di Angela Stella
Il Riformista, 17 aprile 2020
Immunodepresso, divideva la branda con un altro contagiato in un istituto dove i colpiti dal virus sono 10. Trentenne recluso a Venezia, a breve la decisione della Cedu.
Ieri mattina protesta davanti al carcere romano di Rebibbia. Alcune persone hanno manifestato davanti all'istituto per chiedere di "aprire le carceri" e hanno distribuito volantini con su scritto: "Stato boia. Aprire le carceri. Chiudere le fabbriche".
All'Ansa invece è giunta ieri una lettera dell'ex boss della Mala del Brenta, Felice Maniero, che, insieme ad un altro detenuto, denuncia le condizioni dei detenuti del carcere di Voghera: "Il rischio di eventuali focolai nelle carceri è probabile; dovesse verificarsi un "si salvi chi può" le conseguenze sarebbero inimmaginabili". "Dopo le reiterate richieste - ha scritto Maniero - ci è ancora vietato, da oltre due mesi di acquistare un disinfettante efficiente".
Invece gli avvocati Giorgio Antoci ed Enrico Trantino ci segnalano il caso di un loro assistito, Giacomo Ieni, detenuto nel carcere di Bologna, dove c'è stato il primo recluso morto da Covid-19 lo scorso 2 aprile e all'interno del quale, secondo Gennarino De Fazio della Uil-pa Polizia Penitenziaria nazionale, altri dieci detenuti sarebbero risultati positivi al tampone. I legali hanno inviato per ben due volte - il 2 e l'8 aprile - una richiesta di detenzione domiciliare al magistrato di sorveglianza di Bologna adducendo diverse motivazioni: il signor Ieni "afferma di essere affetto da anemia acuta, pancreatite acuta, depressione grave, curata con massicce dosi di tranquillanti, immunodeficienza".
Inoltre "ha convissuto con il compagno di cella risultato affetto da Covid-19, mentre è deceduto un altro detenuto, appartenente alla stessa sezione, anch'egli affetto da Covid-19. Nella stessa sezione vi sono altri due contagiati e tre soggetti in quarantena. Ovviamente costoro usano gli stessi servizi degli altri detenuti, acuendo il rischio di contagio in maniera inaccettabile". A loro non è mai giunta alcuna risposta.
Ieri l'ennesima comunicazione: "La difesa comunica che in data odierna lo Ieni Giacomo li ha informati di essere risultato affetto dal Covid-19". Infine segnaliamo il caso del trentenne modenese recluso nel carcere di Vicenza a cui, pur dovendo scontare una pena residua sotto i 18 mesi, è stata negata dal magistrato di sorveglianza di Verona la detenzione domiciliare con o senza braccialetto.
Gli avvocati Roberto Ghini e Pina Di Credico hanno presentato ricorso al Riesame di Venezia e si sono rivolti qualche giorno fa anche alla Cedu: "Solamente martedì sera - ci dicono - la Corte Europea dei Diritti Dell'Uomo ha trasmesso le Osservazioni del Governo Italiano dandoci tempo sino a giovedì mattina per replicare. Le Osservazioni si limitano a generiche rassicurazioni circa l'intervento del Governo a tutela della salute dei detenuti e del personale che opera all'interno delle carceri. Possiamo infine dire che su una domanda precisa sottoposta dalla Corte dei Diritti Dell'Uomo, il Governo ci pare non aver fornito alcuna risposta.
Questa mattina (ieri, ndr), rispettando le richieste della Corte, abbiamo trasmesso le nostre ulteriori osservazioni e abbiamo portato la Cedu a conoscenza di ulteriori documenti che ci sembrano in netto contrasto con quanto sostenuto dal Governo nei propri scritti".
Abbiamo contattato anche l'ufficio stampa del Ministero della Giustizia per avere chiarimenti in merito e ci hanno detto che "la risposta alla Cedu è ad opera dell'Agente del Governo italiano davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non del ministero della Giustizia", quindi non spetterebbe al Ministro rendere noto quanto risposto.
Intanto la decisione della Cedu potrebbe arrivare a brevissimo, essendo una procedura di urgenza. Per discutere di quanto sta accadendo e per valutare iniziative l'associazione radicale Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem ha convocato il suo Consiglio Direttivo per sabato, 18 aprile dalle ore 14:30 alle ore 20:00. Il dibattito sarà trasmesso in diretta da Radio Radicale.
di Fabrizio Schirripa
Left, 17 aprile 2020
Sono un medico, aspirante specializzando in psichiatria e lavoro presso uno degli istituti penitenziari più grandi e importanti del Lazio. Ho avuto modo di leggere gli articoli comparsi su Left in merito alla situazione delle carceri in Italia. Ho sentito l'esigenza di scrivere questo messaggio per raccontare la mia realtà, il racconto di chi il carcere lo vive da dentro, da chi tutti i giorni entra a contatto con una realtà che da fuori può soltanto essere immaginata.
Una realtà amara, nella quale molto spesso viene persa ogni possibilità di cura intesa come dovrebbe essere; cura dell'essere umano, in tutti i suoi aspetti fisici e psichici. Aleggia sempre l'idea di fondo che il detenuto, qualsiasi reato egli abbia commesso, non meriti le attenzioni o anche solo l'interesse umano, volto a migliorare la sua condizione. Riprendendo quello che è stato scritto nell'articolo di Massimo Ponti sull'ultimo numero di Left, è doveroso secondo me aggiungere che prima di arrivare a parlare di esigenze e di cura per il benessere mentale, bisogna farsi carico della soddisfazione dei bisogni primari, primo fra tutti la cura rapida ed efficace delle malattie del corpo.
Visito tutti i giorni decine e decine di detenuti, a volte per richiedere un esame, un accertamento diagnostico, una visita specialistica passano anche intere settimane e non solo per mancanze strutturali, Si cerca di accontentare i detenuti per quel che si può (o per quel che si vuole) cercando di mantenere gli equilibri necessari, fino a che poi non entra in gioco qualcosa che rompe questi equilibri, come è successo con il dilagarsi della pandemia da Covid-19 arrivata fino a dentro le mura dei penitenziari, scatenando rivolte e tutto quello che ci è stato proposto dai media.
Per chi come me ha un'idea e un interesse verso gli esseri umani che è molto distante da questa realtà è difficile continuare a vedere certe cose, ed è molto dura cercare di cambiare qualcosa soprattutto quando ti ritrovi da solo a farlo. Molti hanno commesso reati anche spregevoli è vero, ma rimangono esseri umani. E se è vero che pagano i loro reati con la privazione della loro libertà personale, la libertà di essere esseri umani quella non gliela deve togliere nessuno.
Ristretti Orizzonti, 17 aprile 2020
Registrazione del dibattito video sulla pagina Facebook del "Centro Donati - I care". Con Ornella Favero, presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti; Marcello Matté, giornalista, dehoniano e cappellano presso la Casa Circondariale di Bologna; Chiara Giannelli, volontaria de Il Poggeschi per il carcere.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 17 aprile 2020
Il Papa ha affidato i commenti del Venerdì Santo ai detenuti di un carcere italiano. Durissima la condizione delle carceri nei giorni dell'emergenza Coronavirus. Parla la Garante dei detenuti del Comune di Torino Monica Cristina Gallo. Monica Cristina Gallo, dal luglio 2015 è la Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino.
Tra le prime sostenitrici della campagna "abbona un detenuto" con cui il nostro giornale, grazie alla generosità di tanti lettori ogni settimana entra in 40 sezioni del carcere torinese, oggi è in prima linea, con la Direzione e chi lavora a vario titolo al "Lorusso e Cutugno" per arginare gli effetti del coronavirus in uno dei luoghi più a rischio della città.
Fin dall'inizio del blocco dei colloqui dei detenuti, la Direzione del carcere ha attivato le videochiamate con i famigliari dei distretti attraverso gli smarphone giunti dal Dipartimento dell'amministrazione carceraria e Monica Gallo ha richiesto immediatamente di utilizzare la stessa modalità per i colloqui riservati con la Garante. "L'iniziativa apprezzata dal Garante regionale dei detenuti Bruno Mellano e condivisa con il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria è stata estesa, con l'approvazione del Dipartimento, a tutti i Garanti d'Italia" spiega Monica Gallo "mi è sembrato un modo per alleviare l'isolamento dei ristretti: non potendo vederli di persona da due sabati - il giorno riservato per i miei colloqui - sono davanti al video a parlare con i detenuti che lo richiedono. In due giorni ho sentito molte persone detenute, per alcuni sono necessari interventi con la direzione, per altri è utile contattare la famiglia per rassicurare i familiari che il proprio caro recluso sta bene: faccio da tramite per quanto mi è possibile, per alleviare la solitudine che in carcere in questi giorni è incolmabile".
Monica Cristina Gallo, garante dei detenuti del Comune di Torino
L'emergenza Covid-19 è scoppiata in un tempo problematico per i penitenziari italiani che già soffrono per sovraffollamento e difficoltà dovute spesso a strutture obsolete e carenza di personale. Come si stanno affrontando le urgenze nel carcere torinese?
All'inizio dell'emergenza Covid-19 nella Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" erano recluse 1480 persone su una capienza regolamentare di 1062 posti. Un dato preoccupante che, dall'avvio del mio mandato, ha registrato un aumento importante: alla fine del 2019 le persone detenute presenti erano 1.470, 1.416 alla fine del 2018, 1.371 alla fine del 2017, 1.321 nel 2016, 1.162 nel 2015. Al sovraffollamento vanno aggiunte condizioni strutturali fatiscenti che creano ambienti non tutelati sotto un profilo igienico sanitario. L'inizio dell'emergenza si è dovuta gestire con queste drammatiche problematiche e proponendo alla popolazione detenuta raccomandazioni impraticabili. Ma andiamo per ordine. Il primo problema, il blocco dei colloqui con i familiari non è stato preceduto da alcun dialogo e, a livello nazionale si sono registrate le tragiche vicende che conosciamo. A Torino, a partire da lunedì 9 marzo, quando è scattato il provvedimento, la Direzione ha iniziato un percorso di dialogo e condivisione con la popolazione detenuta, attraverso un ciclo di incontri con i ristretti provenienti dalle varie sezioni del carcere, alle quali ho sempre partecipato. Le assemblee con cadenza settimanale hanno determinato un clima di fiducia, attraverso un cammino di mediazione e compensazione. Alcune raccomandazioni hanno giustamente incontrato imbarazzi fra i detenuti.
Quali?
È inutile pretendere la distanza di sicurezza di un metro in piccole celle occupate da due persone, il lavaggio frequente delle mani senza sapone a disposizione e l'igiene degli ambienti in assenza di prodotti idonei. E, a partire da quel lunedì, ci siamo messi tutti al lavoro, ognuno secondo le proprie competenze, e insieme abbiamo dato risposte concrete. Non abbiamo aspettato che le risposte alle carenze giungessero dai vertici ai quali spetterebbe il compito, in particolare in una situazione grave come questa, ma abbiamo attivato con la comunità il principio di sussidiarietà orizzontale tramite azioni che favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale. La risposta all'appello è stata tempestiva, in particolare dalla Caritas diocesana, da alcune associazioni legate al mondo penitenziario, da liberi cittadini che hanno compreso sin da subito la gravità della situazione e si sono spesi per far fronte alle emergenze materiali. Ad oggi, ad esempio, è attiva una significativa raccolta fondi nata su iniziativa di alcuni genitori di giovani reclusi e gestita dall'Associazione Museo nazionale del Cinema.
Il blocco degli ingressi dei famigliari e dei volontari ha suscitato, come lei ha accennato, a proteste nelle carceri italiane ma a Torino le reazioni sono state contenute. Come garanti avete fatto subito un appello alle Istituzioni e alle Asl perché il mondo carcerario non venga lasciato solo ad affrontare l'emergenza. Quali sono state le risposte?
Il blocco degli ingressi dei familiari è stato tempestivamente affrontato con le misure compensative, oltre alle telefonate straordinarie concesse sin da subito: da due settimane sono attive le video chiamate con whatsapp che consentono alle persone di mantenere i rapporti familiari, le relazioni con i propri legali e il sabato è la giornata dedicata ai colloqui con la sottoscritta. Gli appelli alle istituzioni del territorio sono stati moderati e cauti nella prima fase dell'emergenza, divenuti più incisivi nelle ultime settimane, quando la sanità penitenziaria ha iniziato ad appellarsi al Garante per trovare soluzioni alternative alla detenzione per le persone detenute contagiate o a forte rischio di contagio. Con stupore si è appreso che nulla di preventivo era stato previsto per l'uscita di coloro che diventano incompatibili per le ragioni sopra citate...
E allora come si sta gestendo la situazione dei contagiati e quali sono le richieste dei detenuti?
Non vi è alcuna gestione programmata, l'Unità di crisi territoriale non ha strutturato un piano per gestire l'emergenza Covid-19 all'interno dell'Istituto di pena torinese: ne sono la prova l'affannata corsa di noi tutti, garanti, educatori, agenti nel trovare luoghi idonei affinché i detenuti che hanno contratto il virus vengano alloggiati in luoghi all'esterno per evitare il dilagarsi del contagio. La Direzione dell'Istituto ha immediatamente strutturato una piccola sezione della Casa Circondariale ma di transito. Ancora una volta emerge che il carcere è roba da ricchi: per coloro che hanno una famiglia ed una situazione di normalità all'esterno si aprono le porte e la possibilità di stare in isolamento altrove, per coloro che non hanno legami territoriali e una dimora inizia un calvario. Da alcuni giorni è attivo un bando dell'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) e a breve saranno disponibili fondi della Cassa delle Ammende, sostegni importanti ma che vedranno la loro piena realizzazione forse tra un mese...
E nel frattempo?
Il direttore della Caritas torinese da queste colonne la scorsa settimana ha evidenziato come dopo il blocco degli ingressi e delle uscite dal carcere si siano interrotti tutti gli inserimenti lavorativi e i tirocini con cui i ristretti possono riprogettare un reinserimento a fine pena.
Cosa succederà dopo la fine dell'emergenza?
Qui tocchiamo un altro tasto drammatico. Molti detenuti erano stati avviati ad interessanti percorsi all'esterno che purtroppo sono stati interrotti. Gli inserimenti sono sempre complicati e chi li attiva sa bene a cosa mi riferisco. C'è da sperare che, finita l'emergenza, associazioni, enti e aziende che avevano privilegiato questa tipologia di lavoratori continuino a considerare la loro collocazione una priorità per la riduzione della recidiva e la possibilità di rientrare in società.
"Tutti anche da condannati siamo figli della stessa umanità": è uno dei brani della Via Crucis celebrata Venerdì Santo in piazza San Pietro e che il Papa ha voluto fosse scritta dal mondo carcerario, detenuti, magistrati, volontari, agenti... Che impressione le ha fatto la scelta di Francesco in un momento così difficile per chi vive e lavora in carcere?
Il Papa si è espresso più volte dall'inizio dell'emergenza a favore di quella parte di umanità dimenticata che popola le nostre carceri, così come il Presidente della Repubblica. Hanno commosso le meditazioni della Via Crucis, un altro delicato passo per connettere il mondo carcerario e la sua complessità al resto della società. Forte il vuoto tutto intorno che riconduce a quel senso di abbandono che si sente ancora troppo spesso dentro le mura del carcere.
In tanti in questi giorni in tanti si offrono per dare una mano a chi è più fragile e chi è in carcere in questo momento è doppiamente recluso: lei è in prima linea accanto a chi opera nel penitenziario torinese perché la situazione rimanga sotto controllo. Cosa possiamo fare per contribuire anche materialmente ad alleviare le difficoltà di chi vive in questi mesi dietro le sbarre?
Azzardo una richiesta. Il vostro giornale è uno strumento importantissimo che serve per comunicare con la società libera e reclusa. È necessario più che mai spiegare ai lettori che le pene alternative sono previste dalle norme e si devono scontare fuori dal carcere, è urgentissimo comprendere cosa vuole dire ri-accoglienza senza distinzione, è necessario stimolare il lettore ad uno sguardo verso che quei provvedimenti indispensabili per diminuire i numeri della comunità penitenziaria che non è fatta solo da detenuti, ma da agenti penitenziari, uomini e donne, da educatori e da tutto il personale che sta vivendo in condizioni difficilissime e ogni giorno che passa, con l'aumento dei contagi, si intravvede il dramma che ha duramente colpito le Rsa dove stanno morendo centinaia di anziani.
ilreggino.it, 17 aprile 2020
Ad oggi è stata assegnata solo un'infermiera e due unità a tempo determinato sono in scadenza il 30 aprile e non esiste alcuna ipotesi di rinnovo. "Nonostante le numerose sollecitazioni pervenute da questo sindacato, l'Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria mostra totale disinteresse nei confronti dei sanitari del carcere di Arghillà e dei tanti detenuti". Ad affermarlo in una nota, il coordinamento regionale Nursid Calabria.
"Ad oggi è stata assegnata solo un'infermiera e due unità a tempo determinato sono in scadenza il 30 aprile e non esiste alcuna ipotesi di rinnovo" afferma il segretario regionale del NurSind, Dott. Vincenzo Marrari. Finora si è assistito solo a chiacchiere e proclami, ma non è avvenuta nessuna reale svolta programmatica.
"Di questo passo, non solo non sarà possibile attivare il turno infermieristico notturno, ma si dovrà riconsiderare l'intera gestione dei turni di assistenza infermieristica alla luce della riduzione del personale", afferma Filippo Errante, rappresentante Nursind presso gli Istituti Penitenziari. Tutto questo si inserisce in un ampio sistema di criticità nel quale si deve considerare come da alcuni mesi non ricevano lo stipendio i medici che operano nell'Istituto di Arghillà e come, fatto di enorme gravità, non siano stati effettuati i tamponi per diagnosi Covid al personale sanitario, nonostante ripetute richieste e nonostante le chiare indicazioni fornite dalla Regione Calabria. "Ci auguriamo - conclude Marrari - che l'emergenza Covid non arrivi ad interessare il penitenziario di Arghillà, altrimenti oltre ai gravi risvolti sanitari e sociali dovranno essere valutate le ripercussioni in ambito giudiziario".
di Tiziano Gualtieri
Il Gazzettino, 17 aprile 2020
"Siamo preoccupati per le condizioni di salute di mio papà che si trova in carcere a Tolmezzo ed è risultato positivo al Covid-19". A raccontarlo è il figlio di un detenuto di sessantadue anni, uno dei cinque affetti da Coronavirus e scoperti qualche giorno fa all'interno della casa circondariale carnica di massima sicurezza.
Già a fine marzo l'uomo era stato sottoposto a un tampone che aveva dato esito negativo, poi lo scorso 27 marzo il trasferimento in Carnia da Bologna, dove si trovava recluso perché condannato in primo grado e sottoposto a misura cautelare. Il contagio potrebbe essersi verificato proprio durante il viaggio dall'istituto di pena emiliano, dove si è verificato il primo decesso di un recluso per Covid-19, a quello friulano.
A riferirlo, come riportato in una lettera scritta dalla famiglia, è lo stesso detenuto che sottolinea come nel corso del trasferimento si siano create situazioni di assembramento che potrebbero aver contribuito alla diffusione del virus. Al momento dell'arrivo a Tolmezzo, l'uomo e gli altri sei detenuti sono stati sottoposti nuovamente a tampone, anche in questo caso negativo ma per precauzione posti ugualmente in isolamento. Un secondo test compiuto al termine della quarantena ha rivelato, invece, la positività dei cinque.
"Purtroppo lui ha già delle patologie - prosegue il figlio - è asmatico e fin da piccolo ha avuto problemi ai bronchi", condizioni che fanno temere per la sua salute. Anche perché, già alcuni giorni fa, era stato il detenuto stesso a informare il avvocato e parenti di avere febbre, tosse e dolori articolari. "Non abbiamo molta chiarezza sulle sue condizioni, facciamo fatica ad avere notizie certe. Prima il medico del carcere che è in contatto con il nostro avvocato, ci ha fatto sapere che mio papà risultava essere positivo ma asintomatico. Poi questa mattina (ieri ndr) ci ha dato la conferma che invece ha tutti i sintomi del virus".
Le informazioni contrastanti tra ciò che dichiarava il medico e ciò che affermava il detenuto, hanno contribuito a far aumentare le preoccupazioni dei familiari. A impensierire è anche il fatto che, sempre da quanto viene riferito dalla famiglia, l'uomo sia rinchiuso in compagnia di un altro detenuto, anche lui positivo "con il rischio che entrambi possano aggravarsi. A ciò va aggiunto che condividono l'area esterna con altri due ragazzi".
L'11 aprile scorso l'avvocato dell'uomo ha presentato un'istanza urgente alla Corte di appello di Catanzaro per chiedere la detenzione domiciliare o in ospedale. "Dal carcere - racconta ancora il figlio - ci dicono che il suo trasferimento in ospedale non è necessario, ma io non mi fido più. Per una settimana ci hanno detto che era asintomatico anche se mio papà diceva il contrario.
Ora chi mi assicura che, viste le patologie di cui soffre, sia sottoposto alle giuste cure? Per questo chiediamo possa essere trasferito più vicino a casa dove potremmo controllare meglio le sue condizioni". "Gli avvocati hanno tutti gli strumenti per chiedere notizie - fa sapere Irene Iannucci, direttrice della Casa Circondariale di Tolmezzo - li invito a scrivere, o anche a telefonare, alla direzione del carcere che sicuramente risponderà".
Nei giorni scorsi, intanto, un'altra istanza di revoca della misura cautelare in carcere sarebbe stata inoltrata per un detenuto, affetto da patologie tumorali, risultato positivo al Covid-19 e anch'esso trasferito da Bologna a Tolmezzo. Martedì è giunta la risposta negativa alla richiesta, con il giudice che ha stabilito come l'uomo possa rimanere in cella in attesa del giudizio definitivo.
di Marzia Zamattio
Corriere del Trentino, 17 aprile 2020
La scuola va sempre avanti. Anche e nonostante il coronavirus. Con modalità e tempistiche diverse, ma va avanti, a tutti i livelli e settori. Tranne che in carcere. Da quasi un mese e mezzo 180 studenti (età media 30 anni, di diversa etnia, italiani compresi) dei corsi di alfabetizzazione (elementari), medie e superiori del carcere di Spini di Gardolo, attendono di proseguire le lezioni alle quali sono iscritti.
Un'opportunità per imparare, ma anche per socializzare, per mantenere quel filo con l'esterno, con la vita. Il problema, come spiegano gli insegnanti, è solo tecnico: l'inaccessibilità a Skype per le video-lezioni. Un problema già noto alla direzione sanitaria e alla garante dei detenuti, che si stanno muovendo per risolvere la situazione. "Siamo tutti pronti per proseguire - spiega Stefano Kircher, dirigente scolastico del liceo Rosmini di Trento e coordinatore del ciclo di studi in carcere - se si potesse ripartire al più presto, accelerando la problematica dei collegamenti, sarebbe importante".
Il nodo da risolvere è nelle mani della Provincia, che in collaborazione con gli istituti scolastici sul territorio offre i corsi rivolti ai detenuti: 25 i docenti impegnati per i corsi di alfabetizzazione (tutti i giorni), medie e superiori (impegnati dalle 2 alle 10 ore a settimana). Un progetto di collaborazione in piedi già dal 2012 e nel quale si investe con convinzione per consentire ai detenuti di acquisire alcune competenze di base o di accedere ad un diploma o a una qualifica professionale specifica. Ma in questo periodo di emergenza per il coronavirus tutto si è fermato con il problema delle lezioni a distanza.
Come per le altre realtà scolastiche anche per le lezioni in carcere era stata fatta richiesta di poter attivare la didattica online, ma non è stato possibile per i problemi di linea interna del carcere. Anche per i colloqui con i parenti. Il ministero dell'Istruzione ha di recente richiamato l'attenzione sulla didattica online in carcere come diritto all'istruzione, favorendo, in via straordinaria ed emergenziale, in tutte le situazioni dove possibile, il diritto all'istruzione attraverso modalità di apprendimento a distanza anche per i detenuti. Spingendo le case circondariali ad attrezzarsi.
Anche la garante dei detenuti, Antonia Menghini, spinge per una soluzione del problema per quella che ritiene una priorità. Tanto più che ci sono una trentina di studenti che devono sostenere l'esame di terza media e, come gli altri, hanno ricevuto per sole tre volte in quaranta giorni il materiale cartaceo per le lezioni. Un modo che serve solo per mantenere un filo con gli insegnanti ma non è fare scuola, dicono gli insegnati.
I docenti delle scuole in carcere si sono raccolti, da alcuni anni, nella rete delle scuole ristrette e hanno portato avanti una battaglia incessante per far riconoscere la scuola in carcere quale elemento essenziale dell'esecuzione penale, visto che i docenti, per nove mesi l'anno, hanno un rapporto quotidiano e costante con i detenuti iscritti e rappresentano, per loro, l'unico contatto col mondo esterno nel quale prima o poi torneranno.
Oggi, però mentre le scuole esterne continuano, anche se con difficoltà, il proprio percorso, gli studenti in carcere non hanno più alcun rapporto diretto con i propri insegnanti, se non mediato da materiale cartaceo consegnato tramite educatori o agenti penitenziari che spesso, per le condizioni di invivibilità interna, non potranno essere neppure lette.
"Attendiamo che la Provincia finisca di sistemare i collegamenti per poi ripartire - conclude Kirchner - la scuola per gli studenti è molto importante, specialmente ora, in questa emergenza, isolati ancora di più: serve per impegnarli e vedere il futuro".
di Alessandro Canella
radiocittafujiko.it, 17 aprile 2020
Si aggravano i contagi da coronavirus alla Casa circondariale della Dozza. Seppur i tamponi effettuati siano pochi e a campione, denunciano i sindacati, sono emersi una ventina di casi positivi fra i detenuti e ciò crea allarme. Fp Cgil ha scritto al Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e al Direttore della Casa circondariale chiedendo che vengano effettuati tamponi su tutta la popolazione carceraria e che ci si prepari a fronteggiare un'ulteriore emergenza prima che la situazione diventi insostenibile.
"Se dai tamponi effettuati a tampone è emerso un numero cospicuo di positivi - sottolinea ai nostri microfoni Salvatore Bianco di Fp Cgil - la cosa non può che preoccuparci. A differenza di altri sindacati noi chiediamo che i test vengano effettuati su tutta la popolazione carceraria, sia sugli agenti che sui detenuti, perché tutti hanno diritto a sapere quali sono le proprie condizioni di salute".
L'incertezza, in particolare, crea panico e ciò può portare al ripetersi delle rivolte che si sono registrate a inizio marzo. Uno scenario che, per il sindacato, va assolutamente evitato.
Un altro punto riguarda gli spazi destinati all'isolamento dei casi positivi. "I nostri delegati ci dicono che sono stati predisposti e aumentati - osserva il sindacalista - ma se l'epidemia dovesse allargarsi gli attuali spazi per l'isolamento delle persone positive potrebbero non bastare, anche perché alcuni locali, in seguito ai disordini, non sono più utilizzabili".
Alcuni detenuti, nei giorni scorsi, sono già stati trasferiti in altre strutture, ma anche questa misura potrebbe non bastare, a fronte di un cronico sovraffollamento del carcere.
"La Regione si sta attivando per trovare strutture esterne - riporta Bianco - ma poiché il sovraffollamento è un problema strutturale, occorre mettere subito in atto misure alternative alla detenzione, in particolare per i detenuti a fine pena". Il decreto del governo si muoveva in questo senso, ma per alcune associazioni le persone che possono beneficiare di una misura alternativa alla detenzione sono troppo poche e lo svuotamento effettivo procede troppo a rilento. Molte domande presentate nei giorni scorsi, inoltre, sono state rigettate. Tra i problemi riscontrati si registra la mancata disponibilità dei braccialetti elettronici, previsti dall'ordinamento.
di Elio Romano Belfiore*
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 aprile 2020
È noto come il Parlamento europeo, nell'ambito delle proprie competenze, faccia ormai da tempo pressing sull'Italia alfine di garantire-più di quanto il bel Paese non abbia fatto finora - i diritti delle persone private della libertà personale e combattere la piaga del sovraffollamento delle carceri. Diciamolo senza tanti giri di parole: nel vecchio continente siamo tra gli ultimi per il trattamento riservato a coloro che hanno la sventura di varcare la soglia dei nostri istituti di pena.
vistanet.it, 17 aprile 2020
Salgono così a 860 le mascherine messe a disposizione dell'Istituto dall'associazione di volontariato sociale che si aggiungono a quelle del Dap e del Ssn a protezione degli agenti della Polizia Penitenziaria e dei Sanitari che svolgono il servizio nel carcere.
Altre 260 mascherine chirurgiche e 700 guanti sono stati recapitati nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta. L'iniziativa, che si aggiunge alla precedente donazione di 600 dispositivi individuali di protezione per cercare di rendere più sicura la convivenza nelle celle, è stata dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che si è avvalsa della collaborazione del Rotary Club di Quartu Sant'Elena, presieduto da Tullio Conti, per il reperimento dei dispositivi e per la loro consegna nel carcere.
Salgono così a 860 le mascherine messe a disposizione dell'Istituto dall'associazione di volontariato sociale che si aggiungono a quelle del Dap e del SSN a protezione degli Agenti della Polizia Penitenziaria e dei Sanitari che svolgono il servizio nel carcere. "L'associazione - ha detto Marco Porcu, direttore della struttura penitenziaria - ha dimostrato ancora una volta una pregevole sensibilità contribuendo concretamente a rendere più agevole il nostro impegno di garantire sempre maggiore serenità alle persone detenute e ai loro familiari.
L'Istituto, infatti, ha messo a disposizione di ciascun ristretto le protezioni, ha attivato da subito le videochiamate e favorisce i rapporti con i familiari anche se solo con le telefonate. Stiamo seguendo un rigido protocollo proprio per preservare la salute di tutti e l'aiuto del volontariato è in questo momento ancora più importante".
"In una realtà complessa e fragile come quella del carcere - afferma Elisa Montanari, presidente di SDR - dove la convivenza non consente di mantenere le distanze, abbiamo pensato di contribuire concretamente con dispositivi di protezione. Il Rotary di Quartu ci ha aiutato a reperire le mascherine in un momento in cui è ancora molto difficile trovarle in numero adeguato ai bisogni. Confidiamo nella professionalità di tutti gli operatori penitenziari a cui è richiesta ora più che mai una notevole dose di abnegazione.
Il nostro auspicio è che al più presto si adottino ulteriori misure per favorire il ritorno in famiglia di chi sta finendo di scontare la pena. Il Ministero della Giustizia deve fare un atto di coraggio anche perché i rischi sono sempre altissimi. Le parole di Papa Francesco, quelle del Presidente Mattarella, dei Magistrati e degli Ordini forensi non possono essere lasciate cadere nel vuoto. Per quanto ci riguarda chiediamo ancora una volta un provvedimento di amnistia che risponda seriamente a una emergenza epocale".
- Massa. Luis, il detenuto che produce mascherine per carceri e ospedali
- Oristano. Coronavirus, i vigili del fuoco sanificano il carcere di Massama
- Sepúlveda. Dalle carceri del Cile alla Gabbianella, l'amicizia fa restare umani
- Crotone. Consegnate 150 mascherine ai detenuti
- Colombia. Detenzione domiciliare per i soggetti a rischio coronavirus










