di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 11 aprile 2020
Ogni giorno una quarantina di richieste di scarcerazione. Sono le istanze di libertà targate Covid-19. Casi diversi, che - ridotti all'osso - battono su un punto in particolare: in carcere il mio assistito non può stare - si legge nella richiesta spedita al giudice - perché ha problemi respiratori, ha difese immunitarie basse, rischia il contagio da corona virus.
Scenario ordinario, a leggere le carte che vengono trasmesse in Procura per il parere del pm, che raccontano vicende drammatiche nei giorni della grande paura del contagio. Lockdown da un mese, italiani rintanati in casa, stop ai colloqui detenuti-parenti, le carceri sono il grande assente nel dibattito pubblico.
Ma anche il grande punto interrogativo: cosa accadrebbe se scoppiasse un focolaio in cella? Domande che fanno i conti con le soluzioni adottate a marzo dal Dap, per calmare momenti di nervosismo e rigurgiti di violenza nei padiglioni italiani. Da qualche giorno, anche a Poggioreale e Secondigliano, sono entrati alcuni esemplari di tablet per il collegamento via Skype, per assicurare colloqui tra detenuti e parenti.
Aule dedicate alla connessione, possono usare skype anche i detenuti in regime di alta sicurezza. Un provvedimento per niente condiviso dal sostituto procuratore generale Catello Maresca, per il quale non ci sono dubbi: "Con Skype in carcere abbiamo vanificato trent'anni di lotta alla mafia. Così vengono favoriti i clan, e solo oggi comprendiamo perché si sono placati i tumulti scoppiati un mese fa. I boss hanno ottenuto quello che volevano: un ponte sicuro e difficile da controllare con il mondo esterno, così possono continuare ad esercitare la propria sovranità criminale. È una frontiera pericolosa, sarà difficile tornare indietro, quando l'emergenza sanitaria sarà rientrata, sarà impossibile togliere ipad e cellulari".
Forti perplessità rivolte al ministro di Giustizia Alfonso Bonafede e al direttore del Dap Francesco Basentini, da parte di Giuseppe Moretti, presidente del sindacato di polpen Uspp, che fa un distinguo sui nuovi strumenti: "Mentre l'utilizzo dell'applicazione skype era regolamentata, l'uso degli smartphone non garantisce la limitazione dei colloqui ai soli autorizzati, senza pensare al fatto che non ci risulta che l'amministrazione abbia stipulato un contratto con un gestore telefonico affinché sia garantita la non divulgazione dei contenuti della video telefonata e/o la riservatezza dei colloqui".
Per Moretti, "con la scusa del rischio epidemia si sono indubbiamente allargate le maglie dei controlli e dei filtri che impedivano alla criminalità organizzata e le mafie, già molto attive all'interno delle mura penitenziarie, come anche testimoniato dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo, di agire in modo indisturbato mettendo in difficoltà l'operatività degli agenti di polizia penitenziaria e la credibilità del sistema carcere".
Ma sull'emergenza carceri fanno sentire la propria voce anche la camera penale di Napoli e la Onlus Il carcere possibile: "È necessario un immediato intervento legislativo che disponga la detenzione domiciliare, senza strumenti di controllo a distanza, per tutti i detenuti con pena da scontare inferiore ai quattro anni, che possano beneficiare di misure alternative.
Ed è perfino intuitivo che, un'eventuale diffusione del contagio negli istituti penitenziari, imporrebbe l'adozione di misure alternative ben più estese ed indifferenziate di quelle che oggi la Politica si rifiuta di adottare. È assolutamente indispensabile scongiurare tale pericolo, anche per poter ripristinare al più presto quei presidi di costituzionalità e di umanità della pena, quali la conservazione dei rapporti familiari e l'accesso alle attività rieducative e trattamentali, attualmente sospesi".
Resta inoltre aperto il dibattito su indulto e amnistia. Per molti magistrati e avvocati sono l'unico modo per ridare slancio al processo e alleggerire le condizioni detentive in cella. Non ne è convinto il penalista Luigi Ferrandino, per il quale "amnistia e ad un indulto sono una vera follia, che consiste nel mettere in circolazione criminali affamati accanto ad altri cittadini in difficoltà economica. La giustizia non si salva con amnistia e indulto, ma con una maggiore spesa in tema di giustizia e maggiore impegno di magistrati, cancellieri ed ausiliari".
di Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 11 aprile 2020
La Commissaria per i diritti umani la elenca tra le misure adottate dagli Stati per far fronte alla pandemia in carcere. E l'Italia? "Per il sovraffollamento ha fatto... zero" dice il report. Non passa giorno che le organizzazioni internazionali non intervengano per richiamare gli Stati alla tutela dei diritti di chi è privato della libertà personale.
Ed è sempre un buon esercizio ampliare la propria visuale perché facilita la messa a fuoco dei problemi da risolvere. Se guardiamo dalla prospettiva del Consiglio d'Europa vediamo che la sua Segretaria generale, Marija Pejéinovié Burié, che è la depositaria della Convenzione europea per i diritti umani, ha pubblicato un documento destinato ai Governi sul rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto durante la crisi del Covid-19.
"Il virus sta distruggendo un gran numero di vite umane... non dobbiamo permettere che distrugga i nostri valori fondamentali e le nostre società libere", ha dichiarato. Secondo la Burle "la principale sfida sociale, politica e giuridica che devono affrontare i nostri Stati membri sarà quella di dimostrare la loro capacità di reagire efficacemente a questa crisi, garantendo al contempo che le misure adottate non pregiudichino la nostra reale attenzione, sul lungo periodo, alla salvaguardia dei valori fondanti dell'Europa: rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto".
La Segretaria Generale del Consiglio d'Europa si sofferma su quelle che sono le norme fondamentali in materia di diritti umani per dire che il diritto alla vita ed il divieto di tortura e trattamenti o punizioni inumane o degradanti non ammettono deroghe, neppure in casi di emergenza come questo del Covid-19. Anzi, sono tali da richiedere un positivo obbligo di cura contro la mortale malattia e le sue sofferenze. La Convenzione obbliga cioè gli Stati ad assicurare costantemente un adeguato livello di cura delle persone private della libertà.
La Burié richiama il documento adottato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura sul trattamento delle persone private della libertà personale e la dichiarazione della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovié, che si è voluta soffermare in particolare sui reclusi in carcere. È preoccupata per i detenuti che sono tra i più esposti al contagio poiché, in generale, le carceri non sono idonee a fronteggiare epidemie su larga scala, non potendo le misure minime di prevenzione, come la distanza e l'igiene, essere rispettate come fuori dal carcere. Incidono anche il sovraffollamento così come le carenze materiali.
E allora, nel passare in rassegna le misure adottate dai singoli Stati per far fronte alla pandemia in carcere, Dunja Mijatovié menziona, insieme al rilascio anticipato o temporaneo, ai domiciliari, alle commutazioni e alla sospensione delle indagini o dell'esecuzione della sentenza, anche l'amnistia. Finalmente! Perché questa parola ha bisogno di essere rimessa in circolazione. D'altro canto, questa parola si riaffaccia in un altro importante documento del Consiglio d'Europa pubblicato questa settimana.
Nel Rapporto Space del Consiglio d'Europa sulle carceri europee si legge infatti che tra il 2018 e 2019, in tempi certamente diversi da quelli attuali, ben 6 Paesi hanno adottato provvedimenti di amnistia, seppur di diversa portata (Armenia, Lituania, Moldavia, Nord Macedonia, Russia e Serbia). Può servire notare anche che 14 Paesi hanno adottato clemenze individuali o collettive (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Moldova, Nord Macedonia, Russia, Slovacchia e Svezia). Si resta con l'amaro in bocca quando, leggendo la parte relativa all'Italia, si vede che alle domande sulle misure adottate per governare il numero dei detenuti le risposte sono: O "modifiche alla legge penale"; O "nuove norme per certe categorie di detenuti"; O amnistie; O commutazioni individuali; O commutazioni collettive; infine, O eventuali altre misure deflattive.
Oggi è la Corte Europea per i diritti umani dove pendono ricorsi in merito al rispetto dei diritti umani nelle carceri (e non solo) in tempo di rischio epidemia a porci una domanda. Lo ha fatto a partire dal caso promosso dagli avvocati Roberto Chini e Pina Di Credico per conto di un detenuto nel carcere di Vicenza. Ci ha chiesto di esporre quali siano le misure preventive specifiche adottate per proteggere il richiedente e gli altri detenuti di questo istituto volte a ridurre il pericolo di contagio. E questa domanda può estendersi ulteriormente perché è immaginabile che un'onda di altri ricorsi provenienti dall'Italia sommergano la Corte di Strasburgo.
Marco Pannella diceva che la peste italiana, dovuta alla violazione degli obblighi Costituzionali italiani ed europei, rischiava di diffondersi in Europa. Proponeva come cura, come continuano a fare il Partito Radicale e Nessuno tocchi Caino, un'amnistia per riportare innanzitutto la Repubblica nei binari delle sue carte fondamentali.
Sono convinta che l'amnistia il rimedio più adeguato, insieme all'indulto, per ripristinare lo Stato di Diritto nelle carceri come nelle aule di giustizia, unico antidoto al pericolo di contagio, non solo sanitario.
*Tesoriera di Nessuno tocchi Caino, ex componente del Cpt
di Luca Kocci
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Per le quattordici meditazioni del Venerdì santo il papa sceglie le testimonianze dalla Casa di reclusione Due Palazzi di Padova. "Il carcere continua a seppellire uomini vivi" ma "tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità". Sono due frasi lette ieri sera, durante la Via Crucis del venerdì santo presieduta da papa Francesco a San Pietro.
Si parla di persone detenute e di carcere, perché quest'anno le meditazioni per le quattordici stazioni della Via Crucis - rito cattolico che ripercorre gli ultimi momenti della vita di Gesù raccontata dai Vangeli, dalla condanna a morte alla sepoltura dopo la crocefissione - sono state affidate a detenuti e loro famigliari, volontari e personale della Casa di reclusione "Due Palazzi" di Padova, in cui sono recluse circa seicento persone: cinque detenuti, la figlia di un ergastolano, la madre di un carcerato, un'educatrice, una catechista e un frate volontari in carcere, un magistrato di sorveglianza, un agente di polizia penitenziaria, i genitori di una ragazza uccisa e anche un prete accusato di pedofilia e poi assolto.
Quello del carcere e delle condizioni di vita dei detenuti, del resto, è un tema più volte affrontato da Francesco durante il pontificato: dalla messa del giovedì santo con la lavanda dei piedi a dodici giovani detenuti nel carcere minorile romano di Casal del Marmo il 28 marzo 2013, due settimane dopo l'elezione al soglio pontificio; a diversi interventi pubblici, l'ultimo durante la messa mattutina a Santa Marta, pochi giorni fa, nel quale ha denunciato "il problema del sovraffollamento nelle carceri", soprattutto in questi tempi di pandemia, con il rischio "che finisca in una calamità grave".
Lo scenario della Via Crucis di ieri sera è quello già visto la scorsa settimana, durante la preghiera solitaria del papa: non la tradizione scenografia del Colosseo piena di fedeli stipati dietro le transenne di via dei Fori imperiali; ma piazza San Pietro illuminata dalle fiaccole e vuota, tranne le dieci persone (cinque del "Due Palazzi" e cinque della Direzione sanità e igiene del Vaticano) che si avvicendano a portare la croce; e il pontefice che presiede il rito, il cui punto forte è costituito proprio dalle meditazioni dei detenuti e dalle preghiere che le accompagnano.
A cominciare dalla prima, in cui - ed è già accaduto altre volte - è implicitamente ribadito il no all'ergastolo, giudicato una pena di morte differita. La meditazione è di un ergastolano, in carcere da 29 anni, che ha scontato anche diversi anni al 41-bis per reati di mafia, insieme al padre, morto in carcere. "Tante volte, nei tribunali e nei giornali, rimbomba quel "Crocifiggilo, crocifiggilo!"" gridato dalla folla a Pilato, ma "io somiglio più a Barabba che a Cristo", scrive il detenuto. "In quella non-vita ho sempre cercato qualcosa che fosse vita". Segue una preghiera: per "coloro che sono condannati a morte e per quanti ancora vogliono sostituirsi al tuo supremo giudizio".
Tocca ad un altro detenuto, alla quinta stazione: "Sono entrato in carcere" e "da allora sono diventato un randagio per la città: ho perso il mio nome, mi chiamano con quello del reato di cui la giustizia mi accusa, non sono più io il padrone della mia vita. Sto invecchiando in carcere: sogno di tornare un giorno a fidarmi dell'uomo". "Vedo entrare in carcere l'uomo privato di tutto", risuona la meditazione per la decima stazione di un'educatrice del "Due Palazzi. "Viene spogliato di ogni dignità a causa delle colpe commesse, di ogni rispetto nei confronti di sé e degli altri. Ogni giorno mi accorgo che la sua autonomia viene meno dietro le sbarre: ha bisogno di me anche per scrivere una lettera. Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate".
"Passando da una cella all'altra vedo la morte che vi abita dentro. Il carcere continua a seppellire uomini vivi: sono storie che non vuole più nessuno", scrive un frate volontario in carcere. E nella meditazione di un magistrato di sorveglianza risuona un'autocritica, personale ma soprattutto del sistema: "Una vera giustizia è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l'uomo in croce". Altri dubbi su quel "fine pena mai" pronunciato in tante aule giudiziarie. Prosegue la meditazione del magistrato: "È necessario imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. Così facendo, a volte si riesce a intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate e, una volta espiata la pena, riconsegnarle alla società, invitando gli uomini a riaccoglierli dopo averli un tempo, magari, respinti. Perché tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità". Oggi giornata di "silenzio liturgico" in Vaticano e nella Chiesa. Domani messa di Pasqua e benedizione Urbi et Orbi in una piazza San Pietro che resterà vuota.
agenzianova.com, 11 aprile 2020
Con la Pasqua segnalata almeno sul calendario, e l'introduzione delle videochiamate, sembra essersi rasserenato anche il clima nelle carceri italiane. Clima che, a causa del coronavirus, appena un mese fa, era da guerriglia urbana sia fuori dalle mura dei penitenziari per la protesta dei parenti dei detenuti, che all'interno con quella dei detenuti stessi.
A farla detonare sono stati i provvedimenti restrittivi che vietavano ai parenti di entrare in visita nelle carceri e sospendevano i permessi premio, ma anche il timore di un contagio da coronavirus interno ai perimetri carcerari e la falsa convinzione che lo stesso contagio fosse mantenuto nascosto per evitare di dover rimettere in liberà i detenuti. Per alcune ore le carceri di Rebibbia, Modena, Foggia, Rieti, e di un'altra dozzina di istituti sparsi su tutto il territorio nazionale, sono stati sotto il controllo dei detenuti. Gli agenti della penitenziaria, supportati dai reparti mobili della polizia, sono stati impegnati in vere battaglie per ripristinare l'ordine; durante il caos 12 detenuti sono morti, secondo le versioni ufficiali delle forze dell'ordine, per overdose da farmaci reperiti nelle medicherie, 80 evasi dal carcere di Foggia (numero che poi si è ridotto a 16) e una quarantina di agenti feriti oltre a milioni di euro di danni.
Un innalzamento della tensione per chiedere sconti di pena se non addirittura l'indulto, sotto la regia, secondo alcuni, di associazioni criminali. A Napoli, dal carcere di Poggioreale, con una lettera aperta un boss degli Scissionisti, tale Antonio Bastone, ha vestito i panni del "capopopolo" maturo e saggio, capace di mantenere "sotto controllo" il braccio carcerario nel quale si trova, sostenendo di non partecipare alle proteste data la gravità della situazione in cui versava, e versa, il paese. Per questo dice nella lettera che nel "Padiglione Avellino, nel quale mi trovo detenuto, del resto si è subito dissociato da quella rivolta".
Quella rivolta che, lascia intendere, altrove è mantenuta viva da familiari e detenuti di altri clan, ma non il suo. Alla fine, però, le proteste sono rientrate e, in ogni carcere italiano, si è tornati alle emergenze quotidiane: quello del sovraffollamento da detenuti e del sottodimensionamento del personale carcerario che deve gestirlo, ma con un problema in più: il coronavirus.
La situazione nel Lazio, dopo le sanguinose rivolte nel carcere di Rieti, e quelle concitate di Rebibbia a Roma, sembrano essersi rasserenate. "I detenuti hanno capito che quel provvedimento era necessario per salvaguardare la loro sicurezza, quella dei loro parenti ed anche quella del personale del carcere - dichiara ad "Agenzia Nova" Massimo Costantino, rappresentante sindacale della polizia penitenziaria della Cisl Lazio riferendosi al decreto che impediva le visite in carcere - e non era, invece, un provvedimento restrittivo finalizzato ad un inasprimento della misura carceraria". Del resto, alcune prima e alcune dopo, ogni carcere ha adottato la videochiamata su Skype o Whatsapp tra detenuto e parente, per compensare la mancanza dell'incontro. Ovviamente nessuno di loro è dotato di cellulare o computer, al momento stabilito, il detenuto viene condotto in una stanza, dotato di un apparecchio con cui si collega con il parente alla presenza di un agente che sovrintende all'incontro "digitale".
"Al momento non ci risultano condizioni di crisi dovute al coronavirus nelle carceri laziali. Solamente a Rebibbia una detenuta è risultata positiva. Ogni struttura, però, ha dovuto individuare un'area in cui allocare in sicurezza eventuali detenuti positivi e in condizioni compatibili con il regime carcerario. Resta il problema della mancanza di mascherine.
Il personale penitenziario deve accompagnare detenuti in ospedali, anche in reparti Covid, senza poter disporre delle necessarie dotazioni di sicurezza. Inoltre abbiamo più volte chiesto alla regione Lazio di effettuare tamponi nelle carceri, non solo ai detenuti ma anche a tutto il personale carcerario".
Se il principale alleato del coronavirus è l'assembramento, allora le carceri pugliesi sono quelle che rischiano di più dato che sono le strutture carcerarie più affollate d'Italia. "Abbiamo una popolazione carceraria del 180 per cento in più rispetto al massimo dell'accoglienza" dichiara Crescenzio Lumieri segretario Fns Cisl Puglia. Proprio un carcere pugliese, quello di Foggia, ha fatto registrare durante le proteste dello scorso 9 marzo, l'evasione di circa 80 detenuti, molti dei quali sono stati poi catturati.
"Il pericolo che ciò potesse accadere lo avevamo più volte denunciato al prefetto - dichiara il sindacalista dei penitenziari. Nel foggiano era stato aumentato il numero delle forze dell'ordine per contrastare la criminalità e avevamo chiesto un maggior numero anche di agenti della penitenziaria ma ciò non è accaduto. Poi, purtroppo, i fatti ci hanno dato ragione. Foggia resta la struttura peggiore della regione ma, ad eccezione di Lecce che ha una struttura recente, le altre non sono di molto migliori.
Quello di Bari risale al 1900; da una capienza iniziale di mille detenuti, dopo le continue ristrutturazioni e adeguamenti, siamo arrivati ad una capienza di 250 detenuti sulla carta, ma che invece ne accoglie non meno di 450. Inoltre il territorio metropolitano di Bari, molto vasto e complesso, porta tra i 10 e i 50 arresti al giorno e nella struttura sono costretti a continue movimentazioni verso altri carceri, per poter rispondere alla necessità dell'accoglienza". In questo quadro c'è l'emergenza coronavirus e il rischio contagi.
"Il ramo femminile del carcere del capoluogo è chiuso per ristrutturazione - dice ancora Lumieri - quindi è stato utilizzato per ricavare, seppur non a norma, un'area di quarantena per eventuali casi di contagiati che al momento non ci sono". A Brindisi, invece, il problema esiste. "È di questi giorni la notizia di un detenuto tornato dalla libertà, una volta in carcere ha mostrato sintomi del virus ed è risultato positivo. Quindi in quarantena sono stati messi, oltre a nove agenti della penitenziaria con cui è stato a contatto, anche con 40 detenuti".
Per quanto può esserlo un carcere, quello di Bergamo, considerando le devastazioni causate dal coronavirus su tutto il territorio provinciale, è rimasta "un'isola felice". Il virus ha bussato diverse volte all'istituto di pena ma senza entrare, ad eccezione di una sola volta. "Un solo caso di positività al coronavirus tra i detenuti - dichiara Francesco Trovè della Fns Cisl di Bergamo - La struttura si è immediatamente isolata già ai primi segnali bloccando gli accessi dei parenti e interrompendo ogni attività di collegamento con l'esterno. Anche le manifestazioni iniziali, quelle che si sono verificate in altri carceri, da noi non sono state possibili anche per via di una buona organizzazione interna.
Abbiamo registrato, però, un amento di casi di malattia tra gli agenti della penitenziaria ma non c'è un numero preciso che indichi le positività al Covid. Abbiamo ottenuto, però, che chiunque rientri in servizio dopo la malattia deve sottoporsi a tampone". Pochi dati sui contagiati, sia tra gli agenti della penitenziaria che tra i detenuti dei restanti 16 istituti lombardi, sono in possesso al sindacato.
"Li abbiamo chiesti più volte - dichiara Celeste Gentile segretario regionale Fns Cisl Lombardia - ma non ne abbiamo. Sappiamo che ci sono agenti in quarantena ma non sappiamo quanti sono. Ci stiamo adoperando per rispondere alle emergenze e alle richieste di dispositivi di sicurezza che ancora oggi ad alcuni mancano e abbiamo chiesto di fare tamponi a tutti gli agenti perché, a nostro avviso, sarebbe anche un sistema per ridurre al minimo il rischio di portare la malattia nelle carceri. Sappiamo che questa richiesta sembra sia stata accettata per il personale del carcere di Cremona, quello di Mantova e forse anche quello di Como".
Anche nelle carceri della Campania il coronavirus fa paura ma non più dei problemi già tristemente noti agli ambienti carcerari che sono "il sovraffollamento, l'organico della polizia penitenziaria ridotta all'osso, la vetustà delle strutture e dei mezzi", dice il segretario regionale della Fns Cisl Lorenza Sorrentino.
"La pandemia ha acutizzato anche questi problemi in un ambiente, quello carcerario, in cui la popolazione detenuta tende a strumentalizzare ogni cosa per chiedere o per porre in essere atteggiamenti anche aggressivi contro servitori dello Stato a cui, in genere, non viene riconosciuto il giusto merito. Spesso ci si dimentica - continua la rappresentante dei penitenziari - che mentre altre forze di polizia assicurano alla giustizia il malvivente, la penitenziaria lo gestisce per impedirgli di continuare a delinquere, ma non solo, con il tempo ha acquisito anche competenze tra cui quelle di indagine e di polizia stradale".
A proposito del contagio i numeri in Campania sembrano contenuti e limitati a tre agenti e ad un solo detenuto. "Le attenzioni ci sono ovunque, ma in particolare per gli istituti più affollati di Poggioreale e di Secondigliano". Anche in Campania si presta attenzione ai nuovi ingressi per i quali "le Asl competenti hanno allestito tende all'ingresso degli istituti, con personale sanitario addetto alle visite di triage". Inoltre all'ingresso del carcere di Poggioreale è stato installato un termo-scanner dello stesso tipo di quelli installati negli aeroporti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 aprile 2020
"Amnistia è la parola più bella del linguaggio umano", faceva dire Victor Hugo a Gauvin, il personaggio de "I Miserabili". Il Partito Radicale ostinatamente non dimentica una delle parole più belle che compaiono anche nella nostra Costituzione.
Per questo motivo, nonostante la quarantena, i Radicali hanno deciso di organizzare anche quest'anno la marcia di Pasqua per l'amnistia. Ma lo fa virtualmente, a partire dalle 11 di domani, attraverso le frequenze di Radio Radicale. Insieme a dirigenti e militanti del Partito, hanno tra gli altri preannunciato il loro intervento durante la marcia: Clemente Mastela, già ministro della Giustizia; Enrico Sbriglia, già dirigente dell'Amministrazione penitenziaria; Francesco Ceraudo, già presidente dell'Associazione dei medici penitenziari; Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria; i religiosi don Ettore Cannavera, don Vincenzo Russo, don Luigi Ciotti, i parlamentari Roberto Giachetti, Sandra Lonardo, Paola Nugnes, Giuliano Pisapia, Renata Polverini, Roberto Rampi; i magistrati Eugenio Albamonte e Carlo Nordio i giornalisti Vittorio Feltri, Riccardo Iacona, Corradino Mineo, Adriano Sofri; e Ilaria Cucchi, Marco Boat, Jean- Léonard Touadi e Ornella Favero.
Oggi più che mai, la marcia per l'Amnistia ha una valenza ancora più significativa visto il sovraffollamento che, ai tempi del coronavirus, diventa sempre più insostenibile. Per utilizzare le parole di Marco Pannella, un'attenzione nei confronti dei penitenziari è una "prepotente urgenza" anche per ciò che è accaduto recentemente al Senato per la discussione del decreto "Cura Italia".
Tutte le associazioni e i giuristi hanno confidato, invano, nell'accoglimento delle loro indicazioni per la riduzione della popolazione penitenziaria per evitare una potenziale ecatombe. "Dove c'è sovraffollamento, tanta gente, c'è il pericolo che questa pandemia finisca in una calamità grave", ha detto giorni fa Papa Francesco durante l'omelia.
L'amnistia è contemplata dall'articolo 79 della Costituzione ed è stata modificata nel 1992 per renderla di difficile attuazione. Da allora in poi, infatti, non è mai stata applicata. L'amnistia (così come l'indulto) può essere concessa con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Nel 2016 l'allora senatore Luigi Manconi propose un disegno di legge costituzionale (ddl Pannella, un omaggio al leader radicale) che avrebbe abbassato il tetto necessario per approvare l'amnistia e l'indulto. Ma non ci fu nulla da fare.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 11 aprile 2020
Via libera al "processo da casa". Nel maxi-emendamento al dl Cura Italia approvato al Senato c'è
un pacchetto di norme per la giustizia ai tempi del Coronavirus. Si fa tutto online: dalle (poche) udienze che si celebrano al deposito degli atti nei procedimenti civili in Cassazione fino agli incontri protetti fra genitori e figli organizzati dai servizi sociali; dalla mediazione civile agli atti delle indagini preliminari.
Collegamenti da remoto anche per le camere di consiglio nei procedimenti civili e penali che vanno avanti. E a non fermarsi sono soltanto i processi per la "tutela di bisogni essenziali". Effetti di legge. Fino al 30 giugno nei procedimenti civili e penali non sospesi le deliberazioni collegiali in camera di consiglio possono essere assunte tramite collegamenti da remoto, regolati dal solito provvedimento del direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero della Giustizia. E il luogo da cui si collegano i magistrati va considerato camera di consiglio a tutti gli effetti di legge.
Ermellini smart. Il processo civile telematico arriva in Cassazione: fino al 30 giugno il deposito degli atti e dei documenti da parte degli avvocati può avvenire in modalità telematica nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici. Ma servirà anche qui il provvedimento Dgsia.
La Suprema corte ha sottoscritto un protocollo con il Consiglio nazionale forense sulle modalità dei ricorsi digitali. Cassazione e prescrizione. Veniamo all'ampio capitolo sul penale, che ha suscitato le vibranti proteste dell'Ucpi. Nei procedimenti pendenti in Cassazione la richiesta di procedere da parte di detenuti, imputati o proposti può essere avanzata solo tramite il difensore. In quelli pervenuti alla cancelleria della Suprema corte fra il 9 marzo e il 30 giugno 2020 il decorso del termine di prescrizione è sospeso fino alla data dell'udienza fissata per la trattazione e in ogni caso non oltre il 31 dicembre.
Postazione unica. Niente presenza fisica fino al 30 giugno per le udienze penali che non richiedono la partecipazione di soggetti diversi dal pubblico ministero, dalle parti private e dai rispettivi difensori, dagli ausiliari del giudice, da ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, da interpreti, consulenti e periti: sarà il solito provvedimento Dgsia a regolare i collegamenti da remoto. I difensori attestano l'identità degli assistiti, i quali, se liberi sottoposti a misure cautelari diverse dalla custodia in carcere, partecipano all'udienza dalla stessa postazione da cui si collega il difensore.
Senza interventi. Fino alla cessazione dell'emergenza dichiarata per la decisione sui ricorsi proposti per la trattazione a norma degli articoli 127 e 614 Cpp la Cassazione procede in camera di consiglio senza l'intervento del procuratore generale e dei difensori delle altre parti, salvo che il ricorrente chieda discussione orale.
Largo alla videoconferenza. Addio ai tradizionali incontri protetti fra genitori e figli in spazio neutro, disposti dal giudice nelle controversie in tema di diritto di famiglia: sono sostituiti da collegamenti audio video che consentono la comunicazione fra l'adulto, il minore e l'operatore specializzato, secondo le modalità individuate dal responsabile del servizio socio- assistenziale e rese note all'ufficio giudiziario.
Firma digitale. La modalità telematica prosegue dopo il 30 giugno per gli incontri della mediazione civile, se tutte le parti sono d'accordo. Il verbale del procedimento svoltosi online viene sottoscritto con firma digitale dal conciliatore e dagli avvocati.
di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Gli emendamenti al Cura Italia rischiano di minare i valori fondamentali del diritto di difesa. Il problema non è quello di prevedere il futuro ma di comprenderlo quando arriva. E il futuro che sta arrivando non promette nulla di buono. Non si tratta di attivare qualche algoritmo predittivo ma di decifrare alcuni segni che già il presente ci mostra a piene mani. Proviamo a leggerli tutti insieme. Gli emendamenti approvati hanno ulteriormente chiarito, laddove ce ne fosse ancora bisogno, quali siano nell'emergenza-virus i soggetti processuali da tutelare e quali quelli da sacrificare, quali gli interessi da salvaguardare e quali i diritti e le garanzie del giusto processo di cui fare tranquillamente a meno. Quali indagini svolgere al sicuro e quali persone esporre invece al contagio. Con delle linee guida di tutela che valgono per il pubblico ministero, ma non per il detenuto in attesa di giudizio, con un'idea della sicurezza e delle garanzie anch'essa a intermittenza, che non valgono per chi sconta la pena in carcere, ma solo per chi la somministra. Un apparato emergenziale che ha fatto giustamente denunciare i rischi di un pericoloso e non reversibile smantellamento dei valori del processo penale.
Secondo Eugenio Albamonte sarebbe tuttavia del tutto infondato "il retro pensiero in base al quale staremmo assistendo ad una riforma occulta del processo penale in chiave inquisitoria, destinata a diventare definitiva dopo l'emergenza corona virus". Occorre tuttavia replicare in proposito come in verità l'uso in chiave recessiva ed autoritaria dello stato di emergenza è fenomeno tanto noto e tanto ovvio nei suoi sviluppi, nelle sue dinamiche e nelle sue giustificazioni politiche, culturali e psicologiche che non vale neppure la pena di soffermarcisi troppo. Quel che vale la pena di chiarire è che la storia delle riforme del processo penale in questi anni e la stessa propulsione antigarantista, autoritaria e carcero-centrica impressa alle riforme dal fenomeno populismo penale nel nostro Paese, hanno consentito in questi anni la strutturazione di un assetto politico-giudiziario (e direi anche culturale) che lascia intravedere con assoluta nettezza le linee di una stabilizzazione della legislazione dell'emergenza.
Valga per tutte la orgogliosa rivendicazione del dottor Gratteri della primogenitura del progetto applicativo del processo a distanza. Ben venga, dunque, per i seguaci del mancato ministro e per questa linea di pensiero maggioritaria l'introduzione di un processo delocalizzato, sbrigativo, snello ed economico in linea con la fase recessiva attraversata dall'intero Paese, nel quale i giudici (ed ovviamente anche i giudici popolari) stanno nei loro uffici o nelle loro case, gli imputati nei loro domicili (o nelle carceri che li ospitano), e gli avvocati dove meglio credano, ma non a coltivare il processo con gli obsoleti strumenti del contraddittorio e dell'immediatezza.
O a rivendicare il valore democratico della "pubblicità delle udienze", principio che esce evidentemente disintegrato da questa modalità di fare (una volta si diceva "celebrare") i processi. Affermare dunque che "l'irruzione delle nuove tecnologie telematiche nel processo penale" sia un "fenomeno certamente auspicabile per le sue potenzialità benefiche" come pure sostenuto da Eugenio Albamonte, significa guardare al problema in maniera decontestualizzata che non tiene conto delle reali linee di tensione che attraversano la nostra storia e la storia della politica giudiziaria del nostro Paese.
Se non vi è dubbio, infatti, che la tecnologia applicata al processo (e da tempo da noi auspicata) possa avere effetti benefici, c'è tuttavia da chiedersi come mai nessuna delle virtù informatiche e telematiche offerte dal progresso sia mai stata applicata sino ad ora al processo penale a beneficio delle garanzie processuali. E c'è da domandarsi come mai ora quella tecnologia si ritorca invece, come lo scorpione della favola antica, interamente contro i presupposti stessi del processo inteso come dispositivo democratico, liberale e garantista.
E ciò che ancor più preoccupa è che l'emergenza come sempre accade finisce con il trasformare la logica delle cose in un asfissiante "prendere o lasciare", il cui risultato è proprio quello che lo stesso Albamonte descrive: l'assenza di una "approfondita valutazione che di sicuro oggi non è consentita". Ed è proprio questo un punto fondamentale della questione.
In una matura democrazia lo stato di necessità è infatti una ipotesi che certamente vale alla adozione di misure eccezionali, ma che deve anche essere l'occasione di un necessario patto fatto di chiarezza e di lealtà fra lo Stato e il cittadino, un patto che ha ad oggetto la dichiarata ma straordinaria sospensione di alcuni diritti e di alcune garanzie e l'assunzione dell'impegno ad una immediata chiusura di tale fase di deroga in coincidenza con la fine dell'emergenza. Ma questa rassicurazione di natura pattizia dovrebbe venire coralmente dal Parlamento e dal Governo, mentre neppure una parola è stata detta dal Ministro della Giustizia. Importante, ma non certo sufficiente, che venga da un pur autorevole esponente della magistratura.
Non sono affatto convinto dunque che queste siano - come ritiene Eugenio Albamonte - soltanto "suggestioni del tutto destituite di fondamento" e che davvero si possa escludere che "norme come quelle che consentono la dislocazione del giudice in luogo diverso dall'aula o la partecipazione alla camera di consiglio in video conferenza possono essere in alcun modo transitate nel processo penale dopo l'emergenza". Noi ricordiamo infatti che anche l'art. 146-bis delle norme d'attuazione introdusse negli anni novanta in via eccezionale emergenziale e temporanea il processo a distanza, mentre poi questa modalità si è stabilizzata nei processi di criminalità organizzata al di fuori quei contesti e la riforma Orlando, con la sola voce contraria dell'avvocatura, e non certo dell'Anm, ha pochi anni fa ulteriormente esteso l'utilizzo del dispositivo telematico al di fuori di ogni giudizio di pericolosità ed ogni istanza securitaria.
Ed abbiamo visto una lunga parabola di controriforme che dagli anni novanta in poi hanno segnato il processo penale, piegando il modello accusatorio ed il giusto processo di volta in volta alle esigenze del fenomeno mafioso, poi di quello corruttivo e poi ancora a quelle dell'efficientismo, demolendo un pezzo per volta la struttura della legalità sostanziale e processuale che dovrebbero presidiare il processo. Distorcendo il processo penale in virtù di ipotetiche "percepite" esigenze securitarie, e piegando a tali presunte esigenze tutti i valori costituzionali del contraddittorio, del diritto di difesa, della presunzione di innocenza, della riservatezza delle comunicazioni, della ragionevole durata.
Sappiamo bene che vi è una parte della "magistratura italiana che - come ricorda Albamonte - ha interiorizzato le garanzie processuali rendendole una componente imprescindibile della propria cultura", ma non è quella parte che può orientare oggi lo strumento politico e che dovrebbe pertanto farsi carico di una emergenza democratica che invece stenta a vedere con sufficiente lungimiranza.
E vi è da fare infatti in proposito - approfittando di questa sonda cognitiva più sensibile che la crisi ci consegna - una ulteriore considerazione relativa alla qualità della stessa delle sorti della giurisdizione, sulle quali l'intera magistratura dovrebbe forse più attentamente riflettere. Ricordare cioè che un giudice che fa i processi a distanza e delibera in camere di consiglio con giudici popolari collocati ciascuno dove vuole, sulla base di testimonianze assunte da remoto, non solo sconvolge i "valori" del processo accusatorio, ma finisce con il polverizzare la "natura" stessa del processo in quanto tale.
E quel giudice che non ha più interesse a coltivare la formazione della prova nel contraddittorio delle parti a contatto fisico con il testimone, così come quel giudice che pensa egli stesso di poter essere sostituito una due, tre, cento volte durante il processo, è un giudice che si delegittima da solo, che mortifica la giurisdizione ed il suo stesso ruolo sociale.
C'è dunque da non stare affatto tranquilli nel vedere questo futuro che arriva perché, per quel che c'è da comprendere, non sarà un futuro che ci piace e che possa piacere alla nostra fragile e opportunista democrazia. È sulla base di queste non lontanissime esperienze che riteniamo che si debba levare una voce al tempo stessa dura ma responsabile e preoccupata per le sorti del processo penale. Ricordando che quel che accade alle garanzie del processo poi si riflette sull'assetto democratico dell'intero Paese.
Ed è per tali ragioni che le valutazioni del dottor Albamonte ci paiono troppo generose ed è in base a questi elementi che riteniamo che le sue ottimistiche rassicurazioni non possano sostituirsi a quelle del Ministro e che non siano utili a contraddire invece quel main-stream che attraversa Governo e Parlamento e che in ossequio all'emergenza sta costruendo con il fango della propria incoerenza e della propria incultura un mostruoso e pericolosissimo Golem che una volta preso vita non sarà poi facile riaddomesticare.
*Direttore di "Diritto di Difesa", la rivista dell'Unione Camere Penali Italiane
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 aprile 2020
Ieri il tavolo virtuale voluto dal Ministro con rappresentanze forensi e Anm. La giustizia riparta. Con determinazione. Stavolta sono gli avvocati a sollecitare Bonafede. Che pure è sempre stato fra i ministri più favorevoli a tenere il Paese "vivo" anche nel contrasto all'epidemia. Ma nell'incontro, ovviamente virtuale, che il ministro della Giustizia ha voluto ieri pomeriggio con tutte le maggiori rappresentanze forensi e con l'Anm, è stata proprio l'avvocatura a spingersi in maniera più esplicita per una ripresa vera della giustizia dopo l'11 maggio.
È stato uno snodo cruciale, quello vissuto in call conference tra via Arenula, Cnf, Ocf, Aiga, Ucpi, Unione nazionale Camere civili, Avvocati giuslavoristi italiani e, appunto, Associazione magistrati. Cruciale perché forse per la prima volta dall'inizio dell'emergenza coronavirus è arrivato, da uno dei due protagonisti della giurisdizione, un invito energico a "definire insieme criteri certi, uniformi seppur modulati in base ai contesti, per fare in modo che nella cosiddetta fase 2 si possano anche celebrare processi con gli attori in carne e ossa, e non solo da remoto o in modalità meramente cartolare", come spiega Maria Masi, presidente facente funzioni del Cnf.
Un appello che il guardasigilli ha ascoltato con attenzione, e con interesse anche per alcune particolari istanze avanzate dalla professione forense: per esempio, come spiega ancora Masi, "per i soggetti più vulnerabili e meritevoli di particolare tutela come minori e donne vittime di maltrattamenti". E infatti, da via Arenula viene conferma che Bonafede "ha manifestato l'intenzione di integrare un nuovo tavolo" con la presenza di rappresentanze come "l'Aiaf, l'associazione degli avvocati per la famiglia e i minori", che raccolgono proprio gli avvocati specializzati nella delicata materia.
L'incontro è sembrato proficuo a tutti. Anche l'Anm ha mostrato una posizione diversa da quella con cui, domenica scorsa, aveva di fatto sollecitato il prolungamento, dal 15 aprile all' 11 maggio, della sospensione, visto il rischio che ricadessero eccessive responsabilità sanitarie sui capi degli uffici giudiziari. L'Associazione magistrati ha però dato vita a un confronto serrato con il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza sui rischi, ribaditi dall'avvocatura, per una eccessiva "dematerializzazione" del processo penale.
Certo è che sia l'Ucpi sia l'Unione nazionale Camere civili del presidente Antonio de Notaristefani si sono espresse con Cnf, Ocf e Aiga, per lo sforzo di tornare a celebrare, ove possibile, le udienze anche nelle aule di giustizia, e non solo in videocall. Entro giovedì prossimo tutte le rappresentanze si sono impegnate a produrre contributi scritti per definire un quadro omogeneo di regole, che dovrebbe dunque sostituire, in gran parte dei distretti, i "protocolli" fin qui adottati dai dirigenti insieme con gli Ordini territoriali. "Accumulare rinvii a ottobre o novembre non è la strada", osserva ancora la presidente del Cnf, "perché non è che il ruolo per quelle epoche sia libero da udienze: se nei prossimi mesi continuassero a saltare processi, sarebbe impossibile celebrarli tutti in autunno".
Bonafede non ha mancato di avanzare perplessità su una ripresa certa e relativamente uniforme dal 12 maggio in poi, visto che l'emergenza coronavirus è tuttora diversa a seconda delle aree del Paese. Ma il Cnf ha a propria volta notato come più che le cautele anti-contagio potrebbe influire l'effettiva disponibilità di personale e di spazi nei vari Tribunali, e che si potrebbe così procedere a una regolazione più centralizzata.
Capitoli a parte meritano sollecitazioni venute sempre dall'avvocatura, e in particolare dal coordinatore di Ocf Giovanni Malinconico, per la tutela delle famiglie con genitori separati, viste le difficoltà di trasferire i figli anche da un'abitazione all'altra. Istanza condivisa dal Cnf, come quella dell'Agi, l'associazione dei giuslavoristi, per i quali Bonafede ha assicurato disponibilità a riconoscere il valore delle negoziazioni assistite definite dagli avvocati in forma non impugnabile. Una strada, quella delle soluzioni alternative delle controversie, decisiva pure per i civilisti, pronti a inserirla fra gli strumenti per un ritorno ampio al cammino ordinario della giustizia.
Il Gazzettino, 11 aprile 2020
Gli agenti penitenziari sono preoccupati e chiedono più sicurezza. Il segretario provinciale dell'Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, Carmine Napolitano, ha scritto alla direttrice di Santa Maria Maggiore, Immacolata Mannarella, al provveditore regionale triveneto dell'amministrazione penitenziaria, Gloria Manzelli, e al Garante dei detenuti, Sergio Steffenoni, per sollevare il problema delle perquisizioni ordinarie effettuate nelle stanze dei detenuti. "Ogni mattina a svolgere tale servizio sono impegnati 4-5 agenti in uno spazio di 10 metri quadrati - lamenta il segretario dell'Osapp - Tale operazione comporta la violazione dei decreti in merito al contenimento della pandemia (che vietano la creazione di assembramenti e stabiliscono una distanza minima di 1 metro) e rischia di mettere a repentaglio la salute di tutta la popolazione detenuta".
Il rappresentante sindacale evidenzia come tra il personale che presta servizio in carcere vi siano dipendenti che hanno tra i membri della famiglia infermieri e medici, e dunque potrebbero essere inconsapevolmente fonte di contagio. "Chiederemo dunque che l'attività di perquisizione venga temporaneamente sospesa, o almeno ridotta sensibilmente nel numero di addetti impiegati e nel numero di perquisizioni settimanali"
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 11 aprile 2020
In una circolare, per contenere il sovraffollamento, ha chiesto ai pm di limitare l'uso della custodia cautelare. Come dovrebbe essere di norma. Sarà il fatto che in Lombardia l'attenzione di tutti è molto concentrata sul Coronavirus. Sarà il fatto che anche al Palazzo di giustizia di Milano già due magistrati si sono ammalati. Sarà il fatto che di questi tempi va tutto un po' a singhiozzo anche nei tribunali.
Fatto sta che la circolare con la quale il Procuratore capo Francesco Greco pochi giorni fa ha ingiunto (ne ha il potere) ai suoi sostituti di andarci piano, con le richieste di custodia cautelare, e di concentrare la propria attenzione solo sui reati più gravi, non pare aver suscitato particolari reazioni di protesta. Anche se aveva un retrogusto di rimprovero, quasi come se alcuni pubblici ministeri avessero abusato del tintinnar di manette.
Nel sollecitare al Gip l'adozione di misure cautelari, aveva scritto il capo dell'ufficio, limitatevi ai "reati con modalità violente" o "di eccezionale gravità o di codice rosso", e aveva ricordato la situazione di particolare pericolo in cui si trovano le carceri italiane, eternamente sovraffollate e particolarmente esposte alla possibilità di contagio da virus.
Non risultano particolari prese di posizione al riguardo da parte dei sessanta sostituti procuratori del quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano. Eppure, poco più di tre mesi fa, nel dicembre del 2019, era scoppiata una mezza rivoluzione, quando il dottor Greco, sempre con la formula della circolare, aveva presentato i "criteri organizzativi" per gli uffici per il triennio 2019-2921. Principi che erano stati considerati dalla quasi totalità (con l'esclusione degli otto vice del procuratore capo) dei sostituti come "limitative dell'autonomia dei singoli pm in rapporto ai procuratori aggiunti", che avrebbero dovuto essere interpellati prima che ciascun pm assumesse iniziative come le iscrizioni nel registro degli indagati, le intercettazioni e gli atti investigativi.
Era stato un richiamo alle gerarchie e un tentativo di mettere un confine all'autonomia del singolo sostituto difficilmente accettabile, nella situazione ormai degenerata del nostro ordinamento. L'iniziativa del procuratore Greco e la rivolta che ne era seguita sono lo specchio dell'anomalia italiana, che si rispecchia non solo nel potere enorme e incontrollato che hanno i Pubblici ministeri (soggetti burocratici privi di legittimazione popolare) nel nostro ordinamento, caso unico al mondo, ma addirittura nella rivendicazione di assoluta autonomia da parte di ogni singolo "sostituto". Come se il termine medesimo non stesse a indicare qualcuno che agisce "al posto di", qualcun altro, cioè il titolare unico dell'iniziativa, il procuratore capo.
È persino singolare che Francesco Greco debba oggi ricordare ai suoi collaboratori quel che prevede la legge, e cioè che il ricorso alla custodia cautelare in carcere debba essere solo "l'extrema ratio", quando le misure coercitive o interdittive, anche applicate cumulativamente, risultino inadeguate.
L'iniziativa pare quasi un rimprovero rispetto a quanto accade ogni giorno alla Procura della repubblica di Milano. Forse fi no a ora qualche pm ha abusato del proprio potere e ha sventolato le manette per intimidire (come già venticinque anni fa) e ha contribuito a riempire le carceri anche quando l'arresto non era un atto dovuto?
La domanda è retorica perché gli esempi si sprecano, e non solo a Milano. Basta contestare un reato associativo, anche senza la presenza di fatti delittuosi specifici, per far scattare le manette e avere la possibilità di disporre intercettazioni, attraverso le quali poi poter costruire un castello accusatorio anche in presenza di labili indizi.
L'anomalia, e le successive cattive interpretazioni, nascono dall'articolo 112 della Costituzione: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale. Lapidario. Un principio nato come un compromesso, dopo il ventennio con la soggezione di fatto della pubblica accusa al regime.
Si concede l'autonomia al rappresentante dell'accusa, ma lo si vincola con l'obbligatorietà. Il risultato è stato tragico a paradossale nei risultati. Prima di tutto per l'assoluta irrealizzabilità del principio: nessuno riuscirà mai a perseguire tutti i reati, soprattutto se non ci sono dei criteri di priorità.
Criteri che furono suggeriti, fin dal 1993, dai membri della Commissione Conso, che erano tutti magistrati, e rappresentavano tutte le componenti, anche politiche e correntizie, della categoria. Il secondo paradosso del principio dell'obbligatorietà è il totale arbitrio e le palesi distorsioni che ne sono derivate, per cui troppo spesso addirittura il singolo sostituto finisce con il decidere a quali reati e a quali fatti dare priorità.
Creando tra l'altro, disparità tra i cittadini, in violazione di un sacro principio costituzionale, quello dell'uguaglianza. Se a questo si aggiunge il fatto che il pubblico ministero italiano, veramente unico al mondo, finisce con l'avere un potere politico privo di bilanciamento, poiché non è eletto come negli Stati Uniti né dipende dal Guardasigilli come in Francia, si capisce perché, dopo i fallimenti riformistici delle Bicamerali, tanti capi dei singoli uffici giudiziari tentino di suggerire qualche criterio, almeno organizzativo.
Come ha tentato a Milano Francesco Greco. Non è stato il primo. Ma la strada è ancora lunga, a partire dalla circolare Zagrebelsky del 1990, che indicò vere corsie preferenziali per alcune ben individuate tipologie di reato, fino a quella del procuratore della repubblica di Torino Maddalena nel 2007 e del presidente della corte d'appello di Milano del 2008.
È una vera attività paralegislativa, quella messa in campo da alcuni procuratori, che trova moltissime difficoltà nella stessa casta dei togati. E anche nell'incapacità del Parlamento e dei governi di diverse parti politiche, di modificare il maledetto articolo 112 della Costituzione.
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