di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 23 aprile 2020
Il carcere di Santa Maria Capua Vetere è sotto indagine per presunte violenze commesse contro detenuti. Di questo e della situazione del sistema carcerario dell'area napoletana parla Pietro Ioia, Garante del Comune di Napoli. L'emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19 ha contribuito a mettere in luce le falle del sistema carcerario italiano. In diversi istituti di pena il disagio è cresciuto in questi ultimi mesi, complice la paura del contagio, ed è sfociato in momenti di tensione raccontati da vari organi di stampa. Si inserisce pienamente in questo contesto la vicenda del carcere di Santa Maria Capua Vetere che è al centro di un'indagine giudiziaria su presunte violenze commesse da agenti della polizia penitenziaria ai danni dei detenuti e denunciate dai Garanti per i diritti dei reclusi. Su questo argomento e con l'intento di fare brevemente un punto sulla situazione del sistema carcerario dell'area napoletana, abbiamo sentito Pietro Ioia, Garante del Comune di Napoli.
Che interpretazione dai alla vicenda di Santa Maria Capua Vetere?
Quando mi sono arrivate le fotografie, gli audio e le segnalazioni di alcuni familiari sono intervenuto contattando subito il collega Samuele Ciambriello (Garante dei detenuti della Campania, N.d.R.). Ci sono state tante polemiche da allora e diverse versioni dell'accaduto. Occorre che la magistratura faccia luce e, se emergeranno reati, punire chi li ha commessi.
Su questo hai avuto uno scambio polemico con rappresentanti della polizia penitenziaria...
Sono stato attaccato da alcune sigle sindacali della polizia penitenziaria, come spesso è accaduto, sia prima che dopo la mia nomina a Garante dei diritti dei detenuti. Gli scambi sono giusti, sono quello che cerco, quello che può aiutarci a tutelare i diritti dei reclusi. Gli attacchi no, soprattutto se si tratta di attacchi alla mia persona e non al mio operato. Non sarebbe più costruttivo uno scambio equilibrato sul lavoro che c'è da fare possibilmente insieme?
Che ruolo ha oggi a tuo parere la polizia penitenziaria e che ruolo dovrebbe avere?
La polizia penitenziaria ha sempre avuto un ruolo di vigilanza e di controllo, questo però non deve sfociare mai in violenza, come purtroppo avviene in alcune occasioni. Ho conosciuto poliziotti penitenziari che mi hanno appoggiato, perché hanno capito il tipo di lavoro e contributo che volevo dare, perché affine al loro; mi sono trovato poi, com'è risaputo, in forte contrasto con altri di loro, anche legalmente, per via del mio passato da attivista e per aver denunciato le violenze subite in carcere. La verità è che in tutti i gruppi ci sono grandi lavoratori e allo stesso tempo persone che invece interpretano male il proprio ruolo.
Quanto si sa di quello che succede in carcere? Che ruolo ha la stampa?
Si sa pochissimo perché se ne parla davvero poco. E quando se ne parla si dice solo il peggio. Non si parla mai di tutto quello che viene fatto dai detenuti che provano a riparare il danno che hanno compiuto in passato nei confronti della società. Né dei diritti calpestati. Non si parla nemmeno delle famiglie, dei bambini piccoli lontani dal genitore recluso, che vivono anche loro una condanna e che dovrebbero per questo essere aiutati. Ecco, la stampa dovrebbe interessarsi anche di questo, per quanto la cosa sia difficile, bisogna fare luce su ciò che avviene in carcere.
Su quale collaborazione puoi contare da Garante? Chi, in particolare, collabora con te?
A livello istituzionale sono supportato soprattutto dal Sindaco Luigi De Magistris e dall'Assessore al Welfare Monica Bonanno, con la quale anche in questi giorni sono andato a Poggioreale per la consegna di varie mascherine. In settimana ne arriveranno altre e andrò con il Sindaco a consegnarle. Il mio staff invece è composto da due valide collaboratrici, che condividono le mie stesse idee e lo stesso impegno a tutela dei diritti dei detenuti, le dottoresse Sara Romito e Sarah Meraviglia.
Un breve bilancio della tua attività di Garante iniziata lo scorso dicembre...
Appena nominato ho collaborato con la Dottoressa Bonanno e con la Direttrice Russo di Secondigliano per attivare il lavoro di pubblica utilità di alcuni detenuti all'esterno del carcere. La mia attività purtroppo poi coincide con questa terribile pandemia. All'inizio dell'anno sono stato ricoverato in ospedale per diverse settimane e poi è arrivato il virus nelle nostre vite. Da allora ho avuto diversi incontri nelle case circondariali di Poggioreale e Secondigliano, sia con i direttori che con delegazioni di detenuti, soprattutto nei giorni delle rivolte, contenutissime forse proprio grazie al nostro intervento congiunto. Anche gli incontri con il provveditorato e con la magistratura di sorveglianza sono stati importantissimi per contenere l'emergenza. Stiamo inoltre consegnando centinaia di mascherine ai detenuti, grazie all'aiuto di diverse associazioni e dei Radicali. Da oggi stiamo progettando un pacco alimentare per i ristretti che non hanno niente, il pacco del detenuto ignoto. Quando finirà questa fase di emergenza ci dovremo occupare dell'emergenza di tutti i giorni, quella del carcere nel suo quotidiano e dei diritti mal tutelati dei detenuti. C'è tantissimo da fare e dovremmo farlo tutti insieme.
Il carcere rischia davvero di essere un luogo di violenza più che di recupero?
Il carcere è punitivo più che risocializzante. Si dovrebbe dare spazio alle misure alternative, alla giustizia riparativa e di comunità, alla conservazione degli affetti delle persone detenute, alla loro formazione e al lavoro.
Com'è vista la situazione Coronavirus in carcere?
Dai detenuti è vista com'è, cioè come una situazione drammatica, sia all'interno che all'esterno degli istituti penitenziari. Un gruppo di persone recluse a Poggioreale ha donato più di 1.600 euro per l'Ospedale Cotugno di Napoli, per far sentire il loro supporto a medici ed infermieri. Le famiglie sono preoccupatissime, vorrebbero essere certe che i loro cari sono al sicuro dal virus. Ma come può essere possibile se spesso ci sono 12, 14 detenuti in una cella? Ci sarebbe bisogno di misure alternative per chi ha pochi anni da scontare e soprattutto per chi è malato e anziano.
cremaonline.it, 23 aprile 2020
"Vigilare affinché la custodia delle persone sottoposte alla limitazione della libertà personale sia attuata in conformità alle norme nazionali e alle convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall'Italia". La Provincia di Cremona, nella seduta del 20 aprile, ha istituito il garante provinciale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Come sottolineato dal promotore dell'iniziativa, Giovanni Gagliardi, "le iniziative già intraprese con la casa circondariale di Cremona e le ottime relazioni tra istituzioni hanno portato alla creazione di progetti formativi, di lavoro ed educativi promossi dalla Provincia, non ultimo il documentario-film Cremona e il suo carcere, con la regia di Alessandro Scillitani, nato da una idea di Giorgio Brugnoli".
Il garante avrà il compito di effettuare "visite periodiche per instaurare colloqui con i detenuti e prendere visione della situazione strutturale e di funzionamento dell'istituto, per rappresentarne all'esterno le esigenze e sostenere iniziative tese al miglioramento delle condizioni di detenzione". Tutelerà le persone 'private della libertà personale attraverso l'osservazione, la vigilanza e la segnalazione alle autorità competenti delle eventuali violazioni di diritti, di qualsiasi genere"; chiederà "chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli adempimenti e le azioni necessarie". Potrà ricevere dai detenuti o da chiunque altro ne sia a conoscenza segnalazioni "sul mancato rispetto della normativa penitenziaria e/o su presunte violazioni dei diritti dei detenuti".
Avrà la possibilità di "ricevere i parenti delle persone detenute, i conviventi e le persone ammesse alle misure alternative anche sulla base di richieste dagli stessi formulate". Tra i suoi compiti specifici, la promozione di "una cultura della umanizzazione della pena (anche mediante iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani fondamentali)". Lavorando "d'intesa con le altre istituzioni pubbliche e del privato sociale" farà in modo che i detenuti possano usufruire di tutti i loro diritti e farà in modo di "facilitare ai soggetti in carcere o limitati nella libertà personale la garanzia di prestazioni inerenti il diritto alla salute, all'affettività, alla libertà religiosa, alla qualità della vita, all'istruzione scolastica, alla formazione professionale e al lavoro, nell'ottica del principio del reinserimento sociale". Insieme alle amministrazioni pubbliche si farà garante della fornitura di "prestazioni ottimali di servizio nel campo del diritto alla salute, all'istruzione, al lavoro".
Il garante viene scelto dal presidente della Provincia, "sentito l'Ufficio di Presidenza e previa consultazione con il dirigente dell'Amministrazione penitenziaria locale". Le candidature vengono accolte attraverso un avviso pubblico. Sono ammessi "i residenti nella provincia di Cremona, con competenza ed esperienza nel campo dei diritti umani, delle tematiche sociali, dell'istruzione, della formazione e del lavoro e con particolare sensibilità per le tematiche relative alle persone temporaneamente private della libertà a seguito di provvedimenti giudiziari". Il garante opera in veste monocratica e resta in carica tre anni e prosegue l'attività sino all'insediamento del successore.
di Francesca Perrone
oltreilfatto.it, 23 aprile 2020
La Casa circondariale di Taranto, di concerto con la Asl, non solo ha attivato le procedure necessarie per tutelare i detenuti e gli operatori dal contagio da Covid-19 ma ha anche riconvertito il laboratorio sartoriale per la produzione di mascherine. Già mille donate agli uffici giudiziari e la produzione continua.
Ci sono dei luoghi in cui, più di altri, è necessario vigilare affinché venga evitato il contagio da coronavirus perché deputati alla cura di persone in situazione di fragilità, come gli ospedali e le case di cura, oppure perché, per propria natura, non possono permettere alle persone di passare questo periodo di isolamento nella sicurezza della propria casa. È questo il caso delle carceri, che vedono una condivisione forzata di spazi il più delle volte angusti e molto spesso sovraffollati.
Per questo, è stato quanto mai importante, anche per la casa circondariale di Taranto, porre in essere tutte le attività e le misure necessarie per tutelare la salute dei detenuti e degli operatori penitenziari.
Nel cortile interno dell'istituto è stata allestita una tenda per il pre-triage: al pari di quelle presenti all'esterno degli ospedali, infatti, è in questo luogo che i medici, opportunamente equipaggiati con i dispositivi di sicurezza quali guanti, mascherine, camici e disinfettante, visitano i nuovi detenuti e effettuano la valutazione del rischio da infezione Covid-19, seguendo le linee guida fornite dalla Asl e dal ministero competente.
Una volta superato il primo controllo medico, i nuovi detenuti, per un periodo cautelativo di 14 giorni, vengono assegnati alle cosiddette "aree cuscinetto", zone dedicate e isolate dove le loro condizioni di salute vengono monitorate dai medici di guardia. Qualora in qualcuno dei nuovi arrivati si evidenzino elementi che possano far sospettare il contagio da coronavirus, viene allertato il dipartimento di prevenzione della Asl che si attiva per l'esecuzione del tampone. In caso di positività, vengono valutate le condizioni cliniche del detenuto per decidere se può rimanere in un'area dedicata e isolata nell'istituto o se è necessario l'eventuale ricovero. Anche i detenuti che devono essere dimessi o trasferiti vengono sottoposti a visita medica per verificare le loro condizioni di salute e, in caso di presenza di una sintomatologia simil-influenzale, il dipartimento di prevenzione valuta se sottoporli a tampone. Per ridurre il più possibile le occasioni di contagio dall'esterno, sono state sospese le visite dei familiari (i colloqui avvengono tramite videochiamate) e le attività medico specialistiche sono ridotte ai soli casi urgenti.
Così come accade nelle altre strutture, a tutti coloro che entrano nell'istituto viene misurata la temperatura corporea, mentre per il personale di Polizia Penitenziaria asintomatico che ha avuto contatti con persone contagiate o con casi sospetti vengono predisposte e attivate le procedure sanitarie adatte. Per affrontare l'emergenza, anche il laboratorio sartoriale all'interno dell'istituto si è attivato con l'autoproduzione di mascherine, vista anche la difficoltà di reperire questi dispositivi. I quindici detenuti che operano nel laboratorio realizzano le mascherine che, come previsto dal protocollo firmato con la Asl, vengono inviate al blocco operatorio del SS. Annunziata per la sterilizzazione; sono così pronte per l'utilizzo da parte dei detenuti e del personale interno al carcere. Come riportato in una nota della direttrice Stefania Baldassari, la produzione non è solo per uso interno ma ha anche un intento solidaristico: mille mascherine, infatti, sono state già donate agli uffici giudiziari tarantini e la produzione continua per poter donare questi preziosi dispositivi anche ad altri enti o associazioni che ne faranno richiesta.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 23 aprile 2020
Due anni fa la laurea in legge che gli permette di aiutare gli altri detenuti a rivendicare i propri diritti e in questa fase a chiedere la scarcerazione. Lui ha una malattia rara, ma a sé ci penserà solo alla fine, per ultimo.
La figura dello "scrivano" è un punto di riferimento essenziale in carcere e può essere l'ultimo salvagente rimasto dopo un naufragio nel mare di privazioni e patimenti forzati dove spesso annegano gli ultimi della terra, i condannati - colpevoli o innocenti che siano, in esecuzione pena per un misfatto ma anche in mancanza di un qualche misfatto - alla galera.
Lo "scrivano" può essere l'unica ancora di salvezza per chi non sa né leggere né scrivere, per chi non sa la lingua per parlare, per chi, entrato sano, si è ammalato, per chi fuggito dalla fame e dalla sete continua a patirle, per chi è abbandonato da Dio e dagli uomini, per chi è senza una famiglia dietro le spalle o una difesa davanti a un tribunale.
Fabio Falbo fa lo "scrivano" a Rebibbia, nel braccio di alta sicurezza. In base al regolamento, sarebbe l'addetto alle "domandine", alla compilazione di istanze e alla distribuzione di moduli. In realtà fa molto di più: dà senso e corpo a buona parte delle sette opere di misericordia corporale: si premura che nella sua sezione l'affamato abbia da mangiare, che l'assetato abbia da bere, che l'ignudo sia vestito, che l'infermo sia visitato, che il carcerato sia difeso e non solo visitato.
La sua opera non si limita al bene materiale, il suo pronto soccorso offre anche il dono di parole - ne ha un canestro pieno e inesauribile da distribuire - di vita, di amore e di speranza. Fabio Falbo è l'avvocato dei carcerati, ma anche un filosofo. Il Laboratorio di pratica filosofica dell'Università di Tor Vergata a cui ha partecipato è stata un'esperienza straordinaria, raccolta poi in un bellissimo libro dal titolo Naufraghi in cerca di una stella, nella quale ha scoperto che la luce da cercare non era in alto nel cielo, ma dentro di sé, ed era quella - ancora più capace a illuminare la via - della coscienza.
Fabio Falbo è un garante dei detenuti, ma anche un visionario costruttore di realtà. Il Laboratorio "Spes contra spem" di Nessuno tocchi Caino in corso a Rebibbia, di cui è l'animatore più convinto, lo ha aiutato a cambiare sé stesso, il suo modo di pensare, di sentire e di agire e, per ciò, a cambiare il mondo in cui vive, l'ambiente in cui vive, il carcere in cui vive e anche il potere più ottuso e opprimente che domina la vita in galera.
Fabio non raccoglie o dispensa solo "domandine". Forte anche di una laurea in legge conseguita in carcere due anni fa, fa esposti di denuncia per le più gravi violazioni dei diritti umani, scrive istanze di sospensione pena per i più seri motivi di salute, inoltra richieste di detenzione domiciliare o di alternativa alla pena, prepara memorie difensive per quelli in attesa di giudizio, calcola i giusti cumuli di pena e ricalcola quelli sbagliati.
Impara, prepara, integra, corregge, sovverte il lavoro di principi del foro e dei più alti magistrati. Da quando la pandemia si è abbattuta come un'ira di Dio sul nostro paese, Fabio si dedica anima e corpo all'opera volta a evitare che la malaugurata evenienza di un contagio possa colpire i carcerati e condannarli a morte, una pena abolita nel diritto, ma praticata di fatto nel per sua natura mortifero sistema penitenziario italiano.
Alcuni giorni fa, Fabio ha scritto a me, a Rita Bernardini e a Elisabetta Zamparutti per dirci che era felice di aver fatto scarcerare alcune persone, condannate e in attesa di giudizio - anche per il reato ostativo di associazione mafiosa - e che era in attesa di altre risposte da altre autorità giudiziarie: in caso di rigetto aveva già pronti i ricorsi ai tribunali in cui avrebbe sollevato anche questione di incostituzionalità.
"Ormai sono in un campo di guerra giuridica per il diritto assoluto alla salute, da far valere non solo in questo periodo di emergenza sanitaria, ma anche dopo, perché la salute in carcere è uno stato d'emergenza permanente. Quando parla di diritto alla salute, Fabio pensa innanzitutto a quella dei suoi compagni di detenzione, non alla sua, alla malattia rara che si porta dietro dalla nascita. Ci fa sapere che Franco Gambacurta ha un solo rene ed è affetto da molte altre patologie. Ci informa che Giuseppe Gambacorta, ergastolano, ha subito due interventi al cuore, ha le difese immunitarie molto basse e per incognite ragioni è ancora detenuto in alta sicurezza.
Ci segnala il caso di Alfredo Barasso che da novembre attende di essere operato ma con l'emergenza sanitaria in corso difficilmente lo sarà, sicché rischia di restare su una sedia a rotelle vita natural durante. Nella stessa sezione, c'è Sergio Gandolfo, con vari problemi del sangue, un'insufficienza renale cronica, l'ipertensione arteriosa nonché il linfoma di Hodgkin. A nessuno ha mai detto che lui invece soffre di una patologia grave e rara, l'angioedema ereditario, che in situazioni di stress può esplodere in gonfi ori della cute, delle mucose e degli organi interni che a volte possono risultare fatali.
Da oltre un anno non ha più i farmaci per tenerla un po' a bada. "La mia fortuna in tale condizione è lo studio che mi rilassa e non fa innalzare l'ansia e lo stress. Per avere il farmaco, che sembra irreperibile in Italia, ha inviato una lettera al ministro della Salute e anche all'Aifa, ma non ha ricevuto risposta. Di questo non vi avevo mai detto niente perché non ho mai voluto accampare alibi per una misura meno afflittiva. Con i suoi modelli di richiesta di scarcerazione, che ha inviato ai detenuti - definitivi e giudicabili, con patologie e senza - in oltre trenta strutture carcerarie, pensa di far uscire ancora un gran numero di persone.
"Al momento servo dentro e non fuori. Non voglio abbandonare nessuno in un frangente così delicato. Io sarò l'ultimo a presentare l'istanza del mio differimento pena. Fabio Falbo, quando uscirà, vuole trovare un alloggio a Roma per proseguire gli studi e continuare le sue opere di carità materiale e nutrimento spirituale nei confronti degli affamati, degli assetati, degli ignudi, degli infermi, dei carcerati.
"Sono tante le cause da affrontare, la nostra battaglia è volta anche all'abolizione del carcere. Dobbiamo seguire l'esempio Ruth Wilson Gilmore, che in America lotta per questa causa da più di trent'anni. Sia letto questo articolo da chi di potere e di dovere come un "amicus curiae", una istanza a beneficio della corte, nel caso in cui un domani, una corte, dovrà esaminare anche quella di Fabio Falbo, lo "scrivano" di suppliche per conto terzi, il dottore in legge votato al patrocinio dei dannati della terra, al pronto soccorso dei naufraghi della galera in cerca di una stella.
*Segretario di Nessuno tocchi Caino
di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 23 aprile 2020
In un video il percorso dei laboratori affrontato dalla compagnia di Billi Al centro la storia della "Conferenza di Sanremo", dopo la Grande Guerra. Sono ormai sei anni che il Teatro del Pratello, con varie collaborazioni e con partecipazioni di persone di diverse età, ricorda la Resistenza in modo non celebrativo, affrontando ogni anno un tema di storia contemporanea con uno spettacolo del progetto Voci. Si tratta di documenti diversi che si trasformano in parole, azioni sceniche, immagini ambientate in luoghi carichi di senso e di storia della città. Nel 2014 nel chiostro di San Mattia abbiamo assistito a una rievocazione delle parole dei protagonisti della Resistenza come domanda aperta alla memoria dei più giovani, anche sulla retorica della celebrazione. Poi, riportiamo in ordine sparso, al ricordo dei bombardamenti su Bologna in San Francesco, delle leggi razziali nella zona della Sinagoga, alla caduta del Muro di Berlino l'anno scorso nei cortili di palazzo d'Accursio.
Quest'anno si sarebbe raccontata la Conferenza di Sanremo, che nulla ha a che fare con il festival. Si tratta di un momento della storia politica successiva alla Prima guerra mondiale, un convegno tra le potenze vincitrici per il "riordino" del Medio Oriente dopo la caduta dell'Impero Ottomano. Fu in quella occasione che Francia e Inghilterra, tramite i mandati, affermarono la loro supremazia su quella parte del mondo, tracciando confini con linee dritte, alimentando tutti i futuri disordini, le cui conseguenze sarebbero arrivate fino a noi nella forma di conflitti più o meno perenni, torbidi, stragi, migrazioni. Si trattò, come dice il progetto, di una vera e propria "invenzione del Medio Oriente" come lo abbiamo conosciuto noi.
Un impegno robusto, quello della compagnia diretta da Paolo Billi, che si andava realizzando attraverso laboratori con studenti delle superiori, con giovani in carico a comunità di recupero esterne al carcere minorile, con cittadini di diversa età, grazie anche alla collaborazione storica dell'Istituto Parri, a quella artistica dei laboratori di MAMbo, a quella della classe di Musica applicata del maestro Aurelio Zarrelli del conservatorio "Martini".
Lo spettacolo avrebbe dovuto coinvolgere vari spazi di Salaborsa, ma naturalmente non ci sarà, anche se alcuni laboratori, in particolare quello di MAMbo di ricerca e creazione di immagini e quello di scrittura diretto da Viviana Santoro si sono svolti online con nutrita partecipazione. Lo spettacolo è rimandato all'autunno, ma dal 25 al 30 aprile si potrà entrare nel discorso con il video Voci 2020 - Work in progress, visibile sui canali social e sul sito del Teatro del Pratello.
Dei pregiudizi che abbiamo nei confronti delle popolazioni mediorientali, del lontano misterioso incontro tra San Francesco e il Sultano, dei patti segreti tra il principe ereditario d'Arabia e il movimento sionista subito prima della Conferenza avrebbe narrato la performance, in vari "tappeti", scene raccolte, a stretto contatto di voce, come narrate da contastorie in tende nel deserto. Nel video sono rimaste testimonianze del percorso, con notizie storiche fornite da Luca Alessandrini del Parri, con parole del regista Paolo Billi sullo spettacolo, interventi di Ilaria Del Gaudio di MAMbo e di Aurelio Zarrelli sulle musiche. Per informazioni: teatrodelpratello.it; 333.1739550.
di Gregorio De Falco*
Il Manifesto, 23 aprile 2020
Il 7 aprile 2020 è stato firmato un decreto che dichiara non sicuri, "unsafe", i porti della Repubblica a causa dell'emergenza in atto, per impedire l'approdo in un porto italiano alle navi soccorritrici come l'"Alan Kurdi". Quel provvedimento, però non risulta pubblicato e dunque non è conoscibile.
Preliminarmente: 1) Una nave ha diritto di entrare in un porto se è in grave difficoltà, o se in difficoltà siano le persone a bordo. Forza Maggiore o Stato di Necessità, Convenzione 1923 sul Regime dei Porti Marittimi. 2) Per i possibili richiedenti asilo a bordo di nave in acque interne, lo Stato costiero ha piena giurisdizione e deve verificare il ricorrere dei requisiti. Diversamente si tratta di respingimento illecito. 3) Negare in modo "automatico" il diritto di passaggio è illegittimo, perché incompatibile con le norme internazionali sul diritto di passaggio inoffensivo che può essere sospeso, ma solo in presenza di uno specifico e concreto pregiudizio per lo Stato costiero. 4) L'ingresso nel mare territoriale collegato all'attività di Search and Rescue è, in quanto tale, legittimo (art 98 Unclos) e non può considerarsi attività compiuta in violazione delle leggi nazionali sull'immigrazione, se l'obiettivo della nave è semplicemente quello di far sbarcare i naufraghi.
Dice il decreto: "I porti italiani non assicurano i requisiti necessari (come) Place of safety in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area Sar italiana". Quindi abbiano la compiacenza di fare naufragio qui da noi!
Il decreto del 7 aprile opera un richiamo erroneo ed una grave torsione logico-giuridica, delle norme delle Convenzioni internazionali Unclos e Sar: si limita l'ingresso di una nave non perché essa rappresenti un pericolo per lo Stato (presupposto previsto dall'art 19 Unclos), ma perché i porti italiani ("unsafe") sono un pericolo per le navi.
Questo decreto è paradossale e non impedisce lecitamente l'ingresso alle navi soccorritrici (Art 98 Unclos), ma può mettere in scacco l'intera portualità, poiché, assumendo che i porti non sono luoghi sicuri in relazione alla pandemia in atto, si afferma logicamente l'esistenza di un pericolo potenziale per i marittimi comunque presenti in porto. In effetti, alcuni giornali spagnoli hanno scritto che "i porti italiani sono chiusi a tutte le navi straniere fino al prossimo 31 luglio", evidenziando così che la norma può pervenire ad una pericolosa eterogenesi dei fini.
Inoltre, trasbordare i naufraghi su un'altra nave non serve a nulla ed è una ipocrisia, poiché essi sono comunque in acque interne, su nave italiana e totalmente soggetti alla giurisdizione nazionale, dunque sono in Italia. Dunque si tratta solo un aggravio per i contribuenti, se si considera anche che non vi è stato sinora alcun caso di positività tra i migranti soccorsi in mare da Ong, mentre ne arrivano dai cosiddetti sbarchi autonomi, quelli sono incontrollabili.
Chiedo se al ministro Paola De Micheli consti che la decisione presa abbia come conseguenza logica e giuridica la dichiarazione di "unsafe" tutte le strutture portuali italiane, con le conseguenze esposte in premessa, e se questa sia a volontà sua e dell'intero governo; quale sia il senso del provvedimento del capo del Dipartimento della Protezione civile, richiesto dal ministro, e che prevede l'inutile trasbordo delle persone salvate da una nave all'altra, impedendo la soluzione più logica, quella dello sbarco e dei successivi controlli sanitari legati all'epidemia di Coronavirus.
I migranti della Alan Kurdi siano stati assistiti e posti in quarantena su una nave italiana significa che se questa era la soluzione non vi era motivo per emanare quel dannoso decreto. Dannoso politicamente, ipocrita, e soprattutto che ha messo in discussione il concetto di salvaguardia della vita in mare, violando sia la Convenzione Unclos che la Sar.
Concludendo, quel decreto è erroneo, torce le norme internazionali e si traduce in ipocrisia, ma è soprattutto la conferma indiretta, ma chiara, che questo governo non ha alcuna intenzione di modificare i Decreti sicurezza secondo i rilievi del presidente della Repubblica, e che sta procedendo nel segno della continuità con i governi precedenti, in dispregio delle dichiarazioni rese, qui in Senato, dal presidente del Consiglio Conte, dichiarazioni con le quali chiese la fiducia e così ottenne la mia e forse quella di alcuni altri colleghi.
Per tutto quanto detto quel decreto deve essere abrogato.
*Senatore del Gruppo Misto
di Salvatore Izzo
farodiroma.it, 23 aprile 2020
Impossibile qualunque misura per limitare i contagi da Covid 19. Drammatica situazione in Cile, dove nel carcere di Puente Alto è scoppiata l'emergenza coronavirus. Si registrano 150 casi, almeno secondo le fonti ufficiali del regime di Piñera. Le misure prese per evitare queste situazioni sono state giudicate inidonee dall'Istituto Nazionale dei Diritti Umani in Cile. Fra i contagiati ci sono sia infermieri che il personale di gendarmeria. La situazione nell'istituto penitenziario è talmente critica che i detenuti hanno cominciato a ribellarsi, nonostante le autorità parlino di "casi isolati".
Secondo la gendarmeria, infatti, non si è trattato di un ammutinamento. Tuttavia, il ritardo, con cui vengono applicati gli indulti commutativi da parte del governo, sta creando malcontento e panico fra i detenuti. Si deve sottolineare come Piñera, poche settimane fa, avesse espresso solidarietà e chiesto il rilascio dei genocidi di Pinochet reclusi nell'esclusivo carcere modello di Punta Pueco. "Hanno un carcere speciale e non sono ammassati, possono godere di molte ore d'aria e si servono del migliore ospedale del Cile, che è l'ospedale militare e dei Carabineros", ha spiegato la Presidentessa dell'associazione Familiari delle vittime politiche, Alicia Lira. Tuttavia, mentre anziani e detenuti di crimini bagatellari non commuovono il presidente, Piñera ha pianto lacrime di tristezza per questi torturatori incalliti.
Intanto, a Puente Alto manca tutto; mascherine, tamponi e presidi sanitari essenziali. Inoltre, il numero del personale sanitario è minuscolo rispetto alla popolazione carceraria. Un luogo in cui è impossibile mantenere il distanziamento fisico fra i detenuti, può trasformarsi molto velocemente in una bomba epidemiologica. Le condizioni di reclusione, inoltre, sono spaventose e spesso i prigionieri non rappresentano affatto un pericolo per la comunità. In Cile, dove le disuguaglianze e la miseria sono montanti, il carcere svolge spesso il compito di reprimere il dissenso e di scaricare contraddizioni che dovrebbero essere risolte sul piano politico.
Le manifestazioni di piazza e le numerose vittime di questo autunno, avevano costretto il Presidente a indire un referendum costituzionale, per sottoporre a revisione la costituzione eredita dal regime fascista di Pinochet. Tuttavia, il nuovo coronavirus ha rimandato l'appuntamento.
Il Presidente, che si era già divertito ad andare nei ristoranti mentre gli studenti venivano massacrati nelle piazze - un osservatorio delle Nazioni Unite e altre associazioni umanitarie avevano denunciato casi di tortura e di persone rimaste cieche a causa dei colpi sparati dai militari - si è fatto fotografare sorridente nella piazza in cui questo autunno iniziarono i tumulti, Le stupide provocazioni e l'emergenza sanitaria possono ancor di più esasperare un paese in cui la voglia di voltare pagina è tantissima. Tuttavia, la pazienza dei cileni sarà ripagata alle urne, quando finalmente si potrà votare.
Il Manifesto, 23 aprile 2020
È morto nella notte tra martedì e mercoledì nella prigione israeliana di Ketziot il 23enne Nour al-Barghouti, detenuto palestinese. Si è sentito male in male, i compagni di cella non sono riusciti a entrare e hanno chiamato le guardie, arrivate solo mezz'ora dopo. Solleva dubbi la Palestinian Prisoners' Society (Pps): "Era giovane e in salute". La Pps ha chiesto l'autopsia e un'inchiesta sui ritardi nei soccorsi.
Il corpo non sarà riconsegnato alla famiglia prima di quattro anni quando terminerà la sentenza di otto anni di carcere, pratica israeliana di rilascio del cadavere di un prigioniero solo a condanna conclusa.
agenzianova.com, 23 aprile 2020
Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha chiesto al capo della Corte suprema, Ibrahim Tanko Muhammad, di disporre la liberazione dei detenuti che sono in attesa di processo da almeno sei anni per decongestionare le carceri nel quadro dell'emergenza coronavirus. In una nota pubblicata su Twitter, il capo dello Stato ha sostenuto che il 42 per cento dei 74 mila detenuti nigeriani sono in attesa di processo, esortando Muhammad a prendere disposizioni, "poiché il distanziamento fisico e l'autoisolamento in simili condizioni sono praticamente impossibili".
Per Buhari, è possibile procedere al rilascio dei detenuti contro i quali non siano stati confermati casi penali, dei più anziani e dei malati terminali. La maggior parte di queste carceri ospita attualmente detenuti al di là delle loro capacità e le strutture sovraffollate rappresentano una potente minaccia per la salute dei carcerati e del pubblico in generale", ha dichiarato Buhari, sostenendo che la "necessità" di attuare "misure urgenti alla luce delle circostanze attuali", al fine di "portare la situazione sotto controllo".
Lo scorso 9 aprile, Buhari ha graziato 2.600 detenuti per ridurre il sovraffollamento nelle carceri e rallentare la diffusione del coronavirus del paese, precisando che si trattava di detenuti di età pari o superiore a 60 anni, malati e elementi con meno di sei mesi di pena residua da scontare. La Nigeria, il paese più popoloso dell'Africa con circa 200 milioni di persone, registra attualmente 782 casi di contagio e 25 morti.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 22 aprile 2020
Bonafede: "C'è massima attenzione". Sono 1.000 gli operatori socio-sanitari che presteranno la propria attività presso gli istituti penitenziari individuati dal Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità per un periodo consecutivo fino al 31 luglio 2020. Lo dispone l'ordinanza della Protezione Civile di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze che destina altri 500 operatori alle residenze per anziani e disabili.
- Bando da 5 milioni per mandare ai domiciliari i detenuti senza casa
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