Il Foglio, 13 aprile 2020
C'è un posto più di altri in cui le prescrizioni a rispettare le distanze interpersonali, adottate per arginare la diffusione del coronavirus, hanno una scarsa aderenza alla realtà dei fatti: le carceri, in particolare quelle italiane. Soltanto la scorsa settimana il Consiglio d'Europa ha pubblicato un rapporto sul loro stato di salute, allargando lo sguardo al contesto europeo. Un po' di dati comparativi nei numeri di Luca Roberto.
di Pietro Napolitano
081news.it, 13 aprile 2020
La situazione delle carceri italiane non è mai stata facile, caratterizzata com'è da alti numeri di sovraffollamento. Il 9 aprile scorso la popolazione carceraria italiana ammontava a 56.102 persone e il 29 febbraio, prima del lockdown italiano per l'emergenza coronavirus, si contavano 61.230 persone nelle carceri italiane (numeri del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria).
primapaginanews.it, 13 aprile 2020
La delibera inviata al Governo: "Subito misure per arginare sovraffollamento". Il Consiglio nazionale forense ha inviato all'attenzione del governo una delibera approvata dal plenum sull'emergenza carceri e il "preoccupante aumento di positivi al virus Covid-19", per chiedere l'"immediata adozione di tutti i provvedimenti normativi necessari a ridurre il sovraffollamento delle carceri e rendere effettiva la tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantito, dei detenuti e di tutti coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari".
"Negli istituti penitenziari - si legge nella delibera approvata dal Cnf - le misure adottate dal governo, tra le quali la concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare, sono del tutto inidonee".
La delibera del Cnf, inviata al premier Giuseppe Conte, al Guardasigilli Alfonso Bonafede, al capo del Dap Francesco Basentini e al Garante nazionale dei detenuti Palma, rileva che il coronavirus ha "già provocato la morte di un detenuto, mentre aumentano ogni giorno i casi accertati di positività di detenuti e agenti di polizia penitenziaria", e evidenzia che "l'emergenza sanitaria in atto per la pandemia da Covid-19 impone soluzioni non più procrastinabili per ridurre la cronica situazione di grave sovraffollamento delle nostre carceri".
L'istituzione forense sottolinea inoltre, nella documentazione indirizzata al governo, che l'Italia in passato "è stata condannata già due volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo", e che l'attuale situazione di sovraffollamento nelle carceri italiane "non rende possibile il rispetto delle misure prescritte dalle autorità sanitarie finalizzate a contenere la diffusione della pandemia ed attuare il distanziamento sociale".
primapaginanews.it, 13 aprile 2020
La delibera inviata al Governo: "Subito misure per arginare sovraffollamento". Il Consiglio nazionale forense ha inviato all'attenzione del governo una delibera approvata dal plenum sull'emergenza carceri e il "preoccupante aumento di positivi al virus Covid-19", per chiedere l'"immediata adozione di tutti i provvedimenti normativi necessari a ridurre il sovraffollamento delle carceri e rendere effettiva la tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantito, dei detenuti e di tutti coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari".
di Roberto Galullo
ilsole24ore.com, 13 aprile 2020
Esattamente dieci anni fa il Parlamento approvò la legge 199: "Disposizioni relative all'esecuzione penale presso il domicilio delle pene detentive non superiori a 18 mesi". Dopo la prima condanna della Corte europea per il sovraffollamento era stato dichiarato lo stato di emergenza penitenziario.
di Roberto Galullo
ilsole24ore.com, 13 aprile 2020
Il mondo non può permettersi due pandemie. Quella da Covid-19 e quella della strapotenza sociale ed economica mafiosa. Per questo, più che all'oggi, il mondo deve concentrarsi sul "post" coronavirus, quando, stremato, dovrà fare i conti con mafie pandemiche che rischiano di diventare ancora più forti, cartelli messicani e 'ndrangheta in testa.
Da questo punto di partenza, ruotano le riflessioni di Nicola Gratteri, 62 anni, a capo della Procura di Catanzaro, dalla quale prosegue una lotta che lo vede da sempre nel mirino delle cosche calabresi cementate, in quella cupola invisibile che lo stesso magistrato denuncia, con entità diverse ma sempre più agguerrite.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 13 aprile 2020
"Non deve vincere la narrazione della paura e della diffidenza". Le parole del cardinale Bassetti, presidente della Cei, suggeriscono compostezza e misura nei giorni bui della sofferenza e del dolore. In ogni settore della vita pubblica del Paese quanti prendono la parola avrebbero il dovere della prudenza e della verità. Non accade. Non accade sempre.
Questo non vuol dire che ci si debba o ci si possa rassegnare al velo dell'enfasi, al mantra della paura o alla mistica dell'esaltazione. Anche nel variegato e pittoresco pianeta dell'antimafia non mancano in questi giorni i dispensatori di analisi inquietanti e di scenari apocalittici. Qui e là i dioscuri dell'antimafia - quelli delle pagine patinate e dei convegni, sia chiaro, non i tanti seri e composti che operano in silenzio - non perdono occasione per alimentare nella popolazione e nelle fragili istituzioni del Paese il terrore di programmi scellerati con le cosche pronte a elargire denaro ai bisognosi e fare shopping di tutte le imprese in crisi.
La scenografia mediatica si arricchisce di supposizioni, predizioni, calcoli che nessuno ha mai controllato e che nessuno, invero, ha mai avuto voglia di controllare e confutare. Perché l'industria della paura ha i suoi vati, ma ha anche a disposizione chi vende la merce senza tanto stare a sottilizzare sulla bontà dell'articolo, e contrastarla può essere, come dire, sconsigliabile. Nella vastità delle supposizioni proviamo a mettere in fila almeno alcuni dati.
La produzione mondiale della cocaina secondo il rapporto dell'Agenzia Onu di Vienna (Unodoc 2019) è di circa 2.000 tonnellate l'anno. Il prezzo all'ingrosso di questo stupefacente varia tra i 1.200 e i 1.500 dollari al chilo. Complessivamente la cocaina prodotta nel mondo vale all'ingrosso 3 miliardi di dollari all'anno che finiscono direttamente nelle tasche dei narcos colombiani, peruviani e boliviani che la producono.
Poi ci sono i broker americani, messicani, olandesi, spagnoli e italiani che acquistano la roba e la rivendono in blocchi. I boss della 'ndrangheta, insieme a quelli campani, hanno un ruolo importante in quest'attività di brokeraggio, qualche tonnellata di cocaina passa sicuramente tra le loro mani con destinazione verso le reti dello spaccio in gran parte in mano a extracomunitari. La spesa per il consumo di tutte le sostanze psicoattive illegali in Italia è stimata in 15,3 miliardi di euro (fonte: Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per le politiche antidroga, relazione 2019). Per tutte le droghe si intende ovviamente tutte nessuna esclusa e, infatti, in questa imponente massa di denaro, "poco più del 42% è attribuibile alla spesa per il consumo di cocaina" (stessa fonte). Il che equivale a 6,5 miliardi circa ogni anno.
Naturalmente l'importo si riferisce a quanto finisce nelle mani di migliaia e migliaia di pusher in tutte le città e i borghi d'Italia. I broker calabresi, siciliani, campani intascano una buona frazione di questa, pur imponente, massa di denaro che si gonfia per il taglio a valle della roba venduta a monte quasi pura dai boss. A spanne, ma con una sufficiente precisione, questo è lo scenario. Noioso mettersi a far di conto, ma l'alternativa sono le chiacchiere in libertà. Ora chi afferma che la sola 'ndrangheta realizzi incassi per 30 miliardi di euro l'anno si prende una bella responsabilità che è quella di dare del bugiardo alle Agenzie internazionali e nazionali più accreditate e meglio informate al mondo o di bisticciare con la matematica.
Un vecchio e indimenticato cronista giudiziario a chi gli chiedeva conto di qualche articolo in cui si narrava di spettacolari progetti della ndrangheta senza che vi fossero evidenze investigative, rispondeva sornione "finché le cosche non avranno messo in piedi un ufficio stampa per smentire...". Certo se non smentiscono loro perché mai imporsi l'ingrato compito di mettere in discussione le tanto condivise esagerazioni che circolano da anni. Perché, come recita l'Ecclesiaste, c'è "un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci" (3, 5) anche quelli avvolgenti e protettivi dell'agora antimafiosa che da anni mantiene un rigoroso silenzio su questa contabilità almeno sospetta.
Questo, come sappiamo purtroppo, non è il tempo degli abbracci e non è il tempo per gettare sassi nella palude della paura. Ingigantire numeri e cifre nella certezza di non essere smentiti, prefigurare apocalittiche scalate sociali ed economiche non rende alcun servizio al Paese. Sarebbe un dovere imprescindibile tentare un'altra narrazione e cercare - per come si può - di dar tregua alle ansie e alle paure della gente almeno su questo versante, almeno oggi. Non ci si deve troppo meravigliare, poi, che una pur marginale stampa tedesca a caccia di pretesti per affossare la Nazione evochi lo spettro dei denari europei nelle tasche dei mafiosi.
Dopo la strage di Duisburg (13 anni or sono) sono state dozzine le delegazioni di inquirenti italiani che sono stati invitate in Germania per dare ausilio e chiarimenti sulla mafia. A fronte di chi ha usato temperanza e controllo v'è stato chi ha tracciato innanzi alla pubblica opinione e alle autorità tedesche orizzonti catastrofici, sia chiaro praticamente senza dare mai dati o notizie precise o elementi concreti su cui indagare. Con il risultato che i tedeschi, non avendo mai trovato in Germania nulla di cui gli italiani narravano in termini così apocalittici, hanno abbassato ancor più la guardia e messo da parte la strage come una questione tra calabresi in trasferta. Lasciando, tuttavia, i grumi di pregiudizio che oggi ci vengono brutalmente rinfacciati.
Sarebbe giusto dire che molte organizzazioni mafiose sono state letteralmente sbriciolate dallo Stato, che non esistono più (con una sola eccezione) latitanti che meritino davvero l'impiego massiccio di uomini e risorse per la loro pur sacrosanta cattura, che le condanne ogni anno di colletti bianchi per collusioni mafiose stanno tutte nelle dita di una mano, che la prestigiosa Agenzia nazionale per le confische ha un pubblico elenco in cui si può facilmente verificare quali siano i beni e quali le aziende sottratti ai clan. Nulla che rimandi a decine e decine di miliardi di euro ogni anno, nulla che evochi la scalata di società e imprese di primario rilievo, una scalata per giunta mai accertata in decenni di indagini. Certo, nelle marginali ed emarginate banlieue di Napoli e di Palermo i clan incassano, dispensando quattro spiccioli, una credibilità e un consenso che lo Stato non ha mai saputo conquistare o anche solo contendere. Ma di qui a dire che i boss siano pronti a espugnare la fortezza finanziaria ed economica di una nazione come l'Italia ne corre.
I clan hanno oggi la necessità di rimpinguare di denaro le loro attività di riciclaggio, esauste come tutte le altre nel nostro Paese malato. Per farlo dovranno mobilitare risorse illecite e immettere liquidità nascosta nelle proprie aziende. Ecco, invece che terrorizzare la pubblica opinione con stentorei interventi e ancor più sterili allarmi, chi ha il dovere del contrasto alle mafie pensi ad adempierlo. Rafforzando l'asfittica e burocratica filiera dell'antiriciclaggio, addestrando agenti sotto copertura pronti a infiltrarsi, guadagnando la collaborazione delle imprese ora che lo Stato si rende garante per loro con centinaia di miliardi di euro e deve pretenderne la lealtà. Nulla di troppo complicato. Adempiere il proprio silenzioso dovere, come fanno in tanti in queste settimane.
di Michela Nicolussi Moro
Corriere Veneto, 13 aprile 2020
L'ospedale di Verona a capo di un trial Oms sull'efficacia delle terapie. Allarme nelle prigioni: "Reclusi e agenti infetti". Ormai la testa della gente è alle riaperture e al ritorno alla normalità, complice il continuo declino della curva del contagio da coronavirus Covid-19. Anche ieri si sono registrati 20 ricoveri in meno nelle Malattie infettive e nelle Pneumologie e nessuno nelle Terapie intensive, scese a 251 pazienti. Salgono invece a 13.891 i casi confermati, con un +432, così come continuano ad aumentare le vittime, benché anche questa voce abbia subìto un rallentamento: sono 852, 28 in più rispetto a venerdì, contro i 34-37 dei giorni scorsi. Ma i morti nelle residenze per anziani sono già 97.
"E infatti non dobbiamo abbassare la guardia, i cittadini sanno che l'indicatore è quello dei decessi - avverte il governatore Luca Zaia - e se le misure di contenimento del contagio non vengono rispettate, salirà sempre di più. Se qualcuno pensa che riapertura voglia dire fare baldoria, sbaglia". Intanto negli ospedali continua il lavoro febbrile per curare i malati più gravi, anche sperimentando nuove terapie. L'ultima novità è lo studio "Solidarity", promosso dall'Oms e autorizzato dall'Agenzia italiana del farmaco in Azienda ospedaliero-universitaria di Verona.
Il reparto di Malattie infettive diretto dalla professoressa Evelina Tacconelli è stato scelto come centro coordinatore per l'Italia, che vede coinvolti 32 centri clinici.
Il trial, internazionale, coinvolgerà migliaia di pazienti e consiste nella valutazione delle diverse strategie terapeutiche adottate, tra cui gli antivirali (Remdesivir e Lopinavir/Ritonavir), clorochina e idrossiclorochina. Sarà possibile modificare il protocollo in relazione alle evidenze via via disponibili: una commissione di esperti indipendenti valuterà, a intervalli prestabiliti, i risultati intermedi, stabilendo se siano emersi indicatori tali da decidere se continuare a utilizzare o meno un determinato trattamento.
Non solo. Uno studio epidemiologico, il primo realizzato in una grande città sulla prevalenza nella popolazione di asintomatici, partirà nei prossimi giorni a cura dell'Ircss "Sacro Cuore" di Negrar, in collaborazione con il Comune di Verona, l'Usl e l'Azienda ospedaliera del capoluogo. "Su 2500 veronesi - spiega il dottor Carlo Pomari, responsabile della Pneumologia del "Sacro Cuore" - saremo in grado di identificare con un margine di errore dell'1,5% la percentuale di soggetti potenzialmente contagiosi.
In più conosceremo la percentuale di residenti che, avendo già sviluppato gli anticorpi del Covid-19, in autunno correranno un rischio molto basso di riammalarsi. E individueremo la fetta di popolazione mai venuta a contatto con il virus, così saremo in grado di prepararci al meglio a una possibile recrudescenza dell'infezione e, per quanto possibile, di prevenirla". I soggetti da esaminare, a partire dai 10 anni di età, saranno estratti con criterio casuale dall'elenco dell'anagrafe, invitati con una lettera del sindaco e sottoposti al tampone e al prelievo di sangue per la ricerca degli anticorpi.
A proposito di tamponi, a breve verranno effettuati nelle carceri, nuovi potenziali focolai. Sono già stati contagiati 27 agenti della polizia penitenziaria e 17 detenuti a Verona, più 23 poliziotti al lavoro negli altri istituti di pena del Veneto. Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale Cgil Penitenziari, ha scritto una lettera a Zaia per chiedere "lo screening tramite tampone di operatori e detenuti, con l'obiettivo di identificare gli asintomatici, veicolo di infezione, e garantire a loro, alle famiglie e alla comunità interna una maggior sicurezza".
"C'è un clima di paura - scrive Pegoraro - detenuti, agenti, educatori, amministrativi contabili e direttori degli istituti di pena temono il contagio, anche a causa del sovraffollamento delle celle". "È uno dei temi che stiamo affrontando - ammette il governatore - una volta conclusi i tamponi a operatori sanitari, ospiti e dipendenti delle case di riposo, partiamo nelle carceri. Se ancora non ci siamo riusciti, è per la mancanza sul mercato dei reagenti". Sul fronte delle donazioni, infine, ieri Damiano, un bambino di 11 anni di Villa del Conte che alleva galline, ha regalato 25 uova. E tre pagine di istruzioni su come fecondarle.
di Ilaria Venturi
La Repubblica, 13 aprile 2020
L'ora d'aria ora i detenuti del carcere della Dozza la fanno con la mascherina. Dopo la rivolta del 9 e 10 marzo scorso e i contagi dei sanitari dell'infermeria e di alcune guardie penitenziarie, e dopo la morte di uno dei reclusi, il clima sembra essersi molto rasserenato.
Il merito è del minore sovraffollamento e dei presidi sanitari messi a disposizione sia del personale che dei carcerati. Da 72 ore la direzione della Dozza ha nuovamente concesso la possibilità di uscire per l'ora d'aria sia alla mattina che al pomeriggio. E questo anche grazie all'arrivo delle mascherine che aumentano la sicurezza e riducono il rischio contagi.
Un ruolo determinante lo ha giocato anche il calo dei detenuti passati da una media di 900 a meno di 700 (l'istituto è dimensionato per 500 ospiti). Dopo la rivolta i trasferimenti in altre strutture sono stati quasi 100. A questi vanno aggiunte le concessioni di arresti domiciliari decise dal Tribunale della libertà in applicazione ai decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
borgotrentoverona.org, 13 aprile 2020
Margherita Forestan da anni si occupa dei diritti dei carcerati e difende l'operato di Maria Grazia Bregoli. Sospesi i colloqui in accordo con i familiari. Aumentate le telefonate e distribuite le mascherine.
"I tamponi sono ancora in corso non so se questo numero sia destinato a salire. Io parlo soltanto per i detenuti perché di quelli mi occupo". Così Margherita Forestan, la garante per i diritti dei detenuti, commenta la notizia delle positività in carcere. E aggiunge: "Da giorni non entro nella struttura quindi ho notizie indirette.
Ma ogni sera verso le 23 sento la direttrice Maria Grazia Bregoli, che sta veramente facendo tutto il possibile, sia per il personale che per i detenuti. So di certo che la prima persona contagiata era un detenuto nella sezione isolati (quelli cioè che hanno commesso violenza sulle donne o sui bambini) e che gli altri contagiati erano della stessa sezione.
Adesso le persone con tampone negativo sono state divise dai detenuti positivi, cercando di sistemarli in altre aree del carcere cosa peraltro non semplice perché gli stessi detenuti mal sopportano la convivenza con chi si è macchiato di reati contro donne e bambini. La situazione in carcere direi che è stata gestita nel miglior modo possibile", aggiunge Forestan, che ha passato la vita ad occuparsi di detenuti.
"La direttrice Bregoli fa da mediatrice, ascolta tutti e parla con tutti recandosi spesso nelle sezioni. È chiaro che la situazione in generale è pesante perché tutti i lavori sono stati sospesi, comprese le lezioni e i laboratori. Vanno avanti quelle che dipendono direttamente dall'amministrazione, come le pulizie piuttosto che il confezionamento dei pasti e la loro somministrazione. L'unico lavoro esterno che ancora viene fatto è quello dell'impacchettamento di prodotti agricoli perché tutto il resto come per esempio l'assemblaggio, visto che veniva effettuato con prodotti che arrivano dalla Cina è stato sospeso".
Segnali di attenzione nei confronti dei detenuti sono arrivati da Cariverona che ha donato degli I-phone per le video chiamate e da Bauli che ha donato colombe, e per tutti ci sono le mascherine.
"Fin dall'inizio dell'epidemia erano state sospese anche le visite dei familiari e questo grazie proprio alla grande mediazione della Bregoli non ha provocato le rivolte che sono state fatte in altre carceri perché immediatamente sono state aumentate le telefonate è stata data la possibilità di collegarsi via Skype e i familiari che sono sempre stati tenuti in altissima considerazione dalla direttrice hanno concordato che questo era il modo migliore per tutelare le persone che erano all'interno.
Noi stiamo lavorando molto con il magistrato di sorveglianza perché è chiaro che in una situazione come questa, la pena alternativa darebbe respiro sia ai detenuti che alla struttura stessa. A volte però, proprio per il tipo di reato commesso, non si può far tornare il detenuto nella propria abitazione. Servirebbero strutture destinate ai detenuti positivi o in quarantena". Come è stato fatto in Piemonte, Liguria e Lombardia.
E sul piano sanitario Forestan conclude: "Per quanto riguarda i medici c'è un virologo in pensione disponibile ad andare a lavorare come volontario in carcere nel caso ci fosse la necessità di somministrare farmaci come questi che si stanno sperimentando per la cura. Va detto che le persone trovate positive al tampone sono tutte asintomatiche.
Quindi per ora la situazione è assolutamente sotto controllo. È chiaro che se ci fosse un luogo dove portare le persone infettate per farle stare in quarantena sarebbe la soluzione ideale. La direttrice più volte ha chiesto in questo senso lumi alla sua amministrazione". Purtroppo nessuno a livello governativo aveva messo in conto i contagi in carcere e nessuno ha previsto un piano di emergenza per questi possibili contagiati. Ora è tardi.
- Brescia. Lettera dal carcere: "Noi, in cella, non siamo cittadini di serie B"
- Tolmezzo (Ud). Il sindaco infuriato per i contagi nel carcere "importati" da Bologna
- Foggia. Coronavirus, agente penitenziario positivo: il commento dell'avv. Sodrio
- Benevento. Disumano sovraffollamento delle carceri e concreto rischio di una sciagura
- Torino. Coronavirus, il pg: "No all'immunità, altrimenti salviamo anche i cattivi"










