Il Mattino, 12 aprile 2020
I detenuti del carcere di Napoli Poggioreale hanno donato 1607 euro all'ospedale per le malattie infettive Cotugno, eccellenza sanitaria partenopea. Lo rende noto il sindacato di polizia penitenziaria Osapp. La raccolta fondi è stata avviata tra coloro che sono detenuti in tre reparti della casa circondariale partenopea. "Un gesto lodevole - secondo il segretario dell'Osapp Campania Vincenzo Palmieri - che dimostra sensibilità verso chi affronta in prima linea l'emergenza da Covid-19".
L'iniziativa è stata possibile anche grazie alla mediazione del direttore Carlo Berdini e del comandante della polizia penitenziaria Gaetano Diglio. Per Palmieri, "generalizzare sull'opinione della popolazione detenuta è un grave errore: molti si sono ravveduti e dissociati dalle rivolte del mese scorso. Altri invece si lasciati andare anche a offese ai danni degli agenti, non comprendendo la gravità dell'emergenza storica".
"Lo Stato deve tutelare tutti a prescindere - aggiunge il vice segretario regionale dell'Osapp Luigi Castaldo - e per fortuna i rivoltosi, o certe rappresentanze di persone che in questi giorni hanno manifestato inveendo contro le istituzioni, hanno avuto anche modo, interloquendo con i dirigenti, che i motivi dei tumulti erano basati su false dicerie propagandate per vere anche sui social". Inoltre, ricorda Castaldo, sono oltre 12mila test i sierologici cautelativi disposti dal provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone.
L'Osapp auspica, quanto prima, "un'azione dei vertici dell'Amministrazione Penitenziaria affinché sia incrementato il personale di Polizia Penitenziaria in molti istituti campani, ulteriormente messi in ginocchio a causa degli eventi".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 12 aprile 2020
Un gesto di solidarietà dai 300 carcerati, anche ergastolani. "Queste vostre mani le stringiamo oggi ancora più forte", si legge nella lettera di ringraziamento. Dal carcere un regalo di Pasqua per i malati di Covid-19. Una bella storia di solidarietà tra chi soffre, anche da chi è in "fine pena mai". Mani che si stendono, mani che si stringono, anche da dietro le sbarre. I 300 detenuti, in parte ergastolani, del carcere di Lanciano in Abruzzo hanno fatto una donazione per il Covid Center del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico a Roma. I fondi raccolti tra le celle aiuteranno a sostenere il funzionamento del centro di cura specializzato nel trattamento di pazienti affetti da Covid-19.
I detenuti avevano chiesto nei giorni scorsi alla loro direttrice Lucia Avantaggiato la possibilità di mostrare la propria vicinanza al Campus Bio-Medico con cui avevano già collaborato nel passato attraverso progetti di reinserimento. Ora è arrivata la donazione, un gesto di speranza dal mondo carcerario che, come ha ricordato più volte Papa Francesco in questi giorni, sta vivendo con preoccupazione e tensione l'emergenza coronavirus.
Un mondo che è stato al centro della Via Crucis guidata dal Papa, con le meditazioni preparate dalla parrocchia della Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova. Un mondo che un mese fa è stato attraversato da violente proteste proprio legate all'emergenza, oltre che al ritornato sovraffollamento. Ma dalle celle ora arriva la concreta solidarietà.
Il Rettore dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, Raffaele Calabrò ha espresso la sua gratitudine e vicinanza ai detenuti di Lanciano: "Il vostro è un gesto di profonda umanità che vi fa esempio per tutti in questo periodo di incertezze nel quale non è retorico richiamarci con forza agli autentici valori di unità e umanità. Vi sono grato a nome dell'Università che guido e rappresento".
Molto intensa la lettera di ringraziamento alla direttrice e a tutti i detenuti, "per il vostro altruistico e toccante gesto", firmata dal direttore del Campus Covid Center Felice Eugenio Agrò e da Rossella Perricone presidente dell'Associazione Amici dell'Università Campus Bio-Medico.
"Sentire che ci siete vicino - scrivono - è per noi una grandissima dimostrazione di stima e di solidarietà e sono queste cose, nel difficile momento storico che stiamo vivendo a farci sentire davvero il senso di unità, di compattezza, di umanità. Tendere la mano verso gli altri. Ed è questa l'umanità e la società a cui ambire; persone che si tengono per mano. E noi - conclude la lettera - queste vostre mani le stringiamo oggi ancora più forte".
di Marco Belli
vaticannews.va, 12 aprile 2020
A Regina Coeli, fra collette per la Protezione civile e laboratori per capirsi e capire gli altri. Millesettecento euro. Per la Protezione civile, per proteggere, o curare, dal virus quelli che stanno fuori. Come se dentro invece, loro, fossero protetti. La Pasqua l'hanno celebrata così, i detenuti di Regina Coeli. Sarà un modo per sentirsi parte della società, magari. O per sentirsi meno "brutti", meno "colpevoli". Ammesso che chi sta fuori non lo sia. Fatto sta che il gesto, se si considera che la generosità la si misura anche con il metro del sacrificio che comporta, è di valore incommensurabile. La direttrice del carcere di Regina Coeli, Silvana Sergi, giustamente, ne va orgogliosa: "Abbiamo fatto subito il versamento - racconta. I detenuti hanno fatto tutto da soli. E in questo momento posso assicurare che non è un segnale da poco".
La realtà dell'istituto di pena di via della Lungara, nel centro della capitale, presenta tratti particolari. Il carcere fa da sempre parte della città, non è, come può accadere per altri istituti, la parte oscura da non vedere, il luogo dello scarto. Si affaccia sul lungotevere, lo si scruta con curiosità dalla terrazza del Gianicolo.
Quando, nel secondo dopoguerra, la povertà a Roma era ancora molto diffusa, così come la disoccupazione, salire quello "scalino", subito dopo il portone del carcere, era per molti quasi un rito d'iniziazione, la presa d'atto della dura realtà della vita. Però i tempi cambiano. E anche qui la situazione è delicata: a via della Lungara arrivano gli arrestati, presi in flagranza di reato, e i fermati, i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare. Certe volte è come girare con un fiammifero in una pozzanghera di benzina, se non si usano le giuste parole.
Se non si sa accogliere e accompagnare, anche in carcere. Nei giorni scorsi, quando il vento della rivolta soffiava veicolando segnali di tamburi lontani da un istituto all'altro della penisola, anche qui la tensione era palpabile. A causa dell'emergenza virus i contatti con l'esterno erano diventati sempre più difficoltosi, a fronte di una paradossale promiscuità tale da rendere semplicemente ridicola la nostra quotidiana psicosi del contagio.
Poche protezioni, nessuna garanzia per la salute, notizie dei famigliari poche e saltuarie. Una bomba pronta ad esplodere. Però, come si dice, anche nel buio più scuro si può trovare una luce: basta saperla accendere. "Ci sono stati diversi detenuti che invece di cedere allo scontento, alla paura, si sono dimostrati comprensivi, hanno capito le difficoltà che stavamo vivendo tutti, hanno pazientato". Si sono messi dei panni di chi li tiene in custodia.
Non è stato un evento casuale però. I dirigenti del carcere hanno osservato come i più tolleranti si sono dimostrati i detenuti che da qualche tempo a questa parte partecipano a un'iniziativa già avviata con successo a Rebibbia e introdotta da qualche mese anche a Regina Coeli. Nella iv sezione, quella dei tossicodipendenti, e parzialmente nella ii, il "repartino" degli "psichiatrici", i carcerati prendono parte a una sorta di laboratorio educativo che attraverso le tecniche teatrali favorisce il lavoro su stessi, sul confronto con gli altri, sulla relazione.
Spiega Sergi: "Avevo sentito parlare di questo "Metodo teatrico" e ho voluto incontrare il gruppo che lo propone, il Gruppo Eleusis. Devo dire, a distanza di qualche tempo, che è piaciuto a tutti, tanto che anche il personale della struttura mi ha chiesto di potervi partecipare. Ed è significativo, perché per gli agenti c'è già la fatica quotidiana del lavorare, che non è poca". Al termine del laboratorio è previsto anche uno spettacolo teatrale, a suggello del percorso, sebbene l'obiettivo primario sia naturalmente quello della promozione umana. E l'esperienza è diventata tanto essenziale che, racconta la direttrice Sergi, i detenuti hanno espressamente richiesto di poter continuare a usufruirne attraverso internet, essendo le visite dall'esterno vietate a seguito dell'emergenza coronavirus.
Una fame di relazione che dovrebbe far riflettere. Racconta Arianna Donati, che coordina i volontari di Eleusis a Regina Coeli: "Devo dire la verità: la prima volta che sono entrata in carcere per la nostra attività mi sono detta con qualche apprensione: "Vabbè, ora qui ci sono i cattivi". Invece ho trovato un rispetto, una dedizione tali che sinceramente mi sono dimenticata che mi stavo rapportando a dei carcerati. Per loro è molto importante il nostro puntare sulla valutazione della persona al di là della storia e delle scelte sbagliate che si sono fatte. Attraverso le improvvisazioni che sperimentiamo riescono a mettere in scena a volte le loro storie personali, a volte, semplicemente danno sfogo alla loro creatività".
Il lavoro viene fatto con la collaborazione costante di medici, psicologi ed educatori. E i risultati si vedono: si riacquista rispetto di sé, si rientra in contatto con l'umanità, quella che sta fuori. Spiega Emanuele Faina, fondatore di Eleusis, ideatore del "Metodo teatrico" e consultore familiare presso il centro La famiglia degli Oblati di Maria Immacolata: "Si può immaginare quanto possa fare all'interno del carcere, di una cella, un metodo che usa lo strumento teatrale in ambito relazionale. Il lavoro è un po' quello dell'attore su sé stesso, ma naturalmente non è orientato in questo caso alla formazione artistica quanto a stabilire un dialogo con sé stessi. Invece di passare ore e ore magari a fare palestra, i detenuti si ritrovano a cercare la loro profondità, a ristabilire un rapporto più autentico con il loro corpo, con i loro pensieri, con la loro anima". Il metodo ricalca quello usato per la formazione professionale di attori ed educatori. Sebbene il gruppo Eleusis lavori nelle carceri a titolo gratuito ("un servizio di accoglienza in carcere del resto non avrebbe prezzo", sottolinea Sergi) si tratta di uno dei 49 enti riconosciuti a livello nazionale dal ministero dell'Istruzione per la formazione fra l'altro di docenti e dirigenti scolastici, conta al momento oltre 5.000 utenti, ed è presente in 70 scuole in tutta Italia.
A dimostrazione che anche le realtà professionali sono disposte a mettersi in gioco a titolo volontario, quando e dove serve. Lo ha fatto anche l'azienda Cisco, che fornisce la piattaforma tecnologica per il laboratorio a distanza a Regina Coeli e un addetto, Lorenzo Lento, per dare assistenza alle necessità che si presentano. Insomma, l'esperimento è destinato a durare. Lo conferma il provveditore per le Carceri di Lazio e Molise, Carmelo Cantone: "Lo stiamo estendendo - spiega - a diversi altri istituti di pena. Ora vogliono prenderne parte anche i dirigenti. Credo del resto che qualunque persona abbia responsabilità apicali abbia bisogno di riflettere sulle sue capacità relazionali, di gestione del conflitto".
Soprattutto, rimane l'elemento fondamentale del "superamento" delle pareti carcerarie anche attraverso l'uso della tecnologia. Nell'ottica del principio della pena a fini rieducativi e non vendicativi, è venuto il tempo anche di affrontare senza timore il tema della comunicazione fra cella e mondo esterno. "Ci stiamo rendendo conto del fatto che il mondo digitale è un valore aggiunto - afferma Cantone.
Possiamo portare "dentro" alla realtà del carcere anche persone che sono lontane, aprirci al mondo dell'arte, della cultura. Per chi è abituato alla tecnologia questo può sembrare scontato, ma qui non lo è. Dare poi la possibilità ai detenuti di entrare in contatto costante con i famigliari è un valore. Certo, dobbiamo essere bravi a conciliare tutto questo con le esigenze proprie del regime carcerario".
Intanto però, lì dentro, qualcosa si muove. "Ci sono alcuni che una certa umanità la guardano dal buco della serratura", ha scritto un detenuto in una lettera destinata ai volontari di Eleusis. Altri la guardano in faccia e si sporcano le mani, come Arianna Donati, che quando ha bisogno "di ritrovare un po' di umanità" corre a Regina Coeli. Per tutti, comunque, è arrivata una lezione: 1700 euro. Millesettecento motivi per non sentirci poi tanto migliori.
di Angelo Zaccone Teodosi
Il Riformista, 12 aprile 2020
Gutta cavat lapidem?! Potenza dei media tradizionali o dei meme nell'era del web?! Quale che sia la causa o la fonte, siamo soddisfatti che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia accolto alcune nostre proposte, in particolare quella di non delegare completamente ad un "Comitato Tecnico-Scientifico" composto esclusivamente da medici e virologi e epidemiologi un processo decisionale che è complesso e multidimensionale. Un delicatissimo decision making che riguarda la vita quotidiana ed il futuro di oltre 60 milioni di persone.
Da alcune settimane, abbiamo il "privilegio" di assistere alla rituale conferenza stampa quotidiana del Capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli e possiamo porre domande, anche impertinenti. Ne abbiamo già scritto su queste colonne (vedi Il Riformista del 23 marzo, Gestione maldestra e comunicazione in confusione, il Coronavirus e i limiti del governo Conte): abbiamo denunciato il policentrismo dei flussi informativi dell'Esecutivo, e la inevitabile confusione prodotta nell'immaginario collettivo degli italiani. Venerdì 3 aprile, abbiamo posto a Borrelli una questione altra, forse più radicale, e ed "a monte": se è vero che "la politica" ha deciso di affidarsi "ai tecnici" (così ci viene ripetuto, da più fonti, Conte in primis, in una ormai noiosa litania), naturale sorge il quesito sulla composizione dell'eletta schiera di coloro che sono stati chiamati a far parte del celeste "Comitato".
Abbiamo sostenuto che processi decisionali così importanti per il futuro (ed il presente!) del Paese non possano essere assunti da tecnici specializzati "monodimensionalmente" sul versante sanitario: le finora sottovalutate conseguenze psico-sociali della "chiusura" del Paese possono essere infatti più gravi di quelle dell'epidemia sanitaria. Peraltro, se qualcuno si azzarda a mettere in dubbio la santità delle scelte del Comitato "fatte proprie" dal Governo, corre il rischio di essere accusato di disfattismo e ribellismo se non di anarchismo, di remare contro il Bene della Nazione e di voler irresponsabilmente sabotare il lockdown... È innegabile il diritto di conoscere esattamente "cosa" questo benedetto "Comitato Tecnico Scientifico" suggerisce al Presidente del Consiglio ed al Ministro della Salute.
I verbali delle riunioni del Comitato non sono però pubblici, e non vi è trasparenza nemmeno sulla composizione esatta dell'organo consultivo che dipende dalla Presidenza del Consiglio. Il Comitato è stato istituito con un decreto firmato da Borrelli il 5 febbraio, ma deve essere stato integrato in itinere, senza che vi sia alcuna pubblica evidenza. Sono peraltro emerse varie indiscrezioni sulla "asintonia" di alcuni pareri del Comitato e le correlate decisioni del Governo: basti ricordare che il professor Walter Ricciardi, consulente del Ministro Roberto Speranza, ha proposto una "chiusura totale" ma della Lombardia soltanto, e molti giorni prima della decisione poi assunta dal Governo per l'intero territorio nazionale.
Mercoledì 8, Giuseppe Conte, in un'intervista ai media vaticani, ha sostenuto: "abbiamo preso decisioni difficili sulla base delle indicazioni del comitato tecnico-scientifico... Ogni decisione è stata presa in scienza e coscienza". Citazione del giuramento di Ippocrate a parte, si tratta di decisioni la cui gestazione "tecnica" (tecnocratica?!) permane in verità avvolta nel mistero. Martedì 7, si è tenuta una riunione tra il premier, una pluralità di ministri ed i rappresentanti dell'ormai mitico Comitato. Cosa si saranno detti in due ore di videoconferenza, esperti e politici? Non è dato sapere. Non è stato diramato nemmeno un comunicato stampa. Top secret.
Le sempre anonime "fonti governative" riferiscono però che il Presidente del Consiglio avrebbe chiesto al Comitato di elaborare un "programma della fase 2" - e questo è ovvio - ma coinvolgendo anche esperti come "sociologi, psicologi, statistici", e finanche "esperti di modelli organizzativi del lavoro". Questo coinvolgimento di "sociologi, psicologi, statistici" corrisponde esattamente (proprio nella stessa sequenza terminologica) a quel che chi redige quest'articolo ha proposto a Borrelli il 3 aprile. Che sia dipeso da una tardiva illuminazione del premier o dal recepimento di un suggerimento di buon senso, non si può che essere lieti di questa decisione.
Se gli esperti in "psicologia" e "sociologia" sono indispensabili per affrontare le dimensioni (enormi) delle conseguenze dei draconiani provvedimenti del Governo, l'esperto in "statistica" è altrettanto importante, perché, nella produzione dei numeri della Protezione Civile, il "dataset" che viene proposto quotidianamente appare deficitario. Basti ricordare che non ci sono dati sui contagi e decessi nelle residenze assistenziali per anziani (rsa), nelle case per anziani, e nemmeno sul numero dei deceduti presso la propria abitazione...
Ci si augura che questo novello mix tra saperi, questa dialettica non più monodimensionale (l'emergenza sanitaria) possa stimolare un dibattito scientifico e tecnico, e quindi culturale e politico, più plurale, interdisciplinare e finalmente transdisciplinare. Un approccio in fondo... olistico.
Alla drammatica emergenza specificamente "sanitaria", si affianca una non meno grave e profonda emergenza "psico-sociale" (qui accantonando quella economica). E la salute psico-sociale dell'intera popolazione deve essere presa in considerazione con la stessa attenzione, cura, prudenza, tecnicalità, che il Governo dichiara star dedicando all'emergenza specificamente sanitaria. Trasparenza inclusa.
di Salvatore Mannino
La Nazione, 12 aprile 2020
Quasi una metafora: reclusi noi e loro. Piccola somma (300 euro, mille con gli agenti) ma grande gesto. Intanto siamo a 10 mila buoni spesa in provincia: la Pasqua in salita. Sono la metafora della nostra esistenza rattrappita pure in questa Pasqua con le sbarre: niente negozi, niente supermercati (ringraziano almeno i dipendenti che si potranno godere la festa in famiglia), niente passeggiate, niente gite al mare (seconde case proibite), niente scampagnate fuori porta di Pasquetta, persino niente sigarette dai distributori automatici, sigillati anche quelli per ordinanza del sindaco, cui la parte del Grande Pedagogo che impartisce lezioni giornaliere calza a pennello.
Loro i reclusi veri, quelli dietro le porte del carcere, noi i reclusi virtuali, agli arresti domiciliari fra le mura di casa. Ed ecco allora che i carcerati in senso proprio vengono in aiuto di noi carcerati metaforici, o meglio della parte migliore di noi: i medici, gli infermieri, gli Oss e tutto il personale che stanno combattendo la battaglia di prima linea contro il Covid.
Sì, è un po' la notizia del giorno: la donazione che parte dagli ospiti di San Benedetto (la casa circondariale di via Garibaldi, non proprio un hotel a cinque stelle) verso l'ospedale, consegnata venerdì alle autorità sanitarie, insieme a una letterina dei detenuti, dal direttore Giuseppe Renna. Dentro la busta 300 euro, frutto di una raccolta fra chi sta in cella, 25, soprattutto stranieri, a San Benedetto.
La media è di 10 euro a testa, ma, fanno sapere, qualcuno non aveva nulla e non ha dato nulla, almeno materialmente, altri ci hanno messo tutto quello che potevano. Non conta però la cifra, necessariamente modesta, anche se arrotondata dai 700 euro offerti dagli agenti di custodia con una loro autonoma colletta, quanto il gesto: un piccolo passo per degli uomini, viene da parafrasare Neil Armstrong, primo astronauta sulla luna, ma un grande passo per l'umanità. Loro, questi nostri predecessori nella reclusione (volontaria la nostra, obbligata la loro) dicono che è come quel caffè che in carcere funziona da ringraziamento per una cortesia ricevuta.
Ora le tazzine sono vietate, ma i 25 vogliono lo stesso rendere merito agli ospedali in cui sono curati anche i loro familiari contagiati. Una storiella da Libro Cuore, da Garrone, che non ti aspetteresti da chi in galera ci sta perché in qualche modo ha mancato e ora vuole riparare, anche con questa donazione che forse è la prima da una prigione, specie dopo l'ondata di rivolta che nelle carceri aveva contrassegnato i primi giorni di emergenza, quando sembrava che i falò di San Vittore fossero il simbolo dell'Italia che bruciava.
Li avremo nel cuore in questa Pasqua in cui nemmeno noi potremo uscire. A proposito di Pasqua. Sarà un giorno di festa particolare anche per i 3296 che hanno fatto domanda in Comune per i buoni spesa. Dati che rapportati su scala provinciale dovrebbero portare il totale intorno alle 10 mila richieste di aiuto alimentare.
I soldi (525 mila euro nel capoluogo, 1,5 milioni in totale) non sono stati ancora erogati e chissà dunque se i protagonisti hanno potuto partecipare alle gigantesche code nei supermercati in cui è stata persino distribuita l'acqua (all'Esselunga) come se fosse un evento di protezione civile. Per qualcuno, forse per molti, Pasqua è un po' meno Pasqua. Ricordiamolo nelle nostre tavole di prigionieri, tutti impoveriti ma ancora opulenti.
di Vladimiro Polchi
La Repubblica, 12 aprile 2020
Un esercito di persone che aumenta, sfugge alle statistiche, alla sanità, ai contributi pubblici, rischia la fame, abbandona i campi e mette in crisi la filiera agroalimentare. C'è un esercito invisibile, che ingrossa ogni anno le sue fila. Oltre mezzo milione di lavoratori fantasma che, in piena emergenza coronavirus, sfugge a ogni statistica, controllo sanitario, contributo pubblico. Un popolo che rischia di fare la fame, abbandonare i campi e le serre dove lavora, e finire tra le mani della criminalità. Sono gli immigrati irregolari. Gli ultimi degli ultimi. Per questo, in epoca Covid-19, da più parti - associazioni, sindacati, pezzi di governo - si chiede di avviare una grande regolarizzazione. Anche perché si tratta di un esercito essenziale alla nostra economia - dall'agricoltura con i raccolti sempre più a rischio, al lavoro domestico - e alla futura ripartenza del Paese.
L'appello del terzo settore. La stima sul territorio italiano, di cui dispone la fondazione Ismu, parla di 533mila irregolari al 1° gennaio 2018. A loro si rivolgono le associazioni della campagna "Ero straniero" (dall'Arci a Legambiente, dall'Asgi alle Acli, dai Radicali italiani al Centro Astalli), chiedendo "un provvedimento straordinario di regolarizzazione per i cittadini stranieri non comunitari già presenti in Italia, con il rilascio di un permesso di soggiorno a fronte della stipula di un contratto di lavoro. Vista infatti l'impossibilità di raggiungere l'Italia per decine di migliaia di lavoratori stagionali, il rischio è lo stop del settore agricolo e di conseguenza della fornitura di generi alimentari nei negozi e supermercati".
La richiesta dei sindacati. Di regolarizzare i lavoratori invisibili parlano anche i sindacati. "È urgente regolarizzare i migranti in attesa del permesso di soggiorno - afferma il segretario confederale della Cgil, Giuseppe Massafra - affinché anche loro possano accedere ai sostegni previsti per far fronte all'emergenza Covid-19". Un provvedimento contro il lavoro nero, insomma, sarebbe urgente anche per ridurre il rischio di esposizione al contagio e garantire l'accesso alle tutele sociali previste dal governo. "Mai come oggi - sostiene Massafra - un provvedimento di emersione dall'irregolarità rappresenterebbe un vantaggio economico e sociale per tutta la collettività".
La "tentazione" del Governo. A livello governativo il 15 gennaio scorso, prima dell'esplodere dell'emergenza coronavirus, la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha dichiarato che il governo potrebbe considerare l'opportunità di un provvedimento che, in presenza di un contratto di lavoro, permetta la regolarizzazione dei migranti irregolari. Ma allo stato non c'è ancora nulla. Più recentemente altri si sono però espressi in tal senso. Alcune aperture sono arrivate da parte della ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, e del sottosegretario Di Piazza. "C'è un grido d'allarme a cui non possiamo non dare una risposta immediata e risolutiva.
L'allarme della filiera agroalimentare. È un grido d'allarme che arriva dalla filiera agroalimentare, settore produttivo strategico per il nostro Paese, che oggi ha difficoltà a trovare la manodopera necessaria per garantire i prodotti alimentari necessari al fabbisogno degli italiani - sostiene il sottosegretario alle Politiche sociali e al Lavoro, Steni Di Piazza - per questo bisogna provvedere, in tempi rapidissimi, a regolarizzare quelle centinaia di migliaia di cittadini stranieri, presenti nel nostro territorio, disponibili a rispondere subito a quelle offerte di lavoro in quei settori in cui abbiamo carenza di mano d'opera".
di Luca Kocci
Il Manifesto, 12 aprile 2020
Il pontefice risponde a una lettera di Luca Casarini, capomissione della ong dei centri sociali. Che replica: sono commosso e affascinato. "Luca, caro fratello, sono vicino a te e ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate". Sono le parole che papa Francesco ha scritto di suo pugno e inviato a Luca Casarini, già leader delle Tute bianche e dei Disobbedienti, oggi capomissione di Mediterranea, la piattaforma di realtà della società civile che, attraverso la nave "Mare Jonio", soccorre i migranti nel mar Mediterraneo.
Giovedì scorso lo stesso Casarini aveva scritto una lunga lettera al pontefice. "Era una lettera molto personale, volevo ringraziarlo perché la sua preghiera solitaria in mezzo a piazza San Pietro vuota ha smosso in me diverse riflessioni", spiega Casarini al manifesto. "In particolare quelle parole "nessuno si salva da solo", che è anche uno degli slogan di Mediterranea quando ci troviamo in mezzo al mare. Non immaginavo che mi rispondesse. Penso di essere stato un tramite, credo che volesse dare un segnale a Mediterranea e a tutti quelli che soccorrono i migranti in mare. Alcuni compagni e compagne storcono il naso perché c'è di mezzo la Chiesa. Ma io sono affascinato dalla figura rivoluzionaria, umanissima e trascendente, di Gesù. Mi pare che Bergoglio voglia ricordarci questo, e non sempre nella Chiesa è stato così".
Ieri è arrivata la breve risposta di Francesco: "Luca, caro fratello, grazie tante per la tua lettera. Grazie per la pietà umana che hai davanti a tanti dolori. Grazie per la tua testimonianza, che a me fa tanto bene. Sono vicino a te a ai tuoi compagni. Grazie per tutto quello che fate. Vorrei dirvi che sono a disposizione per dare una mano sempre. Contate su di me".
Non è la prima volta che il pontefice ha dei contatti con Mediterranea che, pur essendo un'organizzazione laica, è sostenuta anche da parrocchie e comunità di base. Nel luglio dello scorso anno, alla messa in Vaticano per ricordare il sesto anniversario del suo viaggio a Lampedusa - il primo viaggio di Francesco da poco eletto papa - c'era anche una delegazione dell'organizzazione umanitaria, con don Mattia Ferrari, il viceparroco di Nonantola (Mo) che ha partecipato ad alcune missioni della "Mare Ionio". E a dicembre, incontrando in Vaticano 33 profughi arrivati da Lesbo attraverso un corridoio umanitario e accolti dalla Santa sede in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio, Bergoglio ha fatto installare davanti al Palazzo apostolico una croce che "indossa" un giubbotto di salvataggio di un naufrago, recuperato in mare e donato al papa proprio da Mediterranea.
"Sono grato a Francesco perché ci sostiene - prosegue Casarini -. Ed è scomodo mettersi dalla parte dei migranti. Attraverso i migranti, che non sono persone che stanno ai margini ma alla frontiera, e sono sempre in procinto di essere respinti e riportati indietro, noi vediamo l'umano. Attraverso la loro storia, la loro sofferenza, i loro desideri e i loro sogni, noi vediamo la vera potenza dell'umano, che non è quella dei banchieri, ma di chi si mette in viaggio e affronta il deserto e il mare. Oggi, con la pandemia, ci troviamo in un territorio incerto, che apre tutte le possibilità, positive e negative: non è scontato quello che accadrà, non è scontata la risposta che diamo o l'idea che abbiamo del mondo che verrà". Se la "Mare Jonio" è ancorata a Licata in attesa di poter ripartire quando cesserà il lockdown, c'è un'altra nave, la "Alan Kurdi", della ong tedesca Sea-Eye, che vaga nel Mediterraneo con 149 naufraghi a bordo e punta verso la Sicilia, dove le è stato vietato l'attracco perché, a causa dell'epidemia di Covid-19, i porti italiani, per decreto del governo, non sono più "porti sicuri".
"Rimango sbigottito da tale decisione", dice il missionario comboniano Alex Zanotelli. "È criminale rifiutarsi di accogliere rifugiati che fuggono dalla Libia dove sono imprigionati in lager e torturati. Hanno diritto di essere accolti come rifugiati. Questo decreto è contro le leggi e le convenzioni internazionali. Siamo tornati alla politica di Salvini? È questa la nostra umanità? È possibile che il coronavirus non ci abbia insegnato che siamo sulla stessa barca?".
Intanto, dal Vaticano, arriva un'altra notizia. L'elemosiniere pontificio cardinale Konrad Krajewski, quello che riattaccò "abusivamente" l'energia elettrica allo Spin Time occupato di Roma, ha inviato un bonifico di ventimila euro a don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pt) che accoglie in chiesa oltre duecento giovani migranti africani, in passato pesantemente attaccato da Salvini e dai fascisti di Forza Nuova. Qualche settimana fa il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi (Fratelli d'Italia) aveva minacciato di "svuotare Vicofaro" per prevenire la diffusione del coronavirus a Pistoia. Quanti positivi ci sono fra i migranti di Vicofaro? Zero.
di Maurizio Pagliassotti
Il Manifesto, 12 aprile 2020
Migranti, braccianti "storici" e italiani neo disoccupati in competizione dopo il crack da Coronavirus. "La precarietà del lavoro stagionale esige un sistema di collocamento". "Dobbiamo cogliere l'opportunità per trovare soluzioni ad antichi problemi". C'è stato un momento in cui nel mondo dell'agricoltura il sistema è crollato sotto la spinta del panico: pochi giorni, quando la pandemia del Coronavirus imperversava. Ma facciamo un passo indietro, partiamo dal tempo in cui si prospettava la stagione più ricca di sempre.
Era febbraio, gli alberi in fiore celebravano l'inverno più mite della storia recente. Saluzzo, cittadina del cuneese posta al centro del più grande frutteto d'Italia, guardava con ansia il meteo, incredula di fronte a tanta manna. Intorno al Pas, il centro di accoglienza per i braccianti che non trovano ospitalità nelle cascine - la legislazione non prevede obblighi in tal senso per gli imprenditori - in quei giorni il Comune organizzava la terza stagione, gettando le fondamenta dei nuovi bagni più confortevoli. I sommersi dei decreti sicurezza nel 2019 si sono riversati nelle campagne del saluzzese per unirsi ai braccianti storici: è il popolo delle biciclette che vaga di cascina in cascina alle cinque del mattino e chiede "Capo, mi fai lavorare?".
In un recente convegno l'Osservatorio regionale Piemonte portava dati interessanti: nel 2018 i contratti registrati furono 12063, 18496 nel 2019, mentre i contratti degli africani sono cresciuti da 4697 a 6797. Dieci anni fa in migliaia dormivano per strada. La chiave di volta dell'emersione della legalità ruotava intorno alla caserma trasformata in dormitorio rifugio nella quale senza contratto, cioè l'unica cosa che interessa ai braccianti africani, non si entrava, e quindi o si rimaneva per strada a bivaccare - ma si veniva immediatamente presi dalle forze dell'ordine - oppure si premeva sull'imprenditore che ha bisogno di braccia e si otteneva il contratto. Il quale, ovviamente, non significava "legalità" tout court, perché zone d'ombra che prendono il nome di contributi e straordinari non retribuiti erano ben presenti. Intorno a quel rifugio posto ai margini della cittadina una feroce lotta politica non si è mai arrestata tra chi voleva chiuderlo, perché simbolo di "degrado", la Lega e la destra estrema, e chi voleva implementarlo e migliorarlo: il Comune di Saluzzo, i sindacati, la Caritas, Coldiretti, nonché gli enti finanziatori, prevalentemente fondazioni bancarie.
Di quel tempo e quegli scontri, dei nuovi bagni in muratura, degli sforzi e degli errori non rimane nulla, spazzato via dall'epidemia. E le divisioni di allora appaiono piccola cosa di fronte alle divisioni di domani. Impossibile per ovvie ragioni la riapertura del Pas, prevista per fine maggio. I flussi esterni, che coprono appena il 5% del fabbisogno nazionale oggi sono un enigma: cosa sarà di coloro che già stanno telefonando ai proprietari delle aziende per chiedere un contratto e aspettano la riapertura dei collegamenti per correre a recuperare il loro lavoro?
Sul cammino degli africani in bicicletta che chiedono il lavoro presto giungerà una "competizione" tra ultimi e penultimi; fuggiti polacchi e rumeni, in attesa di un decreto flussi che ne riporti migliaia in Italia - a Saluzzo, ma vale per tutta Italia - gli imprenditori agricoli ricevono centinaia di domande di lavoro al giorno da parte degli stagionali del turismo, italiani, che si pongono così sullo stesso percorso dei braccianti africani. "Lavoravo come cameriere stagionale, mi può prendere come bracciante della frutta?": questo il tenore dei messaggi.
Il sindaco di Saluzzo, Mauro Calderoni, prova a tracciare un percorso politico per salvare la situazione: "Questo è il momento per riconoscere la particolarità del lavoro stagionale la cui estrema precarietà non può prescindere da un sistema di collocamento nazionale obbligatorio. E poi affrontare il tema dell'ospitalità diffusa per queste forme contrattuali super-temporali e quindi fragili". La linea del Piave ha un valore unico dato dal contratto collettivo: 6,67 euro lordi all'ora. Sotto non si scende, ma sopra, e di quanto, si potrà salire? Un vasto mondo, non solo imprenditoriale, quando tutto sembrava perduto, tra la metà e la fine di marzo quindi, ipotizzava paghe fino a 15 euro all'ora pur di recuperare lavoratori disposti ad andare nei campi dai territori adiacenti. Voci in libertà che rientreranno di fronte all'ondata di nuovi italiani poveri in competizione con flussi interni ed esterni, nonché all'avanzare dei voucher in agricoltura?
Il terzo scenario, fanta-economico, lo racconta un imprenditore che chiede l'anonimato: "La grande distribuzione tedesca rischia di perdere il suo dominio perché il prezzo ora è fatto dal timore che i loro scaffali possano rimanere vuoti". Virginia Sabbatini, coordinatrice dell'équipe del presidio Saluzzo Migrante per la Caritas, analizza così la situazione: "Siamo pronti a supportare chiunque verrà a lavorare qui. Ma questa situazione ci porta l'opportunità di trovare una soluzione a problemi ancora irrisolti sulla tutela delle situazioni più fragili. Una maggiore accoglienza in cascina, idea che apprezziamo per lo spirito, da sola non è la soluzione a tutte le problematiche che oggi comporta il lavoro agricolo stagionale. La difficoltà del reperimento di spazi adeguati e di garantire dispositivi di sicurezza sono difficoltà oggettive. Auspichiamo una stretta osservanza dei contratti di lavoro, che non si interrompa del tutto l'accoglienza diffusa sul territorio coordinata da enti pubblici e sociali, nonché la centralizzazione tra domanda e offerta di lavoro gestita tramite i Centri per l'Impiego".
Michele Ponso è il presidente della omonima Cooperativa: "Dovremo alloggiare in azienda i lavoratori, correndo rischi: un solo contagio porterebbe alla sospensione della produzione. Ci dovrà essere una soluzione territoriale diffusa su tutti i comuni della zona. Ed è necessario un aumento delle retribuzioni attraverso la defiscalizzazione, proprio per premiare chiunque verrà a lavorare nei campi. Come imprenditori ci troviamo davanti a dilemmi pesanti, su chi scegliere: in questi giorni sto ricevendo telefonate da italiani che hanno perso il lavoro, e di africani che da me hanno lavorato per anni, tornati a casa o trasferitisi per altre raccolte. Storie di uomini, qualunque colore della pelle abbiano, dietro cui ci sono famiglie, figli, vecchi".
di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 12 aprile 2020
Si è conclusa con una tragedia la rivolta scoppiata giovedì sera in un penitenziario della Siberia, forse scatenata dalle violenze di un ufficiale su un carcerato. Dopo gli scontri tra guardie e detenuti, un terribile incendio ha devastato alcuni edifici della colonia penale numero 15 di Angarsk, a circa quattromila chilometri da Mosca, e le autorità russe hanno inviato le forze speciali per riprenderne il controllo.
Ieri, sedati i disordini e domato l'incendio, nel territorio del carcere è stato scoperto il corpo senza vita di un detenuto. "È stata una morte violenta", ha spiegato il commissario per i diritti umani Viktor Ignatenko. Non è chiaro se ci siano o meno altre vittime e quanti siano i feriti. "I carcerati dicono che ci sono dei cadaveri", ha affermato l'attivista per la difesa dei diritti umani Pavel Glushenko in un video. Secondo il servizio penitenziario russo, "uno dei carcerati non ha obbedito agli ordini delle guardie e ha cominciato a imprecare. Contemporaneamente, altri detenuti si sono inflitti delle ferite".
I carcerati avrebbero rotto le telecamere di sorveglianza delle loro celle e si sarebbero tagliati le vene con le schegge di vetro, poi avrebbero aggredito un funzionario di polizia penitenziaria, finito in ospedale. Una fonte interpellata dall'agenzia giornalistica russa Interfax sostiene che alcuni detenuti hanno inscenato dei tentativi di suicidio e quando sono stati soccorsi hanno assalito gli agenti dando inizio alla rivolta.
I difensori dei diritti umani sottolineano però un aspetto ignorato dalle autorità e danno una versione diversa dell'accaduto: a scatenare la rabbia dei detenuti sarebbero state le percosse inflitte a uno di loro da un funzionario di polizia. L'attivista Pavel Glushenko racconta alla testata online Meduza che, dopo essere stato picchiato, l'uomo si è tagliato le vene per protesta e ha registrato un video in cui chiedeva di mettere fine ai soprusi delle guardie.
Gli agenti avrebbero però reagito picchiandolo una seconda volta. A quel punto altri 17 carcerati si sarebbero tagliati le vene e avrebbero sfruttato la confusione per uscire dalle celle e far scoppiare la sommossa. Sarebbero stati loro a incendiare poi le aree di lavoro del penitenziario. Nelle carceri russe si registrano spesso abusi e torture contro i detenuti. Due anni fa provocò un'ondata di indignazione un video in cui un gruppo di guardie in uniforme picchiavano un carcerato ammanettato a un tavolo.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 12 aprile 2020
Almeno 36 detenuti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza all'interno delle carceri iraniane. Lo ha denunciato, ieri, Amnesty International. Migliaia di prigionieri, infatti, avevano organizzato proteste in almeno otto carceri del paese per il timore che potessero contrarre il virus Covid-19. Secondo fonti giudicate credibili dall'Ong, il 30 e il 31 marzo le forze di sicurezza hanno reagito usando gas lacrimogeni e proiettili veri, uccidendo in questo modo 35 detenuti e ferendone altre centinaia.
In una prigione, un altro detenuto sarebbe morto dopo essere stato picchiato. "Invece di occuparsi delle legittime richieste dei detenuti di essere protetti dalla pandemia, le autorità iraniane hanno ancora una volta ucciso persone per ridurre al silenzio le loro proteste. Ora più che mai è necessaria un'indagine indipendente per portare di fronte alla giustizia i responsabili", ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord. Amnesty International chiede da tempo alle autorità iraniane a mettere immediatamente in libertà e senza condizioni tutti i prigionieri detenuti solo per aver esercitato pacificamente i loro diritti. "Nonostante alcuni iniziali rilasci, centinaia di prigionieri di coscienza restano ancora in prigione. Le autorità di Teheran dovrebbero prendere in considerazione anche il rilascio dei prigionieri in attesa di giudizio e di quelli che, a causa delle loro condizioni di salute, potrebbero essere più esposti al rischio di contagio", afferma l'organizzazione.
Il caso Djalali - Resta in Iran, condannato a morte, anche Ahmadreza Djalali, il ricercatore universitario esperto di Medicina dei disastri, collaboratore dell'Università del Piemonte Orientale., che è stato condannato in via definitiva a morte da un tribunale iraniano con l'accusa di "spionaggio". Djalali è stato arrestato dai servizi segreti mentre si trovava in Iran per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz. Si è visto ricusare per due volte un avvocato di sua scelta. Le autorità iraniane hanno fatto forti pressioni su Djalali affinché firmasse una dichiarazione in cui "confessava" di essere una spia per conto di un "governo ostile". Quando ha rifiutato, è stato minacciato di essere accusato di reati più gravi.
L'origine e la repressione delle proteste - Amnesty ricorda che nelle scorse settimane molti detenuti e i loro familiari hanno denunciato che le autorità iraniane non stavano prendendo misure sufficienti per proteggere la popolazione carceraria dalla pandemia da Covid-19. Organi di stampa indipendenti e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato diversi casi di positività al tampone. Di conseguenza, molti prigionieri hanno iniziato scioperi della fame per chiedere rilasci, tamponi, fornitura di prodotti per la sanificazione degli ambienti e la messa in isolamento dei detenuti con sospetto contagio.
"Il 30 e il 31 marzo le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i detenuti che protestavano nelle prigioni di Sepidar e Sheiban, situate nella città di Ahvaz, provincia del Khuzestan. Il capo della polizia della provincia ha ammesso che le Guardie rivoluzionarie e i paramilitari basiji hanno represso le proteste subito dopo che i detenuti avevano dato alle fiamme dei contenitori per la spazzatura. In numerosi video girati dentro e fuori dalle due prigioni si vede il fumo uscire dagli edifici e si sentono urla e colpi d'arma da fuoco.
Secondo familiari dei detenuti, giornalisti ed attivisti per i diritti umani della comunità degli arabi ahvazi, l'uso dei gas lacrimogeni e dei proiettili veri nella prigione di Sepidar ha causato almeno 15 morti". "Nella prigione di Sheiban, dove i detenuti uccisi sarebbero una ventina, quelli che avevano preso parte alla protesta sono stati denudati e picchiati nel cortile interno. Alcuni prigionieri, tra cui l'attivista per i diritti della minoranza ahvazi Mohammad Ali Amouri, sono stati trasferiti dal carcere di Sheiban verso destinazioni sconosciute" ha spiegato l'Ong.
Amnesty International teme che possano essere sottoposti a torture - "Un altro prigioniero morto in circostanze da chiarire si chiamava Danial Zeinolabedini. Condannato alla pena capitale per un reato commesso da minorenne, era nel braccio della morte del carcere di Mahabad, nella provincia dell'Azerbaigian occidentale. Dopo aver preso parte alle proteste, il 30 marzo è stato trasferito nel carcere di Mianboad, nella stessa provincia.
Il giorno dopo ha telefonato disperato ai suoi familiari, denunciando di essere stato sottoposto a un pestaggio e chiedendo aiuto. Il 3 aprile le autorità hanno avvertito i suoi familiari che il detenuto si era suicidato e hanno ordinato di andare a ritirare la sua salma" ha dichiarato Amnesty. Dopo aver visionato una fotografia del corpo, pieno di ematomi e ferite da coltello, Amnesty International ha concluso che si trattasse di segni compatibili con un caso di tortura.










