di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2020
Per poter contestare il reato di associazione di tipo mafioso con riferimento alle cosiddette mafie "non tradizionali" (ossia diverse dalle consorterie, talvolta secolari, già presenti e qualificate da un nomen, insediamenti, articolazioni periferiche e fama criminale: mafia, camorra, 'ndrangheta, Sacra corona unita, ecc.) occorre avere riguardo al disposto nel quale il legislatore definisce, assieme, metodo e finalità dell'associazione mafiosa. A tal riguardo, secondo la Cassazione sentenza n.10255 del 16 marzo scorso, le singole associazioni vanno analizzate nel loro concreto atteggiarsi, dovendosi verificare, in termini di "effettività", se quello specifico sodalizio si sia manifestato in forme tali da avere offerto la dimostrazione di "possedere in concreto" la forza di intimidazione richiesta dalla norma incriminatrice e di essersene poi avvalsa.
In altri termini, forza di intimidazione, vincolo di assoggettamento e omertà assolvono una funzione tipizzante per riconoscere la sussistenza di una associazione di tipo mafioso anche ove si tratti di mafie "atipiche", presenti in un determinato territorio, ma non riconducibili a quelle tradizionali, come del resto si verifica anche in caso di mafie "delocalizzate", ossia di costituzione di una nuova struttura, operante in un'area geografica diversa dal territorio di origine dell'organizzazione "tradizionale" di derivazione (affermazione resa relativamente all'attività criminale del clan Fasciani di Ostia, dove la Corte ha ritenuta corretta la qualificazione "mafiosa" attribuita dai giudici di merito, evidenziando così che anche la città di Roma aveva conosciuto l'esistenza di una presenza "mafiosa", sebbene in modo diverso da altre città del Sud, essendo stato spiegato in modo satisfattivo il vincolo di assoggettamento omertoso e le attività di intimidazione poste in essere dalla consorteria criminale: intensità del vincolo di assoggettamento omertoso, natura e forme di manifestazione degli strumenti intimidatori, specifici settori di intervento, vastità dell'area attinta dalla egemonia del sodalizio, molteplicità dei settori illeciti di interesse, caratura criminale dei soggetti coinvolti, manifestazione esterna del potere decisionale, sudditanza degli interlocutori istituzionali e professionali).
Con riguardo alla stessa associazione criminale, si è in termini affermato che, in fattispecie di mafia "non tradizionale", ai fini della configurabilità del reato di associazione di tipo mafioso, la forza intimidatrice espressa dal vincolo associativo può essere diretta a minacciare tanto la vita o l'incolumità personale, quanto, anche o soltanto, le essenziali condizioni esistenziali, economiche o lavorative di specifiche categorie di soggetti, e il suo riflesso esterno in termini di assoggettamento non deve tradursi necessariamente nel controllo di una determinata area territoriale. Infatti, nello schema normativo non rientrano solo grandi associazioni di mafia ad alto numero di appartenenti, dotate di mezzi finanziari imponenti, e in grado di assicurare l'assoggettamento e l'omertà attraverso il terrore e la continua messa in pericolo della vita delle persone; vi rientrano, quindi, anche "piccole mafie" con un basso numero di appartenenti (bastano tre persone), non necessariamente armate (l'essere armati e usare materiale esplodente non è infatti un elemento costitutivo dell'associazione di tipo mafioso, ma realizza solo un'ulteriore modalità di azione che aggrava il sodalizio).
Del resto, la forza prevaricante di un'organizzazione mafiosa ha capacità di penetrazione e di diffusione inversamente proporzionali ai livelli di collegamento che la collettività sulla quale si esercita è in grado di mantenere, per cultura o per qualsiasi altra ragione, con le istituzioni statuali di possibile contrasto, potendo evidentemente la intimidazione passare da mezzi molto forti a mezzi semplici, come minacce di percosse rispetto a soggetti che non siano in grado di contrapporre valide difese; con l'ulteriore conseguenza che non è neppure necessaria la prova che l'impiego della forza intimidatrice del vincolo associativo sia penetrato in modo massiccio nel tessuto economico e sociale del territorio di elezione, essendo sufficiente la prova di tale impiego munito della connotazione finalistica richiesta dalla suddetta norma incriminatrice (sezione II, 21 febbraio 2018, Fasciani e altri).
Più in generale, con riferimento alla configurabilità del reato rispetto a una articolazione periferica di un sodalizio mafioso, radicata in un'area territoriale diversa da quella di operatività dell'organizzazione "madre", di recente si è puntualizzato che non è certo sufficiente la mera potenzialità di un pericolo per l'ordine pubblico, apprezzabile anche senza esteriorizzazione del potere di intimidazione.
È invece necessario o il concreto esercizio "in proprio" della forza intimidatrice del vincolo associativo, e quindi l'esperimento concreto e autonomo del metodo mafioso, o la "riconoscibilità esterna" del carattere mafioso dell'associazione, per effetto di un "collegamento organico e funzionale" con la casa-madre, come proiezione di quella stessa associazione, diffusamente conosciuta e riconosciuta per la sua forza criminale.
In particolare, il collegamento funzionale non può però essere identificato in qualsiasi forma di relazione con l'associazione di riferimento, ma postula che il legame sia apprezzabile sul piano, appunto, funzionale e quindi dell'esplicazione di attività tipiche di una struttura associativa, derivandone, quale naturale risultato, il carattere della "riconoscibilità esterna" della struttura delocalizzata, ovviamente incompatibile con forme di collegamento che si consumino soltanto al suo interno (nella fattispecie, in cui il reato associativo era stato ravvisato relativamente a una struttura associativa che si riteneva operante nel territorio svizzero di Frauenfeld, quale locale dell'ndrangheta, la Corte ha escluso il reato evidenziando come in sentenza non fosse stato dimostrato né l'estrinsecazione del metodo mafioso, né l'avvalimento in quel territorio di una fama criminale altrove strutturata; in particolare, la Corte ha escluso in concreto alcuna valenza finanche all'elemento costituito dall'assunzione di cariche e gradi propri dell'organizzazione 'ndranghetista, proprio perché nello specifico era mancata la prova dell'esistenza di una vera struttura associativa sussumibile nel paradigma normativo previsto dal Cp) (sezione I, 29 novembre 2019, Albanese e altro).
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2020
Via libera alla condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, a carico dell'amministratore della banca che concede ai boss crediti di particolare favore, senza le necessarie garanzie. La Corte di cassazione, con la sentenza 11962, ha respinto il ricorso del manager condannato, con sentenza irrevocabile dalla Corte d'Appello, per aver messo a disposizione delle famiglie mafiose i servizi e le attività dell'istituto. La difesa aveva chiesto, senza successo, la revisione "europea" del verdetto, sulla scia della sentenza Contrada, applicabile a suo avviso ai cosiddetti "fratelli minori".
Per il ricorrente, infatti, il concorso esterno in associazione mafiosa doveva considerarsi, come affermato in quell'occasione dagli eurogiudici, un reato di creazione giurisprudenziale, riconosciuto per la prima volta nell'ordinamento italiano con la sentenza a Sezioni unite Demitry. Per la Cassazione il ricorso è inammissibile perché - al di là delle considerazioni già fatte sulla sentenza Contrada che non è una sentenza pilota - il ricorrente aveva chiesto la revisione "europea" in un caso non consentito: quando la domanda riguarda una situazione processuale esaurita e coperta da giudicato.
La Suprema corte ribadisce comunque la premessa errata, dalla quale sono partiti i giudici di Strasburgo, nel considerare il concorso esterno in associazione mafiosa di origine giurisprudenziale, quando si basa invece sul rispetto del principio di legalità, riguardo alla combinazione tra la norma speciale e l'articolo 110 del Codice penale sul concorso eventuale.
La Cassazione ricorda che non viola il principio di legalità, neppure convenzionale, l'interpretazione giurisprudenziale sfavorevole all'imputato della legge penale, rispetto a precedenti decisioni, purché la diversa lettura non sia il frutto di una patologica indeterminatezza della norma e sia razionalmente in linea con il tenore letterale della previsione. Nulla di tutto questo è accaduto nel caso esaminato. E il ricorso è inammissibile.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 aprile 2020
Corte di cassazione- Sentenza 12095/2020. Nel nuovo reato di traffico d'influenze, dopo le modifiche della legge "spazza-corrotti", non trova più posto il riferimento esclusivo alla millanteria. Il perimetro del delitto è assai più ampio e chiaro di quanto in precedenza previsto dall'articolo 346 del Codice penale. Sulla base di questa valutazione la Cassazione - sentenza n. 12095della sesta sezione penale depositata ieri - ha annullato l'ordinanza del tribunale del riesame che aveva considerato parzialmente illegittima la misura degli arresti domiciliari disposta nei confronti di un professionista che puntava a ottenere vantaggi per un proprio cliente dall'intervento di un mediatore presso la presidenza di una Regione.
Il tribunale aveva valorizzato soprattutto l'assenza di una vanteria da parte del mediatore e il fatto che il professionista era in grado di tenere contatti diretti con gli ambienti politici regionali, lasciando semmai spazio per un intervento cautelare sul piano della corruzione.
La Cassazione ricorda innanzitutto che il reato di traffico di influenze è destinato ad assicurare copertura anticipata a tutte le forme di programmata interferenza con l'attività della pubblica amministrazione. In questa prospettiva la legge n. 3 del 2019 (la ormai proverbiale "spazza-corrotti"), al posto del riferimento alla millanteria della precedente norma del Codice penale (articolo 346), considerato in qualche modo fuorviante, ha previsto all'articolo 346 bis "sia la relazione asserita, sia quella esistente, nel contempo dando alternativamente rilievo tanto alla vanteria, quale allegazione autoreferenziale di una specifica capacità di influenza, quanto allo sfruttamento di quella capacità", in funzione della promessa di denaro o di altre utilità come prezzo della mediazione illecita verso un soggetto qualificato o come remunerazione dell'esercizio da parte di quest'ultimo delle sue funzioni e dei suoi poteri.
La nuova fattispecie di reato, cioè, non ha come necessario fondamento la millanteria o vanteria, ma può concretizzarsi nel legame causale tra la promessa o corresponsione da un lato e lo sfruttamento della capacità di influenza dall'altro. Tanto più che quest'ultima rappresenta un dato per il quale non è necessaria una specifica illustrazione, ma costituisce il presupposto dell'accordo illecito o comunque della dazione. La Cassazione sottolinea ancora che l'ipotesi del traffico di influenze è caratterizzata da una clausola di sussidiarietà per effetto della quale il reato sfuma ed è assorbito quando viene a configurarsi un vero e proprio accordo corruttivo da ricondurre alle ipotesi "classiche" del Codice, dalla corruzione semplice a quella in atti giudiziari. Va allora escluso il traffico d'influenze tutte le volte in cui il pubblico ufficiale è direttamente attratto nel patto, divenendone elemento chiave, come destinatario diretto o indiretto del denaro o di altre utilità.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 aprile 2020
"Non ci sono stati referti medici, ma ci sono telecamere dappertutto: basta che la magistratura acquisisca i video e così potrà vedere ciò che ci hanno fatto". Sangue sui muri delle sezioni, i detenuti più colpiti dai pestaggi sono stati messi in isolamento, alcuni ne sono rimasti traumatizzati e appena sentono i rumori dei cancelli vanno in panico.
Questa sarebbe la conseguenza dei presunti pestaggi avvenuti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere ad opera di una squadretta antisommossa composta da qualche centinaio di agenti e che non opererebbe nel penitenziario sammaritano. Una mattanza che sarebbe iniziata alle 3 del pomeriggio fino alle 8 di sera. "Mentre ci picchiavano ci dicevano: "Siete munnezza, fate schifo, noi siamo lo Stato e qui comandiamo noi!"", così riferisce a Il Dubbio un detenuto che è uscito da quel carcere due giorni fa ed ora è ai domiciliari.
Il racconto è simile a quello che ha raccontato un altro ex detenuto sempre a Il Dubbio, come riportato nell'articolo di ieri. "Noi del reparto Nilo, appena giunta la notizia di un contagio da Covid-19 avvenuto nel reparto Tamigi attiguo al nostro, abbiamo fatto delle battiture per chiedere i tamponi e pretendere le distanze sociali visto che siamo in quattro dentro una cella", spiega l'uomo. "Avevamo messo un lenzuolo al cancello, che poi avevamo tolto perché gli operatori penitenziari ci dissero che avrebbero fatto a tutti i tamponi", prosegue il detenuto nel racconto, sottolineando che la protesta pacifica è quindi rientrata.
"Ma il giorno dopo sono giunti qualche centinaia di agenti antisommossa con caschi blu e mascherine e hanno invaso tutte le sezioni del nostro reparto", prosegue nel racconto. "A quel punto ci hanno massacrato di botte, urlandoci "Non ci guardate in faccia" e via giù di calci e schiaffi, e dietro le spalle ci colpivano con in manganelli".
Ma non sarebbe finita qui. "A tanti di noi ci facevano spogliare - racconta sempre il detenuto - e ci obbligavano a fare le flessioni. Siamo stati trattati come persone senza dignità!". Anche lui - come ci ha raccontato l'ex detenuto - spiega che lo hanno obbligato a farsi la barba. "Sembrava di stare in un regime fascista, ci hanno fatto di tutto utilizzando una violenza fisica e psicologica", racconta ancora. Il giorno dopo, avrebbero fatto la conta obbligandoli a stare con le mani dietro la schiena e con tanto di divieto di fare le videochiamate. "Non ci hanno fatto nessun referto medico - sottolinea l'uomo -, ma il carcere di Santa Maria Capua Vetere è di massima sicurezza e ci sono telecamere dappertutto, basterebbe che la magistratura le acquisisca e così potrà vedere con i suoi occhi ciò che ci hanno fatto".
Una mattanza che sarebbe durata cinque ore ed è improbabile che non si possa scorgere nulla attraverso i nastri della videosorveglianza. Nel frattempo da ieri la Procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando su quanto è avvenuto nei giorni scorsi nel carcere. L'ufficio inquirente è impegnato ad accertare se ci siano state o meno presunte violenze sia ai danni dei detenuti sia nei confronti della Polizia Penitenziaria.
Il Garante regionale della Campania Samuele Ciambriello - attraverso le testimonianze raccolte dall'associazione Antigone e la lista dei nominativi dei detenuti pronti a testimoniare -, nei giorni scorsi aveva inviato una richiesta al capo della Procura sammaritana, Maria Antonietta Troncone. Le ha chiesto di accertare se siano attendibili i racconti che emergono dalle telefonate e se siano stati commessi episodi penalmente rilevanti da parte di alcuni agenti penitenziari.
Nei giorni scorsi si era attivato anche Pietro Ioia, garante dei detenuti del comune di Napoli, rendendo pubbliche attraverso i social network le foto del detenuto (sentito ieri da Il Dubbio) che venerdì scorso era uscito dal carcere. Foto che presentano ecchimosi per tutto il corpo e abbiamo pubblicato anche su queste stesse pagine.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 15 aprile 2020
La notte del 9 marzo, mentre buona parte del paese aspettava il discorso con cui Giuseppe Conte avrebbe messo l'Italia in quarantena, qualche decina di persone era davanti al carcere Opera di Milano. Da qualche ora, sui loro telefoni girava la voce che nell'istituto fosse scoppiata una rivolta e che fossero in corso delle violenze. Dicono che qualcuno della zona gli aveva spedito un video dove si vedeva del fumo uscire dalle sbarre delle finestre. E che qualcun altro aveva ricevuto delle telefonate dai detenuti in cui si diceva che la situazione era precipitata.
Come sempre quando succede qualcosa, le prime ad arrivare sono state le donne: le mogli, le figlie e le madri dei detenuti. Quel giorno avevano fatto in tempo a vedere il sole spegnersi su Opera prima di notare che le luci dell'istituto non si accendevano. Fuori, ad aspettarle e a impedire che si avvicinassero troppo, c'erano le forze dell'ordine. Per ore si sarebbero confrontate con loro, chiedendogli cosa stava succedendo. A mezzanotte anche le ultime se ne sarebbero tornate a casa. Nessuna di loro avrebbe ottenuto delle risposte.
Tra le decine di proteste e sommosse avvenute nelle carceri di tutto il paese in quei giorni per via della sospensione dei colloqui con i familiari, delle condizioni invivibili delle galere e della paura del contagio, quella di Opera è una delle meno raccontate. Di San Vittore si sono viste le foto dei detenuti sui tetti, di Poggioreale i video dei familiari davanti all'ingresso, di Modena si sono lette le notizie terribili sulle persone morte. La rivolta in una delle prigioni più grandi d'Italia - aperta nel 1987 per accogliere 900 persone, oggi ne ospita più di 1.300 - non sembra invece avere lasciato tracce. Eppure le donne che erano lì la sera del 9 marzo, e altre che ci sono andate nei giorni successivi perché preoccupate, dicono che quelle tracce ci sono e parlano di violenze. Per farsi ascoltare hanno raccontato quello che sanno al Garante nazionale dei diritti dei detenuti e all'associazione Antigone.
Gli esposti - In casi del genere il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, e il suo gruppo raccolgono quante più testimonianze possibili all'interno di un carcere, e cercano la collaborazione del dipartimento di amministrazione penitenziaria. Ma in un mondo in cui tutto è stato sospeso, il sistema carcerario italiano è diventato ancora più impenetrabile. Dal 7 marzo, una delle misure per arginare la diffusione del nuovo coronavirus ha lasciato fuori i familiari, i volontari e le associazioni. "Questo impedisce il nostro solito lavoro, è una situazione del tutto eccezionale", dice Gonnella, "ma il numero delle persone che si sono rivolte a noi e la concordanza nei loro racconti, ci ha spinto a fare un esposto alla procura della repubblica di Milano".
Anche il garante ha scelto di farlo. Oltre alla "sostanziale omogeneità" delle denunce, a convincere Mauro Palma a rivolgersi al procuratore Francesco Greco è stato un particolare insolito. "Io ho accesso alla raccolta degli eventi critici che i singoli istituti comunicano al dipartimento di amministrazione penitenziaria", dice Palma. "Di solito in casi del genere ci sono sempre segnalazioni che riguardano i detenuti. Spesso trovi un rapporto che magari sminuisce quello che è successo, qualcosa tipo: 'I detenuti non volevano rientrare nelle celle e così abbiamo dovuto usare la forza'. Da Opera però sono arrivate solo segnalazioni sulle ferite degli agenti. Altro non è menzionato". È un fatto che insospettisce, dice Palma.
Gli esposti sono atti formali, hanno una loro lingua e un loro codice, si può inciampare spesso nella loro lettura. Ma in un sistema a tenuta stagna come quello della galera - e specialmente di una galera in cui è avvenuta una rivolta - aiutano a ricostruire un puzzle difficile da ricomporre.
In quello presentato dall'avvocata Simona Filippi per Antigone si legge che "nel tardo pomeriggio e nella serata del 9 marzo, a seguito della protesta messa in atto da un gruppo di detenuti del primo reparto, vi sarebbero stati due differenti interventi da parte delle forze dell'ordine (polizia di stato, polizia penitenziaria e carabinieri)". Uno tra le 18 e le 18.30 "per fermare i detenuti in rivolta e per riportarli nelle loro celle" e uno dopo le 20.30. Il secondo "sarebbe stato attuato all'interno delle diverse celle ove le forze dell'ordine sarebbero entrate per colpire i detenuti che avevano effettuato la rivolta ma anche quelli che non vi avevano preso parte".
Il testo del garante va ancora più a fondo e mette insieme una serie di testimonianze. La madre di un ragazzo di 24 anni aveva parlato con il figlio domenica 8 marzo. Sembrava tranquillo. "Lunedì 9 marzo, intorno alle ore 17, ha iniziato a ricevere chiamate dall'interno dell'istituto di persone che dicevano 'questa sera da qui non usciamo vivi'".
La donna è corsa verso il carcere, ma invece di unirsi a chi si trovava davanti alla struttura, ha raggiunto il "campo che si trova davanti alle finestre del primo reparto ed è riuscita a comunicare direttamente con il figlio". Il ragazzo "le avrebbe detto che gli agenti sono entrati in dieci nelle celle (...) e che a lui hanno dato un calcio fortissimo nei testicoli e lo hanno colpito con forza sulla testa". Il garante ha sentito anche il suo avvocato, a cui "la polizia ha detto di avere dato qualche ceffone ma che poteva stare tranquillo".
Un racconto ancora più dettagliato è quello fatto a Mauro Palma e alla sua squadra da una donna che ha cinque parenti a Opera. Il 14 marzo il marito l'avrebbe chiamata intorno alle quattro del pomeriggio e le avrebbe detto: "Il lunedì sera (il 9 marzo, ndr) tutti facevano la battitura in rivolta e qualcuno dei detenuti ha dato fuoco a dei materassi. Dopo un po' sono entrati degli agenti antisommossa, hanno spento le luci e hanno picchiato tutti senza distinzioni. Ci sono dei ragazzi messi molto male".
Le parole dei familiari - A un certo punto dell'esposto del garante c'è un passaggio su una frase che colpisce. La riferisce la madre di un ragazzo italiano detenuto nel primo reparto di Opera. La donna dice di aver sentito il figlio il 9 marzo. Durante la telefonata, il ragazzo le avrebbe detto che "se gli fosse successo qualcosa, avrebbe dovuto tenere presente da subito che non si sarebbe trattato di suicidio e nemmeno di assunzione di metadone". È una frase che mi è stata ripetuta più o meno nella stessa forma da diverse donne con cui ho parlato nelle settimane successive alla rivolta nel carcere milanese. Per capirne i riferimenti bisogna tornare a quel 9 marzo. Da un paio di giorni le galere incendiavano l'aria già satura di incertezze di inizio marzo. Le notizie sulle proteste e sulle violenze in decine di istituti aprivano i telegiornali. A Foggia erano scappati diversi detenuti. A Modena le autorità avevano dichiarato che nove persone erano morte dopo aver assaltato le infermerie e aver preso troppo metadone.
"Sentire mio figlio parlare di suicidio e metadone mi ha gelato il sangue", dice al telefono la madre del ragazzo italiano. La donna preferisce restare anonima, ma vuole aggiungere la sua storia a quella di altre. Il figlio è stato condannato a dieci anni per rapina ed estorsione ed è in cella dal 2015. "Era irrequieto, aveva smesso di studiare e ha commesso degli errori. In galera ha fatto un suo percorso, ha ricominciato a studiare e prenderà il diploma", dice. "L'ho risentito dopo una settimana e mi ha detto che hanno provato a dargli una manganellata in faccia, ma è riuscito a pararla con il braccio. È successo mentre lo stavano riportando in cella, poi l'hanno picchiato anche lì". La donna dice di non aver chiesto al figlio se abbia partecipato alla rivolta, "ma di sicuro non è andato a nascondersi". Sa che ci sono state violenze anche da parte dei detenuti e che gli agenti hanno dovuto usare la forza per fermarle, quello che non capisce è "perché picchiare mio figlio anche dopo".
Anche Federica, una ragazza di Milano che ha trent'anni e il fratello a Opera, parla delle violenze che avrebbe subìto il suo familiare e aggiunge che dopo la rivolta a lui come agli altri "hanno tolto la tv, il fornello, le ciabatte, le mutande e le magliette, qualsiasi cosa fosse infiammabile". Sia lei sia altre donne sostengono che "gli fanno comprare solo acqua, sigarette e caffè, per il resto si devono accontentare del vitto, per questo dalle finestre gridavano di avere fame". La madre del ragazzo in carcere per rapina ed estorsione racconta che "gli stanno trattenendo i soldi perché dicono che servono per risarcire i danni che hanno causato, ma prima bisognerebbe stabilire chi ha fatto cosa, e quantificare questi danni".
Ci sono diversi audio in cui si sentono i detenuti urlare di avere fame. Alfonsina Passariello ne ha il telefono pieno. Passariello ha 27 anni, è di Caserta ma vive a Milano. Nell'aprile 2019 ha sposato il marito proprio mentre lui era a Opera. Ci era finito l'anno prima per spaccio di droga. "Ha 33 anni, è da tempo che entra ed esce, sempre per spaccio", dice Passariello. La donna sostiene di aver parlato con il marito più o meno due settimane dopo e che "la linea cadeva in continuazione. Mi ha detto che l'hanno picchiato il 10 marzo". Sia lei sia la madre del ragazzo condannato per rapina ed estorsione fanno poi riferimento a un'altra presunta violenza che sarebbe avvenuta giorni dopo la rivolta. È l'unico caso, finora, in cui un detenuto ha scritto nero su bianco cosa gli sarebbe successo e ha presentato una denuncia al tribunale di Milano. Per questo vale la pena osservarlo da più vicino.
Una denuncia - "Il giorno 21 del mese di marzo (...) dopo aver avuto un diverbio verbale con un agente intorno alle 13 per dei miei chiarimenti in proposito sui miei diritti per fare la spesa settimanale l'agente mi risponde in modo provocatorio", si legge nella denuncia. "Alle 14:50 lo stesso agente entra in sezione in compagnia di 5-6 agenti (...) prendendomi sottobraccio e indirizzandomi verso la mia camera, il mio concellino viene rinchiuso nel bagno ed io vengo bloccato, e allo stesso tempo mi vengono ripetutamente dati calci e pugni". Eugenio Losco, l'avvocato dell'uomo, dice che "ci sarebbero anche dei testimoni dalle celle vicine e dei referti". A contattarlo è stata la moglie. La donna, che preferisce rimanere anonima, racconta di aver sentito il marito la mattina del 9 marzo: "Mi aveva detto che c'era malcontento, che si vociferava di alcuni contagiati". Le voci erano state registrate anche da un'agenzia Ansa del 7 marzo, e non è difficile immaginare che ci abbiano messo poco a rimbalzare da una cella all'altra di Opera.
"Voglio essere oggettiva. Io so che mio marito ha partecipato alla rivolta e che quando il magistrato di sorveglianza è andato a visitare il carcere gli ha mostrato i segni viola delle manganellate sul corpo". La donna l'ha poi sentito al telefono il 17 marzo: "Mi è sembrato molto provato, ma mai come dopo il 21, quando l'hanno picchiato di nuovo. A me l'ha confermato lui stesso in una telefonata". È in occasione di quella chiamata che torna il riferimento a quello che era successo a Modena. "Se ti dicono che mi sono suicidato o che sono morto per il metadone, non gli credere", avrebbe detto l'uomo alla moglie. "Ho paura per lui. Ha una storia legata alla tossicodipendenza, è detenuto da dieci anni per rapina. In tutto questo tempo non ha mai denunciato le botte che ha preso, ma ora non ce la fa più. Vivo con l'ansia che mi chiamino e mi dicano che è successo qualcosa di brutto. Spero che sia trasferito subito".
Contattato per email e telefonicamente attraverso la segreteria del carcere, il direttore di Opera non ha risposto alle domande che sollevano questi racconti. Le parole dei familiari dei detenuti ora sono al vaglio della magistratura milanese. Gli inquirenti dovranno pesarle a una a una e decidere se aprire un'indagine o no. "Bisognerebbe agire il prima possibile, perché in casi del genere, più passano i giorni e più è complicato ricostruire cosa è successo", dice Patrizio Gonnella di Antigone.
Il problema è che in questa emergenza globale l'etichetta di normalità che vorremmo ritrovare su ogni aspetto delle nostre esistenze svanisce. Gli ingranaggi si inceppano, i rinvii si moltiplicano, il tempo si ferma. Tutto questo vale anche per la giustizia. In Italia giudici e tribunali devono rispettare delle restrizioni per evitare la diffusione del contagio. Fino all'11 maggio vanno avanti le convalide d'arresto e i processi chiesti dai detenuti in custodia cautelare, mentre tutto il resto è ridotto all'essenziale. Bisogna capire se per la procura di Milano le domande su una vicenda come quella di Opera rientrano nel concetto di essenziale.
askanews.it, 15 aprile 2020
La Toscana è a un passo dalla nomina del nuovo Garante dei diritti dei detenuti. Domani, mercoledì 15 aprile in videoconferenza, il Consiglio regionale indicherà Giuseppe Fanfani "colmando un vuoto dovuto anche all'emergenza sanitaria" spiega il presidente della commissione Affari Istituzionali Giacomo Bugliani.
Quella del Garante dei detenuti "è tra le principali figure di garanzia del nostro ordinamento regionale. In commissione abbiamo attentamente analizzato e approfondito le diverse autocandidature pervenute cercando sempre di arrivare ad una convergenza politica quanto più ampia possibile" ricorda Bugliani.
"Fanfani è persona di competenza consolidata, necessaria a rivestire un ruolo tanto importante e strategico, ancora più necessario in questi giorni di difficili restrizioni e limitazioni anche dentro I nostri istituti di pena. Sono certo - prosegue il presidente della commissione - che il nuovo Garante saprà interpretare il sentimento dei detenuti e dare risposte concrete". Giuseppe Fanfani, è stato deputato in Parlamento, oltre che sindaco di Arezzo per due mandati consecutivi (dal 2006 al 2014). Dal 2014 al 2018 è stato componente del Consiglio superiore della magistratura. Prenderà il posto di Franco Corleone che ha ricoperto la carica dal 2013.
di Pierluigi Palladini
espressione24.it, 15 aprile 2020
È allarme carceri in Abruzzo. Problemi vecchi e nuovi, infatti, stanno rendendo sempre più difficili le condizioni sia per i detenuti che quelle per chi nel carcere ci lavora quotidianamente come gli agenti penitenziari. Il responsabile del settore Polizia carceraria della Cgil, Giuseppe Merola, ha scritto una lettera al Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria, Carmelo Cantone, e ad altre autorità carcerarie, oltre ai vertici della suddetta organizzazione, per una aggressione avvenuta a Teramo. Un agente, infatti, è stato colpito da un detenuto con problemi psichiatrici. Stefania Pezzopane, invece, ha scritto una interrogazione la Governo per sapere cosa si intenda fare per la vicenda dei contagi da Covid-19 nel penitenziario di Sulmona.
Ad Avezzano, dopo la segnalazione dell'avvocato Roberto Verdecchia per un giovane marsicano ex detenuto perché dichiarato semi incapace di intendere e volere, si attende che, dopo quasi sei mesi, si trovi un posto in una Rems (Residenza per l'Espiazione Misure di Sicurezza) dove ricoverare, come ordinato dal giudice, lo stesso ragazzo marsicano.
Questa la nota di Giuseppe Merola della Cgil: "Egregio Provveditore, corre il doveroso obbligo, da parte di questo Coordinamento Regionale, stigmatizzare il grave evento verificatosi, nella giornata del 13 aprile ultimo scorso, presso l'Istituto indicato in oggetto. Nella fattispecie, un detenuto (con problematiche di natura psichiatrica) ha aggredito fisicamente un poliziotto penitenziario.
Detto ciò, appare indispensabile chiederLe un immediato intervento in tal senso, nell'opportuna ed improcrastinabile misura di un trasferimento, del detenuto argomentato, presso altro penitenziario, considerato l'interessamento dello stesso in pregressi ed analoghi episodi.
Pertanto, onde arginare ulteriori ed eventuali compromissione dei profili di ordine e sicurezza e al fine di preservare l'incolumità psico-fisica di tutta la collettività penitenziaria, Voglia la S.V. dare giusto seguito a quanto sopra esposto e richiesto".
Sintetica Stefania Pezzopane nel suo documento, inviato al Governo e relativo alle vicende che si starebbero verificando all'interno della casa Circondariale di Sulmona: "Agenti di Polizia Penitenziaria di stanza presso la Casa di Reclusione di Sulmona sono risultati positivi al Covid-19 e sono attualmente ricoverati presso strutture ospedaliere. Sul territorio nazionale vi sono più di cento poliziotti penitenziari positivi al Covid-19 ed è necessario ed urgente che vengano valutati, nelle proprie competenze politiche-governative, interventi in tal senso, così da poter assicurare i test argomentati a tutti gli agenti penitenziari in servizio presso le strutture delle Regioni Abruzzo e Molise- scrive la Pezzopane nell'interrogazione presentata al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministero della Salute e al Ministero dell'Interno.
Alla luce dei fatti sopra riportati quali misure - chiede la deputata dem - compreso i test sierologici, il Governo intenda adottare al fine di tutelare la salute del personale di Polizia Penitenziaria. La tutela di tutto il personale che opera all'interno delle carceri è essenziale per dare sicurezza a loro e alle loro famiglie, ma anche a tutti i detenuti - conclude - anch'essi da sottoporre ad ogni forma di tutela della loro salute".
Resta in attesa ancora il giovane marsicano da ricoverare in una Rems della regione, come deciso dal Gip del Tribunale di Avezzano. Il ragazzo, sotto processo per maltrattamenti in famiglia ai danni dei genitori, ad una perizia psichiatrica, è risultato semi incapace di intendere e di volere a causa di sopraggiunte psicopatologie che sarebbero state causate dal forte uso di stupefacenti.
Da sei mesi l'avvocato Verdecchia di Avezzano sta battendo ogni pista per ottenere il ricovero. Una necessità sia per l'incolumità del giovane che di quella dei familiari e delle guardie carcerarie. Una vicenda scandalosa che mette fortemente in rilievo le gravissime carenze presenti in due settori vitali di uno Stato come Sanità e Giustizia.
di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 15 aprile 2020
"In carcere la situazione è esplosiva, basta una scintilla e salta tutto in aria". Luca (nome di fantasia) era detenuto nella Casa circondariale di Spini di Gardolo, scarcerato il 9 aprile scorso. Racconta la sua esperienza da recluso durante l'emergenza da coronavirus: "Nessuna informazione, non ti dicono niente, si vive nell'ansia e nella paura. I detenuti sono al limite della sopportazione".
Non eravate al corrente della situazione in Italia e nel mondo?
"Certo, sapevamo dalle notizie che arrivavano dalla tv. Sapevamo delle sommosse in altri penitenziari a livello nazionale, dell'epidemia che coinvolgeva ormai tutto il Paese. Eravamo allarmati".
La direzione, all'inizio dell'emergenza, ha messo in atto misure per il contenimento del contagio?
"Hanno messo alcuni cartelli in cui veniva chiesto di mantenere il distanziamento sociale. Una presa in giro per chi è in un carcere sovraffollato. Ma fino a poche settimane fa tutto veniva sottovalutato: nessuno girava con le mascherine, né gli assistenti, né le guardie e nemmeno gli infermieri. Poi si è scoperto che due detenuti erano positivi al coronavirus".
E a quel punto cos'è successo?
"A quel punto tutti hanno iniziato a indossare le maschere, assistenti, guardie e infermieri. Passavano a misurare la febbre ai detenuti. I positivi sono stati messi in isolamento, nelle celle di transito, quelle di solito riservate ai nuovi detenuti che devono sottoporsi alle visite mediche. Il giorno successivo, nelle sezioni da cui provenivano i contagiati, sono stati fatti i tamponi. Poi si è proceduto con altri tamponi e ora sono usciti altri sei positivi".
Un attimo, ufficialmente i contagiati tra i detenuti sono quattro, non sei. È sicuro di queste informazioni?
"Nessuno ci diceva niente, né dei detenuti contagiati né delle guardie contagiate. Ma "radio carcere" funziona sempre: una finestra delle sezioni si affaccia sulla zona di transito, noi gridavamo e quelli in isolamento con il coronavirus ci informavano. Erano lì in sei. Questo so".
Com'era il clima in quei giorni?
"Teso, tesissimo. Le informazioni venivano negate, nessuno rassicurava i detenuti sulla situazione interna, erano sospese le attività con i volontari, per noi importantissimi. Sapevamo cosa stava succedendo fuori, è ovvio che il clima era di ansia e di paura. Una situazione potenzialmente esplosiva. Ci sono state delle proteste, senza incidenti, delle proteste civili, delle richieste di chiarimenti. Ci hanno detto di non preoccuparci, tutto qui".
C'è chi pensa che il carcere sia il luogo più sicuro in questi giorni. I detenuti sono chiusi in cella, non hanno contatti con l'esterno. Ma è così?
"Infatti si è visto quale sia il livello di sicurezza: anche nel carcere di Trento c'è il coronavirus. E poi, non è che i detenuti siano chiusi tutto il giorno in cella, infatti le celle sono sempre rimaste aperte ed era possibile muoversi liberamente nella propria sezione, e ognuna conta una quarantina di detenuti. Ma in carcere ci sono agenti e assistenti che entrano e escono, e tra le sezioni girano gli scopini, gli spesini, detenuti che svolgono lavoretti che li portano in contatto con tutti".
Queste mansioni sono ora sospese?
"Fino al giorno in cui c'ero io no, anche se i detenuti che le svolgevano erano stati portati tutti in infermeria. Ma continuavano a muoversi. Vorrei però dire altro sulla sicurezza dello stare in carcere...".
Prego.
"Ci sono persone anziane, persone molto malate, persone a rischio nel caso contraggano il virus. Hanno paura, sono terrorizzate di ammalarsi, vivono nell'ansia. Persone che potrebbero uscire per problemi di salute o perché sono ormai a fine pena. Oltre che detenuti, sono persone".
Il Gazzettino, 15 aprile 2020
"Svuotare il carcere in fretta: prevenire è necessario". Lo chiede la Camera penale veneziana, esprimendo preoccupazione per la situazione vissuta all'interno dei penitenziari da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus. "Assistiamo attoniti a uno stallo preoccupante nelle decisioni di chi - politica, pubblici amministratori, magistratura - dovrebbe farsi carico di interventi più coraggiosi a tutela della salute nel carcere quale parte della collettività - si legge in una comunicazione inviata a tutte le istituzioni - Di fronte alla pandemia, qualche decina di detenuti scarcerati nel Paese grazie al Cura Italia costituiscono un sintomo di inerzia".
I penalisti si chiedono se in carcere siano utilizzati i previsti dispositivi di protezione e si stia facendo tutto il possibile per rendere i penitenziari meno affollati e dunque più conformi alle esigenze di salute. Nel frattempo sono stati sospesi i colloqui tra i reclusi e i loro familiari (sostituiti da chiamate via Skype), la concessione di permessi premio e il regime di semilibertà, così come di fatto anche il lavoro esterno.
A ciò si aggiunge che i previsti braccialetti elettronici non ci sono con il risultato che i detenuti che ne hanno i requisiti non possono ugualmente uscire. "La risposta normativa è all'evidenza del tutto insufficiente e risibile", denuncia la Camera penale, chiedendo interventi concreti e un'applicazione nella giurisprudenza locale meno rigida e miope. "Il rischio di contagio da Covid-19 è rilevante in sé - evidenziano gli avvocati - in particolare per taluni soggetti, perché nel contesto penitenziario è impossibile una gestione sanitaria adeguata una volta che il virus sia entrato in carcere".
La Camera penale sottolinea come la tutela da garantire ai detenuti riguarda l'intera collettività, in quanto focolai interni "si riverserebbero sulla comunità esterna" ed elenca una serie di provvedimenti con cui la magistratura di sorveglianza, su scala nazionale, è stato affrontato il problema delle condizioni di salute, di particolare gravità ma anche per condannati in esecuzione pena per gravi reati, "superando la tradizionale accezione dell'incompatibilità tra condizioni di salute e stato detentivo, affermando che l'esecuzione della pena deve trovare un limite nella tutela del diritto alla salute, riconosciuto dalla nostra Costituzione e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo".
Il Gazzettino, 15 aprile 2020
Sale fortunatamente soltanto di una unità il numero dei contagi all'interno del penitenziario di massima sicurezza di Tolmezzo. Si tratta di un dipendente della struttura che ora è stato posto in isolamento domiciliare. Questo l'esito dei tamponi effettuati dal Dipartimento prevenzione dell'azienda sanitaria agli agenti della polizia penitenziaria e agli operatori sanitari del carcere carnico in seguito alle 5 positività riscontrate sabato tra i detenuti.
In totale - questi i dati forniti dal sindaco Francesco Brollo - sono stati effettuati 76 tamponi ai dipendenti, di cui 75 negativi e uno positivo, 13 agli operatori sanitari, tutti negativi, e uno a un detenuto anche in questo caso negativo. I cinque detenuti positivi, di cui 3 asintomatici, sono in isolamento e le loro condizioni generali non destano preoccupazione.
L'agente penitenziario risultato positivo - spiega ancora il sindaco - è stato posto in isolamento domiciliare. I familiari sono stati posti in quarantena ed è stato programmato un tampone di controllo. Il fatto che la situazione non abbia dato l'esito temuto, con un solo positivo che ritengo comunque già troppo, non ci deve far abbassare l'attenzione e continuare ad esigere dalle direzioni ministeriali il rispetto per una comunità che si sta dimostrando attenta alle misure di contenimento del virus, ha aggiunto Brollo che si è confrontato con la direttrice Irene Iannucci.
I 5 detenuti positivi sono in isolamento, 3 risultano asintomatici e le condizioni generali non destano preoccupazione. Il personale in contatto con loro è dotato di Dispositivi di protezione individuale (Tuta, occhiali, mascherina e guanti). Ho ribadito alla direttrice l'assoluta contrarietà a nuovi arrivi ha spiegato ancora il sindaco - ma lei medesima è già convintamente su questa linea e lo ha già reso noto agli organi competenti, così come la richiesta di procedere all'allontanamento di chi già positivo (cosa più difficile da ottenere).
Restano valide per Brollo, tutte le richieste fatte nella lettera inviata al ministro Bonafede, per avere più attenzione e rispetto per il nostro territorio; ho visto con piacere che si sono associati i parlamentari della zona (dopo Tondo, Bubisutti della Lega e Rizzetto di Fratelli d'Italia) e il vice presidente del Consiglio Regionale Mazzolini. Questa è una rivendicazione trasversale di rispetto e dignità territoriale ha concluso.
In mattinata sulla questione si era espresso anche il Vicegovernatore del Friuli Venezia Giulia Riccardo Riccardi: Non so se possiamo chiamarla emergenza carceri. Certo, questa situazione ha determinato una preoccupazione sulla quale siamo già intervenuti con screening. Dalla Fns Cisl regionale sono arrivati gli inviti a sette interventi urgenti per scongiurare un aggravamento della situazione, già esplosiva, registrata nelle carceri del Friuli Venezia Giulia, tra questi la sanificazione di tutti gli ambienti detentivi e non; la fornitura di termometri elettronici e mascherine FFP2 e FFP3, tamponi per tutti gli operatori degli Istituti di Pena di Trieste, Gorizia, Pordenone e Tolmezzo, fatta eccezione per Udine, la cui Direzione ha già provveduto.
- Verona. Tamponi a rilento nel carcere di Montorio: "Su 450 detenuti, 60 controllati"
- Vicenza. Umanità reclusa e mancanza di dispositivi: la denuncia della Camera penale
- Bolzano. Carcere, al via la sanificazione
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