di Raul Leoni
gnewsonline.it, 18 aprile 2020
Proseguono senza soluzione di continuità le iniziative di contrasto al Coronavirus legate agli istituti penitenziari, con la tecnica del doppio binario: da un lato l'avvio della produzione dei dispositivi di protezione individuale, nelle sartorie delle strutture in cui lavorano i detenuti, dall'altro le donazioni destinate agli operatori penitenziari e alla stessa popolazione carceraria.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 aprile 2020
Al 16 aprile risultano 54.998 reclusi su una capienza di 47.000 posti disponibili. C'è un dato, certo, che non può non essere preso in considerazione. Rispetto solo a un mese fa, la popolazione detenuta ha avuto una riduzione di circa 6.000 persone. Nel recente bollettino pubblicato dal Garante nazionale delle persone private della libertà c'è un dato inequivocabile: al 16 aprile risultano 54.998 presenze per una capienza di poco più di 47.000 di posti realmente disponibili.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 18 aprile 2020
Una circolare invita a segnalare detenuti malati e anziani per eventuali pene alternative. E la lista potrebbe comprendere l'intera Cupola di Cosa nostra. I mafiosi che stanno "fuori" e quelli che sono "dentro" si sono messi alla finestra in attesa dell'evolversi della pandemia, perché durante l'emergenza tutto può accadere in loro favore senza destare sdegno in un'opinione pubblica tutta presa a difendersi dal virus.
Quelli "fuori" sono pronti a intervenire con le loro azioni dopo la riapertura parziale o totale del Paese. Attendono di capire come la fase due di questa emergenza modificherà l'economia del paese, per individuare i nuovi obiettivi su cui lucrare, forti soprattutto della grande massa di denaro liquido che hanno a disposizione. Il cash è una delle armi più potenti di cui le mafie dispongono in questo momento, capace di spazzare via ogni cosa, senza provocare spargimento di sangue.
Per il direttore generale della pubblica sicurezza le organizzazioni criminali hanno già da tempo investito nelle attività di prima necessità che non sono state bloccate dalle restrizioni da Covid-19: la filiera agro-alimentare, farmaci, il trasporto su gomma, servizi funebri, le imprese di pulizia. E le rivolte nelle carceri. Ecco Il documento inviato ai 194 Paesi dell'Interpol
Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha avvertito: bisogna evitare "che il deficit di liquidità, che in questo momento emergenziale può interessare imprenditori e intere categorie di cittadini, possa essere finanziato dalle organizzazioni criminali attraverso l'usura o l'acquisizione delle stesse attività". Per questo motivo i prefetti, su indicazione del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, stanno tenendo alta la guardia per scongiurare il rischio di infiltrazioni criminali nella fase di riavvio delle attività economiche e per vigilare sulle dinamiche societarie e in quello immobiliare. E per questo motivo non possono passare inosservati alcuni episodi che si sono verificati nei giorni scorsi a partire dal caso di un furgone con banconote per 500mila euro fermato alla frontiera: proveniva da un Paese dell'Est ed era guidato da calabresi legati alla 'ndrangheta.
Un segno del fatto che le mafie abbiano fiutato le opportunità aperte da situazioni di impoverimento di imprenditori e commercianti e vogliono incrementare il welfare mafioso.
E l'attenzione si concentra sulla fase due, quando i fondi per il rilancio dovranno essere tracciati e controllati. E su questo gli investigatori sono già pronti. I poliziotti che lavorano sotto la Dac (Direzione centrale anticrimine della polizia di Stato) diretta da Francesco Messina, hanno già sul territorio oltre trenta agenti operativi sotto copertura: a Roma, Milano, Napoli e Palermo. Puntano ai reati spia di attività mafiose che sono spesso la corruzione. A questi agenti infiltrati altri ancora se ne aggiungeranno nei prossimi mesi.
E poi ci sono i mafiosi "dentro", quelli che attendono, soprattutto chi sta al 41bis. Attendono una finestra per mettere fuori la testa dal carcere "impermeabile" a cui sono sottoposti. In alcuni istituti di pena i capimafia detenuti potrebbero sfruttar e lo stato di emergenza in cui sono i penitenziari per avere pene alternative, magari, come hanno già ottenuto nei giorni scorsi una decina di boss, gli arresti in casa. I 41bis stanno dunque covando, vogliono soluzioni a loro favore che possono essere spinte da chi sta "fuori".
Il 21 marzo scorso l'amministrazione penitenziaria ha inviato a tutti i direttori delle carceri una circolare in cui li invita a "comunicare con solerzia all'autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza", il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione, che potrebbe avere almeno una delle nove patologie che il Dap elenca.
È poi si chiede di segnalare, sempre per la pena alternativa, anche le persone che superano i 70 anni, e con questa caratteristica sono 74 i boss che oggi sono al 41 bis. Fra loro si conta Leoluca Bagarella (che sta spingendo da tempo per avere gli arresti in casa) i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera. Sono solo alcuni, ma già questi nomi bastano a comporre la Cupola delle mafie. Immaginare di averli fuori, prima di scontare la pena, mentre ancora circola il virus di Covid19, sarebbe una doppia pandemia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 18 aprile 2020
Casa di reclusione, casa di riposo. Le chiamano così. Ma quale casa? Qui c'è solo obbligo. E ora, sul tetto, quel cecchino che si chiama Covid. Luoghi in cui non vorresti mai andare. Casa di reclusione, casa di riposo. Dove il termine "casa" non è focolare, non è abbraccio, non è protezione né comunità. È un luogo non scelto, non accettato.
Vai in carcere innocente in attesa di un processo che non arriva mai, o a scontare una pena e allora puoi segnare sul muro col gessetto i giorni di non vita che passano in attesa di quelli di vita che ti attendono. Vai in una casa di riposo a trascorrere i giorni che ti separano dalla fine di tutto. Ci vai perché non sai più dare a te stesso quel che serve per esserci senza il bisogno degli altri, e perché gli altri non riescono più a contenere la tua fragilità, non ti sanno più ascoltare, e albergano in luoghi e tempi dove non c'è spazio per la vecchiaia.
Poi arriva una piccola cosa che chiamano virus e tutti si muovono come formichine impazzite, e cercano di imparare e convivere con la paura, con un'improvvisa mancanza di protezione, con una sorta di nudità che li rende simili a te, a te che sei rinchiuso perché hai peccato o che hai subìto nell'abbandono il peccato di altri. E tu che sei chiuso dentro, sei impotente come tutti i giorni, quelli che ti separano dalla libertà o quelli che ti separano dalla fine.
D'improvviso scompaiono tutti quelli che ti portavano da fuori quel pezzetto di vita che non ti appartiene più. Vengono chiuse porte e finestre delle carceri con lesta prontezza. Un po' più tardi quelle delle case di riposo. Fuori c'è il piccolo virus appostato come un cecchino sul tetto del mondo. Per chi è "dentro" non c'è che il salto tecnologico, di tanto in tanto, nel gesto gentile di un agente o un volontario che allunga il braccio e consente al recluso di assaporare su un I phone o un tablet un finto abbraccio con un coniuge ansioso.
E una mano pietosa ti mette nelle mani tremolanti, sul tuo corpo abbandonato su una carrozzina, quel qualcosa di lucido che ti mostra nipotine festanti con le loro mamme frettolose, su, saluta la nonna che dobbiamo andare. Poi succede che nelle case di riposo, per tanti il riposo diventa eterno, definitivo e ci si domanda perché.
E si pensa ai tanti, medici e infermieri e operatori sociosanitari che entrano ed escono, e poi ti toccano, ti sollevano e ti imboccano, hanno con te una relazione simbiotica fatta di corporeità e di amore. Tu sai e loro sanno che tu sei lì a passare il tempo e poi a dire addio a tutti, a quelli di dentro e a quelli di fuori che ora non ci sono più perché c'è il cecchino sul tetto del mondo, e nessuno potrà accompagnarti da nessuna parte, neanche alla cremazione.
Nelle Case di reclusione c'è l'attesa. L'attesa di una boccata di libertà che arriva in tutte le parti del mondo, quelle che conosci e quelle che hai visto sull'atlante alle medie. Quei paesi di cui ti hanno detto che lì non c'è la democrazia, ci sono dittatori e guerre. E pure in quei luoghi le porte e le finestre delle prigioni si spalancano, e si manda la gente ad affrontare il virus a viso aperto, e allora puoi scegliere di mantenere il "distanziamento sociale" perché hai dei metri intorno a te.
E il tuo fiato con le malefiche goccioline non si mescola più con il fiato di quelli che il destino ti ha messo sopra e sotto nel letto a castello di una celletta monacale. E così anche tu che possiedi ancora il tuo corpo integro, che sei giovane e di notte sogni e fai l'amore col tuo corpo, cominci a pensare che non vuoi morire così, con la bestiolina portata dentro da qualcuno che non ti tocca e non ti abbraccia, ma che parla, che emette goccioline e che ti trasmette una fragilità che non credevi di avere. Guardi la televisione, vedi bare e gente che piange e tutti questi ospiti delle case di riposo che se ne vanno. Ma loro sono vecchi, pensi, è normale, è giusto che siano loro a morire. Ma poi ti guardi intorno e senti una valanga di goccioline che ti piomba addosso. E la tv dice che persino in Iraq mandano a casa i detenuti, finché c'è il virus. In Italia no, mondo boia. E senti che può capitare anche a te, non solo ai vecchi.
di Andrea Pugiotto
Il Manifesto, 18 aprile 2020
Non si può negare l'evidenza? Eccome, se si può. Lo fa il travaglio mentale di chi sostiene che il carcere sia il luogo più sicuro contro il Covid-19, squadernando statistiche alla Trilussa: ad oggi, sono 105 i detenuti e 209 gli agenti positivi al virus; solo 6 i morti, distribuiti equamente tra reclusi, guardie e medici penitenziari; dunque "l'ultima cosa da fare per mettere i detenuti al riparo dal contagio è scarcerarli". La sostengono in molti, questa incredibile sciocchezza: conviene, allora, mettere in chiaro alcune cose.
di Liana Milella
La Repubblica, 18 aprile 2020
Dopo le proteste delle Camere penali che contestano il Guardasigilli per le udienze telematiche. Dopo giorni di tam tam contro i processi cosiddetti "da remoto", cioè via computer, con il giudice ma anche l'imputato collegati in rete, le Camere penali ottengono un primo stop. Scrivono al Garante della Privacy Antonello Soro protestando per quella che ritengono non solo una violazione della riservatezza, ma anche delle regole costituzionali sul processo.
E Soro, esaminato il dossier, scrive a sua volta al ministro della Giustizia per dirgli che, non solo avrebbe dovuto essere informato, mentre finora non sapeva nulla, ma che comunque nell'uso di una piattaforma, per giunta straniera, si rischia di violare i dati riservati della persona sotto processo. Plaudono ovviamente le Camere penali, e con loro il forzista Enrico Costa che, con Italia viva, in commissione Giustizia alla Camera, ha appena chiesto di cancellare la norma. Mentre il Pd la tiene ferma considerandola solo una necessità legata all'emergenza del Covid-19, quindi in vigore solo fino al 30 giugno. Qualche dubbio anche per Federico Conte, di Leu.
Ma vediamo cosa scrive Soro a Bonafede: "Questa Autorità non è stata investita di alcuna richiesta di parere sulle norme emanate in merito, con decretazione d'urgenza, né sulla scelta della piattaforma e dell'applicativo da indicare, ai fini della celebrazione da remoto del processo penale". Ma, alla luce delle considerazioni delle Camere penali, Soro esorta Bonafede a fornire "ogni elemento ritenuto utile alla migliore comprensione delle caratteristiche dei trattamenti effettuati nel contesto della celebrazione, a distanza, del processo penale, ai fini dell'esercizio delle funzioni istituzionali attribuite a questa Autorità". Soro esprime anche delle preoccupazioni "sull'eventualità che Microsoft Corporation o un amministratore di sistema possa desumere, dai metadati nella sua disponibilità, alcuni dati 'giudiziari' particolarmente delicati quali, ad esempio, la condizione di soggetto sottoposto alle indagini o di imputato".
Ovvia la reazione soddisfatta delle Camere penali perché la lettera del Garante a Bonafede "ricalca esattamente le obiezioni tecniche e giuridiche sollevate dai penalisti italiani". Nonché "la doglianza del Garante di non essere stato preventivamente interpellato in ordine a una prospettiva di riforma legislativa di così clamoroso impatto sulle problematiche proprie della competenza di quella autorità indipendente". Altrettanto ovvia anche la nota del responsabile Giustizia di Forza Italia Costa, da sempre critico con Bonafede, che chiede "di cancellare la norma, punto e basta, perché non sono ammissibili mediazioni". Peraltro Costa aveva già criticato l'idea che i processi si potessero celebrare "con il giudice in camera da letto".
Ma cosa succede adesso? In attesa della replica di Bonafede conviene riassumere i termini della querelle e verificarne il possibile esito. Le norme sui processi cosiddetti "da remoto" sogno state inserite negli emendamenti al decreto Cura Italia, in discussione alla Camera dopo il primo sì al Senato, ma con la fiducia. Proprio a palazzo Madama il decreto originario sulla giustizia del 17 marzo è stato ampliato, prevedendo la possibilità di celebrare i dibattimenti del tutto fuori dai tribunali, con collegamenti via computer, mentre fino a quel momento era possibile tenerli, ma con il detenuto in collegamento dal carcere. Tutto questo fino al 30 giugno. Bonafede ha chiesto - dopo un'esplicita richiesta dei procuratori - che anche gli interrogatori nelle inchieste si possano svolgere via pc. Ma questa norma non è ancora passata anche se dovrebbe essere introdotta alla Camera.
Da subito le Camere penali hanno protestato "perché in questo modo il giudice non guarda più negli occhi l'imputato". La preoccupazione è che il sistema superi l'emergenza del Covid e, per accelerare i tempi della giustizia, diventi la regola. Sempre il processo a distanza. E negli emendamenti appena presentati alla Camera, oltre a Forza Italia con Costa, anche Italia viva ha chiesto di abolire i processi da remoto. Possibile solo consentire che gli imputati detenuti si colleghino dal carcere, anche con il difensore, ma mantenendo il giudice nell'aula di tribunale. Alla Camera si vota martedì, anche se il testo del Cura Italia poi dovrà tornare al Senato poter un'ultima lettura. Ma la lettera di Soro potrebbe cambiare qualcosa.
di Gemma Brandi*
quotidianosanita.it, 18 aprile 2020
Potrebbe sembrare strana questa sorta di calma piatta che, dopo gli iniziali tumulti, carcerari in specie, attraversa il Paese. È la quiete che segue la tempesta, la quiete di chi scruta l'orizzonte temendo l'accendersi di sinistri turbini, di chi cerca un assestamento dopo l'intensa scossa tellurica che ha messo a soqquadro il network relazionale, la routine in cui si era immersi più o meno consapevolmente, con maggiore o minore soddisfazione, attivamente o passivamente.
La frattura è scomposta o ingranata, per niente allineata e richiede quindi attenzione e cure, le stesse che abbiamo sottratto al talora spossante e frenetico rotolare di cosa in cosa. Lo spostamento energetico è sempre fertile, sempre, benché o forse perché doloroso. Sentiamo levarsi voci di grandi o meno grandi vecchi che reputano moralistico presumere che un simile sconquasso fertilizzi il campo sociale e personale. Costoro sono i primi tra i moralisti, sono i bene integrati in un sistema che li ha colmati di privilegi. Meglio lasciare tali moralisti proiettivi alla loro stantia deriva e privilegiare idee che non si fermino a pregiudizi di maniera, positivi o negativi che siano.
Ebbene, l'apnea sociale del periodo dimostra una cosa: che gli italiani riflettono, magari senza saperlo. Da tempo hanno ridotto la loro partecipazione alla crescita demografica della umanità, passo indietro visto da troppi come colpa ovvero aspirazione frustrata, e invece sintomo di una inconscia consapevolezza dei limiti del Pianeta. E ora affrontano l'isolamento arrangiandosi alla loro maniera antica, benedetti da una primavera perfetta e prolungata dei cui colori tersi, della cui atmosfera frizzante tutti possono godere anche solo affacciandosi alla finestra di una qualsiasi abitazione, per piccola, modesta, sovraffollata che sia: una geografia e una meteorologia straordinarie sono tra i doni che gli abitanti del Belpaese hanno in dote.
E inoltre, affrontano l'esperienza mettendo a frutto i diffusi strumenti di comunicazione virtuale, adattandoli alla necessità del momento, inventandosi soluzioni mai esperite. Che gli psicoterapeuti potessero convertire le sedute nel proprio studio in incontri in rete sarebbe parso blasfemo ai più; oggi al contrario risulta un percorso praticabile ed efficace, paradossalmente più efficace a volte, un metodo che permetterà a qualcuno, in futuro, di scegliere una figura di riferimento non necessariamente sotto casa e di farlo anche se impossibilitato a muoversi dal proprio domicilio per altre ragioni. Accade persino, udite udite, che gli italiani sognino più di prima. Se per il Libro dei libri l'uomo che non sogna per una settimana è cattivo, forse stiamo diventando più buoni.
Espressività ritrovate e scoperte innovative non devono oscurare un'area cui occorre dedicare risorse e pensiero fin da subito: l'ampio spettro delle fragilità che non possono, per ragioni svariate, subire un protratto confino in spazi angusti senza i sostegni necessari, senza gli inevitabili distanziamenti intra familiari, senza un idoneo monitoraggio. Non si è nella condizione di promettere tutto a tutti e mai come in questo momento è necessario creare tabelle di priorità da rispettare, guidati dalla stella polare della "necessità".
Chiunque avverta, ad esempio, un bisogno di rassicurazione e di restauro del proprio percorso esistenziale, sarà nella condizione di decidere autonomamente di rivolgersi ai professionisti che non mancano nel settore. Potrebbe essere l'incipit di un approfondimento utile alla vita anche al di là di questa congiuntura sfavorevole in sé. Sono coloro che non hanno una tale consapevolezza e la sufficiente autonomia per operare delle scelte che vanno sorretti, stanati all'occorrenza, immessi in un tessuto comunicativo indispensabile alla loro sopravvivenza e gravido di conseguenze vantaggiose poi, perché nessuna relazione conta davvero come quella che si stabilisce in uno stato di precarietà estrema.
Si tratta di occasioni nutrienti e affidabili per sempre, che mai si sarebbero date nel tran tran, anche duro, di esistenze difficili e che l'urgenza fa germogliare. I rapporti terapeutici che in carcere ho stabilito con persone che non si sarebbero fatte raggiungere all'esterno e che si sono affidate anche poi, ne sono la testimonianza viva.
Ecco le ragioni per cui essere proattivi nei confronti dei più fragili, disponibili nei confronti di tutti, generosi in pensieri, parole ed opere e pertanto lucidamente speranzosi, altro che moralisti e induttori di sensi di colpa, come qualcuno filosofeggiando pretende di far credere, mentre non alza un dito, non suggerisce una ipotesi di lavoro, ma si limita a una sterile esaltazione di sé.
*Psichiatra psicoanalista, Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 18 aprile 2020
Se una cassiera lavora perché non possono fare altrettanto avvocati e giudici? Basterebbe rispettare le regole della messa in sicurezza. Ma anche tra i legali c'è chi invoca misure straordinarie.
Apocalittici e integrati, diceva Eco, a proposito della cultura di massa, contrapponendo quelli che avevano una visione aristocratica ma retrò della questione a quelli che ne avevano una popolare ma a volte semplificata. Lui si ritagliò una posizione diversa, in qualche modo mediana, anche se, poi, riconobbe che in qualità di strumenti della cultura pop "i social hanno dato voce a legioni di imbecilli". Affermazione particolarmente vera di questi tempi, in tutti i campi.
La cosa m'è tornata in mente a proposito del dibattito/non dibattito sui rischi che l'attuale situazione sta determinando rispetto alle libertà ed ai diritti civili, in tempo di Coronavirus. Di fronte alle poche voci che ammoniscono a verificare l'impatto di alcune decisioni sulla tenuta democratica complessiva, schiere di fiduciosi nelle magnifiche e progressive sorti del controllo tecnologico dei cittadini, o semplicemente della tecnologia, invocano ad ogni piè sospinto lo stato di necessità sanitaria.
Tutti uniti dietro allo slogan "intercettateci, seguitici, controllateci tutti ed informatizzate pure i confessionali" così sconfiggiamo il Corona (o le mafie, o la corruzione ma questo è un altro discorso...). Per ragioni, diciamo così, di competenza, io guardo la cosa soprattutto rispetto alle sorti del Giusto Processo.
Anche nel mondo giudiziario, infatti, si registra la stessa dicotomia, e per una volta questa non combacia, perlomeno non del tutto, con le distinzioni di categoria. Soprattutto tra i secondi, infatti, non è raro trovare, oltre che la quasi totalità dei magistrati, anche numerosi avvocati, soprattutto tra quelli più colpiti, per ragioni personali o geografi che, dall'epidemia. Qui la parola d'ordine è: "finché il rischio non sarà azzerato in aula non ci si torna".
L'esigenza di tutela della vita umana - dicono - prevale già sulla libertà di circolazione, sulla libertà di riunione, sulla privacy, perché non sul processo? Pertanto, senza trincerarci dietro a steccati ideologici, si conceda alla macchina della giustizia di riprendere facendo da remoto - in maniera smart, sostengono con deliziosa anglofonia - tutto quel che si può fare: convalide degli arresti, udienze, persino le camere di consiglio e i processi in Corte di Assise.
Se la medicina è amara sul versante dei principi, è anche l'unica che permette a quelli che non hanno lo stipendio, cioè proprio gli avvocati, di avere una qualche prospettiva, altrimenti, concludono beffardi, "mangiatevi i principi e morite di fame".
Argomento un po' rude ma dotato di una sua forza persuasiva, va riconosciuto. La categoria, è praticamente egemone tra i magistrati e, soprattutto, tra i capi degli uffici giudiziari, i quali, visto che il dicastero non brilla, né per lo spirito né per il gusto, per dirla con Faber, molte di queste cose se le sono già decise da soli, e senza neppure una legge a disciplinarle. Poi, come succede da decenni, hanno spedito il compitino alla Politica e quella l'ha copiato.
Ora, che rispondono gli avversari - categoria alla quale appartengo - che sono molti di meno persino tra gli avvocati? Beh, intanto, mettono sul piatto una fi gura retorica che rischia avere la stessa fortuna della casalinga di Voghera di Arbasiniana memoria: la cassiera di supermarket. Se a costei chiediamo di essere sufficientemente coraggiosa da incontrare, a meno di un metro, qualche centinaio di persone al giorno, perché lo stesso coraggio non lo pretendiamo dal mitico operatore di giustizia? Orribile neologismo che comprende avvocati e magistrati.
Domanda a cui non è possibile rispondere "perché mangiare è necessario" giacché questo argomento, cioè che è necessaria anche la Giustizia, sta alla base anche della posizione avversa. Se la Giustizia è necessaria, tanto da essere disposti a farla camminare coi cannocchiali telematici, lo è come gli altri rami necessari, come la produzione di certi beni, come gli apparati di sicurezza. Ma perché la Giustizia, dopo essersi fermata, ragionevolmente, allo scoppio dell'epidemia, una volta rimessa in moto dovrebbe camminare in maniera sghemba?
Ascoltare un agente di pg in tv si potrà anche fare, tanto che già si fa ordinariamente, con i pentiti, ma non è la stessa cosa che farlo dal vivo, come non è la stessa cosa fare un esame ad un perito dal vivo o per via elettronica, né una arringa. Anche qui è facile ribattere dicendo che anche le filiere industriali modificheranno le linee produttive; è vero, ma non in maniera tale da alterare il prodotto: sarebbe inutile perché non lo venderebbero.
Viceversa la modifica di alcuni tratti strutturali del processo, si pensi solo alla possibilità di alterazione del meccanismo decisionale nella ipotesi di giudici che stanno a qualche centinaio di chilometri di distanza l'uno dall'altro, mette a rischio la qualità del prodotto/sentenza. Con le camere di consiglio telematiche cosa garantirà la segretezza, per non parlare della collegialità vera? Cosa garantirà l'assenza di meccanismi che possano influire sulla libera determinazione del singolo giudice?
Non è necessario arrivare al paradosso del giudice che decide con il parente dell'imputato - o il collega del poliziotto che ha fatto le indagini - in salotto, basta immaginare che la detenzione della documentazione processuale resterà saldamente nelle mani di uno dei giudici, non potendo ipotizzarsi il contrario, per verificare come quel meccanismo porti diritto ad una asimmetria che la tecnologia non potrà mai eliminare.
Perché, poi, la medicina più somministrata è quella di estromettere gli avvocati ampliando a dismisura le camere di consiglio non partecipate? Perché, soprattutto, si inserisce una norma, che non esito a definire ricattatoria, per la quale se un avvocato, rischiando prima di tutto la sua di pelle, ritiene necessario presentarsi a fare una discussione, magari in Cassazione, quando è in ballo la custodia cautelare, si prevede che l'eventuale slittamento del processo che l'apparato non riesce a celebrare lo pagherà l'imputato in termini di prolungamento dei termini di custodia cautelare?
Qui la risposta è facile: perché è un deterrente rispetto a richieste simili. Il fatto è che, anche se nessuno è disposto ad ammetterlo, molte di queste soluzioni erano invocate anche prima del Corona, che dunque è diventato non solo il cavallo di Troia per farle passare, ma anche una anticipazione sperimentale di una, orribile, giustizia futura.
Il che è dimostrato dal fatto che tutti si concentrano sulle udienze, che ben gestite sarebbero i momenti meno pericolosi attraverso fasce orarie, limitazioni temporanee alla partecipazione del pubblico - già previste ordinariamente per motivi di sanità - e distanziamento. In realtà, come per le altre amministrazioni i problemi riguardano la frequentazione degli uffici e delle cancellerie, quella sì, al là del Corona, da semplificare in maniera smart, ma guarda caso ancora non hanno previsto il deposito di atti di impugnazione via pec.
Viceversa ci sarebbero altre soluzioni e anche altri settori, prima di tutto il carcere, su cui quali esercitare le virtù degli amanti della sanità giudiziaria. Elenchiamole, non necessariamente in ordine di praticabilità politica, chiarendo che qui nessuno vuole fare il Rodomonte sulla pelle degli altri: i processi vanno fatti in sicurezza e lo Stato deve garantirne le condizioni, come in fabbrica, come negli uffici e nei campi, né di più né di meno.
In primo luogo ci vuole un'amnistia, strumento eccezionale che si adotta di fronte a situazioni eccezionali, che libera poco le carceri ma molto i tribunali. Ciò darebbe la possibilità di fare quel che rimane con le forme di ieri e gli accorgimenti di domani per rendere difficile la trasmissione del contagio. Quindi una norma semplice, che renda realmente eccezionale la custodia cautelare in carcere in tempi come questi, impedendo che venga applicata nei casi in cui è escluso l'arresto obbligatorio in flagranza e comunque quando non sussistono esigenze di eccezionale rilevanza. Ancora, abrogazione delle norme che hanno disincentivato il giudizio abbreviato, strumento più gestibile rispetto al dibattimento che alleggerirebbe le Corti di Assise.
Inoltre, possibilità di rendere eventuale, e a richiesta, ma senza prezzi da pagare, tutte le udienze partecipate, in camera di consiglio e non, in Cassazione, con dichiarazione da effettuare al momento del deposito del ricorso. Poi un indulto, che porta alla liberazione di spazi in carcere. Senza dimenticare la riesumazione dagli armadi della riforma dell'Ordinamento penitenziario elaborata dalla Commissione Giostra, assieme alla possibilità di scontare le pene brevi ai domiciliari, ma non con la presa in giro dei braccialetti elettronici, e ad una liberazione anticipata rafforzata sul modello sperimentato anni fa dopo la sentenza Torreggiani della Cedu.
Infine, eliminazione per quest'anno del periodo di sospensione feriale continuando l'attività giudiziaria in agosto, cosa banalissima che nessuno vuole per motivi assai poco nobili, diciamocelo. Non è un libro dei sogni, sono cose che si possono fare e sono meno complicate di quelle in discussione che saranno approvate la prossima settimana, che liquideranno Oralità & Immediatezza, cioè parenti poveri del processo accusatorio italiano.
Certamente non è un programma da Bonafede, che è il ventriloquo delle peggiori idee che circolano sulla giustizia in magistratura, ma il PD perché non prende in considerazione questi temi su cui potrebbe portare anche i garantisti non pelosi dell'opposizione? Forse perché si basano su di un ingrediente, il coraggio, quello politico e quello tout court, che non si trasmette via internet.
romatoday.it, 18 aprile 2020
La lettera della figlia di un detenuto: "Mio padre ricoverato ed io l'ho saputo 11 giorni dopo"
Sono Susanna la figlia di un detenuto nel carcere di Rebibbia. Mio padre è ricoverato dal 4 aprile nell'ospedale penitenziario del Pertini: del suo ricovero però ne sono venuta a conoscenza esattamente 11 giorni dopo. Più volte in questo periodo ho chiamato in carcere per capire perché il mio papà non mi faceva le videochiamate, ma nessuno mi ha dato risposte.
Undici giorni dopo la telefonata di una dottoressa che mi dice che mio padre ha una forte polmonite e febbre, con delle macchie anomale al polmone. La telefonata era finalizzata non tanto ad avvisarmi, ma a sapere perché mio padre fosse già era in cura con dei medicinali molto importanti per la sua vita. Informazioni queste legate alla necessità di fare delle biopsie al polmone. Mi chiedo: se non avessero voluto sapere delle sue terapie in atto mi avrebbero comunque avvertito?
Purtroppo nelle carceri nascondono a volte anche l'evidenza. Ieri, 16 aprile, hanno permesso a mio padre di fare la videochiamata dall'ospedale. Ho chiesto a mio padre perché non ha potuto chiamare mi ha risposto che anche il giorno di Pasqua ha chiesto di chiamare ma non gli è stato concesso. Mio padre è un uomo con mille errori alle spalle ma è un uomo di 64 anni operato da poco al femore e proprio pochi mesi fa l'entrata del carcere ha avuto un'ischemia all'occhio.
di Laura Montanari
La Repubblica, 18 aprile 2020
Intervista a Giuseppe Fanfani, Garante regionale per i detenuti. I programmi: "Visiterò tutte le carceri", "servono sgravi per chi fa lavorare i detenuti". E poi il rapporto che aveva con lo zio Amintore, storico leader Dc e come una volta ha risposto a Salvini.
Per trent'anni ha fatto l'avvocato penalista e di carceri ne ha visti. È stato segretario provinciale della Democrazia Cristiana ad Arezzo. Fino al 2006 parlamentare nelle file della Margherita, dopo, fino al 2014 sindaco di Arezzo e quindi al Csm fino al 2018. "Poi mi sono preso un anno sabbatico e mi sono dedicato all'arte e alla letteratura". Già, ma adesso, a 73 anni, è arrivato quello che lui chiama il quinto lavoro: Giuseppe Fanfani è stato nominato dalla Regione garante toscano per i diritti dei detenuti. Prende il posto che è stato di Franco Corleone.
Quale è l'ultima volta che è stato dentro un carcere?
"Un anno fa sono andato nel carcere di Sulmona, uno di quelli di massima sicurezza dove ho parlato ai detenuti del senso del pentimento, del perdono e della pena. Alla fine mi hanno abbracciato e mi hanno chiesto di tornare, è stato emozionante. Poi dovevo andare a Regina Coeli a Roma ma l'emergenza coronavirus ha bloccato tutto".
In Toscana ha visitato qualche carcere?
"Non di recente. Sono stato a Gorgona tanto tempo fa. Ma naturalmente adesso voglio visitare tutte le strutture, una per una"
Da dove comincerà?
"Prima voglio esaminare i problemi e poi comincerò dalle realtà più problematiche".
L'ha chiamata qualcuno dopo la nomina?
"Sì ho ricevuto tanti messaggi, penso ci sia molto da lavorare"
Il presidente Rossi l'ha chiamata?
"No, ma lo sento in giornata"
Il ministro Bonafede? Qualche sindaco toscano?
"No, ai sindaci voglio scrivere una lettera e incontrarli presto, stessa cosa con il ministro e con i parlamentari toscani"
Cosa pensa della richiesta dei detenuti di Livorno di mantenere anche dopo l'emergenza le videochiamate?
"Penso che, se non esistono elementi di pericolosità, cosa che devono valutare i magistrati e non io, ritengo che debba essere consentito tutto quello che attiene al miglioramento della vita di relazione. Un detenuto è prima una persona e non va mai dimenticato".
Cosa pensa della grigliata di Pasquetta a Sollicciano dei poliziotti della penitenziaria con relative famiglie?
"Non sono sufficientemente informato, ma se le cose si sono svolte così come si legge sui media, la ritengo una violazione delle regole, un errore e soprattutto un'imprudenza. Chi ha certi ruoli deve essere un esempio. Spero non abbiano messo a rischio l'incolumità loro e dei detenuti..."
La diffusione del contagio da coronavirus ha creato ulteriori tensioni nelle carceri
"Il sistema carcerario italiano è vecchio e inadeguato. Non mi piace. Il nostro sistema va avanti nella dicotomia ancora del codice Rocco, tra pena detentiva e pecuniaria. Dobbiamo cambiare radicalmente il sistema sanzionatorio e lo dico da penalista anche se non è certo il compito del garante".
Gli edifici sono vecchi e sovraffollati
"Il problema delle strutture è urgente, anzi urgentissimo"
Che giudizio dà dell'operato del suo predecessore Franco Corleone?
"Ha fatto molto bene. Questo è un lavoro che presuppone altruismo. Corleone ha saputo fare battaglie e attirare anche l'attenzione su certi temi con i digiuni".
A quale battaglie si riferisce?
"Non a una in particolare, ma al fatto che ha saputo costruire una immagine del garante come di un organo di garanzia affidabile. Ha lavorato benissimo per le Rems, dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari..."
Con uno zio come Amintore Fanfani per lei lo sbocco politico non poteva essere solo la democrazia cristiana...
"Con lo zio Amintore ho avuto un rapporto problematico e forte. Ma io sono un lapiriano".
Però lo scorso anno ha difeso la memoria di suo zio da un attacco di Salvini.
"Certo ho detto che erano tempi seri e che le persone a cui lui faceva riferimento, Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita erano persone di grandissima cultura. Una delle cose che rimprovero in questo momento alla politica è che spesso mette da parte le competenze e i curricula. Trovo azzardato negare il valore alla professionalità in qualunque campo e momento storico. Non affiderei a un non medico la mia salute..."
Torniamo al carcere. Ha pensato a come si muoverà, su quali temi?
"Farò di tutto perché le storture all'interno delle carceri lesive della dignità e del decoro vengano eliminate. Starò dalla parte dei detenuti con equilibrio. Mi batterò contro tutto quello che offende la dignità umana. Invocherò un confronto con la politica e cercherò di convincere la politica a riflettere sul fatto che un detenuto è un costo per lo Stato, entra in un certo modo e deve uscire migliorato, altrimenti si spreca denaro pubblico. Non basta isolare le persone per renderle migliori. Nella prospettiva di farle tornare fuori bisogna investire nel lavoro esterno, nell'istruzione e nella formazione".
Come?
"In tanti modi. Me ne viene in mente uno: defiscalizzando il lavoro esterno. Se uno assume un detenuto niente contributi e tutte le facilitazioni possibili".
- Emilia Romagna. Test sierologici agli agenti penitenziari
- Calabria. Rapporto del Garante dei detenuti: "Nelle carceri ancora troppe criticità"
- Friuli Venezia Giulia. "Evitare i trasferimenti di detenuti da carceri di altre regioni"
- Tolmezzo (Ud). "Con una mano ci hanno tolto il tribunale, con l'altra ci portano il coronavirus".
- Bologna. Troppi detenuti positivi al Covid-19 alla Dozza, stop a nuovi accessi










