di Alessia Candito
La Repubblica, 19 aprile 2020
Il ministro: "Ero d'accordo per la regolarizzazione già prima dell'emergenza coronavirus". Intanto, nei ghetti in cui gli immigrati sono costretti a vivere, il rappresentante Usb distribuisce cibo e mascherine. E porta avanti la petizione sui diritti.
"Il lavoro gratuito non esiste. Se si lavora ci deve essere un contratto regolare. Così anche per i 600 mila immigrati che si vorrebbero impiegare nei campi". Parola del ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, che ne ha parlato a "L'Intervista" di Maria Latella su Sky TG24, e si è così accodato alla collega Teresa Bellanova sulla necessità di regolarizzare i braccianti migranti impiegati in agricoltura". Anzi, specifica, "ero d'accordo già prima dell'emergenza coronavirus".
Reali destinatari, Matteo Salvini e la Lega, che contro un'eventuale sanatoria hanno promesso barricate, proponendo di spedire nei campi disoccupati e percettori di reddito di cittadinanza, magari da retribuire con i voucher. "Anche per quelli che in passato hanno chiesto il reddito di cittadinanza - puntualizza il ministro Provenzano al riguardo - se andranno a lavorare nei campi dovranno essere contrattualizzati e ricevere un salario dignitoso e consono al lavoro svolto. Questa è la regola".
Nel frattempo, nei ghetti in cui i braccianti migranti sono costretti a vivere, è partita la distribuzione di alimenti, guanti e mascherine acquistati grazie ad una raccolta fondi coordinata dal sindacato Usb che ha già superato i 121mila euro. Ed è da quegli stessi campi che oggi arriva una nuova petizione, rilanciata dal sindacato Usb, che chiede al governo Conte lavoro regolare, salario dignitoso, soluzioni abitative degne. "I diritti dell'uomo sono violati quando le persone sono costrette a vivere nella miseria La civiltà è ferita quando le persone vengono spogliate della dignità. Unitevi a noi in questo cammino di giustizia. Date voce al nostro grido firmando questo appello. Insieme possiamo" scrive su Facebook il sindacalista Usb Aboubakar Soumahoro, che nelle ultime settimane insieme ad una delegazione ha distribuito cibo e dpi nei ghetti del Sud Italia.
Borgo Mezzanone, Torretta Antonacci, il beneventano, San Ferdinando, la Piana di Gioia Tauro. Vengono definiti "insediamenti informali", ma anche in tempi di pandemia sono rimasti "assembramenti obbligati" senza servizi, senza condizioni igieniche minime, senza possibilità di proteggersi dall'avanzata del Covid19 che ha bloccato l'Italia. Per i braccianti migranti, che anni di lavoro nero e grigio nel settore agricolo hanno condannato a miseria e invisibilità, sono diventati spesso quasi scelta obbligata. Ed è da qui che non possono uscire adesso che per spostarsi è necessario uno straccio di impiego regolare. Risultato, un intero settore è andato in crisi.
Secondo le stime ufficiali, nei campi mancano fra i 270mila e i 350mila braccianti. In molti sono "prigionieri" dei ghetti, dove chi non può più lavorare inizia a patire anche la fame. Ed è dagli insediamenti dei braccianti che arriva l'appello al governo Conte, sostenuto dall'Usb e rilanciato sulla piattaforma change.org, dove in poche ore ha raccolto oltre 6mila firme.
Le richieste non riguardano solo i braccianti migranti, ma tutti gli operai della filiera. "Da troppo tempo, il nostro lavoro e quello dei contadini/agricoltori - si legge nel testo della petizione - viene schiacciato sotto lo stesso rullo compressore della macchina dei grandi monopoli. Da troppo tempo, la terra madre viene mortificata dalla bulimia del produttivismo sollecitata dall'ardita cupidigia dei giganti del cibo. Da troppo tempo, il consumatore viene tenuto all'oscuro dall'abbrutimento, dallo sfruttamento, dall'immiserimento e dall'ingiustizia che accompagna il cibo, ipotecandone la qualità etica, lungo la filiera agricola". Per questo "è l'ora del basta" - affermano - "la lunga notte dell'ingiustizia deve calare e l'alba del giorno luminoso dell'alleanza tra i braccianti sfruttati, i contadini/agricoltori schiacciati e i consumatori deve sorgere".
Gli strumenti - si suggerisce al governo Conte - sono semplici: un salario dignitoso, indipendentemente dalla provenienza geografica, una regolarizzazione per uscire dall'invisibilità esistenziale, la possibilità di usufruire di alloggi decorosi per affrancarsi dalla vulnerabilità sociale, un codice etico pubblico per garantire ai consumatori un cibo sano e per tutelare nostro lavoro e quello dei contadini/agricoltori.
Tutti schiacciati - spiegano - dalla grande distribuzione, che impone prezzi al ribasso i cui costi si scaricano lungo tutti gli anelli della filiera e di cui i braccianti, pagano il pegno maggiore. Il problema non è solo il lavoro nero, ma anche quelle forme di "grigio" - così vengono definite - che condannano tutti gli operai della filiera allo sfruttamento. Se da contratto nazionale la giornata lavorativa è di sei ore e mezza, in realtà spesso nei campi si sta a schiena curva per l'intera giornata, senza pause o riposi settimanali.
E poco o nulla alla fine del mese risulta in busta paga.
Un problema che riguarda tutti i lavoratori della terra, ma per i braccianti migranti, anche a causa dei decreti sicurezza voluti dall'ex ministro dell'Interno Salvini, significa spesso anche clandestinità. "Signor Presidente - scrivono, chiamando in causa direttamente il premier Conte - non rimandi questo atto di Giustizia e di Civiltà ma assuma con audacia questa decisione per darci Diritti, perché un diritto ritardato è un diritto negato e un diritto per pochi diventa un privilegio per tutti".
di Roberto Saviano
L'Espresso, 19 aprile 2020
Il governo ha un piano per farci ripartire in sicurezza? Come difendere gli stranieri che lavorano nei campi? E quelli della sanità? Un appello. È il momento di chiedere a gran voce a chi ci governa di governarci con giustizia e di non lasciare indietro nessuno. L'Italia è in lockdown da tanto tempo e, nella maggior parte delle regioni, lo è senza risposte e senza prospettive.
L'idea di poter arrivare a contagi zero è una moderna favola cinese a cui non darei troppo credito, dunque servono risposte per la famosa fase 2, risposte e non litigi. Oggi sembra che il dibattito sul Covid-19 saturi ogni spazio, eppure manca forse la parte di informazione più importante ed è proprio quella che cerco e che non riesco a trovare nelle conferenze stampa quotidiane in cui si elencano numeri - i tamponi fatti, i positivi, i ricoverati, i deceduti - che peraltro offerti giorno per giorno dicono poco e confondono molto, gettando la popolazione nel panico dal momento che i dati sono in continua oscillazione e che non riescono a determinare una tendenza consolidata.
Quello che manca è un discorso chiaro su cosa si sta facendo per poter consentire la riapertura e non mi riferisco alle tempistiche sulle aperture di esercizi commerciali e realtà produttive, ma alla messa in sicurezza della salute pubblica. Posto che a contagi zero - dato che non siamo la Cina - non arriveremo mai, e posto che non si possono tenere chiusi in casa gli italiani per un anno, abbiamo capito come sta cambiando la sanità? Abbiamo capito quali risorse già adesso, mentre scrivo e mentre leggete, sono state stanziate per far fronte a una nuova emergenza senza dover mettere i medici in condizione, di nuovo, di scegliere chi ha maggiori possibilità di salvarsi e chi no? Sappiamo riconoscere situazioni in cui la politica deve prendere decisioni e pretendere che lo faccia - istituire zone rosse, ad esempio - senza aspettare il placet di Confindustria?
Sappiamo se esiste una informazione chiara in grado di tranquillizzare coloro i quali necessitano di cure mediche non connesse alla pandemia e che non li dissuada dal recarsi in strutture ospedaliere per il timore del contagio? Capisco che l'emergenza ci abbia colto di sorpresa, ma è pur vero che forse l'immagine che meglio descrive la disorganizzazione di queste ultime settimane, e ne restituisce il ridicolo oltre il dramma, è cristallizzata nelle continue modifiche alla famigerata autocertificazione che gli italiani sono tenuti a stampare e compilare.
Ogni settimana un nuovo testo, senza tener conto che non tutti hanno stampanti in casa e che, magari, chi le ha preferirebbe conservare fogli e inchiostro per il lavoro scolastico degli oltre otto milioni di studenti che svolgono le attività da casa. E quindi è questo il momento degli appelli, il primo è mio, personale, e la domanda è chiara: diteci non quando finirà la quarantena, ma come state preparando l'Italia per la fine della quarantena. Non ditemi quali attività riprenderanno e quando, ma cosa avrete fatto perché tutto questo possa avvenire in sicurezza, perché i medici non sono sereni e lo stanno comunicando alle regioni senza troppi giri di parole. Sono trascorse diverse settimane, credo sia giunto il momento di incalzare su questo.
Accolgo poi due diversi appelli. Dobbiamo pretendere dalla politica che si occupi, sì proprio ora, delle condizioni dei braccianti stranieri senza diritti che lavorano nelle campagne italiane: il sindacalista Aboubakar Soumahoro ha lanciato un appello rivolto al Presidente del Consiglio perché si faccia carico di questa vergognosa moderna schiavitù. E dobbiamo pretendere che i cittadini italiani, nati in Italia da genitori stranieri abbiano la cittadinanza. Faccio mie le parole che Hamilton Dollaku, infermiere di origini albanesi, rivolge al Presidente della Repubblica perché il suo sguardo si posi sul personale medico, che oggi lavora senza sosta, la cui vita è una corsa a ostacoli solo per essere nati in Italia da genitori stranieri.
Dove esistono cittadini più cittadini di altri, dove la politica perde di vista gli ultimi (poniamo che siano gli stranieri), non lo fa per tutelare i penultimi (poniamo che siano gli italiani in difficoltà), ma solo per tutelare sé stessa. La politica che non spiega ai cittadini italiani perché i braccianti stranieri possono essere trattati come schiavi e perché un medico nato in Italia da genitori stranieri deve penare per avere un documento, è la stessa politica che non dirà ai cittadini italiani come intende tirarli fuori dal lockdown in sicurezza. La pandemia è disvelatrice e ci mostra che quando la politica non funziona per alcuni, non funziona per nessuno.
Corriere del Mezzogiorno, 19 aprile 2020
Riecco "L'era legale", il docu-film di immaginazione di Enrico Caria, che narra di come, grazie alla legalizzazione delle droghe, le mafie siano finalmente sconfitte, arriva da oggi per la prima volta gratis sul web (https://instagram.com/patriziorispo?igshid=izfq9cnw88mf), con l'apporto mediatico solidale di Articolo 21 Campania. Un'anteprima simbolica che vuole denunciare come il proibizionismo renda esplosiva l'emergenza nelle carceri al tempo del coronavirus:
"Si calcola - spiega il regista - che almeno il 30% dei detenuti condannati o in attesa di giudizio (cioè tecnicamente innocenti) siano in prigione chi per qualche grammo in più di marijuana, chi per le droghe pesanti. Tossici. Persone malate da curare... mentre fuori c'è chi grazie al proibizionismo, si arricchisce in modo schifoso: i narco-trafficanti ricchi e potenti che in questo momento di crisi già provano a sostituirsi allo Stato prestando i loro soldi sporchi a strozzo e rilevando negozi e imprese in difficoltà".
"Di questi tempi -aggiunge Patrizio Rispo, protagonista del film con Cristina Donadio - le riflessioni sono tante e io ne vorrei condividere una con voi. Immaginate Napoli come una città sicura, moderna e non inquinata con un sindaco venuto dal basso che legalizza la droga tagliando così le gambe alla criminalità ed eliminando un problema sociale.
In un sol colpo si ridà voce e respiro alla parte genuina della città, sconfiggendo per sempre il narcotraffico e ridando valore al lavoro". "Era il 2011 - spiega la Donadio - e in questo film già si era immaginata una Napoli messa di fronte ad un bivio: affogare per sempre o rimanere a galla. Il mio personaggio, Idra Duarte, personifica queste due anime della città. Da una parte è una camorrista spietata, dall'altra, attraverso il dolore per la tragica morte del figlio, riesce a redimersi, fino ad aiutare Nicolino Amore a sconfiggere la malavita".
agensir.it, 19 aprile 2020
In questi giorni di pandemia, mentre il mondo è fermo in quarantena, la solidarietà e l'impegno pastorale dei cappellani e dei volontari del carcere Regina Coeli di Roma non si ferma. Anzi, l'attività è stata intensificata, grazie alla continua assistenza spirituale e sociale all'interno e fuori del carcere. Lo racconta in 25 minuti il documentario sulla pastorale carceraria della Provincia italiana di San Francesco d'Assisi (Italia Centro) dei Frati minori conventuali.
Si intitola "Carità senza confini" e presenta le varie forme di assistenza in favore dei più poveri che vivono nel quartiere Trastevere di Roma. Una carità che viene attuata all'interno del carcere, grazie ai 150 volontari, ma anche fuori, da un decennio, con il Centro "Volontari Regina Coeli" (Voreco). Il Centro porta avanti svariate iniziative benefiche in favore di centinaia di ex detenuti e senza dimora che vivono sotto i ponti del Tevere.
Il docu-film, prodotto dal Centro Missionario Francescano Onlus, descrive la attività dei frati all'interno del carcere e racconta le iniziative del Centro Voreco: alloggio notturno per 20 indigenti, distribuzione della colazione e della cena a 30 poveri del rione e, in questi giorni di pandemia, a più di 60 persone senza fissa dimora. Vengono distribuiti pacchi viveri, vestiti, medicinali con la "farmacia di strada", è attivo il laboratorio medico con due medici volontari e l'assistenza giuridica e fiscale. Nel documentario, diretto da fra Paolo Fiasconaro, diverse interviste ai cappellani, alla direttrice del carcere, ai medici, ai volontari. Si conclude con le immagini della lavanda dei piedi di Papa Francesco a 12 detenuti, nel Giovedì Santo 2018, e con l'udienza nell'Aula Paolo VI in Vaticano a tutto il personale del carcere.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 aprile 2020
Un bonifico alla Protezione civile e un contributo al Banco Alimentare. La lettera intitolata "Al nostro grande Paese" e la paura per le cronache del virus. I detenuti del carcere di Bollate hanno inviato 1.405 euro in dono alla Protezione civile. Magari rischierebbero di passare quasi inosservati, spersi nel fiume di generose donazioni di euro alla Protezione civile.
Eppure 1.405 euro pesano più dei dieci milioni di euro del mega imprenditore, o dei tre milioni della coppia di "vip" social, o del milione di euro del grande banchiere, se a toglierseli di tasca - fra i pochi euro della propria mercede di piccoli lavori in cella, e sottraendoli a quel minimo di spesa aggiuntiva al gramo vitto quotidiano - sono i detenuti di un carcere: in questo caso i detenuti dell'istituto di Bollate.
Che in più, oltre a bonificare 1.405 euro alla Protezione civile per il "Nostro grande Paese" alle prese con il virus Covid-19, hanno anche organizzato una raccolta di 250 chilogrammi di generi alimentari che il Banco Alimentare della Lombardia "Danilo Fossati Onlus", tramite l'associazione "Incontro e Presenza", ora distribuirà a chi ne abbia bisogno. "Anche noi nel nostro piccolo - spiegano i detenuti in una lettera scritta a mano con l'ordinata grafia di chi ci tiene a farsi leggere e comprendere all'esterno - cerchiamo di dare un contributo al nostro Paese".
I reclusi di Bollate raccontano di aver seguito sui giornali e tv, come tutti, le cronache sul virus "mostro", e "ad essere sinceri ci siamo molto spaventati". Ma "allo stesso tempo - aggiungono - ci siamo chiesti come poter aiutare tutte quelle persone che in questo momento, con un piccolo gesto di solidarietà da parte nostra, possano concretamente realizzare che anche noi che facciamo parte dell'ultima classe sociale ci siamo rapidamente attivati".
Come per la colletta alimentare, che "tramite la direttrice Cosima Buccoliero e il capo area educativa Roberto Bezzi" i detenuti sono riusciti a far "portare rapidamente nelle case dei più bisognosi". Due sforzi con i quali, concludono le persone in carcere a Bollate in questa loro lettera, dove spiegano di voler approfittare dell'occasione della raccolta fondi, "intendiamo veramente ringraziare tutti gli eroi del personale sanitario che, in questo momento così difficile, combattono senza esitare questa durissima battaglia in prima linea, rischiando la propria vita per poter aiutare il prossimo".
L'iniziativa dei detenuti di Bollate, con la raccolta di fondi e la colletta alimentare, si inserisce tra quelle alle quali altri loro compagni in giro per l'Italia stanno dando corpo nei limiti dei propri mezzi. Nel carcere di Poggioreale a Napoli, ad esempio, 30o detenuti hanno aderito alla raccolta di 1.60o euro per l'ospedale Cotugno, trincea avanzata cittadina per la cura delle malattie infettive, e l'hanno fatto spiegando di "voler manifestare il loro sentimento di vicinanza e ringraziamento al personale sanitario di una delle aziende ospedaliere campane più attive nella ricerca e nella cura dei pazienti affetti da Covid-19, sia a livello territoriale, sia a livello nazionale".
Mille euro sono stati invece messi a disposizione nel Lazio anche dai reclusi dell'istituto di Civitavecchia. Ottocento euro sono stati donati dai detenuti dell'alta e media sicurezza della casa circondariale delle Sughere all'ospedale di Livorno. E, infine, in Piemonte a Ivrea la particolarità è che qui i detenuti hanno deciso di promuovere una raccolta fondi in favore dell'ospedale cittadino insieme agli agenti della polizia penitenziaria.
Il Dubbio, 19 aprile 2020
L'appello agli Stati di Dunja Mijatović, Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa. "Nonostante le sfide senza precedenti che i paesi europei devono affrontare a causa del Covid-19, devono continuare a salvare vite in mare e far sbarcare i sopravvissuti in un porto sicuro". A dichiararlo è Dunja Mijatović, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa.
Il commissario ha invitato gli Stati membri del Consiglio d'Europa a rispondere prontamente a qualsiasi richiesta di soccorso in mare, ad attuare tempestivamente le necessarie capacità di salvataggio e a cooperare efficacemente per identificare un luogo di sicurezza in cui i sopravvissuti possano essere sbarcati, prendendo tutte ke necessarie misure per proteggere la salute di tutti i soggetti coinvolti.
Come già sottolineato nella sua raccomandazione del giugno 2019, la riduzione delle operazioni di ricerca e salvataggio guidate dallo Stato, combinata con il ritiro dei paesi dalle loro responsabilità di salvataggio e l'adozione di misure restrittive che colpiscono le navi private che salvano le persone in pericolo in mare hanno comportato una mancanza di adeguate capacità di salvataggio e di un efficace coordinamento nel Mediterraneo centrale. Negli ultimi giorni, in risposta all'emergenza Covid-19, sono state adottate diverse misure e pratiche in Italia e Malta che hanno portato alla chiusura dei porti per le navi delle Ong che trasportavano migranti soccorsi e all'interruzione delle attività di co-organizzazione di operazioni di salvataggio e sbarco di persone in difficoltà. Ciò ha ulteriormente aggravato le lacune esistenti nelle operazioni Sar nel Mediterraneo centrale.
"Accogliere e assistere i soccorsi in mare, proteggendo allo stesso tempo la salute pubblica, è una grande sfida in questo momento difficile", si legge in una nota del commissario. Consapevole delle difficoltà affrontate dall'Italia e da Malta, Mijatović ha invitato tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, compresi gli Stati di bandiera, a fornire un sostegno e un'assistenza efficaci nella ricerca di soluzioni rapide (comprese quelle temporanee, ove necessario) e per garantire che gli Stati costieri non sono lasciati ad affrontare questo da soli.
"La crisi Covid-19 non può giustificare l'abbandono consapevole delle persone lasciate ad annegare, lasciare i migranti salvati bloccati in mare per giorni o vederli effettivamente rientrati in Libia dove sono esposti a gravi violazioni dei diritti umani. La solidarietà europea e un'azione concreta per condividere la responsabilità e proteggere i diritti umani sono oggi più che mai essenziali - ha aggiunto il commissario -. In questo periodo di prova, ci viene ricordato il modo duro del valore della vita umana e la necessità di preservare il diritto alla vita, compresi quelli che, alla deriva in mare, sono lontani dagli occhi del pubblico".
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 19 aprile 2020
Nella Piana di Gioia Tauro. La stagione è finita ma i migranti senza contratto non possono partire. "Sono bloccati nella Piana di Gioia Tauro, vivono in condizioni terribili e hanno paura di contrarre il Covid-19, "l'Italia ci riserva il posto degli animali" ci dicono. Ruggero Marra è un delegato Usb di Reggio Calabria ed esponente di Potere al popolo, segue le lotte della comunità di braccianti africani della zona, che da settimane si riuniscono per cercare di organizzarsi.
"Non hanno più cibo - spiega - perché molti non stanno lavorando, stiamo portando pacchi alimentari ma la situazione è tragica". Tra la tendopoli ufficiale di San Ferdinando e gli altri insediamenti informali sparsi nell'area, sono circa 1.200 i braccianti migranti: la stagione nella piana è praticamente finita, la maggior parte sta cercando vie di fuga per raggiungere Puglia, Basilicata, Campania, Piemonte ma chi non ha il contratto viene fermato ai posti di blocco. "Circa in 70 sono riusciti a spostarsi. Probabilmente i datori di lavoro hanno mandato i contratti via mail pur di avere la manodopera disponibile per i loro raccolti".
I più fortunati lavorano nelle serre: dalle 7 di mattina alle 5 del pomeriggio per 35 euro al giorno, il contratto che firmano prevede un compenso più alto per meno ore ma sono i compromessi che devono digerire per avere un impiego. Raccolgono zucchine e fragole: "Un ragazzo mi ha raccontato che mascherina e guanti li ha avuti il primo giorno e poi basta. Così preferisce usarli quando esce. Raccoglie fragole nel vibonese, a 30 chilometri da Gioia Tauro. Ha la schiena rotta perché è particolarmente faticoso raccogliere fragole ma, rispetto agli altri, si sente fortunato perché vive in una casa". Gli altri restano negli accampamenti con la paura del contagio.
La condizione peggiore si registra nel ghetto di contrada Russo a Taurianova, a pochi passi da Rosarno: è il campo messo peggio, circa 300 persone vivono in baracche fatiscenti senza servizi igienici né acqua, in edifici ricoperti d'amianto. Un mese fa la regione Calabria ha inviato a San Ferdinando una cucina da campo: la comunità l'ha rifiutata in segno di protesta. "Il problema non è cucinare. Non vogliono che venga abbellito il ghetto, vogliono uscirne, affittare una casa - spiega Marra. Qualcuno ci è riuscito: pagano regolarmente il canone perché non vogliono avere problemi con il permesso di soggiorno ma c'è molta diffidenza da parte dei proprietari. Avevamo chiesto alla regione di istituire un fondo di garanzia ma gli enti pubblici concepiscono solo interventi compatibili con lo stato di emergenza, non fanno nulla per superarlo".
Bloccati nella piana, in molti hanno contattato il sindacato per ottenere il bonus di 600 euro per chi ha avuto registrate almeno 50 giornate lavorative nel corso del 2019: "Sono convinti di avere i requisiti ma, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi i datori di lavoro registrano pochissime giornate e così svanisce l'opportunità di avere il sussidio che li avrebbe aiutati ad andare avanti. Quello che è peggio è che nella realtà fanno molte più ore. Ore che però finiscono ai falsi braccianti italiani, che non hanno mai messo piede in campagna. Siccome i controlli non ci sono, questa è diventata la prassi. Così la rabbia nella comunità aumenta".
I ghetti non si riempiono solo di braccianti ma anche di disperati che sono stati espulsi dal circuito dell'accoglienza e non trovano riparo altrove. Tre settimane fa in quello di Taurianova un uomo con problemi psichici ha ucciso senza motivo un ragazzo maliano di 28 anni colpendolo ripetutamente alla testa: "È una morte da ghetto - conclude Marra - una morte di chi vive in condizioni impossibili. Il dibattito sulla regolarizzazione di questi giorni è vergognoso: sono tutti preoccupati di metterli al lavoro e nessuno considera i loro diritti".
E Viola Carofalo, portavoce di Pap: "Giustizia e diritti non possono essere legati a se e quanto produci. Si è parlato di un permesso temporaneo, si tratterebbe quindi di una regolarizzazione "tampone" che non risolve il problema dei diritti e dei documenti. Risponde solo al bisogno immediato di manodopera delle aziende".
di Francesca Ronchin
Corriere della Sera, 19 aprile 2020
Sono almeno 600mila i migranti bloccati i Libia: tutti i canali legali di uscita sono interrotti. E i trafficanti offrono viaggi "a sconto" verso l'Italia. "La Libia fa più paura del Covid" e da quando è scoppiata la pandemia, "è persino peggio". Per i 600 mila migranti bloccati in Libia e in primis i 48mila richiedenti asilo registrati dall'Unhcr, forse non ci sono modi migliori per spiegare come la conseguenza principale dell'emergenza sanitaria è che i canali di uscita legali dal Paese, già compromessi dalla guerra, si sono ormai interrotti.
"Ho chiamato l'ufficio dell'Oim per essere evacuato ma non mi hanno risposto" racconta un ragazzo somalo dal centro di detenzione di Zawiyah e la sua è una delle tante testimonianze che Michelangelo Severgnini, videomaker e autore del progetto "Exodus Voci dalla Libia", è riuscito a raccogliere in questi giorni. Da anni attraverso il metodo della geolocalizzazione setaccia il web nel tentativo di far emergere le voci di chi si aggancia ogni volta ci sia un WiFi, dentro e fuori i centri di detenzione. Questa volta, grazie all'uso delle mascherine, strategiche nel proteggere l'identità dei migranti, possiamo vedere anche i loro volti.
Sospesi reinsediamenti e rimpatri volontari - Il ragazzo somalo è uno dei tanti che aspettano di essere evacuati grazie ai programmi coordinati dall'Unhcr presso il Gathering and Departure Facility di Tripoli. A causa dell'inasprirsi dei combattimenti però, lo scorso il 30 gennaio l'Unhcr ha deciso di abbandonare il centro perché la prossimità con i luoghi di esercitazione delle milizie avrebbe potuto facilmente trasformarlo in un obiettivo militare. Là dove non è arrivata la guerra però è arrivato il Coronavirus. In seguito alle restrizioni ai viaggi aerei internazionali e alla decisione da parte di molti Paesi africani di limitare gli ingressi, il 18 marzo Iom e Unhcr hanno sospeso l'intero programma di reinsediamento in paesi terzi e quello dei rimpatri volontari che dal 2017 ad oggi aveva permesso a 14700 migranti di tornare nel proprio Paese d'origine.
Con il lockdown strade ancora meno sicure - Dopo i bombardamenti del centro di detenzione di Tajoura e lo spostamento di centinaia di migranti dal centro di detenzione di Abu Salim, dall'estate scorsa il centro di raggruppamento e partenza di Tripoli ospita 1200 migranti a fronte di una capienza di 600. Per ovviare al sovraffollamento nei mesi scorsi l'Unhcr aveva attivato un "programma di assistenza urbana" per la fornitura di kit d'igiene e soprattutto soldi con cui incentivare i migranti a cercarsi una sistemazione autonoma a Tripoli. Con il lockdown però, molti migranti hanno preferito tornare nei centri di detenzione ufficiali perché "fuori è persino peggio", "il rischio di estorsioni e crimini da parte delle milizie è più alto di prima".
"Se hai la pelle scura meglio non farti vedere in giro" spiega una ragazza della Nigeria mentre mostra con il telefonino la strada deserta che circonda la casa della famiglia libica presso la quale vive come schiava. "In Nigeria come in altri paesi dell'Africa subsahariana ci sono molti più contagi che qui in Libia per questo i libici sono convinti che il virus lo portiamo noi, ci trattano come untori".
Con la crisi i trafficanti abbassano i prezzi - Con la comunità internazionale alle prese con la pandemia, nelle ultime settimane il conflitto sembra essere aumentato d'intensità. Martedì le milizie di Serraj supportate dalla Turchia hanno strappato le città di Sorman e Sabratah al controllo di Haftar. In un Paese già strangolato dalla guerra e dal blocco della produzione del petrolio dettato dalle tribù dell'est, il lockdown imposto dalla pandemia è un'ulteriore stretta alle possibilità di trovare lavoro e quindi soldi per pagare i trafficanti. A quanto pare però, per andare "incontro alla crisi" i prezzi del viaggio verso l'Europa si sono abbassati e dai canonici 1500 dollari a i trafficanti possono chiedere poco più di 700. Un modo per incentivare le partenze dopo un mese di magra. Con solo 241 arrivi in Italia contro i 1342 di gennaio e 1211 a febbraio, il mese di marzo ha interrotto un trend che da settembre 2019 viaggiava al ritmo di circa 50 sbarchi al giorno.
Dopo il calo di marzo a Pasqua boom di partenze - Nonostante la pandemia in Europa e l'assenza totale in mare di mezzi di soccorso dopo mesi in cui le ONG si alternavano per una media di 4 navi al mese, per tutto il mese di marzo le partenze rallentano ma non si fermano. Da dati Iom 603 migranti vengono intercettati dalla Guardia Costiera Libica mentre tentano la traversata, quasi la metà di quelli di gennaio (1072) e febbraio (1109).
A fine mese l'aria cambia. Il silenzio sul Mediterraneo viene interrotto dall'arrivo della Alan Kurdi che il 30 marzo annuncia la partenza verso l'area Sar libica dichiarandosi pronta ad eventuali "outbreak management plan" e di essere in continuo contatto con le autorità tedesche. Il 6 aprile soccorre 156 migranti e si dirige verso Pozzallo. Dopo un tam tam di messaggi su whatsapp, il 9 aprile Exodus dà la notizia di un infittirsi delle partenze: "Ogni notte c'è qualcuno che tenta la traversata" scrive un migrante.
"Proprio ieri tre gommoni sono partiti da Zawiyah, hanno paura della guerra e la vita in questo momento è molto dura". Due giorni dopo, nel weekend di Pasqua, nel Mediterraneo è allarme. Alarm Phone, la linea telefonica di emergenza a supporto dei soccorsi nel Mediterraneo, dà l'allarme: ci sono tre target in mare e uno di questi ad oggi risulta ormai disperso. Tra arrivi, dispersi e intercettati dalla Guardia Costiera Libica, solo nelle prime due settimane di aprile i tentativi di partenza raggiungono quota 1500 più di tutto il mese di marzo.
Dalla Tunisia alla Libia per partire - Lo stop delle vie di uscita legali, i prezzi scontati, la speranza di intercettare le navi di soccorso, sono fattori che i migranti considerano. "Dopo tre anni in Libia ero scappato in Tunisia - racconta un ragazzo somalo con tanto di mascherina - due mesi fa sono rientrato, ho visto che c'erano varie navi di salvataggio e volevo imbarcarmi da Zawiyah. Poi però è scoppiata l'epidemia del corona virus e ora non so che fare. Siamo nelle mani dei trafficanti, decidono loro di noi".
Altri dichiarano di voler restare in Tunisia e sperare nelle vie legali. Con molti di loro Severgnini è in contatto da tempo. "I migranti seguono tutto quello che succede sui social, tutti hanno Facebook, ci mettono un attimo a vedere quello che si muove davanti alle coste libiche o a entusiasmarsi quando Alarm Phone scrive su twitter #nessunosialasciatoindietro.
Io cerco di spiegare loro che è pericoloso. I gommoni usati dai trafficanti non sono fatti per lunghe traversate. Servono vie legali". Ridurre il rischio che i migranti si affidino ai trafficanti mettendo così a rischio la propria vita era stata definita "una priorità" anche dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen. Dopo aver evacuato 1476 destinatari di protezione internazionale nel 2019, per il 2020 l'UE ha annunciato la disponibilità di 30mila posti, numeri complessivi però, da spartire con i migranti fermi in Libano, Giordania e Turchia, e soprattutto promesse pre pandemia.
Se le agenzie internazionali non concentreranno i loro sforzi nella riapertura e implementazione dei canali legali di uscita, è possibile che nelle prossime settimane, complice il bel tempo, si assista ad un boom delle partenze via mare, e probabilmente, di morti. "Resistere alla possibilità di prendere un gommone e arrivare in Europa in due settimane non è facile" racconta un ragazzo da un centro accoglienza nel sud della Tunisia "ma se si diffondesse la voce che i ricollocamenti dalla Tunisia funzionano, sono sicuro che molti in Libia non ci andrebbero più".
cnca.it, 18 aprile 2020
Presa di posizione della Federazione. Le condizioni per attivare progetti di inclusione sociale per persone senza fissa dimora in misura alternativa. I gruppi adenti al Cnca, impegnati nell'ambito del carcere e dell'esecuzione penale esterna, si sono confrontati in merito ai bandi emessi dagli Uffici Interdistrettuali di Esecuzione Penale Esterna e sul Programma di intervento della Cassa delle Ammende per fronteggiare l'emergenza Covid 19 negli Istituti Penitenziari, al fine di condividerne le modalità di partecipazione e gli eventuali partenariati possibili.
Redattore Sociale, 18 aprile 2020
Con il blocco dovuto alla pandemia, in pochissime carceri è stata attivata la didattica a distanza: nella maggior parte dei casi, ai detenuti viene spedito solamente il materiale cartaceo, a volte neanche quello. L'appello del Garante nazionale: "I percorsi scolastici sono fondamentali, soprattutto in un luogo come il carcere".
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