di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 14 aprile 2020
L'allarme per detenuti trasferiti senza alcun controllo. I positivi arrivano dalla Dozza di Bologna. Nelle carceri crescono i contagi ma i numeri sono incerti perché mancano le informazioni e i tamponi. Tra i detenuti continua a diffondersi il contagio: la comunità carceraria conta nel suo insieme trecento positivi. Se il bollettino generale registra nelle ultime 24 ore altri 566 decessi, per un totale di 20.465 deceduti, i dati che riguardano la diffusione del virus in carcere arrivano con il contagocce.
Il fatto che non si sottopongano ancora i detenuti al promesso screening massivo impedisce di conoscere le dimensioni del fenomeno. Dove le Asl si sono impegnate a moltiplicare i tamponi, ecco emergere i casi. In Veneto di test se ne fanno, e nel solo carcere di Montorio Veronese ieri si è preso atto di 25 detenuti e 17 agenti della polizia penitenziaria positivi al Covid-19.
"Come nelle Rsa, anche nelle carceri venete la situazione è drammatica. Va garantita la salute di tutti. Subito, chi può deve avere il beneficio dei domiciliari; nel medio periodo va ripensato il sistema, edificando strutture nuove che garantiscano la dignità e i diritti di tutti, dice al Riformista l'eurodeputata Alessandra Moretti, Pd, vicentina.
"Vorrei sentire per una volta Bonafede rispondere del diritto alla salute dei detenuti, e vorrei sentire la voce di Zaia sul caso di Montorio Veronese, aggiunge. Dall'Europa si guarda all'Italia con preoccupazione, oggi il governo dovrà rispondere alla Corte europea di Strasburgo di come sta gestendo l'emergenza Covid-19 in carcere. Anche in Friuli-Venezia Giulia il virus arriva in cella, portato - sembra - dal carcere bolognese della Dozza.
Ci sono cinque detenuti in regime di massima sicurezza positivi. "È un tema che abbiamo sempre denunciato: non si può pensare che i detenuti siano chiusi in gruppo dentro a uno stanzone, dice da Udine Serena Pellegrino, Sinistra Italiana, ex parlamentare. "Questa emergenza sanitaria impatta su una emergenza già preesistente, mai sanata. Bisogna costruire nuovi centri di detenzione, pensati non solo per la reclusione ma ai fi ni riabilitativi come prevede la Costituzione all'articolo 27.
E lancia un'idea: "A Tolmezzo è stata inaugurata una struttura da dieci milioni di euro, doveva essere il nuovo Tribunale ma è rimasta inutilizzata, vittima dei tagli lineari del governo Monti. Si potrebbe ristrutturare per dedicarla all'accoglienza dei detenuti, appunto a fine rieducativo. La questione è che i braccialetti "rimangono una chimera", come dice al Riformista il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Lazio e l'Umbria, Stefano Anastasia.
"Il decreto Cura Italia prevede l'affidamento ai domiciliari, con il braccialetto elettronico di sorveglianza, che però non è mai arrivato. Allora mi chiedo: quando hanno fatto il decreto, lo sapevano che i braccialetti non erano in fornitura?
Gli risponde il Commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri. In una nota ieri sera ha fatto sapere di aver affidato la fornitura di ulteriori braccialetti elettronici e il relativo servizio di sorveglianza a distanza a Fastweb, la stessa società con cui il Ministero dell'Interno ha già siglato un contratto per la fornitura degli stessi dispositivi, con l'obiettivo di accelerare le misure messe in campo per il contrasto all'emergenza coronavirus e di poter contare sulla possibilità di installare 4.700 braccialetti entro la fine di maggio.
I dispositivi sarebbero destinati soprattutto alla detenzione domiciliare di quanti devono scontare una pena residua tra i 7 e 18 mesi. Fastweb provvederà alla fornitura e alla manutenzione dei braccialetti elettronici aggiuntivi rispetto a quelli già previsti e ai servizi di connettività tra questi e un "Centro Elettronico di Monitoraggio", istituito ad hoc per la sorveglianza dei dispositivi installati e l'interazione con le Forze di polizia, per comunicare in tempo reale le situazioni di allarme. Intanto il mondo associativo e del volontariato carcerario non sta a guardare. Nessuno tocchi Caino- Spes contra spem ha lanciato una class action procedimentale per il rispetto delle misure igienico sanitarie nel carcere di Bari ed auspica che analoghe azioni siano intraprese per le carceri di altre città.
di Andrea Magagnoli
Il Sole 24 Ore, 14 aprile 2020
Se il distacco temporale tra la redazione delle scritture contabili e la dichiarazione di fallimento è molto elevato non sempre è configurabile il reato di bancarotta fraudolenta documentale. Lo afferma la corte di cassazione con la sentenza n.8429/2020 depositata il giorno 2/3/2020.
Il caso di specie trae origine dalla condanna di un imputato da parte della corte di appello dell'Aquila per il reato di bancarotta fraudolenta documentale. Il procedimento penale era partito dal mancato reperimento delle scritture contabili relative ad una persona giuridica soggetta a procedura concorsuale conseguente alla dichiarazione di fallimento della stessa.
Il processo si concludeva come abbiamo visto con la condanna del fallito al quale era stata imputata la mancanza della documentazione contabile e la conseguente responsabilità di carattere penale per il reato di bancarotta fraudolenta documentale.
Il processo, proseguiva il proprio corso in sede di cassazione. La tesi del difensore - In tale fase di giudizio veniva dedotto in apposito motivo di ricorso l'evidente mancanza di responsabilità conseguente al difetto dei presupposti previsti dalla normativa per l'applicazione del reato di bancarotta fraudolenta. Osservava sul punto il legale dell'imputato come tra la redazione delle scritture contabili delle quali era stata accertata la sparizione e la dichiarazione di fallimento, sussistente un notevole lasso temporale che portava a ritenere che la mancanza della documentazione dalla quale aveva avuto origine il procedimento penale avrebbe dovuto essere ascritta a cause indipendenti dalla condotta dell'imputato, al quale pertanto nessuna responsabilità poteva essere ascritta. La tesi difensiva veniva ulteriormente rafforzata sulla base di una considerazione inerente la struttura della norma, diretta a sanzionare nell' ordinamento il reato di bancarotta fraudolenta documentale.
Tale illecito osserva il legale del ricorrente è configurabile nel solo caso in cui divenga impossibile il reperimento della documentazione contabile della persona giuridica oggetto di fallimento, fatto da imputarsi ad una condotta volontaria del reo.
Tuttavia l'illecito per potersi ritenere configurabile necessita altresì di un altro elemento di carattere questa volta psicologico.
Infatti il mancato reperimento delle scritture contabili, che come abbiamo visto costituisce l'elemento materiale del reato, deve conseguire ad una condotta volontaria della persona fisica che agisce al fine di arrecare danno ai creditori sociali privandoli dei mezzi per la ricostruzione del movimento di affari dell'impresa, divenuto impossibile a seguito della sottrazione della documentazione contabile.
Concludeva pertanto il legale del ricorrente nei suoi atti difensivi, come l' esame della situazione di fatto portasse ad escludere in maniera inequivocabile una tale condotta a carico dell' imputato, dovendosi al contrario ascrivere il mancato reperimento della documentazione contabile al notevole lasso temporale decorso tra la redazione delle scritture contabili e la dichiarazione di fallimento che portava a ritenere possibile l' esistenza di altra causa non ascrivibile in questo caso all' imputato ed idonea di per sé a determinare la scomparsa delle scritture contabili.
Il procedimento, dopo avere compiuto il proprio corso veniva deciso da parte dei giudici della corte suprema con la sentenza qui in commento. La tesi difensiva viene ritenuta fondata da parte degli ermellini.
Il Gazzettino, 14 aprile 2020
"Con una mano ci hanno tolto il tribunale, con l'altra ci portano il coronavirus". Parole dure quelle pronunciate dal sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo, che ha inviato una formale lettera di protesta al ministero della Giustizia per i cinque casi di positività riscontrati nella casa circondariale del capoluogo carnico tra una parte dei detenuti trasferiti da Bologna.
"Inoltro formale protesta per il trasferimento dei detenuti che ovviamente loro malgrado hanno causato un focolaio all'interno della casa circondariale. In tempi normali l'unica possibilità ragionevole per un sindaco sarebbe esigere l'immediato trasferimento; ora pur comprendendo le criticità che tale operazione richiederebbe, chiediamo comunque in via principale che si valuti l'allontanamento in altra zona, in subordine ci aspettiamo senza indugio dalla sua amministrazione che venga messo in campo ogni mezzo atto impedire il diffondersi del contagio all'interno del carcere tra detenuti e operatori che lavorano nonché a impedire che il medesimo si possa diffondere tra le famiglie dei lavoratori e, in seconda istanza, tra la popolazione extra carceraria. Infine faccio formale richiesta affinché non vengano più effettuati trasferimenti di detenuti in pendenza della fase emergenziale da Covid-19", ha scritto Brollo, che si è espresso anche come presidente dell'Uti Carnia.
La missiva è stata spedita alla Direzione generale detenuti e trattamento del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e ai dipartimenti competenti, nonché per conoscenza al ministro Bonafede, a Fedriga e Riccardi. Secondo Brollo "di tutto c'era bisogno tranne che di dare una mano alla diffusione del virus che è già molto virale di per sé, in un territorio che si sta dimostrando attento nelle misure di contenimento".
Il sindaco ha ribadito la fiducia in medici e operatori dell'AsuFc e la vicinanza "ai lavoratori del carcere ai loro familiari, ai detenuti medesimi". Brollo teme che un'azione esterna possa mettere "a rischio la salute della comunità che rappresento e innesta in un contesto cittadino dove la popolazione sta adottando comportamenti tra i più virtuosi d'Italia, un focolaio potenzialmente in grado di impattare sulla salute di una comunità che sta facendo con successo fronte comune nei confronti del morbo e che se lo vede recapitato da un'istituzione tra le proprie linee".
Ma Brollo evidenzia anche che "ciò è avvenuto in un luogo che, nel dare e avere tra Stato e comunità locale in tema di giustizia e della sua amministrazione, Tolmezzo e la Carnia hanno già dato. Il riferimento è infatti ai provvedimenti di revisione della geografia giudiziaria che hanno portato alla chiusura del Tribunale e della Procura di Tolmezzo nel 2013".
"Per una decisione scellerata dello Stato rischiamo che il carcere di Tolmezzo diventi una seconda Paluzza", dice invece il vicepresidente del consiglio regionale Stefano Mazzolini. Mazzolini fa notare come siano stati gli stessi detenuti a far presente agli agenti di Polizia penitenziaria di essere venuti a contatto con un contagiato da coronavirus, poi morto.
"Hanno portato a Tolmezzo queste persone senza dire nulla alle autorità regionali e all'amministrazione comunale. Come è possibile mantenere la distanza fisica tra un agente e un detenuto? Il contatto fisico ci deve essere per forza. Bisognava prendere delle precauzioni. Complice questa decisione rischiamo che il carcere di Tolmezzo diventi una seconda Paluzza". Mazzolini ha chiesto al presidente Massimiliano Fedriga, di contattare il ministero. "Stop ai trasferimenti di detenuti nel carcere di Tolmezzo", chiede anche Renzo Tondo di Noi con l'Italia.
cronacadiverona.com, 14 aprile 2020
Nel carcere di Montorio ci sono 17 poliziotti penitenziari e 25 detenuti risultati positivi al coronavirus. "Ho saputo" dice il senatore del Pd Vincenzo D'Arienzo, "che ancora dieci giorni fa i sindacati avevano rappresentato i fatti e, sinceramente, non è accettabile che ancora oggi non si sia vista l'ombra di nessuno. Le scelte prese finora, in particolare quella di riservare un'area dell'istituto per i detenuti malati, è stata buona cosa, ma il rischio che non sia sufficiente è nelle cose, visti i numeri così elevati.
Poliziotti e detenuti non sono cittadini di serie B. Sinceramente, e lo dico senza polemica, pensavo che non arrivassimo fino a questo punto. Adesso, però, serve intervenire con urgenza. Innanzitutto, va rassicurata la popolazione carceraria che si farà di tutto per impedire la diffusione del contagio. E va fatto con atti concreti e immediati, unici fatti che possono consentire uno sviluppo ordinato delle legittime preoccupazioni di tanti."
di Luana de Francisco
Messaggero Veneto, 14 aprile 2020
Le condizioni cliniche del medico incaricato per i detenuti di via Spalato sono migliorate: superata la fase critica, la professionista è stata dimessa e mandata a continuare la degenza a casa. Questa settimana un secondo giro di tamponi sul resto degli operatori sanitari, gli agenti della Polizia penitenziaria, il personale amministrativo e, naturalmente, i detenuti. Per un totale di circa 250 test.
Il coronavirus ha messo in quarantena anche il responsabile sanitario della casa circondariale di Udine. Il ricovero in ospedale risale al 26 marzo scorso e, da allora, le condizioni cliniche del medico incaricato per i detenuti di via Spalato sono migliorate: superata la fase critica, la professionista è stata dimessa e mandata a continuare la degenza a casa. I controlli seguiti alla sua malattia e comunque legati anche ai nuovi ingressi, invece, proseguiranno la settimana prossima, con un secondo giro di tamponi sul resto degli operatori sanitari, gli agenti della Polizia penitenziaria, il personale amministrativo e, naturalmente, i detenuti. Per un totale di circa 250 test.
Dopo la prima tornata, soltanto un poliziotto, per quanto asintomatico, era risultato a sua volta positivo a Covid-19 e lasciato quindi in isolamento domiciliare. Seguito dal Dipartimento di prevenzione dell'Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, anche lui sta per completare il periodo di osservazione e rientrare in servizio. E se da un lato la notizia ha creato un po' di maretta tra gli agenti della Penitenziaria, che lamentano di essere stati informati con ritardo della positività del medico incaricato, dall'altro i garanti dei diritti dei detenuti plaudono alla prontezza con cui i rischi di contagio sono stati arginati. "Per ora non si sono registrati problemi e questo è merito anche delle ottimali misure adottate dal distretto sanitario di Udine", afferma l'avvocato Natascia Marzinotto, Garante per il carcere di Udine.
"È tutto sotto controllo - continua - e da oltre una settimana sono state distribuite le mascherine anche ai detenuti, che sono complessivamente tranquilli, nonostante la sospensione delle attività ricreative. Misura necessaria e comunque compensata da un ampliamento delle ore d'aria e il posizionamento di tavoli da ping pong". Alcune settimane fa, a preoccupare erano stati i sintomi sospetti manifestati proprio da un paio di detenuti: prontamente isolati e sottoposti a tampone, erano risultati alla fine entrambi negativi.
In carcere, insomma, ci si è mossi per tempo. D'accordo con il direttore della Casa circondariale, Tiziana Paolini, era stato il direttore del Distretto sanitario di Udine, Luigi Canciani, a disporre già a partire dal 25 febbraio l'utilizzo da parte del personale sanitario di mascherine chirurgiche e guanti. Una tempestività precauzionale che ha finito per pagare, visto il risultato dei successivi tamponi sui due medici di continuità assistenziale, i cinque infermieri e l'operatore socio sanitario in servizio in via Spalato, cioè a coloro che erano stati a più stretto contatto con il medico incaricato, oltre che sul centinaio di agenti e sui 130 detenuti. Risultati che ora si conta, naturalmente, di replicare.
"Ragioni per essere preoccupati, al momento, non ce ne sono", conferma anche il procuratore di Udine, Antonio De Nicolo, ricordando come nella casa circondariale, "ora che si è anche un po' svuotata", ci siano stanze libere per eventuali quarantene. Gli effetti del decreto "Cura Italia" del 17 marzo scorso - nella parte che prevede la detenzione domiciliare ai detenuti che devono scontare una pena o un residuo pena fino a 18 mesi - tuttavia, si vedono appena in Friuli così come nel resto del Paese.
"I detenuti usciti, nella nostra regione, si contano si contano su due mani - afferma il garante dei diritti dei detenuti del Fvg, Paolo Pittaro. Molte delle istanze presentate al magistrato di sorveglianza risultano sospese, per la necessità di verificare l'effettiva idoneità del domicilio indicato. L'altro grosso problema di questo provvedimento risiede nel fatto di avere condizionato la detenzione domiciliare per i detenuti con pene comprese tra i 6 e i 18 mesi all'utilizzo del braccialetto elettronico.
Ma sappiamo bene - continua - che questi dispositivi scarseggiano da sempre. Il risultato è che si esce con il contagocce: dai poco più di 60 mila detenuti di fine febbraio, a fronte di una capienza per circa 48 mila, siamo finora scesi soltanto a 56 mila". A Udine, fino a sabato scorso, risultavano passati ai domiciliari un solo detenuto con braccialetto e altri nove senza (quelli con pene al di sotto dei 6 mesi). Un'altra decina di cosiddetti "semiliberi" ha ottenuto invece di non fare rientro in carcere la notte.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2020
Sono oltre duecento gli operatori della Polizia penitenziari affetti da Covid-19 su tutto il territorio nazionale. Aumentano casi Covid 19 nel carcere bolognese de la Dozza. Oggi pomeriggio è pervenuto l'esito dei tamponi, a cui erano stati sottoposti una ventina di detenuti, con esito positivo per dieci di loro. "Il dato assoluto è di per sé molto preoccupante, ma ciò che più allarma è la media di circa il 50% di positivi sugli ultimi tamponi effettuati", denuncia Gennarino De Fazio, per la Uil-Pa Polizia Penitenziaria nazionale che ha reso pubblica la notizia del dato relativo alla Casa Circondariale di Bologna.
"Dal carcere di Bologna proveniva il primo detenuto deceduto per Covid - ha aggiunto - e sono attualmente almeno dodici i ristretti ivi affetti da coronavirus, mentre altri ancora sono risultati positivi dopo essere stati trasferiti presso altri istituti. Non sappiamo se le proteste che hanno interessato il penitenziario il 9 e il 10 marzo scorsi possano aver avuto incidenza su quanto sta avvenendo, tuttavia, considerato anche che è passato oltre un mese, a noi pure questo sembra indicativo della sostanziale inefficacia con cui l'emergenza sanitaria viene affrontata dal Ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria".
I focolai nelle carceri oramai non sembrano essere episodici, ma vengono registrati in differenti zone geografiche, da Bologna a Verona a Torino a Voghera, solo per citare alcuni istituti e non considerando i penitenziari dove il numero dei detenuti contagiati rimane relativamente contenuto.
Il sindacalista della Uil pol pen sottolinea che sono ben oltre duecento, secondo le sue stime, gli operatori della Polizia penitenziari affetti da coronavirus su tutto il territorio nazionale.
Il carcere di Bologna ha visto un primo detenuto morto per coronavirus, già debilitato da numerose patologie e che si era visto - inizialmente - rigettare l'istanza per incompatibilità ambientale. Un carcere dove gli stessi agenti penitenziari hanno denunciato la mancata protezione individuale e si è scoperto che ci fu un ordine ben preciso - da parte dell'azienda sanitaria - per non indossare le mascherine per non spaventare i detenuti.
Nel frattempo il leader sindacale De Fazio denuncia: "Continuiamo a pensare che sia indispensabile una svolta sistemica nella gestione carceraria e che questa non possa realizzarsi sotto l'attuale conduzione, per questo auspichiamo ancora che la responsabilità venga pro-tempore assunta direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri".
di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 14 aprile 2020
Il vaso di Pandora è scoperto, nubi dense e cupe si addensano sempre più sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. A pochi giorni dalla notizia della rivolta dei detenuti soffocata con un pestaggio da parte della polizia penitenziaria, l'indagine "conoscitiva" condotta dai garanti sembra essere già entrata nel vivo. Poco rassicuranti, fin qui, le ricostruzioni rese dai testimoni nel corso dei colloqui: quasi tutti hanno infatti confermato le violenze e i soprusi.
I dettagli delle loro versioni restano però al momento ancora top secret e, soprattutto, in attesa di riscontro. L'escalation di tensioni è divampata nel giro di pochissimi giorni. La sera successiva alla scoperta del primo contagiato dal Coronavirus nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'ex deputato siciliano Paolo Ruggirello, i detenuti hanno organizzato una protesta dai toni e dai contenuti durissimi. Nel reparto "Nilo" la manifestazione ha rischiato di degenerare in rivolta: i detenuti hanno infatti bloccato l'accesso al padiglione dall'esterno e soltanto dopo una delicata trattativa con la direzione del penitenziario l'emergenza è rientrata.
Ma poche ore dopo sarebbe accaduto l'inverosimile. Stando a quanto riferito dai detenuti, uno dei quali ha pubblicato anche delle foto piuttosto eloquenti dopo la propria scarcerazione, gli agenti penitenziari avrebbero messo in atto un vero e proprio pestaggio al tappeto.
In attesa che la magistratura inquirente faccia i propri accertamenti, il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, ha chiesto e ottenuto di avere colloqui telefonici giornalieri con gruppi di tre-quattro ristretti per capire cosa sia successo realmente nel carcere sammaritano. Secondo quanto fin qui emerso, quasi tutti avrebbero sostenuto di aver subito violenze in quella giornata da parte dei baschi azzurri.
Al Garante è stata inoltre inviata una lettera nella quale l'autore ha messo nero su bianco una serie di circostanziate ricostruzioni e, pare, un primo elenco di presunti responsabili. Intanto, proprio stasera il garante regionale Ciambriello ha diffuso una nota dai contenuti a prova di equivoco: "Per il sovraffollamento nelle carceri solo Turchia e Belgio sono peggio di noi nel report di Strasburgo. Non passa giorno che le organizzazioni internazionali non intervengano per richiamare gli Stati alla tutela dei diritti di chi è privato della libertà personale. Ma lei non vuole fare niente, nessun provvedimento, il Covid-19 può aspettare.
La farsa dei braccialetti elettronici è diventata tragedia visto che non si trovano. Il grillismo è divenuto il braccio armato del giustizialismo e, al pari di questo, rappresenta una minaccia mortale per la civiltà liberale, che è civiltà di forme e non di contenuti. I diritti delle persone arrestate e incarcerate sono violati, i processi fatti su un quotidiano e sui social, le loro scelte politiche securitarie in contraddizione con gli articoli della Costituzione, portano a rivolte nelle carceri ed appelli.
I richiami del presidente della Repubblica, del Papa, dell'Associazione nazionale dei magistrati, delle camere penali, dei garanti, delle associazioni che operano nelle carceri sono disattesi, sbeffeggiati. Ma nessuno nel Movimento 5 stelle, nel Pd, negli altri partiti è capace di alzare la voce e ribellarsi? Tutti appiattiti sul giustizialismo? Mi dichiaro prigioniero politico".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 aprile 2020
Alla Procura di Santa Maria Capua Vetere è arrivata ben più di una segnalazione. Non ci sono soltanto quelle dei familiari di alcuni detenuti del carcere casertano. Sulla scrivania del procuratore Maria Antonietta Troncone c'è anche la relazione del garante regionale per i detenuti Samuele Ciambriello, che chiede verifiche sui racconti dei pestaggi testimoniati da alcuni familiari dei reclusi e da qualche detenuto uscito proprio in questi giorni dall'istituto di pena finito nell'occhio del ciclone. E c'è la segnalazione di Antigone, l'associazione impegnata per i diritti e le garanzie nel sistema penale.
Cosa è accaduto nelle celle della sezione tre dopo le rivolte di domenica e lunedì scorsi quando nel carcere di Santa Maria Capua Vetere alcuni detenuti cominciarono a protestare temendo per la loro salute dopo la notizia dei primi contagi all'interno della struttura carceraria? Davvero ci sono state squadre di agenti della penitenziaria che hanno fatto irruzione nelle celle e con il pretesto di controlli e perquisizioni hanno preso a pugni, calci e manganellate alcuni detenuti?
Sarà la Procura a dover dare risposta alle domande che gettano un velo nero sulla vita in quel carcere negli ultimi giorni. Le denunce di percosse e violenze, definite "inaudite", corrono anche sui social, con tanto di foto della schiena di una delle presunte vittime con i segni evidenti dei pestaggi. La dinamica delle violenze l'ha confermata al garante anche un detenuto che da pochi giorni è uscito dal carcere ed è ai arresti domiciliari. Il suo racconto è la sequenza di un incubo. E ora c'è bisogno che la Procura si attivi per fare luce.
Il carcere di Santa Maria Capua Vetere era finito sotto i riflettori una settimana fa dopo la notizia dei primi contagi. Attualmente si contano 4 detenuti positivi al Coronavirus, due dei quali sono in isolamento e due (è di ieri la notizia del secondo trasferito in ospedale) ricoverati al Cotugno in condizioni che al momento non risultano gravi. La tensione tuttavia è alta quanto la preoccupazione che le carceri possano diventare focolaio di nuovi contagi. E ad appesantire la situazione si aggiungono le centinaia di scarcerazioni che il decreto firmato dal Governo ha autorizzato, ma solo sulla carta. "Dalla farsa si è passati alla tragedia" ha commentato il garante Samuele Ciambriello. Farsa e tragedia per quei detenuti - e sono centinaia - che, avendo un residuo di diciotto mesi da scontare, potrebbero essere già ai domiciliari e invece si ritrovano ancora in cella, in carcere. E tutto questo perché? Perché non ci sono braccialetti elettronici a sufficienza. Possibile? Si chiedono tutti quelli che credono ancora nei diritti.
di Mary Liguori e Fabio Mencocco
Il Mattino, 14 aprile 2020
È un detenuto scarcerato venerdì l'uomo comparso, in questi giorni, in una foto pubblicata sui social network con la schiena striata da lividi e graffi. Quello stesso detenuto compare in un video inviato a Il Mattino in cui racconta ciò che, secondo lui, è accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere tra le 15 e la mezzanotte di lunedì. Quando, secondo il recluso napoletano che ha denunciato il tutto alle autorità preposte, una volta andati via dal carcere i magistrati di sorveglianza, nel reparto Nilo ci sarebbe stata una rappresaglia della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti che avevano preso parte alla protesta del giorno precedente.
"Quando abbiamo saputo che c'era un detenuto contagiato ci siamo spaventati, noi chiedevamo le distanze e che le guardie non entrassero più nella sezione senza mascherine. Abbiamo chiesto i tamponi e ci hanno promesso che li avrebbero fatti il lunedì. Sono uscito oggi (ieri, ndr) e di tamponi non ne ho visti. L'unica cosa che ho visto, per la prima volta in vita mia nonostante sono stato quindici anni in carcere, è un abuso di potere senza precedenti": parla un detenuto ai domiciliari da ieri mattina. "Abbiamo protestato, è vero, ma abbiamo fatto solo lo sciopero della fame e la battitura, non abbiamo mai alzato le mani. Abbiamo manifestato la nostra paura di morire come topi in carcere. Lì al Nilo ci sono cardiopatici e diabetici, ormai il virus arriverà anche lì e se non si prendono provvedimenti sarà una tragedia.
Dicevano che ci avrebbero fatto i tamponi, lunedì aspettavamo le telefonate normali alle 14.30 e ci hanno detto che non c'era linea. Al quarto piano, io stavo all'ottava sezione, abbiamo iniziato a sentire grida d'aiuto. La gente del padiglione Tevere ci urlava che stavano venendo pure da noi. Ci hanno detto: "Togliti le lenti e mettiti faccia a muro". Sono arrivate 100 guardie e ci hanno presi a colpi di manganelli nelle spalle e sulle gambe. Urlavano "Noi siamo lo Stato! Noi comandiamo, voi siete la munnezza".
Mi creda, in quel momento anche il più grande delinquente ha avuto paura di morire. Quelli che hanno fatto i promotori della rivolta sono stati picchiati molto più duramente, c'era sangue nelle celle. Io ho preso solo calci perché non ho reagito. Mai in vita mia ho visto una cosa simile, denuncerò tutto". Il detenuto, 50 anni, si è rivolto al suo avvocato per informare la Procura.
E non è il solo. "Ci hanno presi a anni di manganellate su tutto il corpo, pensavo che saremmo morti. Ci hanno tirato fuori dalle celle, picchiandoci anche mentre eravamo sulle scale, sto soffrendo per quello che ho subito, ci hanno danneggiato fisicamente e psicologicamente. Chiedo un aiuto per i miei amici che sono rimasti ancora lì".
È il racconto di un secondo detenuto, liberato venerdì, colui che ha inviato un video a Il Mattino. Ha grossi bernoccoli sulla testa oltre ai segni rossi sulle spalle. "Dovevano scarcerarmi lunedì sera, ma la misura firmata dal giudice è stata eseguita cinque giorni dopo nella speranza che si attenuassero sul mio corpo i lividi e gli altri segni di percosse. Altri sono messi peggio di me: ho denunciato tutto per tutelare chi è ancora dentro il carcere".
di Luca Liverani
Avvenire, 14 aprile 2020
La pandemia di coronavirus rischia di rendere ancora più drammatico il sovraffollamento carcerario. Mentre Nessuno Tocchi Caino fa partire una class action per le condizioni dei 434 detenuti stipati a Bari in un istituto da 299 posti, il commissario straordinario Domenico Arcuri ha ordinato 4.700 braccialetti elettronici entro maggio per alleggerire le celle assicurando il controllo sui detenuti scarcerati.
La class action procedimentale, per il rispetto delle misure igienico sanitarie nel carcere di Bari, è stata promossa dall'associazione Nessuno Tocchi Caino - Spes contra spem, contro Governo, Guardasigilli e Procura e Comune di Bari. L'iniziativa, seguita dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, si propone come azione-pilota per altre analoghe situazioni in altre città. Il sovraffollamento carcerario, sostengono i legali, non consente l'applicazione delle norme di sicurezza igienico-sanitaria imposte sull'intero territorio della Repubblica e mette a grave rischio la salute degli operatori penitenziari e dei detenuti, vanificando "il principio di uguaglianza dei diritti e di non discriminazione".
Intanto Domenico Arcuri, commissario straordinario per l'emergenza Coronavirus, ha affidato la fornitura di ulteriori braccialetti elettronici e del relativo servizio di sorveglianza a distanza a Fastweb, la stessa società con cui il ministero dell'Interno ha già siglato un analogo contratto, con l'obiettivo di installare 4.700 braccialetti entro maggio.
Il commissario Arcuri, d'intesa coi ministri della Giustizia, Alfonso Bonafede e dell'Interno Luciana Lamorgese, ha accelerato l'installazione dei dispositivi per il controllo della detenzione domiciliare di chi ha una pena residua tra i 7 e 18 mesi.
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