di Rossella Grasso
Il Riformista, 16 aprile 2020
"Mio figlio ha sbagliato ed è giusto che paghi tutto quello che deve, ma io non voglio un giorno andare a prenderlo in carcere, cadavere". Pino Verderosa è il papà di Francesco, 34enne da due anni detenuto nel carcere di Poggioreale in uno stato di salute davvero molto critico.
Pesa 210 chili, ha gravi problemi respiratori che gli impongono l'uso di un respiratore notturno, per non rischiare la vita durante le apnee notturne. A questo si aggiungono problemi cardiaci e vascolari e l'impossibilità a dormire sulle piccole brandine del carcere. "Sono davvero preoccupato per lui - dice Pino - se dovesse verificarsi un solo caso di Coronavirus in carcere mio figlio Francesco sarebbe il primo ad ammalarsi e potrebbe succedere l'irrimediabile".
Pino e sua moglie da mesi chiedono, inascoltati, con forza che Francesco possa continuare a scontare la pena a casa per i suoi problemi di salute. "Non chiediamo uno sconto di pena, solo che possa essere curato e tutelato, che possa sottoporsi all'intervento allo stomaco di cui ha bisogno e vivere in una condizione più umana, solo per la sua salute". Due volte a settimana la famiglia incontra Francesco su Skype per i colloqui.
"È molto depresso - racconta il padre - a stento riesce a parlare. Non riesce nemmeno ad andare in bagno per la sua dimensione fisica. Come può sopravvivere così? È umano?". Intanto la loro richiesta è rimasta inascoltata e pregano le autorità affinché prendano in considerazione la serietà della situazione clinica del loro figlio.
Sono 15 gli anni di pena che Francesco deve scontare. Due sono già passati ma ce ne sono ancora tanti davanti. "Oggi è molto depresso e avvilito per la battaglia che in primis sta combattendo lui stesso - continua Pino - Mio figlio è un soggetto a rischio, e questo lo dico con il cuore in mano. Le lacrime che avevo le ho piante tutte, ma chiedo, con l'amore di un genitore, di lasciare che mio figlio sconti il resto della pena agli arresti domiciliari. Non voglio andare a tirare fuori mio figlio quando sarà troppo tardi".
di Fulvio Colucci
Gazzetta del Mezzogiorno, 16 aprile 2020
"Con l'epidemia da Coronavirus il sovraffollamento del carcere di Bari è un dramma. Il rischio di trasmissione della malattia è altissimo". L'avvocato Luigi Paccione, insieme al collega Alessio Carlucci, ha presentato una class action procedimentale coinvolgendo governo, procura della Repubblica e Comune. I legali chiedono il rispetto delle misure igienico-sanitarie nell'istituto penitenziale sulla base dei due articoli della Costituzione che garantiscono la salute e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
"Tutela uguale per tutti, va garantita anche agli invisibili" ha spiegato Paccione. In assenza degli adempimenti si configurerebbe un "torto di massa" addebitabile alle istituzioni con la promozione di ricorsi anche in sede internazionale.
"È fondamentale rispettare le misure igienico-sanitarie nel carcere di Bari". A chiederlo gli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, con una class action procedimentale, patrocinata dall'associazione "Nessuno tocchi Caino- Spes contra spem".
Avvocato Paccione a chi vi rivolgete?
"I nostri interlocutori sono il presidente del Consiglio dei ministri, il ministro della Giustizia, la procura della repubblica di Bari, il sindaco Decaro come rappresentante della città e dell'Area metropolitana".
Cosa chiedete?
"Con l'epidemia da Coronavirus il sovraffollamento del carcere pone un problema drammatico. La struttura può accogliere 299 detenuti, ma ce ne sono 434 stando alle ultime stime del ministero della Giustizia. Il rischio di trasmissione della malattia è altissimo. La salute di operatori penitenziari e detenuti è in pericolo. Abbiamo messo a punto, insieme al collega Carlucci, questa class action procedimentale rivolgendoci a governo, procura e Comune. Non è la prima volta che lo facciamo. Il nostro ragionamento è semplice: se, in base alla Costituzione, lo Stato tutela un bene supremo come la salute pubblica anche con provvedimenti restrittivi come il blocco di tutte le attività e della circolazione nel Paese, il principio sancito dall'articolo 3 della stessa Carta costituzionale impone che la tutela sia uguale per tutti. Va garantita anche agli ultimi, agli "invisibili", agli anelli deboli della catena sociale come i detenuti e, ovviamente, deve essere estesa al personale degli istituti carcerari. Altrimenti ci troviamo di fronte a una grave frattura dei principi stabiliti dalla Costituzione e da Carte internazionali come la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo".
Quali risultati vi attendete?
"Il governo deve consentire il rispetto delle prescrizioni in materia di mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro; di divieto di assembramento e di effettiva applicazione delle misure igienico-sanitarie a protezione del personale del carcere e dei detenuti. Al sindaco Decaro chiediamo di vigilare, attraverso gli uffici tecnici e di concerto col ministero della Giustizia, sull'applicazione delle norme. In assenza di questi adempimenti si prefigurerebbe la fattispecie giuridica del "torto di massa" e potremmo, anche in sostituzione degli Enti locali cui è rivolta la class action procedimentale, promuovere ogni rimedio giuridico, a livello nazionale e sovranazionale, per assicurare il ripristino della legalità".
Diceva di aver già fatto ricorso allo strumento della class action procedimentale. Quando?
"Ci sono due precedenti durante i quali ho agito con l'avvocato Carlucci: nel 2009 e nel 2011. Lanciammo la prima class action procedimentale per l'accertamento della proprietà pubblica del teatro Petruzzelli. L'iniziativa sfociò in una delibera del Consiglio comunale che aderì alla nostra visione. La seconda volta ci rivolgemmo alla magistratura perché fosse dichiarato illegale e chiuso il Cie di Bari, Centro di identificazione ed espulsione. In questo caso il ministero dell'Interno è stato condannato per il danno d'immagine arrecato alla città. Ora siamo in Appello dove abbiamo riproposto la domanda di chiusura per ingiusta detenzione, in contrasto con i principi costituzionali. Perché questo è la class action procedimentale: un esercizio di cittadinanza attiva attraverso il quale si chiede ai poteri pubblici la fedeltà ai valori costituzionali, primo tra tutti il valore della non discriminazione delle persone socialmente più deboli e vulnerabili. La base logica della nostra azione è la funzione sociale dell'avvocatura. Siamo presidio di legalità; siamo sentinelle della legalità costituzionale".
Corriere del Trentino, 16 aprile 2020
Sono un centinaio i detenuti del carcere di Spini di Gardolo che potenzialmente potrebbero essere trasferiti nel proprio domicilio. A tanto ammontano infatti le pratiche che stanno analizzando in questi giorni il procuratore Sandro Raimondi e la presidente del Tribunale di sorveglianza, Lorenza Omarchi. Il passaggio è tutt'altro che scontato, "bisognerà analizzare ogni singola pratica e soprattutto verificare chi ha un domicilio presso il quale poter scontare la pena", chiarisce il procuratore.
Molto detenuti della casa circondariale di Spini sono immigrati, senza residenza, per questi la detenzione domiciliare sarà esclusa, salvo che non vengano individuate strutture idonee che possano ospitarli. È chiaro, quindi, che solo tra qualche giorno si potrà avere contezza degli effetti del Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020, numero 18, che ha introdotto misure di sostegno economico per famiglie, lavoratori ed imprese per contrastare gli effetti provocati dall'emergenza epidemiologica da Covid19, e ha dato il via libera alla detenzione domiciliare per chi ha meno di 18 mesi di pena da scontare. Il decreto, adottato dopo le rivolte scoppiate all'interno di numerose carceri italiane a causa dell'emergenza sanitaria, prevede gli arresti domiciliari anche per gravi motivi di salute.
"Ma non vale per tutti i reati", precisa ancora il procuratore. Non è previsto, ad esempio, per reati di violenza domestica e stalking. Sono 10 i positivi al Covid nel carcere di Trento, tra cui 6 agenti, ora in isolamento. I detenuti potranno chiedere e ottenere la detenzione domiciliare fino al 30 giugno 2020. La misura sarà applicata dal magistrato di sorveglianza, non solo su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del pubblico ministero o della direzione del carcere. Per chi deve scontare una pena tra i 7 e i 18 mesi è possibile ricorrere anche al braccialetto elettronico.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 aprile 2020
Rigettate tutte le istanze per chiedere gli arresti domiciliari. La moglie: "Me lo vogliono far morire". È in attesa di giudizio, presenta due noduli proprio dove era stato operato di tumore, soffre di diabete mellito e di altre gravi patologie. Ma, come se non bastasse, ha contratto il coronavirus. Nonostante tutto questo, il giudice ha sentenziato che può rimanere in carcere. Parliamo di M.P., uno dei cinque detenuti attualmente reclusi al carcere di Tolmezzo che hanno avuto esito positivo al tampone.
Sono proprio coloro che provengono dal carcere di Bologna dove c'è un focolaio (contagiati diversi detenuti, agenti e personale sanitario) e dove si è verificato il primo decesso di un recluso per Covid-19. La vicenda personale di questo uomo è tragica e si aggiunge al problema dei trasferimenti da un carcere all'altro con il rischio di veicolare il virus ovunque. Sua moglie, Giusy, è disperata. "Me lo vogliono far morire!", denuncia a Il Dubbio.
Il marito, come detto, ha gravi patologie che di fatto lo rendono incompatibile con l'ambiente carcerario. Eppure le istanze per chiedere gli arresti domiciliari sono state tutte rigettate. Compresa l'ultima, quando l'avvocato difensore, Giuseppe Napoli del foro di Catania, ha scritto nero su bianco che M. P. è risultato positivo al tampone. Come oramai è consolidato dalla comunità scientifica, il virus può essere letale quando colpisce le persone con altre patologie pregresse. Ma è anche vero, se accuditi in un ambiente sano, che si può essere monitorati meglio. Ora l'uomo, con gravi patologie tumorali, condivide la cella con un altro detenuto positivo. "È buttato lì come le bestie - denuncia Giusy, la moglie -, nella sporcizia perché non gli fanno lavare le lenzuola, gli operatori sanitari aprono appena appena la porta per fargli la puntura per la trombosi e via, lasciati lì".
Giusy è disperata, ha paura di perdere suo marito e il pensiero è andato proprio al suo ex compagno della stessa sezione del carcere di Bologna. Parliamo di Vincenzo Sucato che, già fiaccato da altre patologie, è morto in ospedale. Ma non solo. A Giusy è già morto un figlio e il pensiero di perdere suo marito, tratto in arresto per reato associativo e condannato in primo grado a nove anni di carcere, le crea un dolore enorme.
"Mio marito è innocente, era capitato in un giro strano proprio per salvare nostro figlio!", ci tiene a sottolineare Giusy. Diverse sono state le istanze, poi prontamente rigettate dal giudice nonostante il parere favorevole del Pm. C'è anche una analogia con il caso Sucato, il detenuto di Bologna morto in ospedale per coronavirus. L'avvocato aveva chiesto il referto medico alla direzione del penitenziario bolognese, ma la richiesta è rimasta inevasa.
Lo ha evidenziato il difensore in una delle istanze urgenti per chiedere i domiciliari. Una risale al 4 aprile scorso, quando il detenuto era stato appena trasferito al carcere di Tolmezzo. "Chiedo - si legge nell'istanza rivolta al Gup di Milano - un sollecito della S.V. affinché la direzione sanitaria del carcere di Bologna provveda a redigere la relazione medica circa le condizioni di salute del detenuto, previa acquisizione della cartella clinica presso la direzione sanitaria del carcere".
L'avvocato ha sottolineato che il 19 marzo aveva presentato istanza per i domiciliari e che il Gup, il 23 marzo, ha chiesto "con urgenza" la relazione medica dal carcere di Bologna. Ma "nessuna risposta ad oggi", ha precisato l'avvocato nell'istanza.
Il difensore ha sottolineato che il carcere di Tolmezzo, dove nel frattempo il suo assistito è stato trasferito, non aveva ancora ricevuto la cartella clinica dal carcere bolognese. Nel frattempo, sabato scorso il Gip ha risposto all'istanza. A sorpresa -, dopo aver potuto finalmente leggere la cartella clinica del carcere bolognese -, nonostante abbia sottolineato che le patologie del detenuto sarebbero compatibili con il carcere, scrive nero su bianco che c'è "l'elevato rischio di sviluppare complicanze severe e fatali in caso di contagio Covid-19".
Ma non accoglie l'istanza. Perché? "Non risulta indicato né il luogo ove M.P. vorrebbe rimanere in stato di arresto, né se presso tale luogo convivano familiari e se questi siano disponibili ad accoglierlo", si legge nell'ordinanza. L'avvocato Napoli prontamente ha mandato una istanza urgente al Gup di Milano, soprattutto dopo aver appreso che il suo assistito ha contratto il Covid-19. Quindi - come il giudice ha sottolineato qualora dovesse contrarlo - in pericolo di vita.
"Meraviglia - scrive l'avvocato - il fatto che il giudice non abbia avuto l'amabilità di attenzionare l'istanza primaria del 19.03.2020, nella quale era riportato l'indirizzo presso il quale il detenuto avrebbe scontato gli arresti domiciliari, che, peraltro, è la residenza anagrafica della moglie (che ovviamente sin da subito si era resa disponibile ad accoglierlo) ed esattamente lo stesso luogo dove è stato tratto in arresto per il procedimento de quo". L'istanza è tutta concentrata per l'immediata scarcerazione visto che l'uomo ha contratto il coronavirus.
Martedì è arrivata la risposta e Giusy, la moglie di M. P., si è vista crollare il mondo addosso. "Il giudice - si legge scritto a penna - rilevato che nessun elemento nuovo o fatto diverso viene addotto in merito alle esigenze cautelari; che la compatibilità delle condizioni di salute col regime carcerario viene estratta dalla relazione sanitaria; valutata la gravità dei fatti commessi; rigetta tutte le istanze di revoca e sostituzione della misura".
Nulla da fare. Nonostante le sue gravi patologie e l'esito positivo al Covid-19, l'uomo in attesa di un giudizio definitivo può rimanere in carcere. Il caso è stato sottoposto all'attenzione dell'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini che ha promesso che farà di tutto per chiedere un sindacato ispettivo nelle carceri di Bologna e Tolmezzo. Evidenziando la questione dei trasferimenti da un carcere all'altro quando, ai tempi del Covid-19, dovrebbero essere limitatissimi.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 16 aprile 2020
Trenta detenuti risultati positivi all'interno del carcere di Montorio, 25 dei quali sono ancora presenti all'interno della struttura. Secondo la Camera penale di Verona, che interviene con il presidente Claudio Avesani e il componente dell'Osservatorio nazionale carceri Simone Bergamini, "la situazione è molto preoccupante, stante l'elevata probabilità di una repentina e violenta diffusione del contagio, in una struttura carceraria dove, come in tutte le carceri italiane è assai difficile, a causa del generale sovraffollamento, mantenere efficaci condizioni di isolamento sociale".
Per i penalisti, "a fronte dell'accertata positività di un numero rilevante di soggetti, appare indispensabile effettuare i tamponi su tutti i detenuti e su tutto il personale in servizio; occorre inoltre sfoltire rapidamente le presenze di detenuti a Verona, ampiamente sopra il numero regolamentare, come da ultimo autorevolmente segnalato, per tutti gli istituti di pena, dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, il quale ha affermato che "nel nostro sistema processuale il carcere costituisce l'extrema ratio". Per raggiungere questo obiettivo intensificheremo nei prossimi giorni le nostre interlocuzioni con le istituzioni penitenziarie, con la magistratura di sorveglianza e con quella di merito".
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 16 aprile 2020
Gli omicidi in carcere, verifiche sui controlli. La casa circondariale di Rebibbia finisce sotto inchiesta nel procedimento sull'omicidio commesso dalla detenuta Alice Sebesta, responsabile di aver ammazzato i figli di sei mesi e due anni in carcere i118 settembre del 2018.
A disporre approfondimenti sui controlli cui è stata sottoposta la Sebesta nei giorni precedenti la tragedia, è stato il Gup Anna Maria Gavoni con l'invio degli atti in procura. La decisione è contenuta nella sentenza di assoluzione della detenuta dall'accusa di omicidio volontario motivata dall'incapacità di intendere e volere della donna.
Proprio le ragioni dell'assoluzione sono alla base del provvedimento. Come scrive il Gup, la Sebesta, 35 anni, manifesta "una fragilità psicologica" fin dall'ingresso in carcere il 28 agosto di due anni fa, poche ore dopo essere stata arrestata durante il trasporto di dieci chili di marijuana. Ecco la catena di episodi, segnalati dai responsabili del reparto nido, che avrebbero dovuto far scattare l'allarme: il 29 agosto, le detenute, preoccupate per i propri figli, segnalano i comportamenti della donna, dalle continue urla contro i due piccoli alle "fughe" sul pavimento bagnato con in braccio i figli fino alle reazioni scomposte di fronte ai rimproveri delle sorveglianti.
Il 3 settembre è segnalata alla psicologa perché svolga colloqui di sostegno. Il 4 settembre è proposto il regime di grande sorveglianza per monitorarne il comportamento - difesa dall'avvocato Andrea Palmiero - con l'obiettivo di tutelare i figli: non sarà mai concretizzato. Il 17 settembre, alle 18,30, la donna è invitata a pulire la cella, ma si rifiuta e inizia a urlare sempre con i figli in braccio: una situazione che innesca il caos nel reparto.
La mattina del 18 settembre, i timori diventano tragica realtà: la Sebesta - ora in una struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali (Rems) dove resterà 15 anni, come ha deciso il Gup - lancia i figli da una scala, uccidendoli entrambi. Ora toccherà al pm individuare chi avrebbe dovuto evitare la tragedia, prestando più attenzione alle fragilità della donna.
di Claudio Paterniti Martello*
Il Riformista, 16 aprile 2020
All'associazione Antigone sono arrivate testimonianze drammaticissime su un pestaggio di massa avvenuto nella prigione di Santa Maria Capua Vetere. Se i racconti sono veri.
Tra il 7 e l'8 aprile l'Associazione Antigone ha ricevuto numerose segnalazioni su violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Dalle verifiche effettuate dai nostri legali è venuto fuori un quadro che ci parla di una vera e propria mattanza. Questa la cronologia degli eventi.
Il 5 aprile, tra i detenuti del reparto "Nilo", si diffonde la notizia di un detenuto in isolamento con febbre alta, affetto da Covid-19. Si tratta di uno dei detenuti addetti alla distribuzione della spesa - uno spesino, nell'infantilizzante gergo carcerario. La notizia genera paura e ansia, e queste generano una protesta. Circa 150 detenuti su 400 danno vita alla tradizionale battitura delle sbarre. Nella terza sezione del reparto Nilo arrivano a barricarsi dietro una barriera di brande, chiedendo che vengano distribuiti igienizzanti, maschere e guanti.
La protesta sarebbe stata pacifica e si sarebbe spenta alla sera, con la promessa di un colloquio con il Magistrato di Sorveglianza. Il giorno successivo questo colloquio ha luogo. Una volta andato via il Magistrato, però, tra le 15 e le 16, circa 400 agenti di Polizia penitenziaria sarebbero entrati nel reparto in tenuta antisommossa, con i volti coperti dai caschi, e lì, in gruppi da sette, sarebbero entrati nelle celle prendendo i detenuti a schiaffi, calci, pugni e colpi di manganello.
Dopo un primo pestaggio li avrebbero trascinati in corridoio, continuando lì e costringendoli alla fuga verso le scale e fino all'area dedicata al passeggio.
Alcuni caduti per strada sarebbero stati dati altri colpi. Ad altri invece sarebbe stato chiesto di uscire dalle celle per una perquisizione. Una volta denudati sarebbero stati insultati e pestati. Vari detenuti, dopo il pestaggio, sarebbero stati costretti a radersi barba e capelli. A operazione finita alcuni sarebbero stati messi in isolamento, altri trasferiti in altri istituti.
Nei giorni seguenti molte telefonate non sarebbero state consentite. A chi invece era consentito chiamare sarebbero state rivolte minacce nel caso in cui avessero raccontato gli eventi. Ciò non avrebbe impedito a dei detenuti di mostrare ai familiari o agli avvocati i segni delle violenze. Infine, diversi medici avrebbero omesso dai referti i segni delle violenze.
Nella ricostruzione di Antigone si trovano persone massacrate di botte, svenute nel sangue o che il sangue lo urinano, traumi cranici, costole e denti rotti. Ovviamente è stato presentato un esposto in Procura. Antigone ha chiesto che i fatti in questione, laddove fossero confermati, vengano qualificati come tortura commessa da pubblici ufficiali, così come previsto dall'art. 613 bis.
Capita che di fronte alle violenze in carcere si invochi l'art. 41 dell'ordinamento penitenziario, che consente l'uso della forza quando è "indispensabile" "per prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione o per vincere la resistenza anche passiva all'esecuzione degli ordini impartiti". Ma è chiaro, sempre se questa ricostruzione dovesse essere confermata, che non ci troveremmo in questa eventualità. La protesta dei detenuti, oltre a essere stata pacifica, è avvenuta il 5 aprile. L'intervento degli agenti il 6. Si tratterebbe dunque di una ritorsione, non di un'azione di ordine pubblico. Antigone ha chiesto che le autorità competenti facciano luce su quanto accaduto in maniera tempestiva.
*Associazione Antigone
notiziediprato.it, 16 aprile 2020
"Dal Governo poca attenzione alle carceri". La donazione per manifestare la vicinanza ai detenuti e al personale in servizio. "La condizione carceraria non consente il distanziamento sociale e la tutela individuale, il nostro è un piccolo gesto di solidarietà", il commento della Camera penale di Prato.
Mille mascherine donate al carcere della Dogaia dagli avvocati penalisti pratesi. "Con questo piccolo gesto - le parole di Gabriele Terranova, presidente della Camera penale di Prato - intendiamo testimoniare la nostra vicinanza ai detenuti e al personale della casa circondariale in un momento di grande sofferenza e apprensione per tutti.
Un momento che sappiamo essere particolarmente impegnativo per chi, per vicissitudini esistenziali o per condizione lavorativa, si trova a trascorrerlo nel contesto del carcere in cui la convivenza forzata e la natura dei luoghi ostacolano l'adozione delle necessarie misure di distanziamento sociale e di tutela individuale". Le mascherine sono state consegnate nel fine settimana e il direttore della Dogaia ha inviato una lettera di ringraziamento agli avvocati per "l'ingente quantitativo di dispositivi destinati a tutto il personale in servizio".
"Sappiamo che si tratta di un gesto poco più che simbolico - continua Terranova - e che la questione carceraria al tempo del coronavirus meriterebbe ben altra attenzione, fino ad oggi, a giudizio non solo nostro, colpevolmente negata da chi riveste responsabilità di Governo. Ci auguriamo che almeno l'accorato appello lanciato dal Papa a Pasqua induca ad un ripensamento delle pertinenti scelte politiche".
dire.it, 16 aprile 2020
"Progetto partirà a breve da carcere Rebibbia". "Partirà a breve il progetto, realizzato in partnership fra il Ministero della Giustizia e il commissariato per l'emergenza Covid-19, che vedrà 320 detenuti di 3 città italiane (Roma, Milano e Salerno) realizzare mascherine da impiegare soprattutto per il personale degli istituti penitenziari di tutta Italia.
Ciascuna delle sei macchine per la produzione, acquistate dalla struttura del Commissario Straordinario e concesse a titolo gratuito all'Amministrazione Penitenziaria, permetterà la realizzazione di 50 mila mascherine al giorno per 40 detenuti distribuiti su 4 turni da 6 ore l'uno, 400mila pezzi in totale in Italia".
Lo scrive su Facebook l'assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia. "I detenuti saranno opportunamente selezionati, formati, contrattualizzati e retribuiti dalla stessa Amministrazione penitenziaria. Ringrazio il ministero della Giustizia e il commissariato per l'emergenza per l'ottima iniziativa - spiega Frongia - che non poteva che partire dalla Capitale d'Italia, con il carcere di Rebibbia sempre all'avanguardia sotto questo profilo. Grazie anche alla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Gabriella Stramaccioni, sempre in prima fila per le opportunità di riscatto, impiego e impegno sociale della popolazione carceraria.
di Lina Senserini
Il Tirreno, 16 aprile 2020
Casa circondariale e Cpia hanno promosso il progetto di educazione a distanza con offerta fino al biennio delle scuole superiori. L'educazione a distanza non si ferma alle pareti del carcere, nemmeno in tempi di coronavirus. Alla Casa circondariale di Massa Marittima, 30 detenuti stanno continuando a seguire regolarmente le lezioni grazie a un progetto innovativo, tra i pochi a livello nazionale. La novità, non è tanto nel mezzo - Skype, usato anche per i colloqui con i familiari - quanto nella possibilità che l'amministrazione carceraria offre ai detenuti iscritti ai percorsi formativi di prima alfabetizzazione, scuola media e primo biennio delle superiori, di non perdere questa opportunità formativa.
Considerando, anche la complessità dell'organizzazione all'interno di una struttura di detenzione, in termini di sicurezza. Non meno di una settimana fa Il Tirreno aveva indicato questa esperienza, insieme ad altre che coinvolgono i migranti, come esempio di continuità della scuola pubblica in un momento così peculiare. L'idea è della direttrice della Casa circondariale, Cristina Morrone, e del dirigente del Centro per l'istruzione degli adulti (Cpia) di Grosseto, Giovanni Raimondi, accolta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che ha autorizzato la prosecuzione dei corsi in videoconferenza, il 12 marzo. "Tutto questo senza rischi - spiega la direzione del carcere - nel rispetto delle regole per contenere il rischio di contagio. Quindi piccoli gruppi di studenti, spazi idonei e distanze di sicurezza, con l'obiettivo di aprire una porta al futuro e all'innovazione, garantendo ai detenuti una quotidianità più serena e attiva. Come un filo che si riannoda". Tra l'altro il Cpia si è impegnato a far arrivare all'istituto penitenziario nuovi computer e tablet, insieme a dispense e materiali per lo svolgimento delle lezioni.
Il programma prevede video-lezioni sincrone su Skype due volte alla settimana, il martedì e il venerdì dalle 9.30 alle 11, con gli insegnanti della sede di Follonica del Cpia che incontrano gli studenti nello spazio virtuale di internet. Dagli schermi del computer non si parla solo di didattica, ma ci sono momenti per il dialogo per riprendere i progetti per il futuro a fine pena.
Il primo collegamento, il 31 marzo, è stato accolto con entusiasmo da detenuti che hanno subito chiesto notizie e rassicurazioni su quello che succede fuori. Nelle prossime settimane, i percorsi scolastici si affiancheranno alla formazione professionale, con il laboratorio per la trasformazione dei prodotti agroalimentari del territorio, già attivo e sostenuto dall'associazione "Pulmino contadino" in collaborazione con Slow Food Monteregio. "Certo le difficoltà ci sono - spiegano Morrone e Raimondi - ma, grazie all'ottima collaborazione tra staff del carcere e insegnanti, alle solide relazioni con la città, la Casa circondariale di Massa Marittima è un esempio e un laboratorio per tutto il Paese".
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