consiglionazionaleforense.it, 22 aprile 2020
"Il governo italiano intervenga, per via diplomatica presso il governo di Ankara, affinché gli avvocati e i prigionieri politici turchi, attualmente ancora ingiustamente detenuti, vengano immediatamente liberati". È la richiesta che il Consiglio nazionale forense indirizza al premier Giuseppe Conte e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio per un intervento dell'Italia a favore della scarcerazione degli avvocati turchi, ingiustamente reclusi poiché accusati o condannati a causa del libero esercizio della professione, ed esclusi dal provvedimento di amnistia recentemente promosso in Turchia per ridurre il sovraffollamento carcerario e l'ulteriore propagarsi del virus Covid 19. Secondo l'ultimo rapporto, curato dal Consiglio nazionale forense con l'associazione Arrested Lawyers che si occupa della persecuzione di massa degli avvocati in Turchia, a febbraio 2020 risultano 605 arresti e 345 condanne arbitrarie per un totale di 2145 anni di prigione comminati agli avvocati turchi.
La delibera, approvata dal plenum del Cnf che a gennaio scorso aveva già proclamato il 2020 come l'"Anno dell'avvocato in pericolo nel mondo", esprime la preoccupazione dell'avvocatura italiana per lo stato di salute dei detenuti turchi che, da settimane, sono in sciopero della fame e rifiutano di assumere gli integratori necessari al mantenimento delle funzioni vitali fino a quando le autorità turche non libereranno tutti gli avvocati reclusi.
agenzianova.com, 22 aprile 2020
Un'unità di lavoro per ricostruire la sorte delle migliaia di persone arrestate o scomparse nel nordest della Siria durante il controllo dello Stato islamico (Is) è fondamentale per identificare i responsabili. Lo afferma l'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) sul proprio sito. Hrw ha espresso apprezzamento per l'istituzione, il 5 aprile scorso, di un gruppo di lavoro formato da avvocati, attivisti e parenti di scomparsi da parte dell'amministrazione autonoma curda nella Siria nord-orientale. Le autorità curde e la coalizione militare a guida statunitense sono chiamate a fornire tutte le informazioni necessarie per comprendere che fine abbiano fatto le migliaia di persone catturate dall'Is di cui non si sa più nulla.
di Alessandra Fabbretti
dire.it, 22 aprile 2020
I giudici tedeschi hanno accolto le accuse di "torture e crimini contro l'umanità" presentate dalla procura. Giovedì a Coblenza, in Germania, si apre un processo inedito: sul banco degli imputati il governo siriano, e in particolare due responsabili dei servizi di intelligence, accusati di torture su 4.000 persone avvenute all'interno di Al-Khatib, il carcere di Damasco. A darne notizia, The Syria Campaign (Stc), associazione composta dalle famiglie delle vittime di torture, uccisioni e sparizioni forzate nel corso della guerra in Siria. Stando a quanto riporta Stc, e che trova conferma anche in una nota pubblicata sul sito web del Tribunale regionale superiore di Coblenza, i giudici hanno accolto le accuse di "torture e crimini contro l'umanità" presentate dalla procura.
Gli imputati, Anwar Raslan e Eyad Al-Gharib, sono stati arrestati dalle autorità tedesche a febbraio, in quanto entrati nel Paese tra il 2014 e il 2018. Il 57enne Raslan è sospettato di aver torturato 4.000 detenuti tra il 29 aprile 2011 e il 7 settembre 2012. "Per tutto il periodo della detenzione - si legge sul sito del tribunale - i prigionieri hanno subito brutali violenze tra cui percosse, calci e scosse elettriche". Raslan è inoltre accusato di aver permesso "58 omicidi" nonché "stupri e gravi violenze sessuali" a danno dei detenuti. Tali reati si sarebbero svolti "nell'ambito di un vasto e sistematico attacco alla popolazione civile". Quanto ad Al-Gharib, avrebbe a sua volta commesso crimini contro l'umanità tra "l'1 settembre e il 31 ottobre del 2011" e sarebbe responsabile delle torture e delle violenze sessuali subite da almeno 30 persone, arrestate "in seguito a una manifestazione".
Stando all'accusa "il brutale abuso fisico e psicologico è servito a ottenere con la forza confessioni e informazioni da parte del movimento di opposizione" in Siria, sviluppatosi dopo le proteste iniziate nel marzo di quello stesso anno, e da cui avrà origine la guerra civile. "Almeno 58 persone sono morte a causa dei maltrattamenti subiti in quel periodo" denuncia la procura tedesca, riferendo ancora: "Oltre agli abusi citati nelle prigioni si viveva anche condizioni disumane e degradanti. Ad esempio, ai detenuti venivano negate le cure mediche e l'igiene personale, non c'era abbastanza da mangiare, il cibo era spesso immangiabile e le celle cosi' sovraffollate che sedersi o sdraiarsi spesso non era possibile. I prigionieri sarebbero stati costretti a dormire in piedi". Al processo di giovedì testimonieranno siriani residenti in Germania, sopravvissuti alle torture, che hanno sporto querela. Per le famiglie di The Syria Campaign rappresenterà "un momento fondamentale per la giustizia".
Alcuni dei querelanti saranno assistiti da Anwar Al-Bunni, avvocato e difensore dei diritti umani, direttore del Centro studi siriano per gli affari legali (Syrian Center for Legal Studies), con sede a Barlino. Lui stesso è stato detenuto ad Al-Kathib dal 2006 al 2011. Giunto a Berlino, ha iniziato a prendere contatti con gli attivisti siriani e cosi' ha scoperto che la polizia tedesca indagava su Raslan dal 2016. Col tempo, come ha raccontato alla stampa internazionale, Al-Bunni è riuscito a convincere alcune vittime delle carceri a denunciare gli abusi subiti.
"Questo processo - ha detto l'avvocato - manda un messaggio molto importante al regime di Assad: che non avrà mai l'impunità, quindi di pensare bene a quello che fa". Il governo del presidente Bashar Al-Assad, le forze di sicurezza e i servizi di intelligence sono accusati da diverse associazioni siriane e internazionali di aver commesso arresti arbitrari, torture, uccisioni e sparizioni forzate su migliaia di civili a partire dalla rivoluzione del 2011.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 22 aprile 2020
Almeno 68 persone, per lo più membri del personale, sono state colpite dal coronavirus in una prigione della città marocchina meridionale di Ouarzazate, secondo quanto riferito dalle autorità carcerarie, che hanno omesso il numero dei decessi. Nella struttura di Ouarzazate, almeno 6 detenuti avevano contratto il virus, a inizio mese, ma nessuna particolare misura precauzionale era stata adottata. In base a quanto stabilito da una dichiarazione della Delegazione Generale per l'amministrazione e la riabilitazione delle prigioni, rilasciata lunedì 20 aprile, tutta la popolazione carceraria verrà sottoposta al test data l'incontrollata esplosione di casi. Lo staff e i prigionieri infetti dovranno seguire tutti i trattamenti e le accortezze suggerite dalle autorità sanitarie. Coloro che invece risulteranno negativi saranno messi in quarantena e dovranno adeguarsi alle dovute misure di prevenzione.
A livello generale, il governo di Rabat aveva disposto, il 6 aprile, la scarcerazione di circa 5.645 prigionieri, molti dei quali versavano in cattive condizioni di salute. La mossa sarebbe servita a ridurre il rischio di contagio nelle prigioni, dove il distanziamento sociale è impossibile da rispettare e le condizioni igieniche sono piuttosto precarie.
Ad oggi, il Marocco ha confermato circa 3.186 casi di coronavirus, inclusi 144 decessi. Ha imposto un blocco nazionale fino al 20 maggio e ha reso obbligatorio l'uso delle mascherinefuori casa. Il primo ministro, Saâdeddine El Othmani, ha dichiarato, martedì 21 aprile, che l'aumento dei contagi, nonostante settimane di restrizioni e blocchi, è dovuto alla trasmissione all'interno delle famiglie, delle fabbriche e dei centri commerciali, dove rimangono aperti i supermercati. Le misure di blocco impongono ai cittadini di uscire solo per attività essenziali. Scuole, moschee, negozi e tutti i luoghi di intrattenimento sono stati chiusi.
L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affermato il mese scorso che tutti i Paesi dovrebbero prendere in considerazione la possibilità di rilasciare i detenuti anziani e i criminali a basso rischio. Alcuni Stati, tra cui Iran, Afghanistan, Indonesia, Canada e Germania hanno già liberato migliaia di prigionieri per ridurre il rischio di un grave focolaio nelle carceri.
Misure simili sono state prese in Gran Bretagna, Polonia e Italia, con le autorità incaricate che monitorano da vicino quelli che vengono rilasciati per assicurarsi che non aumentino le attività criminali o i disordini sociali in un momento di disagio nazionale. Ma mentre tali misure sono possibili nei Paesi più sviluppati, la sfida diventa più seria in altre parti del mondo. In Iran, dove circa 190.000 persone sono incarcerate, il governo ha annunciato che rilascerà temporaneamente 85.000 prigionieri, mentre a 10.000 di loro è stata concessa la grazia.
"Il covid-19 ha iniziato a colpire le carceri, le prigioni e i centri di detenzione per gli immigrati, nonché case di cura e ospedali psichiatrici, e rischia di scatenarsi tra le popolazioni più vulnerabili", ha affermato Bachelet. "Le autorità dovrebbero esaminare i modi per liberare coloro che sono particolarmente vulnerabili al virus, tra cui i detenuti più anziani e quelli che sono malati, nonché i trasgressori di basso profilo", ha aggiunto la commissaria, sottolineando che le strutture di detenzione di molti Paesi sono gravemente sovraffollate, il che rende i prigionieri e il personale delle carceri particolarmente vulnerabili all'infezione. "Le persone sono spesso trattenute in condizioni estremamente antigieniche e i servizi sanitari sono inadeguati o addirittura inesistenti. Il distanziamento fisico e l'autoisolamento in tali condizioni sono praticamente impossibili", ha osservato.
La Repubblica, 22 aprile 2020
Lo studente egiziano dell'Università di Bologna è in stato di detenzione dall'inizio di febbraio. È stata rinviata per la sesta volta, "come al solito di una settimana", l'udienza in cui deve essere deciso se prolungare di altri 15 giorni la custodia cautelare di Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell'università di Bologna in carcere al Cairo con l'accusa di propaganda sovversiva. Lo ha riferito all'Ansa una sua legale, Hoda Nasrallah. Come i precedenti, anche questo rinvio è dovuto al coronavirus, ha detto un altro suo avvocato, Walid Hassan.
Zaky, iscritto al master internazionale in Studi di genere presso l'Alma Mater studiorum di Bologna, è detenuto in Egitto dal 7 febbraio, quando fece ritorno in patria per salutare la famiglia. Fra le accuse a suo carico, basate su un account Facebook che la difesa considera gestito da altri, vi sono "diffusione di notizie false", "incitamento alla protesta" e "istigazione alla violenza e ai crimini terroristici". La famiglia, preoccupata per la sorte del giovane che soffre di asma, ha potuto vederlo nel carcere cairota di Tora l'ultima volta quaranta giorni fa, il 9 marzo.
Nei giorni scorsi il rettore dell'ateneo di Bologna, Francesco Ubertini, auspicando un esito diverso rispetto a quello odierno, ha detto: "Resta ferma la nostra richiesta: chiediamo per Patrick, membro della nostra comunità, il rispetto dei diritti fondamentali, dei diritti politici, la tutela della libertà d'espressione e soprattutto il diritto alla libertà individuale", mentre Amnesty Italia, che ha da subito acceso un faro sulla vicenda di Zaky, aveva chiesto "alle autorità italiane di trovare un quarto d'ora di attenzione, pur nella situazione difficilissima in cui è il nostro Paese, per chiedere alle autorità egiziane di rilasciare al più presto Patrick".
Oggi però Amnesty, spiega il portavoce Riccardo Noury, "è convinta più che mai che occorra cambiare strategia. Nelle prossime ore contatteremo tutti i partner coinvolti nella campagna per rilasciare Zaky, in particolare quelli istituzionali, per avviare azioni comuni che abbiano un obiettivo diverso: rilasciare immediatamente Patrick per motivi di salute". "Dopo l'ennesimo rinvio, vediamo continuare a oltranza una detenzione che dovrebbe essere preventiva. Ricordo che siamo ancora in attesa di un'udienza che dovrebbe dirci se e per cosa Zaky merita un processo. Settantacinque giorni sono un tempo abnorme per una carcerazione preventiva e la pandemia non può giustificare la sospensione dei diritti umani" dichiara la senatrice bolognese Michela Montevecchi, vicepresidente della commissione Cultura e membro della commissione Diritti umani.
di Tullio Padovani
Il Riformista, 21 aprile 2020
L'emergenza sanitaria ha suscitato, in chi vive o lavora in carcere o al carcere guarda con un minimo di sensibilità, una serie di preoccupazioni note ai lettori. La risposta della politica e dell'opinione pubblica (che è il nome attribuito spesso a un "senso comune" plasmato da pregiudizi e disinformazione) è apparsa più risentita del solito: più sorda, più ritrosa; ma anche più sprezzante, più livorosa.
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 21 aprile 2020
Il problema sanitario si aggiunge alla carenza di spazio. Ma potrebbe costituire un'occasione. Tra le questioni che la situazione di emergenza sanitaria ha posto e pone nel nostro Paese merita attenzione quella delle carceri, in cui convivevano, al manifestarsi dell'epidemia, più di sessantamila detenuti, dodicimila circa in più rispetto alla capienza regolamentare: e la situazione di pericoloso "affollamento" riguarda anche il numero altrettanto elevato (ancorché insufficiente) degli operatori delle carceri, le cui attività ovviamente non possono essere sospese né trasformate in "lavoro agile" a distanza.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 21 aprile 2020
Il Dap raccoglie alimenti per le famiglie alla fame, ma aumentano pure i detenuti indigenti. Firmano l'appello all'amnistia del Partito Radicale 54 personalità di 14 Paesi europei. Che l'emergenza Coronavirus in Italia abbia ridotto alla fame una fetta di popolazione il cui equilibrio economico era già estremamente precario prima della pandemia, è un dato che si fa ogni giorno più evidente ai nostri occhi anche senza il supporto delle statistiche (a Roma, per esempio, le richieste di cibo alla Caritas da parte delle famiglie è più che raddoppiata nell'ultimo mese, e di homeless in strada ce n'è sempre di più).
camerepenali.it, 21 aprile 2020
Un documento di analisi sullo stato della comunicazione delle notizie dal carcere e sul carcere. L'informazione trasparente è un dovere della pubblica amministrazione, che può trovare eccezioni solo per ragioni di sicurezza nazionale. L'opinione pubblica ha il diritto di conoscere le scelte politiche, siano esse amministrative, economiche, sanitarie, giudiziarie ovvero di qualsiasi genere, che il Parlamento e il Governo adottano o intendano adottare in determinate situazioni.
camerepenali.it, 21 aprile 2020
L'Unione Camere Penali Italiane e il proprio Osservatorio Carcere esprimono preoccupazione per le gravissime affermazioni contro i Garanti dei Detenuti, contenute nei comunicati stampa di alcune sigle sindacali della Polizia Penitenziaria, in cui si giunge addirittura a chiedere l'abolizione di tale figura istituzionale.
Oggetto di tale grave iniziativa sindacale sono gli interventi dell'Ufficio del Garante Nazionale e del Garante Regionale della Campania, a seguito delle denunciate percosse ai detenuti, che sarebbero avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Il 17 aprile scorso, il Garante Nazionale aveva incontrato il Magistrato di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, per gli episodi riportati da più fonti relativamente a maltrattamenti che sarebbero stati compiuti nei confronti di persone detenute dopo una manifestazione di protesta e una successiva perquisizione straordinaria. Preso atto dell'impegno dell'Ufficio di Sorveglianza a verificare quanto accaduto e a informare la locale Procura della Repubblica, il Professor Palma ha ritenuto di non depositare un proprio esposto.
Su quanto denunciato da detenuti e familiari, anche con pubblicazioni di foto delle lesioni - essendo uno dei presunti malmenati uscito il giorno successivo a quanto sarebbe accaduto - è intervenuto anche il Garante Regionale Samuele Ciambriello, che ha portato a conoscenza del Procuratore della Repubblica le dichiarazioni raccolte.
I due interventi - doverosi e di competenza dell'Ufficio - non sono piaciuti ai rappresentanti della Polizia Penitenziaria che sono giunti ad affermare che la richiesta d'indagini sarebbe un "attacco allo Stato" e "un vero e proprio piano, tra l'altro non troppo velato, di destabilizzazione messo in campo contro la polizia penitenziaria", invocando l'intervento del ministro della Giustizia per rimuovere " la figura del Garante dei detenuti che nel corso degli anni non hanno garantito ai detenuti una degna esecuzione della pena, ma si muovono solo per la destabilizzazione del sistema".
Evidentemente il "sistema" e lo "Stato" che questi signori vogliono è quello di Polizia, dove le indagini non vengono espletate e dove l'Autorità ha "carta bianca" per sopraffare i deboli.
Essi dimenticano, tra l'altro, che i Garanti godono di autonomia e indipendenza anche rispetto agli organi territoriali (Regioni e Comuni) che li hanno nominati e che mai nessuna iniziativa governativa può impedire loro di esercitare quella funzione di garanzia che, giorno dopo giorno, e prima ancora della istituzione della figura nazionale, hanno svolto e svolgono all'interno delle carceri.
Sappiamo che quanto espresso nei comunicati di alcune sigle sindacali, non rappresenta affatto l'intera Polizia Penitenziaria, composta da donne e uomini pronti al sacrificio nel rispetto del loro fondamentale e difficile ruolo, ma è importante che il Corpo, la stessa Amministrazione Penitenziaria, nonché il Ministro della Giustizia, prendano le distanze da affermazioni così gravi.
La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane
L'Osservatorio Carcere UCPI
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