative vengono spesso tradite, che quelle tre parole sarebbero state l'emblema, la coccarda sul petto del suo impegno sulla giustizia e in particolare sulle carceri.
Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2020
I dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria: il 29 febbraio i detenuti erano 61.230, il 6 aprile sono 57.137. Tra i motivi delle scarcerazioni le norme del dl Cura Italia, le liberazioni per motivi sanitari e il maggior ricorso a permessi per detenuti in semilibertà. E poi l'improvvisa diminuzione dei reati che ha causato la conseguente riduzione degli arresti in flagranza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 aprile 2020
Una petizione dei familiari dei detenuti di tutt'Italia per la tutela dei loro cari. "State violando la Costituzione e condannando a morte i nostri cari!", è un grido di dolore, ma anche un allarme lanciato alle autorità dello Stato: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, passando per i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati, fino ad arrivare al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
La petizione, con tanto di firme, è stata mandata anche al Consiglio nazionale forense, all'Unione delle Camere penali italiane e al Garante nazionale dei detenuti. Si firmano "la voce dei dimenticati" e sono i familiari - esasperati e preoccupati di una eventuale calamità epidemiologica come paventato anche dal Papa dei reclusi delle nostre patrie galere ai tempi del coronavirus.
Allegano anche le foto delle firme di molti loro cari, detenuti e detenute che chiedono di intervenire. "Dalle discussioni parlamentari e dal decreto emerge una verità di fondo - scrivono i familiari nell'accorato appello - quella secondo cui le persone che stanno scontando una detenzione sono prima detenuti e poi persone aventi diritto alla salute. Quando ora, l'emergenza epidemiologica dovrebbe essere la priorità assoluta".
Non a caso citano l'articolo 2 della Costituzione che sancisce la dignità dell'uomo, il diritto alla vita, all'integrità fisica e all'integrità morale. Così come il diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della Costituzione. Un diritto primario che viene prima di ogni legge punitiva e repressiva. Evocano anche l'articolo 27 che, vietando la pena di morte, attribuisce alla vita umana il carattere di intangibilità, ponendola al di sopra della potestà punitiva dello Stato.
"La scelta libera, ragionata e consapevole di non godere del bene- salute - sottolineano i familiari - è espressione dei diritti di libertà e rispetto della dignità umana (Corte Costituzionale, Sentenza n. 438/ 2008), per cui va rispettata anche se determina pericolo di vita o danno per la salute".
Mettono anche in guarda le autorità che dal mancato godimento del bene primario salute, vi è diretta conseguenza di comportamento doloso o colposo di terzi. Viene evocato anche un passaggio della sentenza della Corte Costituzionale, n° 88 del 1979: "Chiunque subisca tale lesione da parte di terzi, subisce un danno".
Le "voci dei dimenticati" ricordano che l'Organizzazione mondiale della sanità, espletando che si tratta di un compito impegnativo ma essenziale per le autorità, afferma che "In tutte le fasi dell'amministrazione della giustizia penale, da quella cautelare a quella processuale così come in quella dell'esecuzione della condanna, si dovrebbe prendere maggiormente in considerazione il ricorso a misure non detentive".
I familiari proseguono rivolgendosi alle autorità: "Oggi siamo qui, familiari di detenuti di diverse parti d'Italia, a farvi un unico appello per la tutela dei nostri cari". Sono terrorizzati dal possibile arrivo della telefonata che li avvisi: "Il vostro familiare è affetto da covid- 19!". L'appello prosegue denunciando il loro vivere nella tortura psicologica quotidiana. "Ricordatevi: sono persone, non animali!", concludono amaramente.
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