di Giovanni Guzzetta
Il Dubbio, 21 aprile 2020
Nell'emergenza trionfa il vizio italico della deroga, alibi di un potere senza limiti. ma se la fase 2 restituisse dignità all'idea dell'ordine, forse si onorerebbe anche il sacrificio di tante vittime. Dal punto di vista giuridico ogni emergenza ha il suo virus: il caos. È il caos che corrode la certezza del diritto, sovverte le gerarchie dei valori, minaccia la tranquillità della nostra libertà e ci toglie la prevedibilità delle regole. Il caos ha un solo vaccino: l'ordine. L'emergenza finisce nel momento in cui la certezza, le gerarchie, la tranquillità e le regole vengono ripristinate. Nel momento in cui l'ordinamento giuridico torna a essere ciò che la radice della parola invoca: un sistema di ordine.
L'ordine è l'orizzonte cui il diritto tende, la sua ragion d'essere, ciò che rende tollerabile il sacrificio di doverlo osservare. Solo nell'ordine può esistere la libertà, perché la libertà ha bisogno della certezza del suo perimetro e dei suoi bastioni, la tranquillità del suo godimento, la prevedibilità della sua durata e delle regole che la riguardano. Altrimenti la vita di ciascuno diviene un incubo di istanti che si susseguono kafkianamente nella totale precarietà. Ma noi italiani abbiamo un problema con l'ordine. Un problema che viene da lontano; abbiamo la fobia dell'ordine. Abbiamo costruito retoriche tonitruanti contro la minaccia della pretesa d'ordine. Del concetto di ordine abbiamo interiorizzato solo le potenziali minacce, i potenziali rischi. Per noi ordine evoca l'uomo d'ordine, l'ordine pubblico evoca la repressione, le regole evocano il formalismo. Non siamo mai riusciti a costruire una dottrina liberal- democratica dell'ordine. Col paradosso che viviamo da mesi sotto ordini e ordinanze di necessità, in una terribile nostalgia di normalità, dimenticando che non c'è normalità senza ordine.
È questa relazione immatura con il diritto a contrapporre ordine e libertà. È il cascame di culture che invocavano il diritto come sovrastruttura e come mezzo semplicemente strumentale ad altri fini. Ma è anche la cultura marcita del diritto come affare di azzeccagarbugli, come cumulo di gride, più compatibili (perché destinate esponenzialmente ad aumentare) con il periodo della "peste" che con quello della normalità.
Per questo da sempre l'emergenza ci piace. È triste dirlo in questi giorni. Ma è tragicamente vero. L'emergenza è ciò che da sempre offre l'alibi per eludere la responsabilità civile della normalità. L'emergenza giustifica deroghe, decisioni del caso per caso, "doppi binari", sanatorie e condoni come unica risposta al caos generato.
E fa fiorire carriere. L'invocazione dell'emergenza, molto prima e molto più ingiustificatamente di adesso, anzi spesso del tutto ingiustificatamente, è stato il lasciapassare per l'autoassoluzione di tutte le classi dirigenti. L'emergenza offre sempre un'altra chance di salvezza e dissolve la responsabilità del proprio operato.
Complice la sistematica propalazione del terrore per l'ordine - il quale non consente autoassoluzioni, ma semmai certezza - la nostra cultura giuridica si è specializzata nell'apologia dell'eccezione, della deroga, del cavillo. Lo sanno persino i bambini che, da che mondo è mondo, nell'eccezione, nella deroga e nel cavillo si annida l'abuso e il compiacimento del potere di chi può agire indisturbato nell'arbitrio. L'ideal-tipo di don Rodrigo è una tentazione strisciante e costante. E in Italia, per molti, troppi, l'unico modo di cui liberarsene è stato cedervi (O. Wilde). Autoassolvendosi in diretta. Perfino la giustizia, calata nel caos, diviene ingiustizia, perché finisce per colpire a casaccio.
Questo sguazzare nell'emergenza da sempre, è stato tristemente tollerabile sino ad oggi perché a farne le spese sono state, di volta in volta, minoranze o individui diversi, senza che potesse mai svilupparsi una coscienza collettiva dei suoi costi sociali. Il divide et impera: l'eccezione che divide e l'arbitrio che impera. Del resto lo diceva già Costantino Mortati in Assemblea costituente: "Di tutti i decreti- legge che la storia parlamentare ricorda, solo una percentuale minima è giustificata dall'urgenza; in tutti gli altri casi questo è un pretesto che il Governo, e per esso la burocrazia, usa per decretare a sua volontà".
Ed ecco che la pandemia ha portato tutti i nodi al pettine. L'emergenza non è più il divertente gioco retorico del governare. È una tragica e collettiva esperienza destinata a produrre caos in modo esponenziale. Sulla fertile base della nostra assuefazione centenaria al disordine. Adesso il disordine ci ha portato il conto. Ed è un conto salato.
E allora, anche in vista della fase 2 e ciò che ne seguirà, forse è venuto il momento di dire basta. Basta alla cultura da azzeccagarbugli, dei mezzucci e dei pretesti per aggirare, derogare, confondere. È venuto il momento di costruire una cultura dell'ordine e delle sue virtù civili. Se questa nuova consapevolezza si facesse strada, se essa fosse anche l'unico lascito di questa immane tragedia, forse, e dico rispettosamente forse, tante migliaia di italiani non sarebbero morti del tutto invano.
fides.org, 21 aprile 2020
La Chiesa cattolica in Costa d'Avorio, attraverso la Commissione Episcopale per la pastorale sociale, celebra ogni anno dal 2007 nella festa della Divina Misericordia, la giornata nazionale dei detenuti. Un'iniziativa della Chiesa per essere più vicini ai prigionieri e mostrare loro la misericordia di Dio. Ma anche per evidenziare le realtà esistenziali delle carceri ivoriane.
In occasione della quattordicesima edizione della Giornata nazionale dei detenuti, che quest'anno dovrebbe svolgersi nell'arcidiocesi di Gagnoa e che, per motivi legati alla Covid-19, non ha potuto avere luogo, p. Charles Olidjo Siwa, segretario esecutivo nazionale della sottocommissione nazionale per la cura pastorale delle carceri, chiede il rispetto della dignità umana e la cura dell'igiene nelle carceri ivoriane.
"Diciamo che ci sono situazioni nelle nostre carceri che minano la dignità della persona umana, ad esempio la sovrappopolazione, inoltre alcune case di correzione in Costa d'Avorio sono prive di latrine. Certamente i governi fanno sforzi che accogliamo con favore, ma a questo livello pensiamo che non si sia fatto abbastanza.
I detenuti devono essere davvero trovarsi in un luogo di correzione" auspica p. Siwa. Infatti il tema scelto per l'anno pastorale 2019-2020 della Giornata nazionale dei prigionieri è: "Per il rispetto della dignità della persona umana, cerchiamo di impegnarci nell'igiene in carcere".
Durante la celebrazione della giornata nazionale dei carcerati si visitano i detenuti in una delle case correzionali del Paese, cui si donano viveri e pasti. Un'azione che non è stato possibile effettuare a causa della pandemia di Coronavirus. P. Siwa lancia comunque un appello alla solidarietà, invitando cristiani e persone di buona volontà a sostenere i prigionieri, dando al contempo alle carceri un volto più umano. Il Presidente della Repubblica, Alassane Ouattara nell'ambito alla lotta contro il coronavirus ha graziato lo scorso 8 aprile 1.000 prigionieri e ha ridotto la pena ad altri 1.004.
La Costa d'Avorio ha 34 carceri e strutture correttive con una popolazione carceraria di 16.800 detenuti. La prigione più grande e famosa del paese, il Centro di correzione e detenzione di Abidjan, progettato per ospitare 1.500 detenuti, oggi ha una popolazione carceraria di 7.400 prigionieri. Un terzo dei carcerati del Maca sono in detenzione preventiva.
internazionale.it, 21 aprile 2020
Migliaia i detenuti contagiati in due strutture penitenziarie nello stato dell'Ohio. Il nuovo coronavirus si sta facendo largo anche nelle strutture penitenziarie americane. In particolare in due prigioni dell'Ohio, dove i detenuti sono stati testati a tappeto: oltre 3.200 sono risultati positivi al Covid-10. Tra questi si contano anche malati asintomatici. Si parla innanzitutto della struttura detentiva di Marion, dove l'infezione è confermata per 1.950 dei 2.500 prigionieri. E sinora è stato registrato un decesso. In un altro carcere, situato a sud-ovest di Columbus, i contagi sono 1.200 su 2.100 detenuti. In questo caso le morti sono sette, di cui sei sarebbero legate al nuovo coronavirus.
Decine di contagiati nelle carceri minorili - Il Richmond Times-Dispatch scrive che almeno 25 detenuti sono risultati positivi al covid-19 nel carcere minorile di Bon Air, in Virginia. Come le prigioni per adulti, anche quelle per minori fanno fatica a tenere sotto controllo il virus, perché le strutture generalmente sono sovraffollate - quindi è difficile applicare il distanziamento - e con condizioni igieniche precarie.
Altri casi sono stati registrati in Maryland, Texas, Louisiana, Delaware, Minnesota, New York, Texas e Connecticut. Per questo motivo nelle ultime settimane molti avvocati hanno chiesto alle autorità di rilasciare i detenuti minorenni che hanno problemi di salute o che non rappresentano un pericolo per la società. Richieste simili sono state presentate in Texas, in Maryland e in Pennsylvania. Le corti supreme di Maryland e Pennsylvania hanno già respinto le richieste.
Negli Stati Uniti ci sono circa 43mila minorenni in carcere. Subito dopo l'inizio dell'emergenza si è capito che le prigioni possono essere tra i principali luoghi di diffusione del virus. In alcuni stati le autorità hanno deciso di scarcerare una parte dei detenuti per ridurre il sovraffollamento e limitare i rischi di contagio. Questo approccio non è stato preso in considerazione, per via del fatto che il virus sembra colpire i giovani molto meno degli adulti e degli anziani. Finora in tutti gli Stati Uniti i minorenni che hanno contratto il virus sono circa novemila. Di questi il 20 per cento è morto di covid-19.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 21 aprile 2020
Secondo il rapporto globale dell'organizzazione, i casi nel 2019 sono scesi a 657 e sono diminuiti i Paesi che applicano la pena di morte. Cinque gli Stati in controtendenza: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto. Nel marzo del 2017, Tashpolat Tiyip fu arrestato poco prima di imbarcarsi su un volo per Hannover, in Germania, dove avrebbe dovuto chiudere un accordo di ricerca con l'Università Leibniz della città tedesca. Da allora non si hanno sue notizie, non si sa dove sia detenuto e Amnesty International teme che possa essere giustiziato nel giro di qualche giorno. Tiyip è un geografo di etnia uigura, la minoranza musulmana che vive in Cina, molto noto nella comunità scientifica internazionale, ex rettore dell'università dello Xinjiang, e una delle centinaia di persone che ogni anno nel Paese spariscono, vengono condannate a morte e giustiziate. La Cina è il principale esecutore mondiale di pena capitale e, anche se i numeri ufficiali non vengono resi noti perché coperti dal segreto di Stato, Amnesty stima che le esecuzioni siano migliaia ogni anno. Non è solo Pechino a nascondere le cifre: anche in Bielorussia, in Vietnam, in Corea del Nord i dati sull'uso della pena di morte sono classificati come segreto di stato.
Le esecuzioni nel mondo diminuiscono - Ma oltre il buco nero cinese, nel mondo le cose migliorano. Nel 2019, dice il nuovo rapporto dell'organizzazione umanitaria sulla pena di morte, ci sono state meno esecuzioni che nel 2018 - almeno 657 contro le 690 del 2018 - una riduzione del 5% e il dato più basso degli ultimi 10 anni. Anche le condanne sono diminuite - 2.307 nel 2019, erano state 2.531 l'anno precedente. "Ci sono state riduzioni significative nel totale delle esecuzioni in Paesi come Egitto, Giappone e Singapore, il cui sostegno alla pena capitale è ancora forte", scrivono i ricercatori di Amnesty. Per la prima volta dal 2011, sono diminuiti i Paesi in Asia e nel Pacifico in cui è stata applicata la pena di morte: "Giappone e Singapore hanno drasticamente ridotto il numero di persone messe a morte, da 15 a 3 e da 13 a 4", e molti altri Stati hanno introdotto moratorie o sospensioni della pena.
La campagna di morte saudita e il caso iracheno - La regione del Medio Oriente e Nord Africa è, dopo la Cina, quella con il più alto numero di esecuzioni: più 16% nel 2019 rispetto al 2018. I Paesi con i dati più alti sono l'Iran (almeno 251), l'Arabia Saudita (184), l'Iraq (almeno 100) e l'Egitto (almeno 32). Ma se in Iran le persone giustiziate sono state meno che nel 2018, in Arabia Saudita sono state 184, il numero più alto mai registrato, conseguenza anche del fatto che la pena di morte è stata usata dal regime come "arma politica contro i dissidenti della minoranza sciita", denuncia Amnesty.
Il 23 aprile scorso 37 uomini sono stati giustiziati, 32 erano sciiti: la gran parte era stata accusata di spionaggio per conto dell'Iran e condannata dopo un processo che tutti gli osservatori internazionali hanno definito sommario e ingiusto. Quattordici dei condannati avevano partecipato a proteste contro il governo e tra loro c'era anche Abdulkareem al Hawaj, sciita anche lui, che aveva solo 16 anni quando è stato arrestato. In Iraq, la sconfitta territoriale dello Stato Islamico con la caduta dell'ultima roccaforte di Baghouz, ha portato a un aumento esponenziale delle esecuzioni: da 50 a più di 100, più 92%, perché molte persone accusate di far parte, o di essere affiliate, all'Isis sono state giustiziate, e in diversi casi con processi non equi, come hanno denunciato anche le Nazioni Unite.
Negli Stati Uniti il numero più basso in dieci anni - Negli Stati Uniti la campagna contro la pena di morte ha prodotto effetti importanti. Nel 2019 ci sono state 22 esecuzioni (25 nel 2018), ma quello che colpisce sono i dati sulle condanne a morte: 35. Il che significa una riduzione del 22% rispetto al 2018 (45) e del 68% rispetto al 2010. In dieci anni il valore più basso. Alla fine dell'anno scorso, 21 Stati americani avevano abolito la pena di morte, ultimo il New Hampshire, e altri hanno deciso di introdurre una moratoria. Un passaggio importante è stata la decisone presa del governatore della California, Gavin Newsom, nello Stato che ha una delle percentuali più alte di persone condannate a morte, 737 in attesa di esecuzione.
"Il nostro sistema capitale si è rivelato un fallimento", disse Newsom il 13 marzo scorso annunciando che non avrebbe supervisionato nessuna esecuzione. "È stato discriminatorio nei confronti di imputati mentalmente infermi, afroamericani o scuri di carnagione o che non possono permettersi una rappresentanza legale. Non ha portato vantaggi alla pubblica sicurezza e non ha nessuna utilità come deterrente". Più di tutto: "la pena di morte è assoluta e, nel caso di un errore umano, è irreversibile e del tutto insanabile".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 21 aprile 2020
Un altro leader sociale colombiano è stato assassinato domenica all'alba in una zona rurale del municipio di Buenos Aires, nel dipartimento del Cauca. Mario Chilhueso Cruz era presidente dell'Associazione dei lavoratori e dei piccoli produttori agricoli (Astcap). A dare la notizia è stata l'emittente WRadio. L'omicidio è avvenuto mentre il leader campesino stava lasciando la sua abitazione. In meno di tre giorni sono stati assassinati tre leader sociali nel Cauca.
La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno denunciato una "epidemia di violenza" in Colombia, nonostante le misure di quarantena adottate per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus.
"Proprio come gli attori colombiani si stanno unendo per affrontare la pandemia, è imperativo per tutti gli attori porre fine all'epidemia di violenza contro leader sociali, difensori dei diritti umani ed ex combattenti", ha affermato Carlos Ruiz Massieu, capo della missione Onu nel paese, durante una riunione in videoconferenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Secondo quanto denunciato dall'Istituto di studi per lo sviluppo e la pace colombiano (Indepaz) almeno 71 leader sociali e difensori dei diritti umani e 20 ex combattenti delle Farc sono stati assassinati nel 2020 in Colombia. Secondo l'istituto, che ha pubblicato una lista dei nomi delle vittime, la maggior parte degli omicidi è avvenuta nel mese di gennaio.
Sette sono stati registrati dopo il 24 marzo, ovvero durante il periodo di quarantena imposto dal presidente Ivan Duque per tenera di contenere la diffusione del nuovo coronavirus nel paese. La firma degli accordi di pace tra governo e Farc nel 2016 ha provocato un'ondata di violenza dovuta in particolare agli scontri tra gruppi armati rivali per il controllo del territorio. Secondo stime di Indepaz dalla firma dell'accordo di pace al 28 febbraio 2020 sono stati assassinati in Colombia 817 leader sociali e difensori dei diritti umani.
Le Nazioni Unite - Lo scorso 15 gennaio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso la sua "seria preoccupazione" per i ripetuti omicidi in Colombia di leader sociali ed ex combattenti delle Farc e ha chiesto "azioni effettive" per migliorare la sicurezza. Occorre, si legge nella dichiarazione, "che i responsabili siano assicurati alla giustizia e che vengano prese misure efficaci per migliorare la sicurezza, anche estendendo la presenza integrata dello stato e della sicurezza alle aree colpite dal conflitto".
Il Consiglio Onu ha inoltre sottolineato la necessità di implementare tutti gli aspetti dell'accordo di pace tra governo e Farc e rafforzare la protezione degli ex guerriglieri. I membri del Consiglio di sicurezza "sottolineano l'importanza di attuare tutti gli aspetti dell'accordo, comprese le riforme rurali, la partecipazione politica, la lotta contro le droghe illecite, compresi i programmi di sostituzione delle colture e la giustizia di transizione, e incoraggiano il pieno utilizzo dei meccanismi istituiti a tal fine, anche attraverso un dialogo continuo tra le parti".
I dati - Secondo dati diffusi dall'Alto commissariato Onu per i diritti umani nel 2019 sono stati uccisi 107 attivisti per i diritti umani in Colombia. La grande maggioranza dei casi ha avuto luogo nelle aree rurali, quasi tutti (98 per cento) in comuni con economie illecite, dove operano gruppi criminali o armati, e l'86 per cento del totale ha avuto luogo in villaggi con un tasso di poverta' superiore alla media nazionale. La metà degli omicidi è avvenuta in soli quattro dipartimenti: Antioquia, Arauca, Cauca e Caquetà. Le stime della Defensoria del popolo colombiana parlano invece di 118 leader sociali uccisi nel 2019 e di un totale di almeno 555 casi tra il 1 gennaio 2016 e il 31 ottobre 2019.
I combattenti delle Farc - Le Nazioni Unite hanno lanciato l'allarme anche sugli omicidi degli ex combattenti delle Farc che hanno aderito all'accordo di pace. Secondo quanto denuncia il partito Farc, nato dalle ceneri dell'omonima guerriglia, ad oggi sono almeno 191 gli ex combattenti uccisi dalla firma dell'accordo di pace.
Secondo stime Onu nel 2019 sono stati assassinati 77 ex combattenti delle Farc; un dato che fa del 2019 l'anno più violento per gli ex guerriglieri dalla firma dell'accordo di pace con il governo, nel novembre 2016. Il governo colombiano, per parte sua, ha riconosciuto l'escalation di violenza in alcune aree del paese, in particolare contro i leader sociali attivi sul territorio.
"In alcune aree del paese si assiste a una escalation di violenza per il controllo territoriale da parte di organizzazioni illecite", ha detto il ministro dell'Interno, Nancy Patricia Gutierrez, parlando durante un evento nel dipartimento di Chocò. Il ministro ha spiegato che, sulla base di dati aggiornati al 31 dicembre, il numero delle persone sotto protezione è salito a 8.189, di cui 4.890 leader sociali.
di Dale Zaccaria
comune-info.net, 20 aprile 2020
Il contagio del virus nelle carceri italiane continua a diffondersi, ma solo quando le Asl decidono di effettuare i tamponi, i casi emergono. Fino ad ora si è a conoscenza di circa 300 persone risultate positive, secondo quanto riportato da Il Riformista, ma il promesso screening di massa non è mai stato fatto e i dati sono sempre scarsi e affluiscono molto lentamente. Il diritto alla salute, fino a prova contraria, va garantito anche ai detenuti e il sistema attuale certo non lo consente. Intanto, anche la Corte europea di Strasburgo ha espresso preoccupazione per come si sta gestendo nelle carceri italiane la situazione determinata dal virus.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2020
L'emergenza coronavirus sta cambiando la giustizia, che diventa sempre più telematica. E se nel
rito civile e in quello amministrativo il percorso verso la digitalizzazione è iniziato da tempo e la possibilità di trattazione scritta riduce (ma non elimina) le difficoltà, nel processo penale dove vige il principio dell'oralità del dibattimento, l'impatto è più forte e sta suscitando accese polemiche. I timori riguardano soprattutto la riservatezza dei dati e la tutela delle garanzie della difesa.
di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 20 aprile 2020
Il ministro della Giustizia vorrebbe spostare i dipartimenti su Teams di Microsoft, ma la realtà è diversa: è come passare dall'aratro al motore a scoppio. Per dire, gli impiegati della corte di Roma non lavorano perché non possono collegarsi al sistema da casa. Mentre perquisizioni e sequestri nelle case di riposo di Lombardia e di mezza Italia annunciano la nuova collezione giudiziaria autunno/inverno 2020, quasi nessuno, stranamente, sembra chiedersi se esisterà ancora una giustizia, intesa soprattutto come attività, in grado di funzionare dopo il coronavirus.
Qualche giorno fa, per la mia pagina Lab-Politica del diritto ho moderato un dibattito tra tre magistrati presidenti di uffici di primo, secondo grado e Cassazione. Ho chiesto loro di raccontare la gravità dell'impatto, le sue conseguenze e le prospettive dell'attività giudiziaria che dirigono.
Un pubblico di stupiti addetti ai lavori ha appreso che gli impiegati del Tribunale di Roma, in teoria a casa a lavorare in modalità smart o "agile", sono in realtà disoccupati perché non è loro possibile collegarsi con la Rug, minaccioso acronimo per una orwelliana Rete Unica della Giustizia che raccoglie i registri di tutti gli uffici giudiziari italiani.
Oppure nelle cancellerie della Suprema Corte di Cassazione, il tempio della interpretazione del diritto, gli impiegati fotocopiano migliaia di pagine dei processi e dei ricorsi da distribuire ai vari giudici perché non esiste un sistema di digitalizzazione degli atti. Soltanto nella Corte di Appello di uno dei distretti giudiziari più grandi d'Europa, nella prima sezione, come riferisce il presidente Picazio, sono saltati nel periodo da marzo a maggio ben 837 processi di cui 155 con detenuti. Moltiplicati per analoghe quantità nelle altre tre sezioni, andranno ad aggiungersi al già mostruoso arretrato che oggi schiaccia la Corte di Appello del Lazio che divide un poco invidiabile primato con Venezia e Napoli.
In Cassazione dove si era riusciti in alcune sezioni a ridurre l'attesa della trattazione a una media di quattro mesi, già oggi si riempiono le udienze al 2021. In questo clima non è un interrogativo ozioso quello di chiedersi non solo quando mai verrà fatta luce per gli indagati e per le vittime del Coronavirus, ma se sarà possibile garantire uno standard minimo di giustizia a tutti
A questo cataclisma il governo ha dato un'imprevedibile e fantasiosa risposta che al pari di altre ideazioni nel settore della prevenzione sanitaria ne illustrano le velleità e i vistosi limiti: nel settore giudiziario, la risposta si chiama processo "da remoto" come "modello preferenziale" da introdurre nelle aule italiane, un po' come quei giocatori d'azzardo con le tasche svuotate che giocano al rilancio grosso nell'illusione di imbroccare il colpo fortunato.
In sostanza, non essendo possibile riempire le aule della solita folla di avvocati, magistrati, imputati e testi, le si smaterializza applicando alla procedura la tecnica dello smart working: tutti collegati da ogni dove mediante un'app. In questo caso il programma scelto in via esclusiva è Teams di Microsoft scelto dal ministero secondo imperscrutabili criteri.
Invece di rinforzare il personale amministrativo e magari reclutare con un serio programma nuovi magistrati, accorciando i tempi di attesa dei vari concorsi, il ministro Alfonso Bonafede ha preferito implementare la fornitura di schermi televisivi per regalare una botta di futuro dimenticandosi di avvisare sul punto un interlocutore obbligato che se ne è risentito parecchio bocciandogli il giocattolo: il Garante per la protezione dei dati personali.
La cosa ha un suo rilievo perché, come sappiamo, a giorni sarà disponibile un'altra favolosa applicazione, "Immuni", l'ultima trovata del commissario Domenico Arcuri, a corto di mascherine ma non della stessa euforica voglia di modernità, che dovrebbe tracciare ogni singolo passo della nostra giornata alla caccia dei famigerati "asintomatici", gli untori di oggi. E i problemi con il Garante saranno gli stessi.
Poche cose raccontano l'inadeguatezza e la velleitaria improvvisazione di questo governo, di questo ministro e dei suoi consiglieri quanto la faciloneria con cui da un giorno all'altro si è dato vita al progetto di "remotizzare" la giustizia italiana con l'entusiastica collaborazione di una parte della magistratura. Il risultato, come vedremo, è la concreta, pericolosa possibilità di buttare al vento anche una delle non poche necessarie riforme per modernizzare i tribunali italiani.
Una premessa: l'esplosione della pandemia ha innescato all'inizio un clima di rivolte e terrore nei tribunali italiani dove i magistrati avevano preso a celebrare le udienze sbarrando le porte al pubblico, ai testimoni e agli avvocati in attesa delle cause successive, creando così in diverse occasioni pericolosi assembramenti nei corridoi e poi una serie di proteste che dai fori locali si sono trasferite a tutto il paese con un'astensione indetta dagli Ordini in alcuni casi rifiutata e contestata dai magistrati come illegittima.
Provvidenzialmente è arrivato il lockdown che dal 9 marzo ha chiuso la società italiana e anche i tribunali. Il governo ha quindi stabilito nella prima versione del Cura Italia la sospensione dei processi civili e penali con qualche eccezione per casi urgenti e processi con detenuti per cui il ministro Bonafede ha disposto l'uso della modalità "da remoto".
Con una novità però non da poco. L'imposizione dell'applicazione da utilizzare in via esclusiva: Teams di Microsoft, l'erede del "vecchio" Skype, all'uopo innestata su un canale "riservato" al ministero di Giustizia. E infatti la procedura prevede che disposte orari e modalità del collegamento dai funzionari della Direzione dei Sistemi Informativi del ministero (Dgsia), il Giudice che funge da host della seduta invita al collegamento le parti (pm e difensori) in veste di client.
Teams ha qualche pregio come per esempio la possibilità di consentire il dialogo vocale e trasmissione in diretta di allegati, utilizzando una funzione di messaggistica incorporata. Ma il suo uso è macchinoso rispetto ad applicazioni più agili utilizzate da scuole, università e professionisti per la comunicazione, poiché consentono la contemporanea visione di centinaia di persone. Cosa che Teams non consente arrivando ad ospitare sullo schermo al massimo quattro interlocutori.
La novità è stata accolta con un qualche mugugno dagli avvocati penalisti da tempo convinti che sia in atto una strisciante voglia di cambiare le regole processuali dematerializzando le aule sulla rete, una cosa rifiutata come una congrega di luddisti rifiuterebbe un'invenzione demoniaca che levasse loro il lavoro, ma viste le circostanze emergenziali hanno accettato e firmato una serie di protocolli da foro a foro per cercare di disciplinare una procedura che presentava una carenza da poco: non ha un regolamento o una normativa che la disciplini alla stregua dei passaggi dei processi ordinari.
Dopodiché come sta avvenendo per le regioni del Nord e ad altre categorie produttive, i penalisti hanno cominciato a spingere per il riavvio dell'attività ordinaria, sia pure con le dovute precauzioni (fasce orarie, mascherine, accessi limitati alle aule).
La situazione è precipitata in sede di conversione del decreto, quando qualcuno ha suggerito al ministro di inserire un paio di commi esplosivi. Col primo (12bis) si prevede la totale "dematerializzazione" del processo in cui non solo gli imputati detenuti ma anche i difensori, pm e parti civili si disperdono "remotamente".
E non solo, la medesima sorte è prevista per alcune categorie di testi, agenti di polizia giudiziaria, periti e consulenti, mentre un ordinario cittadino, magari per ripetere un innocuo verbale di furto deve rischiare la salute (lasciamo perdere i risvolti costituzionali).
Col secondo comma, denominato 12 ter, il ministro remotizza pure i collegi giudicanti e le giurie popolari nei processi d'Assise. Ora immaginate il passaggio repentino dall'aratro al motore a scoppio ed avrete ancora un'idea approssimativa di cosa è il mutamento partorito da Alfonso Bonafede negli uffici giudiziari dove gli avvocati non riescono ad ottenere on line una sentenza o un fascicolo se non in pochi casi e sempre beninteso dopo aver fatto la fila per pagare i diritti.
Per il 27 aprile, il Tribunale di Roma ha deciso di avviare la storica svolta di celebrare un processo di 60 imputati, buona parte detenuti, totalmente da remoto. In aula siederà il Tribunale ma non gli avvocati, i testi, il Pubblico ministero.
Per ognuno di loro il Tribunale ha disposto una collocazione precisa e obbligatoria, presumibilmente secondo le indicazioni operative del gestore del servizio telematico, che non è un magistrato. Gli avvocati obbligatoriamente in studio, accorpati in modo che ciascuna difesa parli da un solo schermo. Dunque per i difensori non opererà l'obbligo di "distanza sociale" invocato dai magistrati per dematerializzare un processo. Ed altro si potrebbe dire. Ma prima ancora di arrivare all'inevitabile scontro con i legali è il Garante dei dati personali, attivato con una specifica segnalazione dall'Unione Camere Penali a intervenire e con modi formalmente garbati ma duri nella sostanza.
Antonello Soro ha lamentato di non essere stato consultato in una questione di sua pertinenza per le gravi implicazioni derivanti dal decreto legislativo 51 del 2018 che impone "la piena applicabilità della disciplina di protezione dati, anche ai trattamenti di dati svolti nell'esercizio della funzione giurisdizionale".
Tra le righe il Garante non ha mancato di ricordare che le leggi americane concedono alla autorità federali l'indiscriminato accesso a tutti i tipi di dati custoditi presso i server delle compagnie americane, Microsoft compresa. Ecco: immaginate una camera di consiglio sulla trattativa Stato Mafia, o le intercettazioni di un presidente della Repubblica gelosamente custodite da uno Stato straniero. Un intervento che presumibilmente verrà replicato anche per la nuova applicazione di contact tracing varata dal governo.
È possibile che l'intemerata del garante ponga anticipata e ingloriosa fine alla goffa rivoluzione digitale del governo Conte, ma sarebbe sciocco limitarsi a prendere atto e magari tirare un sospiro di sollievo: la giustizia italiana (come la sanità e la pubblica amministrazione) ha bisogno di una rivoluzione digitale, dell'informatizzazione dei suoi uffici e anche di procedure alternative a quelle orali che prevedano in determinati casi di semplice definizione l'uso della tecnologia da remoto.
Ma la scelta non può essere imposta dall'alto, essa, come ad esempio per scelte come il patteggiamento, spetta al difensore che da solo può valutare un'eventuale rinuncia ad un diritto come il contraddittorio orale.
Occorrerebbe un grande patto, un new deal (modello accordo Lama-Agnelli sulla contingenza nel 1977) che coinvolgesse le componenti della giustizia, secondo un canone di reciproca fiducia con cui stabilire poche linee guida per la modernizzazione della giustizia, anche i soldi del Mes sarebbero benvenuti. Non può essere questo il governo e questo il ministro con cui farlo, ma va fatto perché il crollo definitivo dell'apparato giudiziario può mettere a rischio il Paese non meno di una crisi economica. Ne riparleremo presto.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2020
Fino al prossimo 30 giugno le attività giudiziarie penali si potranno svolgere davanti al computer. È una rivoluzione per il nostro processo, fondato sulla dialettica orale. Vediamo cosa cambierà in ogni fase processuale.
Indagini preliminari - Non ci sono limiti agli atti del giudice e del pubblico ministero effettuabili da remoto: udienze di convalida del fermo o dell'arresto, incidenti probatori, interrogatori di indagati, testimoni, consulenti e periti. Nello stesso modo si potranno svolgere le indagini della difesa: le norme non lo esplicitano ma è necessario per evitare disparità di trattamento.
Non si chiarisce se sarà possibile opporsi al compimento telematico dell'atto di indagine ma si prevede che si proceda via web solo se la presenza fisica "non può essere assicurata senza mettere a rischio le esigenze di contenimento della diffusione del virus". Sembra, quindi, che quando sia possibile rispettare la distanza di sicurezza, i partecipanti siano sani e abbiano guanti e mascherine, l'atto dovrà essere celebrato nella forma tradizionale.
I detenuti utilizzeranno i sistemi di videoconferenza già esistenti per la partecipazione a distanza nei processi per criminalità organizzata. Tutti gli altri soggetti - tra cui gli imputati liberi- si dovranno recare nel più vicino ufficio di polizia giudiziaria, dove saranno identificati e messi in contatto con il magistrato. Il difensore potrà partecipare anche dal suo studio: in ogni caso, dovrà essere garantito il diritto dell'indagato di consultarsi riservatamente con l'avvocato. Il verbale delle operazioni sarà redatto dalla polizia giudiziaria.
Processi - Le udienze si potranno celebrare via web, se lo svolgimento a porte chiuse non basterà a contenere i rischi. Si dovranno ascoltare in aula solo i testimoni e la persona offesa non costituita parte civile, mentre si potranno interrogare da remoto i funzionari di polizia giudiziaria, gli imputati, la parte civile, i consulenti e i periti. Anche i riti alternativi e le impugnazioni si potranno svolgere a distanza.
Le udienze camerali in Cassazione si celebreranno con la presenza del difensore - anche da remoto - solo se lo avrà chiesto via PEC almeno 25 giorni prima. Altrimenti si procederà solo sugli scritti delle parti. La norma non prevede che l'imputato possa opporsi alla scelta del giudice di celebrare l'udienza telematica, ma stabilisce che lo svolgimento dovrà avvenire "con modalità idonee a salvaguardare il contradditorio e l'effettiva partecipazione delle parti".
L'imputato libero si collegherà dalla stessa postazione del suo difensore, che dovrà attestarne l'identità; il detenuto si connetterà dal carcere, dove sarà presente anche il difensore; quello ai domiciliari dalla stazione di polizia giudiziaria più vicina con impianto di videoconferenza. Il cancelliere parteciperà dall'ufficio giudiziario, verbalizzando le operazioni svolte.
Camere dì consiglio - Le sentenze e le ordinanze collegiali potranno essere decise da giudici connessi da remoto in una camera di consiglio "virtuale": dopo la deliberazione, il presidente del collegio, o un altro componente delegato, dovrà sottoscrivere il dispositivo, che verrà depositato il prima possibile, e non oltre la fine dell'emergenza sanitaria.
rainews.it, 20 aprile 2020
Il responsabile degli Affari regionali: "Nelle prossime ore ufficializzeremo i dettagli del bando e i termini di partecipazione. Siamo sicuri che anche questa volta saremo sostenuti dalla generosità e dalla disponibilità degli italiani".
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