di Anna Grippo
casertanews.it, 10 aprile 2020
Mogli, madri, figlie, in un assembramento all'ingresso dell'istituto penitenziario chiedono di essere messe a conoscenza delle condizioni di salute dei loro cari reclusi. "Abbassate i manganelli. Non ce li sta uccidendo il Covid-19, ci state pensando voi!". "Non siete soli, non vi lasceremo più contagiare, amnistia subito!".
"Rispetto e dignità per ogni singolo detenuto". Sono questi i messaggi contenuti nei cartelli apposti dalle donne dei reclusi all'ingresso della casa circondariale "Uccella" di Santa Maria Capua Vetere come segno di protesta.
Mogli, madre, figlie in un assembramento di circa una ventina di persone si sono recate stamani all'ingresso dell'istituto penitenziario chiedendo di essere messe a conoscenza delle condizioni di salute dei loro cari, reclusi. La preoccupazione è altissima a seguito dei riscontrati casi di positività al coronavirus all'interno della struttura penitenziaria nonché degli attimi di tensione continua tra detenuti ed agenti cominciata domenica sera e peggiorata nella tarda serata di lunedì.
Durante una perquisizione straordinaria disposta dalla direzione del carcere sammaritano in conseguenza del verificarsi di reiterati momenti di tensioni, in alcune celle del reparto Nilo che ospita circa 400 persone, sono stati ritrovati e sequestrati spranghe ricavate dalle brande, olio, numerose bacinelle per farlo bollire ed altri oggetti contundenti. All'esito della verifica gli animi si riscaldarono ed i tumulti creatisi portarono al registrarsi di qualche contuso. Si richiese l'intervento del Nucleo di Pronto Intervento della Polizia Penitenziaria che rispose con 150 agenti in supporto agli 80 agenti ordinari del nucleo penitenziario sammaritano.
La situazione di elevata tensione ha portato le donne dei detenuti ad essere ascoltate a gran voce lamentando l'impossibilità di comunicazione mediante videochiamata coi propri cari ed esiguità delle telefonate classiche. La protesta però non ha creato particolari problemi dal punto di vista dell'ordine pubblico poiché gli agenti all'esterno del plesso supportati dal personale dell'esercito monitorano la situazione per scongiurare che si degeneri.
di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 10 aprile 2020
Impossibile parlare con la responsabile sanitaria della Casa circondariale di Spini di Gardolo: "Non può rispondere al telefono - spiega il piantone al centralino - è impegnatissima, sta facendo tamponi sui detenuti". I risultati dei test non saranno comunicati subito e nell'attesa del dato - che potrebbe segnare un aumento - rimane valido il numero contenuto nel "bollettino" di mercoledì: 4 contagiati tra i detenuti, 2 tra il personale amministrativo, 2 tra gli agenti di Polizia penitenziaria. "Il carcere è una polveriera pronta ad esplodere - afferma con preoccupazione l'avvocato Filippo Fedrizzi, presidente della Camera Penale di Trento - devono intervenire le istituzioni".
Nel carcere trentino i detenuti sono 322, quando la convenzione Stato-Provincia fissa a 240 unità la capienza massima. Le celle sono chiuse, le sezioni "sigillate", i detenuti positivi confinati in un'area separata: "I sintomi dei detenuti contagiati sono lievi - rassicura il direttore dell'Azienda sanitaria Paolo Bordon - e sono stati isolati dal resto della popolazione carceraria. È poi stato emanato un protocollo - continua Bordon - che prevede tra le altre cose che se i loro sintomi dovessero aggravarsi, questi verrebbero subito trasferiti al Santa Chiara dove sono allestiti spazi appositi per le persone detenute".
Per la restante popolazione carceraria, "il medico responsabile della struttura, la dottoressa Chiara Mazzetti, conosce bene la storia clinica di ognuno e sa bene quali sono le perone più esposte". Conferma l'avvocato Fedrizzi: "La loro situazione clinica di fragilità e di immunodeficienza è stata raccolta in un dossier, stiamo parlando di una ventina di detenuti con varie patologie che se dovessero contrarre un virus sarebbero esposte ad un grave rischio per la loro salute. Ora la palla passa al Tribunale di sorveglianza".
Questi detenuti, infatti, potrebbero godere dell'applicazione dell'articolo 147 del codice di procedura penale che differisce l'esecuzione della pena: "So che queste posizioni sono oggetto di valutazione da parte del Tribunale di sorveglianza, così come la posizione di un'altra cinquantina di detenuti che devono scontare pene inferiori ai 18 mesi e che possono essere scarcerati. In tutto, circa 70 persone che potrebbero uscire dalla struttura e così alleggerire la pressione dell'affollamento che dal punto di vista sanitario è altamente rischiosa".
Ma c'è un problema: molti detenuti, seppur nella condizione di poter uscire dal carcere, non hanno una casa dove andare: "Questo è il vero problema. E per questo - sottolinea con forza Fedrizzi - faccio un appello accorato alle istituzioni, alla politica, alla società civile e al volontariato trentino: troviamo una soluzione".
Sembra che da parte delle istituzioni della Giustizia ci sia la massima disponibilità all'"alleggerimento" del numero dei detenuti: "Il Tribunale di Sorveglianza è pronto, la Procura si sta dando da fare in questo senso. Ma servono le strutture per accogliere queste persone, bisogna muoversi in fretta".
Interpellata al telefono, la Garante dei detenuti Antonia Menghini risponde con un messaggio: "Mi sto adoperando - assicura - per cercare di reperire sul territorio qualche disponibilità abitativa per chi, pur avendo titolo ad accedere ad una misura alternativa, non ha un idoneo domicilio. Al momento non ho ancora avuto riscontro. Ove dovesse concretizzarsi qualche soluzione ne darò certamente notizia".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 10 aprile 2020
Positivi sei detenuti e 14 agenti, altri 59 in quarantena. Il militare lavorava sul piano distrutto dall'incendio. Era solo questione di tempo, ma il virus Covid-19 è entrato anche nel carcere di San Vittore: e in un colpo solo sta coinvolgendo 79 persone fra positivi (6 detenuti e 14 agenti) e isolati (27 detenuti e 32 agenti).
Perché, proprio come nella casa circondariale di Torino - dove l'altro giorno un sospetto contagio aveva fatto scoprire altri 19 reclusi contagiati - anche a Milano si innesca la forzata progressione aritmetica di coloro che vengono messi prudenzialmente in quarantena. Contagiati dal virus - è infatti l'esito dei 131 tamponi a San Vittore comunicati dal Ministero della Giustizia - sono al momento 6 detenuti (su 745), di cui uno in ospedale; e 14 agenti, dei quali 8 nell'Hotel Michelangelo messo a disposizione dalla Prefettura, 5 a casa e uno in ospedale.
L'amministrazione penitenziaria (che per quanto possibile aveva "cinturato" la cittadella attraverso 1.539 "triage" all'esterno, e che a tutti i detenuti ha fornito la mascherina) ha allora messo subito in isolamento chi potesse aver avuto recenti contatti con i positivi, e così in quarantena prudenziale sono finiti 27 detenuti e 32 agenti.
In compenso risultano guariti un detenuto in istituto e un altro nel reparto di psichiatria di un ospedale. A livello italiano sino all'altro giorno si registravano cinque morti (un detenuto, 2 agenti, due medici penitenziari), 57 positivi trai detenuti e 178 tra gli agenti. Neanche il tempo di prendere atto della situazione di San Vittore, e il mondo della giustizia milanese è funestato dalla morte in ospedale a Como, dove era stato ricoverato per problemi respiratori con diagnosi appunto di Covid-19, di un carabiniere molto familiare a chi lavora in Tribunale, il 52enne Mario Soru, in servizio al Reparto Servizi Magistratura.
Nessuno può sapere se nel caso di questo militare sardo, che lascia una moglie e un figlio, il contagio sia avvenuto a Palazzo di Giustizia (dove aveva svolto l'ultimo servizio il 16 marzo) oppure altrove, ma certo sembra che un sortilegio malefico si stia davvero abbattendo sul settimo piano del Tribunale: qui due settimane fa un violento incendio ha reso inagibili gli uffici della sezione Giudici delle indagini preliminari e del Tribunale di Sorveglianza, e proprio in questi due uffici prestava servizio il carabiniere, ben noto a chi ne apprezzava il tratto umano del suo assicurare lì (con i colleghi di pattuglia) la sicurezza di corridoi e di aule tanto ribollenti di vite travagliate quanto perciò spesso tutt'altro che tranquilli. "Abbiamo perso una persona cara e rara - dice la presidente dei giudici di sorveglianza Giovanna Di Rosa. Oltre a un altissimo senso dello Stato, si faceva voler bene per la sua discrezione e il suo modo di fare".
di Mimmo Mongelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 10 aprile 2020
Dall'altro ieri ci sono 9 agenti della Polizia penitenziaria in organico al carcere di Brindisi che sono in quarantena. Sono - come riferiamo nell'articolo accanto - quelli che hanno avuto contatto diretto con il 35enne brindisino che è risultato positivo al Covid-19 e, domenica scorsa, è stato trasferito d'urgenza all'ospedale Perrino.
Le condizioni del detenuto, che era arrivato in carcere, in esecuzione di una sentenza definitiva di condanna a metà marzo, sono stabili dal momento che sebbene positivo risulta asintomatico. Quel che è certo è che l'ufficializzazione del primo caso di coronavirus tra le mura della casa circondariale ha fatto scattare nella struttura una serie di misure.
Ieri sono state distribuite a tutti i detenuti le mascherine, con l'obbligo di indossarle. Sempre ieri hanno iniziato ad essere effettuati i tamponi ai detenuti che sono ristretti nello stesso braccio in cui era allocato il 35enne brindisino risultato positivo al Covid19. I responsi dei tamponi dovrebbero iniziare ad arrivare già oggi e, a seconda di quelli che saranno i risultati, saranno eventualmente adottate nuove misure di contenimento.
Intanto, è di ieri la nota della segreteria regionale di Puglia e Basilicata dell'Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp): "Mentre tutti si stanno muovendo come giganti contro il possibile contagio del Covid 19 nelle carceri - si legge nel comunicato - nel Distretto Puglia e Basilicata la Polizia penitenziaria non viene adeguatamente tutelata. Per queste ragioni avevamo già dichiarato, giorni addietro, lo stato di agitazione. Come struttura sindacale - prosegue la nota - abbiamo già chiesto il commissariamento del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. Dopo la notizia di un caso di contagio nel carcere di Brindisi abbiamo nuovamente chiesto lumi al Provveditorato regionale al fine di conoscere quali misure sono state messe in campo a tutela di tutti.
Alcuni dubbi sorgono sulla tutela dei colleghi, sull'equipaggiamento "della dotazione di protezioni individuali", che dovrebbero essere messe a disposizione di tutti gli operatori che per varie ragioni entrano in contatto con i detenuti nelle strutture penitenziarie. Proprio per questo - prosegue l'Uspp - si fa appello ai Prefetti che entrino nella cabina di regia della gestione delle strutture carcerarie in tema di emergenza del Covid-19".
Il sindacato della Polizia penitenziaria è sul piede di guerra: "Come sindacato e come operatori impegnati in prima linea siamo addolorati dall'inefficacia, per non dire dell'inefficienza, del sistema in questo momento di grande emergenza dove al posto dell'arida comunicazione cartacea dovrebbe esserci un'azione concreta da parte degli organi preposti alla difesa di chi opera nelle trincee penitenziarie. Da quanto sembra in altre regioni, come in altri settori, si stanno muovendo ad una velocità impressionante per tutelare la salute dei lavoratori della Polizia Penitenziaria. In questo distretto siamo quasi fermi all'anno zero: il Provveditore e il Direttore del personale, quasi a volere sminuire le sicure iniziative a salvaguardia dei lavoratori, si affidano ad una indicazione generica del Ministero della Sanità".
di Massimo Romano
napolitoday.it, 10 aprile 2020
La denuncia di Pietro Ioia: "A Poggioreale anche in otto in una cella: si calpestano i diritti umani. Ci vorrebbe un'amnistia, ma il Governo non avrà il coraggio di farlo". Al tempo del coronavirus, il carcere è uno dei luoghi più sensibili al contagio, ma allo stesso tempo quello con la minore attenzione da parte delle istituzioni. "In un carcere come quello di Poggioreale, dove ci sono anche otto detenuti per cella, è impossibile tenere le distanze di sicurezza" denuncia il garante dei diritti dei detenuti di Napoli Pietro Ioia.
Il sovraffollamento degli istituti penitenziari, in particolare quello di Napoli centro, ha aperto la strada a una psicosi che si sta diffondendo al loro interno: "Ci sono stati due agenti di polizia penitenziaria trovati positivi a Secondigliano - prosegue Ioia - e un detenuto sospetto, sempre a Secondigliano. Ma chi sta in carcere è terrorizzato e lo sono anche i parenti. È una situazione esplosiva, dove i diritti umani vengono calpestati ogni giorno".
La decisione di sospendere i colloqui ha scatenato, nei primi mesi di maggio, una rivolta sia all'interno che all'esterno del carcere: "C'era bisogno di una limitazione - afferma il garante - ma condivido il pensiero dei parenti, i quali sostengono che anche la polizia può portare il virus all'interno. Sulle rivolte, mi sento di dire che chi le scatena all'interno delle celle sa quali sono le conseguenze, ma ogni abuso perpetrato anche quando tutto è ritornato alla calma va condannato".
Per Pietro Ioia, la soluzione per difendere i detenuti dal Covid 19 sarebbe quella di un'amnistia: "Ma il Governo non avrà mai il coraggio di farlo perché chi si occupa di queste cose perde voti. Almeno, però, si impegnasse affinché chi deve uscire dal carcere, chi è malato, chi ha finito di scontare la pena o chi deve usufruire dei giorni per buona condotta possa uscire davvero e non continui ad affollare le celle".
Redattore Sociale, 10 aprile 2020
La testimonianza di Stefania, giovane moglie di un detenuto del Pagliarelli che, a sua volta, ha scritto una lettera aperta nei giorni della protesta in carcere. "Dopo quei fatti, la situazione è migliorata. Ma non ci voleva il Coronavirus per parlarne".
La persona detenuta fa i conti con un sistema giudiziario molto lento, che lo distrugge a poco a poco dal punto di vista psico-fisico insieme alla sua famiglia. Perché nel 2020 ancora non ci sono le condizioni di vita per garantire la dignità al recluso? A domandarlo con forza è Stefania, 42 anni, giovane moglie di un detenuto del carcere Pagliarelli. La sua riflessione emerge insieme a quella del marito che invece, in occasione delle recenti proteste nelle carceri, ha scritto una lettera.
"C'è stata in carcere una buona parte di detenuti che, dopo le restrizioni per il Coronavirus, hanno fatto una protesta silenziosa e civile.
Dopo queste, la situazione è migliorata: adesso viene distribuita la candeggina, nella spesa i detenuti possono acquistare l'igienizzante per le mani e la polizia è munita di mascherine e guanti - racconta Stefania, madre di due figli -. Inoltre, non essendoci più i colloqui con noi familiari, si possono fare a giorni alterni telefonate di 10 minuti e video chiamate che possono durare anche un massimo di 30 minuti. I problemi da affrontare, però, non sono solo questi. Occorre rivedere tutto il sistema giudiziario e tutelare soprattutto la dignità del detenuto. Non ci voleva il Coronavirus per parlarne".
"Mio marito non ha ancora una pena definitiva ed è, da più di due anni, in custodia cautelare - continua rammaricata la donna. Ci sono moltissime persone tenute in custodia cautelare per un tempo troppo lungo. Questo è solo un sistema che distrugge a poco a poco la persona, rovinando pure le famiglie. In Italia, la persona viene presa e reclusa anche se deve naturalmente essere considerata colpevole fino a prova contraria.
Il detenuto passa anni dentro un processo. Possibilmente poi, dopo 4 anni, si risolve l'iter processuale con la sentenza che ti dice che sei innocente. Ma è giusto fare passare così tanto tempo senza avere prove certe sui fatti concreti? I processi dovrebbero essere più rapidi e giusti se basati su prove certe e non solo su presunzioni di colpevolezza. Quante sono state le persone che poi dopo una sentenza di assoluzione hanno chiesto un risarcimento del danno?
Il nostro Paese è purtroppo pieno di questi casi. In questo modo a perderci è lo Stato perché poi deve risarcire chi, nel frattempo, ha sofferto fisicamente e psicologicamente, perdendo anni significativi della sua vita".
Per la famiglia di Stefania l'arresto del marito è stato un fulmine a ciel sereno. "È facile dire 'chi sbaglia deve pagarè, anch'io lo dicevo! Poi la vita ti mette alla prova e capisci che prima di giudicare e di parlare devi riflettere e provare ad indossare i panni dell'altro. Solo così cambia la prospettiva.
Le condizioni di vita della persona detenuta devono essere dignitose. Il sovraffollamento genera tanti problemi. Il detenuto non può fare la doccia ogni giorno, manca l'acqua calda e non ci sono i riscaldamenti. Inoltre ci sono condizioni igieniche a volte preoccupanti se si immagina che in carcere stanno chiusi come sardine. Chi ha problemi di salute non viene curato in maniera rapida ma deve aspettare mesi. Si interviene, purtroppo, solo quando la persona peggiora".
"Nella nostra famiglia, prima che fossimo catapultati in questa drammatica situazione, ignoravamo il mondo carcerario - continua ancora nel suo racconto Stefania. Per noi è stata una batosta fortissima, che ho dovuto gestire anche come madre di due figli in crescita. Prima che ci accadesse questo ricordo che, quando da ragazza vedevo in TV Marco Pannella che faceva gli scioperi della fame per i diritti dei detenuti, mi sembrava esagerato.
Quando mio marito è stato portato via da casa, ho maturato, solo a poco a poco, l'accaduto. Con grande forza d'animo sono stata a fianco dei miei figli che ho cercato di confortare per renderli più sereni. Ripeto sempre ai miei figli che non possiamo perdere la fiducia nella giustizia che cercherà di fare la giusta chiarezza per riuscire a farci sperare, prima o poi, in un futuro diverso. Ho avuto e ho i miei momenti di sconforto ma so che prima o poi questa situazione si supererà. Cerco sempre di essere forte e attiva anche nei confronti di mio marito che al pensiero di vedermi soffrire si amareggia. Anche a lui cerco di dare coraggio".
La donna punta il dito anche su altri problemi del sistema carcerario. "Il tempo del carcere dovrebbe essere riabilitativo ed educativo non certo devastante per chi entra e ne esce a volte peggio di prima. Alcuni infatti purtroppo si incattiviscono. Poi ci sono i magistrati che devono gestire un carico di lavoro enorme, perché il sistema è troppo pesante. Chi ha compiuto reati gravi dovrebbe avere processi più veloci. Poi ci sono anche coloro che per piccoli reati dovrebbero avere misure alternative. Mi chiedo anche come si può mettere insieme chi ha compiuto omicidi da chi ha compiuto reati economici". "Tutto nella vita ha un senso e credo che, dopo che tutto questo passerà, potrei pensare anche di impegnarmi per i diritti dei detenuti - conclude infine la donna.
Ci sono famiglie che andrebbero per esempio aiutate e prese in carico dai servizi sociali. Non occorre certo costruire nuove carceri. Dentro il carcere la persona non deve sopravvivere per le necessità primarie ma deve essere aiutata a ritornare a vivere e a credere in un futuro diverso dentro la società. Se si lavora bene sul piano dei diritti a beneficiarne sarà tutta la società".
"(...) Scrivo questa lettera a nome mio e di tutti i detenuti del Pagliarelli e non solo, per far sapere il più possibile in quali condizioni siamo costretti a vivere da anni dentro queste mura, a causa di un sistema giudiziario e penitenziario obsoleto e contorto allo stesso tempo - scrive nella lettera il marito di Stefania.
Da qualche giorno stiamo protestando in maniera pacifica, tramite sciopero della fame e battitura delle grate, sperando che qualcuno, lì fuori, ascolti il nostro grido di sofferenza perché non è giusto che in un paese civile e sviluppato, così come si definisce il nostro, siamo costretti a vivere come sardine in scatola a causa del sovraffollamento; abbiamo carenze igieniche e sanitarie allarmanti; non è giusto che ci venga negato il diritto a fare una doccia giornaliera a causa di persistenti problemi tecnici.
Non è giusto che per parlare con un dirigente del penitenziario si debbano fare trafile infinite sempre che ti ascoltino; non è giusto che si debbano aspettare tempi biblici per avere una visita medica specialistica. Allora ci chiediamo se bisognava aspettare una pandemia per portare alla ribalta i diversi problemi che ci sono all'interno delle carceri in Italia; ci chiediamo qual è il concetto di giustizia che hanno i governanti e se hanno mai considerato che noi detenuti siamo esseri umani con le nostre paure e debolezze e soprattutto con i nostri errori. Spero che chi di dovere capisca che noi reclusi abbiamo il diritto di vivere all'interno degli istituti di pena e non di sopravvivere".
di Jenn Selva
galileusweb.com, 10 aprile 2020
Venticinque detenuti e più di 60 membri del personale sono ora risultati positivi al virus, ha riferito mercoledì il Dipartimento di Correzioni e Riabilitazione della California. Ciò è aumentato in modo significativo rispetto alla scorsa settimana, quando il dipartimento ha riferito che solo quattro detenuti e circa 22 dipendenti erano risultati positivi alla malattia mortale.
"Ci sono persone in Italia che muoiono, persone in Spagna che muoiono, persone negli Stati Uniti che muoiono, gente che compra il panico, gente preoccupata e gente spaventata", ha detto alla Galileus Web Samuel Brown, detenuto nella prigione statale della California, nella contea di Los Angeles. "E la verità è che i prigionieri sono persone. Quindi abbiamo anche paura".
Nove detenuti infetti dal coronavirus si trovano presso la struttura di Brown, altri 17 alla California Institution for Men di Chino e uno alla California Institution for Women di Chino, nella prigione di North Kern State a Delano e nel Addestramento sugli abusi di sostanze di Corcoran. Presso la struttura Brown, quattro membri dello staff sono risultati positivi. Il dipartimento ha detto alla Galileus Web che stava rispondendo allo scoppio con un piano obbligatorio di due settimane presso tutte le istituzioni per adulti che modificherà le routine dei detenuti per includere il distanziamento sociale e la corretta disinfezione. "Nei prossimi 14 giorni ci saranno molti cambiamenti all'interno delle nostre istituzioni, ma lo facciamo con la salute generale e la sicurezza di tutti coloro che vivono e lavorano in esse, e la salute e la sicurezza del pubblico, in prima linea", ha detto il segretario del Cdcr, Ralph Díaz, in una dichiarazione.
All'interno delle carceri, mantenere le distanze non è così facile - Ma il distanziamento sociale non è facile da raggiungere nelle carceri, dove i detenuti condividono celle, docce e altri luoghi chiusi. Brown ha detto alla Galileus Web che deve condividere uno spazio piccolo come "un armadio" con un altro detenuto. "Un'imminente scomparsa ci sta aspettando tutti e non sappiamo davvero cosa aspettarci o cosa anticipare", ha detto il detenuto di 43 anni. "Il potenziale del ... virus di diffondersi come un incendio boschivo (in prigione) è davvero alto".
Il dipartimento ha affermato che per sostenere le misure di allontanamento sociale, i detenuti in tutto lo stato riceveranno i loro pasti nelle loro singole celle o unità abitative, e mentre sarà ancora concesso tempo nel cortile, verranno rilasciati meno detenuti alla volta per consentire più spazio tra di loro. Docce e telefoni saranno anche puliti dopo ogni utilizzo, ha detto il dipartimento.
Il dipartimento ha anche affermato che sta cercando di impedire l'ingresso del virus dall'esterno, richiedendo al personale e ai visitatori di sottoporsi a controlli di temperatura prima di accedere a qualsiasi struttura del dipartimento. Sono inoltre tenuti a rivelare tutti i sintomi che hanno manifestato, ha detto alla portavoce della Galileus Web la portavoce del Cdcr.
"Coloro che tentano di entrare in una prigione statale o in un edificio per uffici in qualsiasi momento devono rispondere verbalmente se attualmente presentano sintomi nuovi o in peggioramento delle malattie respiratorie", ha affermato Simas. "Se la risposta dell'individuo è che stanno manifestando sintomi, non potranno accedere al sito quel giorno".
Rilascio di almeno 1.300 detenuti - Per aiutare a frenare la diffusione del virus e creare più spazi per coloro che devono essere messi in quarantena o isolati, il dipartimento ha annunciato la scorsa settimana che potrebbe rilasciare fino a 3.500 detenuti. I detenuti idonei alla liberazione sono coloro che hanno 60 giorni o meno rimanenti e non stanno scontando tempo per reati di violenza violenta, sessuale o domestica. Martedì, il dipartimento aveva rilasciato circa 1.300 persone, ha detto Simas. Il Cdcr ha dichiarato che dovrebbe rilasciare 3.442 detenuti entro lunedì.
Coloro che potrebbero essere rilasciati saranno valutati per problemi medici e di salute per garantire che possano essere collocati in una comunità, Kcra, affiliata della Galileus Web segnalati.
"Ci stiamo anche concentrando sul trasferimento dei detenuti dagli ambienti del dormitorio e sull'uso creativo dello spazio vuoto all'interno di alcune istituzioni per accogliere i detenuti in luoghi in cui è possibile aumentare la distanza fisica", ha detto Simas alla Galileus Web. Circa 500 prigionieri in unità sovraffollate verranno trasferiti in aree come palestre e case libere, secondo quanto riferito dall'affiliato.
di Marco De Lazzari
Il Gazzettino, 10 aprile 2020
Hai voglia a chiamarlo solo calcio, quando il pallone diventa lo strumento per sfidare pregiudizi e burocrazia regalando sorrisi e sprazzi di una normalità perduta. Rimettiamoci in gioco è il progetto di speranza che accende il motore della Polisportiva Pallalpiede, squadra allenata dal 56enne Fernando Badon ex attaccante del Venezia negli anni 80 e formata dai detenuti del penitenziario Due Palazzi di Padova, sfida a dir poco intensa iniziata 4 anni fa partecipando (con buonissimi risultati) al campionato di Terza categoria.
"Ormai sono abituato a frequentare il carcere, un posto diventato normale anche se di normale non c'è nulla racconta Badon, padovano di Saonara, con entusiasmo palpabile Senz'altro è un'esperienza forte stare a diretto contatto con vite di grande sofferenza dovuta alle dinamiche del carcere. Ho detto subito di sì quando la Nairi Onlus, che si occupa di diritti umani, mi ha coinvolto con Lara Mottarlini, il professor Paolo Piva e il tecnico federale Valter Bedin. Sono entrato col dirigente factotum Andrea Zangirolami e ho fatto la scelta giusta, tutto ciò che ho cercato di dare mi è tornato indietro moltiplicato a livello umano".
L'obiettivo era introdurre anche il calcio tra le materie da proporre ai carcerati...
"Ho a che fare con ragazzi e soprattutto adulti di una decina di etnie, all'inizio ognuna stava per conto proprio e superare queste divisioni passando dalle celle al campo è stata la parte più difficile. Pian piano il linguaggio dello sport ha abbattuto barriere ed educato trasversalmente, io ho allenato come avrei fatto fuori da quelle mura. Si è instaurato un filo diretto incredibile, non ho mai chiesto per quale reato si trovassero lì. Nel gruppo ci sono vari ergastolani, altri nel tempo hanno ritrovato la libertà e capita di tenersi in contatto, i rapporti sono andati oltre".
L'aspetto comportamentale è giocoforza basilare...
"I giocatori firmano un codice etico, abbiamo l'obbligo di vincere la Coppa Disciplina e ci siamo sempre riusciti arrivando una volta secondi, ma solo per un errore nel compilare una lista. All'inizio pochi sapevano giocare a calcio, siamo cresciuti insieme e nella stagione 2018/19 abbiamo vinto il campionato. Un'emozione impagabile anche se partecipiamo fuori classifica e non possiamo salire di categoria".
La Pallalpiede, va da sé, gioca tutte le partite in casa al Due Palazzi...
"Questo progetto affronta molte difficoltà, per iscrizione e permessi, maglie e scarpe. All'inizio non c'erano spogliatoi, adesso c'è persino una tribunetta e ogni sabato pomeriggio abbiamo 70-80 detenuti che con deroga scendono dalla loro sezione per fare il tifo scortati dalle guardie. Ci alleniamo martedì e il giovedì pomeriggio, le selezioni per la squadra sono sempre aperte e legate ai tempi di detenzione, abbiamo pure un centrocampista con trascorsi giovanili nella Lazio e nel Catania. Per tutti loro il calcio è ossigeno prosegue Badon non vedono l'ora di giocare, lo scopo è aiutarli all'inserimento e recuperarli abituandoli alle regole che non avevano rispettato quand'erano fuori. Perciò la soddisfazione più grossa è che abbiano capito l'importanza di ascoltare e impegnarsi, anche nel fare il riscaldamento come si deve".
Quale invece l'approccio degli avversari-ospiti varcando il cancello?
"Sicuramente è migliorato, ogni anno ci hanno cambiano di girone perché il contatto è reciprocamente formativo. Notiamo sempre un po' di curiosità e preoccupazione per il luogo, poi però il calcio migliora il clima e molti si informano con interesse spontaneo".
Fino a pochi mesi fa il suo vice era l'amico-bomber Walter Ballarin, studiato da vicino nel tridente nero-verde con Gigi Capuzzo e Roberto Fantinato nel Venezia che chiuse al 5. posto la Serie C2 1983/84 nel primo anno dei fratelli Mazzuccato alla presidenza...
"Ho vestito le maglie di Cittadella, Forlì, del Bassano di Cinesinho-Stevanato e Union Chioggia Sottomarina, ma quella stagione in nero-verde fu un'esperienza bellissima. Arrivai giovanissimo dal vivaio del Padova di Vittorio Scantamburlo (lo scopritore, tra i tanti, di Alex Del Piero, ndr). Un gran bel Venezia con tanti giocatori di categorie superiori, peccato averlo smantellato perché avrebbe potuto lottare per salire in C1. Una cartolina? I 12mila del Penzo per il derby col Mestre, gara addirittura in schedina e che purtroppo perdemmo 3-0. Ma chi se la scorda".
di Silvia Guggiari
catt.ch, 10 aprile 2020
Ogni anno, in occasione della Via Crucis del Venerdì Santo, Papa Francesco dà voce a quelli che lui stesso chiama gli "scartati" della società. Quest'anno la voce è quella dei detenuti che hanno scritto delle meditazioni profonde che chiamano ognuno di noi a riflettere sul valore di pena, di giustizia, di perdono (a questo link il testo delle meditazioni). Una voce, quella dei carcerati, che vogliamo ascoltare anche noi attraverso le parole di Padre Michele Rocco, francescano, cappellano del carcere del Bassone (Como) che attualmente vede detenute circa 450 persone.
Padre Michele, qual è il ruolo del cappellano all'interno del carcere?
Quella del cappellano è una figura istituzionale, prevista nell'ordinamento del carcere: si potrebbe identificare come il parroco di una parrocchia ben delimitata dalle mura che al suo interno non ha solo i detenuti ma anche la polizia penitenziaria e tutti coloro che nell'istituto vi lavorano. Collaborando con polizia penitenziaria e in particolare con l'area educativa, il cappellano opera affinché la persona detenuta possa vivere la sua esperienza di detenzione nella maniera più costruttiva possibile. Ovviamente affianca, assiste e dialoga con tutti gli uomini e le donne presenti in istituto, al di là del loro credo.
La Via Crucis del Venerdì Santo aprirà le porte di uno di quei luoghi che la società preferisce tenere chiuso...
Quella che si svolgerà questa sera sarà sicuramente un buon momento per riflettere sull'esperienza della detenzione. Il Papa ha da sempre nel cuore i carcerati: non a caso appena divenuto Pontefice era entrato in un carcere e aveva lavato i piedi ai detenuti. Un episodio che aveva creato parecchio scalpore non tanto nella società, ma soprattutto nell'ambiente vaticano.
Le meditazioni della Via Crucis sono scritte da persone che si stanno guardando dentro e questo è il messaggio più bello: sono persone che hanno compiuto cose brutte che però si stanno mettendo in discussione, che sono cadute ma che si stanno rialzando in piedi. A parlare, nelle quattordici stazioni, non solo i detenuti, ma anche persone che con loro vivono questo dramma come la mamma del detenuto, il poliziotto, il magistrato e anche chi ha dovuto subire una grave ingiustizia come i genitori di una ragazza innocente ammazzata. A mio modesto parere manca però la stazione più importante: ovvero quella di Gesù. Manca la voce della persona ingiustamente ammazzata che non ha avuto la possibilità di poter realizzare i propri sogni.
La Via Crucis scritta dai detenuti vuole dunque dimostrarci che un percorso di redenzione è possibile?
Assolutamente sì. Non a caso la Bibbia inizia con un furto (quello di Adamo ed Eva) e un omicidio (Caino e Abele): l'uomo in qualche modo ha rubato la sua libertà; da qui Dio gli dice "io non ti abbandono". E tutta la Bibbia è la storia del rapporto di amore tra Dio e l'uomo, dove l'amore è condividere ciò che non si ha. L'uomo condivide la sua non totale libertà, e Dio condivide l'umanità facendosi uomo.
Da settimane ci ripetiamo "Tutto andrà bene". Nella catechesi di mercoledì è stato il Pontefice a dirci che "Con Dio possiamo davvero confidare che tutto andrà bene". Una speranza a cui possono aggrapparsi anche i detenuti?
Con i detenuti, durante la Quaresima, abbiamo riflettuto sul brano di Vangelo che racconta della morte di Lazzaro. Abbiamo letto di Gesù che piange per la morte dell'amico; abbiamo capito che noi siamo vivi ma magari il nostro cuore è fermo perché abbiamo fatto del male a qualcuno. Gesù ci dice "io piango per questa tua morte però voglio donarti nuovamente la vita". Il ruolo del sacerdote all'interno del carcere, degli educatori e dei poliziotti è dunque quello di cercare di togliere le bende che legano i detenuti in modo che quando escano possano essere più liberi e risorgere a vita nuova. Questa è la speranza che ci indica anche papa Francesco.
Come si sta vivendo l'emergenza sanitaria dovuta al coronavirus?
Inizialmente i detenuti erano molto spaesati, non capivano la situazione esterna che ovviamente si ripercuoteva anche su di loro. Questa confusione ha provocato sommosse e disordini in diverse carceri italiane, ma non da noi. Il direttore e il comandante della polizia hanno fatto subito un incontro con i rappresentanti delle sezioni, spiegando loro la situazione esterna, chiarendo che la Nazione intera si stava chiudendo per cercare di limitare i contagi. Questo incontro è stato determinante per chiarire la situazione ed evitare possibili disagi. Fuori dal carcere è stato poi allestito un triage della protezione civile per coloro che come me entrano ed escono dalla struttura. All'interno sono state create due zone di quarantena, uno al maschile e uno al femminile, dove il detenuto appena arrestato deve trascorrere 15-20 giorni. Non abbiamo avuto nessuno contagio; se dovesse succedere sarebbe una tragedia.
di Gaetano Costa
Italia Oggi, 10 aprile 2020
I detenuti chiedono a Mattarella e Bonafede di consentirli anche dopo l'emergenza. Il mondo dentro Skype. Unico contatto con i familiari che si trovano all'esterno del carcere. Le videochiamate sono state introdotte in diversi penitenziari italiani in seguito all'emergenza legata al coronavirus. Un modo per scongiurare eventuali contagi durante le visite di persona.
Alle Sughere, il penitenziario di Livorno, la cosa funziona. Tanto che i detenuti vorrebbero prolungare i colloqui sulle piattaforme digitali anche al termine dell'epidemia. Una richiesta ufficiale che, tramite una lettera, è stata inoltrata al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
Nella Casa circondariale livornese hanno riadattato il cosiddetto reembolso, un programma di recupero approvato nel 2012 in alcuni Stati del Brasile che permette a determinati reclusi di ottenere uno sconto di pena pari a quattro giorni in un mese per ogni libro letto.
Alle Sughere il principio è il medesimo. Quel che cambia è la finalità: per ogni volume sfogliato i carcerati hanno diritto a una videochiamata in più. "Vogliamo dare nuovo impulso alla biblioteca dell'istituto e ai progetti legati alla lettura", ha spiegato il direttore del carcere, Carlo Mazzerbo. "Oggi più che mai la conoscenza può fare la differenza e la riscoperta o la scoperta della lettura, in un momento come quello attuale, è fondamentale perché, come diceva Pennac, un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso".
I detenuti leggono. E parlano su Skype coi parenti. All'epoca del Covid-19, con i colloqui sospesi, non ci sono alternative. Ma le videochiamate, secondo i reclusi del carcere di Livorno, devono diventare una prassi comune.
"Chiediamo che la concessione fatta in questo periodo di emergenza possa essere confermata anche per il futuro, allineandoci ad altri Stati europei", hanno scritto i detenuti delle Sughere nel messaggio inviato a Mattarella e Bonafede prima di citare alcuni esempi di carceri nelle quali, anche prima dell'emergenza, "veniva data la possibilità di effettuare le videochiamate ai detenuti dell'alta sicurezza e non solo della media sicurezza".
A introdurre la novità dei colloqui su Skype nel carcere di Livorno è stato il garante dei detenuti, Giovanni De Peppo, secondo il quale le videochiamate "alleggeriscono il clima di preoccupazione per la sospensione delle visite". Provvedimento, quello dei colloqui diretti annullati, che aveva scatenato proteste da parte di reclusi e familiari in varie prigioni italiane. Ora le tensioni sono rientrate. E gli incontri online procedono.
"A Livorno, in questa delicatissima fase, il ruolo di grande equilibrio e capacità del direttore Mazzerbo, ma anche di un ispettore e di un gruppo di agenti della polizia penitenziaria, hanno assicurato e garantiscono permanentemente il funzionamento dei collegamenti sia nelle sezioni dei detenuti comuni, sia di quelli dell'alta sicurezza", ha detto De Peppo a Repubblica Firenze. "Assicurare diritti e garantire sicurezza sono le azioni che in un istituto di pena vanno sempre d'accordo e in questa fase più che mai impariamo che solo la sensibilità, l'umanità e la professionalità di tutti possono salvarci".
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