di Ezio Menzione
Il Dubbio, 24 aprile 2020
Sentiamo dire spesso, e noi stessi usiamo questa espressione, che il processo è una rappresentazione. Non nel senso che esso abbia già un esito scritto e determinato, ma che esso ha proprie regole interne, sedimentate e, alla fine, sacramentate del codice di procedura penale.
Ma, pur sempre, la somiglianza e la consonanza fra il processo e la rappresentazione è forte. La rappresentazione, però, ha anche proprie regole interne, che non debbono confliggere con quelle del processo. Un processo in video non è uguale a un processo in aula, "dal vivo". Così come lo spettacolo dal vivo è profondamente diverso dalla sua rappresentazione televisiva.
Ce lo diceva già qualche decennio fa lo studioso delle comunicazioni Marshall McLuhan che il video, la comunicazione televisiva era un medium "freddo", contrapposto ad altri mezzi di comunicazione, soprattutto quelli dal viso, che invece sono "caldi". Cosa intendeva dire? Volendo semplificare molto, che in video ciò che viene detto e rappresentato è come distanziato e perde molta della propria emotività, non consentendo una partecipazione diretta, non consentendo di cogliere elementi (talora magari periferici, ma significativi) e particolari che saprebbero restituire il clima e il momento di ciò che viene rappresentato.
Il video, per sua natura, presuppone la distanza fra chi lo agisce e chi lo fruisce e questa distanza allontana i fatti, li forma talora addirittura distorcendoli. È questa una costante del mezzo televisivo. Né si dica che a tutto c'è rimedio, con accortezza e capacità: sempre il solito McLuhan giustamente sostiene che fra il mezzo di comunicazione ed il senso della rappresentazione è il mezzo che prevale: il medium è esso stesso il messaggio. Vale a dire che esso prevale ed impone le sue caratteristiche a chi lo usa.
Traduciamo tutto questo discorso in ciò che significa per il processo. Tenendo presente le esperienze già fatte qui da noi e, soprattutto, nei paesi in cui l'esperienza è andata più avanti, in Turchia, per esempio. La prima cosa che ne soffre è il controesame (ma anche l'esame stesso): il controesame richiede chiarezza, duttilità e tempestività. Il video si presta a domande predefinite, ma non alla loro modificabilità che è essenziale. Nel video ciascuno fa la sua parte e ha un momento assegnato: è difficile intervenire durante l'esposizione altrui (per esempio durante l'esame del PM), in esso le parti sono "congelate": in questo senso si parla di un medium "freddo".
Chiunque, fin da quando comincia a difendere, sa che è fondamentale tenere conto della reazione del giudice alle nostre parole e a quelle delle altre parti (testi compresi, anzi soprattutto dei testi). Il video, con la sua scansione dei ruoli, fa sì che non si riesca a modellare il nostro agire e dire sulla base di una percepita reazione del giudice. Risulta difficile cambiare registro, insistere su alcuni particolari, atteggiarsi differentemente in pochi istanti.
Tutto si raggela laddove invece - come succede oggi, in ogni tipo di processo, dinnanzi alle assise o nel processetto per droga - il processo è in larga misura faccenda emotiva, pulsante. Spesso non dico il tenore della decisione, ma l'entità della pena eventualmente irroganda dipendono da dettagli della comunicazione che solo il contatto fra difensore e giudice (o fra imputato e giudice) restituisce.
Nel processo in video, ciascuno rimane nella sua "bolla" smaterializzata. Ma il processo, per sua natura, è scontro, magari non a sangue, ma spesso di lacrime. La pluralità delle parti presenti è fondamentale. Ed è importante anche il pubblico. Per il bene e per il male, ma comunque è elemento che "si sente", che il giudice percepisce (forse oggi meno di un tempo).
Tutti sappiamo che nella rappresentazione teatrale il pubblico è parte essenziale, quanto gli attori, della rappresentazione stessa. Il video rinuncia a questo elemento fondamentale. E infatti, da spettatore attivo si fa audience numerica.
Qualcuno sostiene che si potrebbe sopperire con lo scritto, con le memorie. A parte che non sempre ciò è possibile in un processo che si dovrebbe modellare sulla oralità. Ma l'esperienza ci dice che la memoria, in penale, serve ad illustrare dati tecnici o tecnico giuridici. Serve per chiarire e qualche volta sottolineare. Ma se durante il processo non siamo in grado di capire e condurre il sentire del giudicante, non c'è memoria che tenga.
Penso che dentro al processo da remoto, in ciò che possiamo chiamare e- trial, la funzione del difensore (ma anche quella dei PM, anche se loro non ce l'hanno ancora chiaro) è fortemente compressa e compromessa. Forse è ciò che molti magistrati desiderano ardentemente e da tempo. Non si illudano, però. La via della smaterializzazione del difensore, il difensore ombra nei pixel, porterà ben presto alla superfluità anche dei PM (anche se loro non ce l'hanno ancora chiaro) e, da ultimo, chissà, alla superfluità persino del giudicante. Questo è il medium, bellezza!
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 24 aprile 2020
Scadrà il 4 maggio 2020 il bando emanato dalla regione Emilia-Romagna per reperire alloggi da destinare ai detenuti prossimi al termine della pena da scontare, ma privi di risorse economiche, casa e lavoro. L'iniziativa si inserisce nel progetto nazionale finanziato dalla Cassa delle Ammende per alleggerire il sovraffollamento carcerario e favorire così il contenimento delle situazioni a rischio di contagio da Covid-19.
L'accordo per l'avvio della procedura è stato raggiunto nell'incontro, tenuto in videoconferenza il 7 aprile scorso, che ha visto la partecipazione di Elly Schlein, vicepresidente regionale con delega alle disuguaglianze, con i Garanti dei detenuti, regionale e comunali, i Comuni sede di istituti penitenziari, il Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria, l'Ufficio Interdistrettuale esecuzione penale esterna e il Centro giustizia minorile.
Il bando riguarda 90 detenuti in possesso dei requisiti per accedere alle misure alternative - per un periodo di sei mesi e comunque non oltre i 18 mesi - ed è riservato alle amministrazioni comunali, enti e associazioni con disponibilità di alloggi e strutture idonee. Le risorse sono state stanziate dalla Cassa delle Ammende con un finanziamento di 410mila euro (sul progetto "Territori per il reinserimento - emergenza Covid-19"), cui si aggiungono 62mila euro messi a disposizione dall'Ufficio Interdistrettuale di esecuzione penale esterna per il progetto "Inclusione sociale per le persone in misura alternativa senza fissa dimora in Emilia-Romagna".
"Si tratta di uno sforzo corale quello che vedrà la collaborazione tra Regione, sia per la componente sociale che sanitaria, e tutte le realtà, istituzionali e non, che si occupano di carceri - la vicepresidente regionale Elly Schlein. L'idea di fondo delle misure messe in campo, in attuazione delle indicazioni del decreto Cura Italia, è che sia prioritaria l'esigenza di tutelare la salute pubblica, contrastando la diffusione del contagio nelle carceri sovraffollate, attraverso le diverse opzioni messe a disposizione dalla legislazione per ridurre la popolazione penitenziaria".
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 24 aprile 2020
Camera Penale e Osservatorio carcere: "Siamo molto preoccupati". Ma il provveditore di Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria non risponde. Detenuti contagiati dal coronavirus che si fanno dieci giorni di carcere in più - pur avendo diritto alla detenzione domiciliare - perché non si trova un alloggio disponibile, un agente di polizia penitenziaria che rientra in servizio dopo la quarantena per poi essere scoperto ancora positivo, altri della penitenziaria che non dispongono di mascherine: è il quadro tracciato da una lettera dell'Osservatorio carcere dell'Unione camere penali, e della Camera penale "Vittorio Chiusano".
"Siamo preoccupati, siamo molto preoccupati", ripetono gli avvocati, e lo fanno notare anche ai provveditori dei penitenziari italiani, ma solo alcuni rispondono. Non quello di Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria: "Il silenzio in risposta, a oggi si è fatto assordante". Anche perché, sottolineano, già all'inizio di aprile, l'Osservatorio carcere - che ha i referenti regionali negli avvocati Antonio Genovese e Davide Mosso - aveva posto dieci domandi sul tema al Governo e al capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Niente alloggio per detenzione domiciliare, si fa 10 giorni di carcere in più - "Auspichiamo - scrivono i rappresentanti di Osservatorio carcere e Camera penale - si intervenga nei modi più opportuni per salvaguardare la salute delle persone che si sono ammalate. E per tutelare quelle a cui potrebbe estendersi il contagio. E quindi con il collocamento all'esterno di quanti siano risultati positivi. Perché il carcere non è l'ambiente più salubre già in situazioni ordinarie. E perché il fatto che tra le persone detenute una significativa percentuale presenti patologie non fa che accrescere i rischi nel caso di diffusione del virus. Per tacere della terzomondiale condizione di sovraffollamento".
Ancora ieri - segnalano i legali, tra cui il presidente della "Vittorio Chiusano", l'avvocato Alberto De Sanctis, e il presidente della Commissione carcere, Mirco Consorte - ci sono agenti di polizia penitenziaria sprovvisti di protezioni nelle sale dei colloqui, aumentando il rischio contagio. Così pure come c'è stato l'episodio di un agente rientrato in servizio dopo la quarantena, per poi essere sottoposto a tampone e risultare ancora positivo.
Va da sé, con l'altissimo rischio di aver contagiato colleghi e detenuti. Alcuni dei quali, in mancanza di braccialetti elettronici o sistemazioni per la detenzione domiciliare, devono farsi giorni di prigione in più: l'ultimo caso qualche giorno fa, dove a un uomo è finalmente stata trovata un posto dove stare, in un albergo di Collegno.
Dopodiché, sembra che la situazione possa complicarsi anche di più, visto che trovare alloggi e sistemazioni non toccherà più all'unità di crisi - investita del compito dall'emergenza sanitaria - ma all'amministrazione penitenziaria. L'impressione è che potrebbe essere un ulteriore problema.
adnkronos.com, 24 aprile 2020
L'invito al ministro Bonafede e ai politici: "fate scelte umanitarie, non mettere in pericolo la vita". Combattere il sovraffollamento in carcere adottando misure alternative alla detenzione perché lo scopo rieducativo della pena sia reale e non solo uno slogan. Sono le richieste che don Giambattista Mazzucchetti, cappellano del carcere di Bergamo, rivolge al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al mondo della politica perché sappiano ascoltare "non solo le voci dell'opinione pubblica e dei loro elettori ma anche quelle dei detenuti e dei loro familiari". Una reclusione resa più dura dal coronavirus che ha eliminato ogni contatto tra chi sconta una pena e i propri cari.
"Questo silenzio relazionale - racconta il cappellano - ha provocato delle rivolte in alcune carceri. Qui a Bergamo, grazie al provvidenziale intervento della Direzione e di tutto il personale si è garantito ai detenuti la continuità del diritto al colloquio attraverso un aumento del numero delle telefonate settimanali con i familiari e l'uso di Skype", ma questo non ha tenuto lontane le paure. "La condizione di ristretti aumentano la possibilità di contagio" ma non modificano le speranze. "Le attese sono quelle di sempre: poter uscire e riabbracciare i propri cari, trovare un lavoro che permetta una vita dignitosa e veder crescere i propri figli garantendo loro un futuro migliore", spiega.
Mai come in questi due mesi dietro le sbarre il tempo viene scandito, in una delle città più colpite dal virus, da eventi identici a quelli che si vivono fuori. I detenuti, quando serve, indossando le mascherine solidali - "fornite dalle detenute ai domiciliari di Casa Samaria, dal reparto femminile del carcere, dalla Caritas e grazie all'impegno dei giovani" - e piangono le vittime come don Fausto Resmini, l'altro cappellano del carcere morto a causa del Covid-19".
Con don Resmini ho condiviso questo ministero dal 2012 e l'eredità più bella che raccolgo è che dobbiamo trasmettere speranza a coloro che l'hanno smarrita, far capire che c'è un orizzonte alla fine della pena, per tutti. Anche per chi ha la detenzione a vita: si deve trovare un senso all'esistenza con la spiritualità, gli affetti, lo studio, il lavoro. Lo scopo rieducativo va sempre messo in primo piano non come principio ideale ma come impegno da realizzarsi ogni giorno", sottolinea don Giambattista.
In questo senso, l'articolo 27 della Costituzione "non va semplicemente sventolato come alto principio democratico inalienabile, ma come impegno e sforzo della politica nell'attuarlo: non è più tollerabile il sovraffollamento. Le carceri sovraffollate sono luoghi in cui la pena risulta raddoppiata: al problema del tempo si aggiunge quello dello spazio. Si vive tanto tempo sospeso, in spazi angusti, con questo terribile incubo del Covid-19 che incombe".
Per il cappellano del carcere di Bergamo occorre "agevolare l'applicazione di misure alternative alla reclusione, per i reati che lo permettono e che non minano la sicurezza della nostra società" e per questo invita il ministro Bonafede e i ministri a "un possibile atto di misericordia e di clemenza. Abbiate misericordia, chi sta in carcere oggi rischia la vita. Incoraggio chi ha responsabilità pubbliche a compiere delle scelte umanitarie. Non si può mettere in pericolo la vita delle persone, che è un bene superiore", conclude don Giambattista.
quinewsfirenze.it, 24 aprile 2020
La direzione sanitaria del penitenziario ha iniziato lo screening sierologico e disposto le misure di isolamento precauzionale in caso di epidemia. La direzione sanitaria del penitenziario di Sollicciano ha avviato nelle ultime ore uno screening sierologico su operatori e detenuti del sistema carcerario fiorentino che comprende anche le strutture Gozzini e Meucci. Un protocollo siglato con la Regione Toscana, prima in Italia ad attivarlo, prevede esami sierologici ed eventuali tamponi sul personale e sui detenuti a titolo volontario.
Abbiamo contattato la responsabile sanitaria, Sandra Rogialli, che ha spiegato di aver superato nella giornata odierna i 600 test effettuati. Rogialli ha spiegato che lo screening sui detenuti "è partito dall'aver rilevato un paziente Covid positivo asintomatico tra gli operatori, questo ci ha portati ad allargare la richiesta ai detenuti, ed in questo siamo partiti assieme agli istituti penitenziari di Lucca e Pisa".
Quale la situazione ad oggi?
"Abbiamo effettuato i test sierologici su 120 operatori delle strutture Sollicciano, Gozzini e Meucci e su 287 agenti di polizia penitenziaria di Sollicciano, inoltre su 40 amministrativi di Meucci e Gozzini oltre 8 dipendenti del provveditorato regionale. Tra i detenuti abbiamo superato i 100 test con tre sezioni ed abbiamo riscontrato una elevata adesione".
Come avviene il monitoraggio?
"Ogni giorno circa 70 test vengono sottoposti in forma di barretta ai detenuti e poi vanno in laboratorio al San Giovanni di Dio per essere processati. A Torregalli viene fatto un doppio test di tipo qualitativo e quantitativo, se c'è positività si esegue il tampone e ad oggi su 16 test sierologici positivi abbiamo una sola conferma che è quella relativa al primo operatore sanitario già in quarantena e sul quale a suo tempo è stata effettuata l'indagine relativa ai contatti stretti, risultati tutti negativi al tampone".
Quali sono le misure di precauzione adottate in carcere?
"Come noto sono stati ridotti i trasferimenti tra penitenziari, ma gli arresti vengono eseguiti quindi i detenuti nuovi arrivati vengono posti in isolamento precauzionale per 14 giorni. Per questo abbiamo allestito 15 posti letto in celle singole. Altre 4 celle sono state invece separate e chiuse per gli eventuali casi positivi e i sospetti positivi".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2020
Md contraria, la corrente di Davigo favorevole anche a renderli strutturali. Sul processo virtuale, quello penale soprattutto, magistratura in ordine sparso. E avvocatura compatta. Con il voto di fiducia alla Camera sul decreto legge Cura Italia le modalità di svolgimento "da remoto" dell'attività giudiziaria fanno un netto salto, visto che alle misure nel settore civile e penale concentrate su rinvii e sospensioni certo, ma in buona parte sulle modalità di svolgimento delle udienze, si aggiungeranno anche le indagini preliminari.
E se la fase attuale è condizionata dall'emergenza, già si riflette sull'eredità che questi mesi lasceranno. Tra il "mai più nulla come prima" e il "tutto deve tornare come prima". E se gli avvocati, Camere penali in testa, già contestano l'allargamento come esempio di una deriva autoritaria del modello processuale, distante dai valori costituzionali, la magistratura si divide. Con Magistratura Democratica ad aprire la discussione sostenendo che nel nostro ordinamento le ipotesi di processo a distanza sono disciplinate come eccezioni".
Di più, la presenza fisica "è garanzia non solo del diritto di difesa, ma anche del risultato epistemolgico dell'acquisizione probatoria". Forti perplessità anche sulle camere di consiglio delocalizzate "con gravi dubbi su riservatezza, ponderazione e vale delle decisioni assunte in tali modi". Dove a trasparire è una forte preoccupazione per un giudice dematerializzato, distante dal contatto con le parti del processo e dalla fatica dell'amministrazione della giurisdizione. Posizione lontana da quella di Autonomia e Indipendenza i cui consiglieri (Piercamillo Davigo, Sebastiano Ardita, Giuseppe Marra e Ilaria Pepe) hanno chiesto al Csm di muoversi per proporre al ministero della Giustizia di rendere stabili alcune delle novità introdotte dal decreto legge. Il riferimento è a quegli "strumenti informatici e telematici finora mai sperimentati in ambito giudiziario".
Si tratta di elementi che, a giudizio di A e I, non devono andare "del tutto perse a conclusione del periodo emergenziale". Potrebbero infatti servire a rendere più efficiente il servizio giustizia. Da Unicost, che peraltro nel civile propone una proroga dal 30 giugno al 31 luglio della legislazione d'urgenza, una posizione che apre alla tecnologia nel processo come strumento per assicurare anche la ripresa e, nello stesso tempo, la certezza che "la legislazione dell'emergenza non potrà diventare la legislazione dell'ordinario e che il contraddittorio nella formazione della prova non possa fare a meno della compresenza dei soggetti nel processo".
Area, da parte sua, considera "utile nella fase dell'emergenza", ma suscettibile di "positive applicazioni anche in seguito", la modalità di svolgimento da remoto delle udienze penali "ordinarie" (quelle dove è previstala presenza di Pm, parti, difensori, agenti di pg e consulenti). E non è affatto detto, puntualizza Area, che queste modalità comprimerebbero il diritto di difesa come nel caso dell'interrogatorio di garanzia per rogatoria o del procedimento nel quale il detenuto fuori circondario intende rendere dichiarazioni.
Per i penalisti (in sintonia su questo con il Cnf) non se ne parla proprio. Piuttosto le Camere penali chiedono l'apertura di una Fase 2 anche nell'amministrazione della giustizia, trattando, fra i processi con imputati liberi, tutti quelli che hanno già terminato la istruttoria dibattimentale, tutti i processi con rito abbreviato non condizionato, tutti i patteggiamenti, tutte le udienze preliminari e le prime udienze dibattimentali con non più di due imputati, attraverso meccanismi di semplificazione basati su comunicazioni scritte delle parti al giudice, e allo stesso modo le udienze in Corte di Appello ed in Corte di Cassazione e tutte le udienze in camera di consiglio.
di Flavia Carlorecchio
repubblica.it, 24 aprile 2020
I 250 kg di generi alimentari e i 1.405 euro per la Protezione Civile. Il capo dell'area educativa della casa di reclusione a custodia attenuata racconta cosa succede nella comunità. In queste settimane, l'Italia solidale sta facendo sentire le sue numerosissime voci. Questa volta l'iniziativa arriva da una comunità carceraria: 1.200 detenuti di Bollate hanno raccolto 1.405 euro da donare alla Protezione Civile e 250 kg di generi alimentari per il Banco Alimentare della Lombardia, che li ha già ritirati. Sembra sorprendente un gesto di solidarietà da chi è considerato "ultimo" per eccellenza, da chi ha perso il diritto di partecipare alla vita del Paese.
Sembra sorprendente, o forse no. Ne parla Roberto Bezzi, capo dell'area educativa del carcere di Bollate dal 2004, che lavora nell'istituto "a vocazione trattamentale", attivo dal 2000 che ha l'obiettivo di realizzare su "grande scala" un progetto a custodia attenuata per la graduale inclusione sociale dei detenuti. Un modello che si fonda sui principi di responsabilizzazione dei detenuti, su una vigilanza dinamica e integrata tra gli operatori, e una forte integrazione con il territorio.
Un'iniziativa spontanea. "L'idea - dice Roberto Bezzi - è partita da un piccolo gruppo di detenuti che è venuto a chiederci il permesso per poter fare la colletta. È partito tutto da loro, questa è la cosa più interessante". La struttura ospita 1.200 persone, divise in 8 reparti. Per ogni reparto è stato nominato un portavoce che ha girato camera per camera a raccogliere le firme per le donazioni in denaro e i generi alimentari.
"L'adesione è stata altissima e spontanea, praticamente immediata. Ognuno ha donato quello che poteva, anche chi possiede poco ha voluto contribuire."
"Al nostro grande Paese": la lettera dei detenuti. "Siamo i detenuti della casa di reclusione Milano-Bollate e vorremmo raccontare come cerchiamo di dare anche noi un contributo al nostro Paese". Così si apre la lettera in cui i detenuti raccontano l'iniziativa e le loro intenzioni. Dalla grande preoccupazione per il virus è nata la volontà di dare una mano: "anche noi che facciamo parte dell'ultima classe sociale ci siamo attivati per una raccolta fondi da destinare alla Protezione Civile".
Dopo i ringraziamenti al personale sanitario, alla Protezione Civile e ai volontari, si legge un ringraziamento alla direzione e all'area educativa dell'istituto. "Ma soprattutto ringraziamo a chi ancora crede in noi". Un gruppo piuttosto ampio si è già proposto di dare il proprio contributo volontario laddove servirà, quando si potrà tornare fuori. "C'è la volontà di lavorare per gli altri, sentirsi parte attiva", aggiunge Bezzi.
Solidarietà verso l'Italia "reclusa". "Loro che vivono la reclusione capiscono cosa significa vivere con delle limitazioni alla propria libertà. Hanno sentito di essere particolarmente solidali a chi è 'libero' perché meno libero ora. Anche se per loro si tratta di un momento ancora più duro", ha detto ancora il capo dell'area educativa del carcere. Molte attività educative e culturali sono state bloccate, i colloqui sono fermi, volontari e operatori esterni non entrano più. Rimangono, ridotte, le attività lavorative, e si stanno attivando gli esami scolastici via internet.
Strategie per sopravvivere insieme: così funziona una comunità. Proprio per queste ulteriori limitazioni, spiega Bezzi, "noi siamo ancora più presenti. Manteniamo un canale di comunicazione diretto con tutti, spiegando cosa succede e cosa stiamo facendo per loro. Ci stiamo vivendo ancora di più come una comunità penitenziaria. Siamo qui tutti insieme e dobbiamo trovare delle strategie per sopravvivere insieme".
Colloqui con i familiari via Skype. Ad esempio, i colloqui con i familiari si svolgono via Skype e sono stati incrementati. "Inoltre, sul fronte esterno abbiamo portato avanti il differimento della pena per tutti coloro che potevano accedervi per termine di legge, come gli ultrasettantenni con patologie. Laddove era possibile far qualcosa ci abbiamo provato, e questo crea un clima positivo. C'è preoccupazione, ma non tensione."
Una struttura modello: libertà è partecipazione. La casa di reclusione di Bollate è considerata un esempio positivo di carcere che mira al reinserimento sociale dei detenuti. In condizioni normali, sono molte le attività lavorative, artigianali, ludiche e culturali svolte all'interno del centro. Sono anche molti i detenuti ammessi al lavoro all'esterno, ai sensi dell'Ordinamento Penitenziario e che, al momento, sono in attesa di ricominciare a percorrere la loro strada. È proprio la forte integrazione con il territorio uno degli elementi indispensabili per il reinserimento. La voglia di aiutare il proprio Paese, la voglia di sentirsi parte attiva e positiva in questo momento difficile la dice lunga sull'efficacia di un approccio simile. "L'idea del "carcere diffuso", cioè che sia un po' di tutti e un po' ovunque, credo che sia l'unico modo di pensare ad un carcere che possa essere efficace", ribadisce Roberto Bezzi.
di Andrea Pistore
Corriere del Veneto, 24 aprile 2020
Sono arrivate le mascherine Ffp3 per la polizia penitenziaria in servizio a Padova. E tutto un piano della Casa di reclusione è stato sottoposto a tampone. Dopo la scoperta del primo caso di contagiato da Covid-19 all'interno del Due Palazzi, la direzione è corsa ai ripari, ordinando in tempi rapidi il test ai detenuti del primo piano e agli agenti che erano stati a contatto con l'uomo che, martedì sera, ha tentato di togliersi la vita dentro una cella.
L'aspirante suicida, una volta portato in ospedale, è risultato affetto dal coronavirus, sia pure da asintomatico. Ieri il personale di scorta e i compagni di braccio sono dunque stati testati, mentre la direzione ha previsto che lunedì, martedì e mercoledì venga sottoposto a screening anche il resto dei baschi blu che operano ogni giorno all'interno del carcere.
Dopo gli agenti, dovrà sottoporsi alle analisi anche il personale non dipendente ma che accede con regolarità alla Casa di reclusione. "La priorità è la sicurezza di chi lavora al Due Palazzi: la distanza all'interno degli uffici è fondamentale per evitare focolai", spiega Leo Angiulli, del sindacato Uspp di Polizia Penitenziaria.
di Davide Conti
Il Manifesto, 24 aprile 2020
Voglia di liberazione. Nella situazione emergenziale che stiamo vivendo tra pilastri della Costituzione sembrano riemergere nella coscienza collettiva. Salute, lavoro e istruzione. Campi di cui il 25 aprile è simbolo. Nel 1948 un decreto del governo De Gasperi vietò l'uso in pubblico di uniformi e fazzoletti partigiani per proibire celebrazioni all'aperto della Liberazione.
Luigi Longo, parlando a Milano in occasione del 25 aprile di quell'anno, denunciò "la pretesa che la ricorrenza della Liberazione fosse ricordata in locali chiusi a porte chiuse come si ordina per gli spettacoli immorali". Nello stesso giorno il corteo partigiano a Milano venne attaccato dalla polizia con un bilancio di un morto e venti feriti. Erano gli anni duri della Guerra Fredda, la Resistenza in Italia era "ospite scomodo" della divisione bipolare e la stessa Costituzione fu definita nel 1950 "una trappola per la libertà del popolo italiano" dal ministro dell'Interno Mario Scelba.
Nel 2020 l'anniversario della Liberazione non potrà essere celebrato nelle piazze ma per ben altri motivi e in altro contesto. Il divieto di assembramenti dovuto alla crisi sanitaria impedirà le manifestazioni in tutte le città del Paese e tuttavia l'Anpi ha organizzato mobilitazioni nelle case (con canti partigiani) e nella rete (con interventi e conferenze sulla Resistenza).
Al di là delle forme, il rapporto tra la crisi che attraversa la nostra società ed il 75° anniversario della Liberazione evidenzia alcuni nodi centrali che connettono passato e presente in modo stringente.
Lo stato d'eccezione in cui viviamo richiama in modo esplicito i fattori fondanti che dalla Resistenza hanno preso corso nella nostra storia. L'attuazione della Costituzione, che dalla lotta di Liberazione trae radice valoriale e legittimità storica, ha immesso nella società del dopoguerra elementi di progresso e giustizia sociale il cui valore, dopo anni di de-costituzionalizzazione della vita pubblica sul piano economico-sociale e politico-culturale, oggi cogliamo nella sua portata generale di fronte ad una crisi nuova e priva di contorni definiti.
"La libertà è come l'aria - insegna Piero Calamandrei - ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare". Così, quasi d'improvviso, tre pilastri del lascito costituente riemergono nella coscienza collettiva in questo nostro nuovo stato di necessità. La salute, che l'articolo 32 indica come diritto fondamentale dell'individuo; il lavoro, la cui centralità garantisce l'intero sistema dei servizi essenziali e che rappresenta il carattere fondante della Repubblica fin dagli articoli 1 e 3; l'istruzione che, aperta a tutti, obbligatoria e gratuita, oggi è stravolta nella sua sostanza dalla disuguaglianza di accesso ai mezzi digitali e dalla frammentazione sociale che la mancata frequentazione delle aule determina per studenti e famiglie.
Nel biennio 1968-69 l'istruzione pubblica, l'istituzione della scuola materna e l'accesso libero all'università avviarono il lento processo di applicazione del dettato costituzionale, mentre nel 1970 con lo Statuto dei Lavoratori (seguito al più grande ciclo di lotte operaie della storia repubblicana guidato, tra gli altri, dal partigiano azionista e segretario generale della Fiom, Bruno Trentin) "La Costituzione entrò in fabbrica"; nel 1978 la partigiana Tina Anselmi promosse da ministra del governo di "solidarietà democratica" (sostenuto anche dal Pci) il Servizio Sanitario Nazionale come attuazione della nostra Carta.
Da queste eredità sarà necessario ripartire in luogo di stati d'eccezione (che si reggono su una dualità divergente e assestante, in cui decine di milioni di persone sono obbligate a rimanere a casa e altre decine sono obbligate a recarsi a lavoro); di nuove forme di controllo sociale; di torsioni democratiche che hanno già fatto vittime i popoli di Ungheria e Slovenia.
Viene spesso evocato il parallelo tra la crisi del Covid-19 e la guerra. Nulla c'entra l'una con l'altra ma si può trarre spunto da tale sproposito per segnalare un elemento fondamentale. La ricostruzione del dopoguerra ebbe costi sociali durissimi per le classi popolari e lavoratrici. L'esito di questa crisi rischia di ripetere quello schema e solo con più Costituzione si potrà uscirne in modo differente. Per questo è importante chiarire che tutto andrà bene solo se andrà bene per tutti. È questo il messaggio che arriva dal 25 aprile 1945.
di Luciano Moia
Avvenire, 24 aprile 2020
L'impegno dei tribunali per arginare le conseguenze delle situazioni più difficili. Parlano Ciro Cascone. Maria Francesca Pricoco, Giuseppe Spadaro. I giudici minorili hanno già coniato un neologismo che fotografa bene la situazione vissuta all'interno di tante famiglie in questi mesi di emergenza sanitaria: stress violento da quarantena obbligata.
Sono le situazioni ad alto rischio che si determinano quando, in un quadro spesso già compromesso, le persone sono costrette a cambiare le proprie abitudini, a condividere spazi spesso insufficienti, ad accettare dinamiche che anche prima dell'emergenza sanitaria erano sopportate a fatica. Facile intuire che, in questa situazione, violenze, maltrattamenti, episodi di grave intolleranza siano esplosi, anche se è impossibile stilare una statistica.
Le due fonti più significative da cui arrivavano queste segnalazioni, la scuola e il servizio sanitari, sono state entrambe spente dal coronavirus, anche se per motivi diversi. Sono rimasti, a regime ridotto e con capacità di intervento variabile da regione a regione, i servizi sociali. Mentre per gli episodi molti gravi, quelli per cui era davvero impossibile non intervenire, sono serviti gli interventi delle forze dell'ordine. Eppure, anche in questa circostanza, i tribunali per i minorenni, bene o male, hanno retto.
Anche se carenze strutturali e mancanza di risorse, più volte segnalate anche prima dell'emergenza sanitaria, hanno continuato a pesare in modo evidente su un sistema a cui servono riforme intelligenti per un cambio di rotta destinato a ripristinare quell'alleanza virtuosa tra giustizia, servizi e famiglie in difficoltà incrinata in passato da troppi casi negativi. Lo spiegano tre magistrati impegnati in prima linea per la tutela dei minori: Ciro Cascone, responsabile della procura dei minorenni di Milano, Maria Francesca Pricoco, presidente dell'associazione dei magistrati minorili e responsabile del Tribunale dei minorenni di Catania, e Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale dei minorenni di Bologna.
Quali difficoltà per la giustizia minorile a causa delle limitazioni imposte dall'emergenza sanitaria?
Ciro Cascone: Scontiamo anni di mancati investimenti e tecnologie arretrate, il processo telematico, che già funziona egregiamente nel civile, non è ancora arrivato nella giustizia minorile. Abbiamo sistemi obsoleti. Questo ci lascia impantanati tra i faldoni. E quindi, avendo limitato l'accesso agli uffici, tutto è stato rallentato.
Maria Francesca Pricoco: L'emergenza sanitaria ha certamente provocato una rimodulazione della funzione di giustizia minorile. Alcune procedure, per l'urgenza devono però essere trattate (minori per esigenze di protezione allontanati dalla famiglia, minori stranieri soli e quelli tutelati nei procedimenti per abbandono ovvero che si trovino in situazione di grave pregiudizio) nonostante le difficoltà obiettive registrare in alcuni tribunali, come locali inadeguati e la difficoltà di conciliare il divieto di assembramenti per le ragioni di sicurezza sanitaria sia al fine della trattazione delle udienze che per le camere di consiglio causa. Anche i servizi sociali hanno rallentato fortemente e, in alcune situazioni, sono stati costretti a sospendere le attività.
Giuseppe Spadaro: Dal mio osservatorio la preoccupazione più grande è rivolta ai minori che vivono, nell'attuale situazione, una condizione di accresciuta vulnerabilità se non di vero e proprio trauma, come quelli in famiglie con genitori violenti o maltrattanti ed esposti al rischio di violenza diretta o assistita, per i quali erano stati aperti procedimenti di sostegno e monitoraggio per evitare, ove possibile, l'affidamento provvisorio ad altra famiglia. Così come per quelli che, invece, vivono attualmente fuori dalla famiglia di origine e sono temporaneamente collocati in comunità o accolti da famiglie affidatarie nell'ambito di provvedimenti civili e, non ultimi, i minori inseriti nel circuito penale che, nella situazione emergenziale, hanno dovuto sospendere percorsi di istruzione e formazione, interrompendo importanti rapporti educativi con il mondo esterno.
Si sono verificati casi di maltrattamenti in famiglia o altre situazioni gravi su cui la giustizia non è stata posta nelle condizioni di intervenire?
Cascone - Le segnalazioni sono nettamente diminuite. Tante arrivavano dalle scuole, chiuse ormai da quasi due mesi, e dai servizi sanitari, impegnati in gran parte per fronteggiare l'emergenza sanitaria. Anche da parte dei servizi sociali c'è stata una flessione. Certo, le situazioni pesanti, quelle segnalate dalle forze dell'ordine, emergono comunque. Alcuni interventi in base all'art. 403 siamo stati comunque costretti a farli. Un ragazzo per esempio che ha aggredito in modo molto serio il fratello e il padre perché gli impedivano di uscire per incontrare la fidanzata. Oppure alcuni episodi pesanti di maltrattamento, violenza sulle donne a cui hanno assistito i minori (la cosiddetta violenza assistita), oppure situazioni di grave incuria.
Pricoco: Quando i servizi sociali oppure le forze dell'ordine sono riusciti a fare le segnalazioni, i tribunali si sono attivati e hanno avviato e trattato i procedimenti per l'immediata tutela dei minori. Il problema si verifica quando né servizi né forze dell'ordine riescono ad individuare le situazioni di grave pregiudizio. Allora anche per noi è molto difficile attivare tutte le procedure indispensabili per mettere in protezione bambini e ragazzi, assicurando loro tutte le garanzie di protezione, cura e di tipo educativo, che rimane il nostro obiettivo primario.
Spadaro: Pensando, in particolare, alle situazioni di urgenza e di grave pregiudizio dove si verificano condizioni di rischio conclamato e, nei casi più gravi, in presenza di circostanze che prefigurano ipotesi di reato quali maltrattamenti familiari, abusi, violenza assistita o gravi trascuratezze che possono comportare la necessità di un allontanamento temporaneo dalla famiglia di origine, mi associo all'allarme lanciato di recente dalla Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, perché anche nel nostro territorio molte comunità educative e terapeutiche hanno difficoltà ad accogliere nuovi ospiti per il rischio di contagio o, in alcuni casi, per problemi sanitari e di sovraccarico lavorativo degli operatori presenti. Nell'ambito dell'applicazione delle indicazioni volte a limitare spostamenti e contatti fra le persone, devo aggiungere che si registrano difficoltà nel caso degli "incontri protetti" o più in generale dei possibili contatti tra i minori già accolti in affidamento familiare o in strutture residenziali e le loro famiglie di origine. Non sfugge la discrezionalità con la quale, pur tenendo conto sempre dei casi concreti, sono valutate le situazioni dove tali contatti sono da ritenere strettamente necessari e indifferibili ovvero, con non poche incertezze, è opportuno posticiparli a data successiva al termine dello stato di emergenza.
Tanti genitori si sono lamentati a causa della sospensione degli incontri protetti. Come avete risolto questi problemi?
Cascone - Fino al 20 marzo le strutture erano in difficoltà e abbiamo dato suggerimenti per tutelare gli ospiti ed evitare nuovi focolai di infezione. Sono stati limitati gli incontri, ma sono state date indicazioni per agevolare agli incontri virtuali in tutte le modalità. Una scelta che ha determinato un po' di confusione e qualche protesta. Ma abbiamo fatto la scelta giusta. Cosa sarebbe successo se fosse esploso un focolaio in una comunità di minori? Anche nelle carceri minorili purtroppo hanno reagito male. Ma non c'erano alternative, pur nel massimo rispetto per questi genitori e per la loro sofferenza.
Pricoco: i tribunali per i minorenni sono rimasti attivi, pur in mezzo alle difficoltà. È evidente però che servano risorse maggiori e strumenti per interventi di sostegno anche di tipo psicologico e sanitario (ci sono minori che non hanno potuto seguire trattamenti di psicoterapia, per il recupero del linguaggio e di accompagnamento educativo). Ci sono state segnalate difficoltà anche per i minori all'interno delle comunità, oltre a criticità per i minori in collocamento protetto nell'ambito di programmi per il recupero della genitorialità. L'autorizzazione concessa ad alcuni minori per rientrare nelle proprie abitazioni durante il fine settimana, ha determinato preoccupazioni e paure. Si è temuto per il contagio. In alcuni casi si è scelto, in ottemperanza alle normative d'urgenza, di non farli spostare, potenziando le attività educative all'interno delle strutture e le comunità hanno incrementato i contatti con i familiari attraverso i mezzi telemetrici. Tutte nuove difficoltà che i tribunali per i minorenni hanno dovuto gestire. Ma con le risorse e gli organici di sempre e la mancanza di strumenti e di formazione informatica per il personale.
Spadaro: Compatibilmente con le difficoltà organizzative preesistenti, anche dai servizi sociali competenti sono stati attivati, in tutti i casi dove ciò sia possibile, forme di contatto regolare telefonico o attraverso altri strumenti telematici, quali ad esempio video chiamate, offrendo la possibilità ai genitori di tenersi in contatto e di ricevere messaggi, con l'obiettivo di non interrompere contatti o relazioni in corso con bambini e famiglie esposte a condizioni di particolare vulnerabilità. Anche i nostri Uffici si sono da subito attrezzati per promuovere ed attivare collegamenti da remoto per lo svolgimento delle principali funzioni giurisdizionali, con particolare attenzione ai casi urgenti. Il nostro sistema della tutela minorile, già attraversato prima dell'emergenza sanitaria da gravi circostanze che ne hanno messo in luce limiti e disfunzioni, a maggior ragione in una fase di inevitabile palingenesi deve affrontare con lucidità e determinazione alcuni nodi strutturali come il rinnovato sostegno alle famiglie per prevenire la necessità di ricorrere agli allontanamenti, a partire dalla riforma delle relative norme esistenti compresa la disciplina dei procedimenti giudiziari in materia di responsabilità genitoriale, assicurando agli uffici giudiziari minorili e ai servizi sociali le risorse necessarie.










