di Giansandro Merli
Il Manifesto, 26 aprile 2020
Nel centro di espulsione friulano 5 positivi al Covid-19. Proteste anche a Ponte Galeria. Nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gradisca d'Isonzo cinque persone sono risultate positive al Covid-19. Sono tutte asintomatiche e rappresentano circa il 10% dei trattenuti. "Quattro sono attualmente in quarantena nel centro stesso, mentre il quinto è stato preso in carico dalle autorità sanitarie del luogo di residenza", ha scritto in una nota il Garante nazionale dei detenuti. Appresa la notizia, nella tarda serata di venerdì i reclusi hanno protestato chiedendo di essere liberati. Sono stati incendiati dei materassi. "Una struttura come il Cpr viaggia perennemente sul filo del rasoio ed è chiaro che la notizia della positività di alcune persone ha generato disagio e nervosismo", afferma Giovanna Corbatto, Garante comunale delle persone private della libertà. Sempre a Gradisca, un mese fa era stato rilevato il primo caso ufficiale di coronavirus in un Cpr. La Garante ribadisce la richiesta alle istituzioni centrali di maggiore attenzione rispetto a uscite e ingressi nella struttura.
Su come il virus sia entrato nel Centro si possono solo fare ipotesi, per ora. I cinque positivi erano dentro da oltre due mesi. Una pista è quella del personale, che ha contatti con l'esterno. Gli operatori dell'ente gestore sono stati sottoposti a tampone e si attendono i risultati. Per accertare se anche il personale di polizia ha fatto il test, Corbatto ha chiesto ufficialmente un riscontro al Questore. Un'altra pista riguarderebbe prestazioni sanitarie ricevute nei giorni scorsi da due reclusi in un ospedale della zona. A parte eccezioni, le prestazioni che non possono essere svolte in loco si realizzano nell'ospedale di Gorizia, dove la situazione è relativamente sotto controllo. Il 24 aprile il vicegovernatore della Regione con delega alla Salute Riccardo Riccardi ha parlato di due casi di Covid-19 in neurologia e due tra gli infermieri. Cinque i pazienti in terapia intensiva.
Una protesta si è svolta venerdì anche nel Cpr di Ponte Galeria. All'origine il cibo scarso e una detenzione percepita come ingiusta, soprattutto ai tempi del Covid-19 che genera maggiori rischi di contagio per chi si trova in luoghi dove è difficile osservare il distanziamento. "Alla protesta, hanno risposto le botte della polizia. Due reclusi malmenati. Uno di loro, oggi, è di nuovo in infermeria per il forte dolore successivo alle botte", scrive la rete Lasciatecientrare, che ha ricevuto video e foto visionati dal manifesto. Nei giorni scorsi nella struttura c'erano stati episodi di autolesionismo da parte di due uomini a cui è stato prolungato il trattenimento per altri 30 giorni.
Al 24 aprile erano 250 le persone trattenute nei Cpr italiani. Dall'inizio dell'epidemia si registra un trend decrescente, per la mancanza di convalida di alcuni provvedimenti di trattenimento da parte dei giudici e per il numero ridotto di ingressi disposti dalle questure (circa 32 dal 15 marzo al 17 aprile). Questi numeri sono stati resi pubblici dal Garante nazionale, che si è detto "sorpreso" per la situazione del Cpr di Caltanissetta dove sono ancora recluse due persone "nonostante sia stata comunicata al Garante la sua chiusura ormai da alcuni giorni". Il 26 marzo scorso la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa Dunja Mijatovi si era rivolta alle autorità nazionali affermando: "Il rilascio dei migranti detenuti è l'unica misura che gli Stati membri possono adottare durante la pandemia da Covid-19 per proteggere i diritti delle persone private della libertà e più in generale quelli di richiedenti asilo e migranti".
dire.it, 26 aprile 2020
La Federazione Italiana Diritti Umani (Fidu) esprime in una nota seria preoccupazione per la sorte della attivista Mariem Cheikh, una delle dirigenti del movimento Ira-Mauritania, che lotta contro la schiavitù cui ancora sono sottoposti molti appartenenti alla minoranza nera Haratin nel Paese.
Mariem Cheikh, madre di un bambino di meno di 2 anni, è stata arrestata il 13 aprile e per alcuni giorni le autorità non hanno comunicato dove fosse né le hanno assicurato l'accesso a un avvocato. Il 20 aprile numerosi militanti antischiavisti hanno manifestato per chiedere la sua liberazione, ma la manifestazione è stata repressa violentemente.
La Fidu riferisce che Ira-Mauritania, non riconosciuta ufficialmente dal governo mauritano ma apprezzata a livello internazionale, ritiene che l'arresto sia stato dovuto a un post su Facebook contro i "mauritani bianchi" (Bidhans) che costituiscono la popolazione dominante.
L'accusa sarebbe di violazione della legge 23 del 2018 che criminalizza la discriminazione, ma che secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, tre relatori speciali delle Nazioni Unite e il Comitato per l'eliminazione della discriminazione razziale (Cerd) manca di chiarezza giuridica e definisce la discriminazione in modo non conforme alla Convenzione internazionale in materia.
La Federazione Italiana Diritti Umani ritiene che le autorità della Mauritania userebbero questa legge quindi strumentalmente per imbavagliare gli attivisti contro la schiavitù e impedire loro di denunciare le ingiustizie di un sistema "razzista e suprematista".
Secondo diverse associazioni per i diritti umani e Sos Slaves, l'arresto è avvenuto in modo provocatorio, disumano e irrispettoso delle disposizioni di leggi nazionali e convenzioni internazionali che garantiscono ai detenuti tutti i loro diritti umani, come consentire ai propri familiari di conoscere il luogo di detenzione, avere l'assistenza di un avvocato e comparire davanti a un magistrato entro i termini previsti.
Per gli attivisti dell'Ira-Mauritania, "l'arresto di Mariem Cheikh è il segnale dell'ostilità che il regime del presidente Mohamed Cheikh Ghazwani, la cui elezione a giugno scorso è stata contestata dalle opposizioni, intende aprire contro il movimento di Ira-Mauritania, con lo stesso slancio del suo predecessore". In febbraio, il leader della lotta antischiavista nonviolenta in Mauritania nonché deputato dell'opposizione Biram Dah Abeid, parlando al Summit di Ginevra per i diritti umani e la democrazia, aveva definito il sistema di potere in Mauritania "una forma di apartheid".
Il governo mauritano sostiene che, come nel diritto francese cui si ispira la Mauritania, nell'ordinamento interno la Costituzione mauritana ha il primato sugli impegni internazionali e in particolare sui trattati. Tuttavia, la Costituzione del 1991 stabilisce nel preambolo che la sharia (la legge islamica) è l'unica fonte di diritto in Mauritania, mentre agli articoli 1 e 5 definisce la Mauritania una Repubblica islamica e l'Islam religione del popolo e dello Stato.
Ricordando che i diritti umani sono universali e devono valere per tutti e ciascuno al di là di qualsiasi interpretazione relativista, la Fidu chiede alle autorità della Mauritania di rilasciare Mariem Cheikh e di consentire un processo equo secondo gli standard internazionali.
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 25 aprile 2020
Ogni giorno entrano ed escono dalle carceri trentamila persone. Se scoppia un focolaio è un disastro anche per le città che le ospitano. Volete che non ci sia la sempiterna ombra della mafia anche dietro le rivolte nelle carceri?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 aprile 2020
Ennesima interrogazione del deputato di Italia Viva. Si chiedono notizie sui detenuti di Bologna arrivati a Tolmezzo e sugli altri spostamenti dopo le rivolte dello scorso 7 marzo. Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva, è una mosca bianca in un Parlamento dove fioccano interrogazioni sulla vicenda di alcuni detenuti al 41bis mandanti ai domiciliari per motivi gravi di salute, dove in realtà i fatti sono cristallini e a tratti anche ovvi visto che viviamo ancora in uno Stato di Diritto.
di Massimo Rossi*
consulpress.eu, 25 aprile 2020
Il carcere è un luogo alieno alla collettività, mentre invece dovrebbe essere una dimensione in cui la collettività si riconosce e riconosce sé stessa in una fase particolare: quella della espiazione.
Le carceri in letteratura sono sempre state descritte o come luoghi di penitenza massima con indicibili sofferenze per i condannati, o luoghi assoluti rispetto alla società civile, specchio di una perfezione quasi maniacale nell'infliggere la pena. Le carceri sono state anche luoghi in cui venivano rinchiusi i dissidenti e prigionieri di guerra. Luoghi comunque lontani al sentire della persona integrata.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 25 aprile 2020
Repressione e democrazia. Memorie resistenti delle galere fasciste. Detenuti e violati: chi ha combattuto il nazifascismo conobbe la tortura. E la ripudiò. Imprigionati, stremati, torturati nelle carceri del regime fascista. Le memorie partigiane costituiscono un affresco tragico della vita in galera. "Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto", scriveva Piero Calamandrei nel 1949. "A pensarci bene, credo che, per quanto si voglia trasformare e perfezionare il carcere, non lo si può modificare in modo sostanziale", gli replicava Altiero Spinelli, che scontò ben 10 anni nelle carceri di Lucca, Viterbo e Civitavecchia. La pena è afflizione. La galera non ha nessun legame con la rieducazione.
di Fabio Anselmo*
Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2020
Coronavirus, tutti indignati per i mafiosi ai domiciliari. E il sovraffollamento delle carceri? La condizione di sovraffollamento delle carceri italiane costituisce oramai un elemento strutturale e tranquillamente accettato dalla cultura politica del nostro Paese radicatasi e radicalizzatasi negli ultimi decenni. A nulla sono valse le notissime sentenze di condanna pronunciate dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo. La sentenza Torreggiani per tutte. Al 1990 risale l'ultima amnistia, al 2006 l'ultimo indulto. In tale contesto la politica italiana ha inseguito costantemente il consenso popolare giornaliero, stimolato da campagne mediatiche efficacissime nell'inoculare un senso diffuso e assolutamente sovrastimato di insicurezza rigorosamente circoscritto alla criminalità comune, unitamente alla narrazione sistematica di una vera e propria falsa emergenza, ad esso strettamente connessa.
Ecco quindi, di fronte ad ogni fatto di cronaca, il ripetersi dell'oramai famoso e largamente condiviso motto "In galera e buttiamo via le chiavi". Con buona pace della dimenticata funzione rieducativa della pena, il carcere è oramai concepito unicamente come luogo di punizione pura e semplice. Dimentichiamoci di voi che (vi) entrate. Il carcere come discarica di "rifiuti umani" senza diritti e dignità da riconoscere, ancor di meno da garantire.
Oggi vi sono stipati oltre 55mila detenuti a fronte di 47mila posti effettivi. Un posto effettivo sarebbe calcolato in 3 metri quadrati. Il busillis che i massimi sistemi giurisdizionali (Cassazione a Sezioni Unite) dovranno risolvere è se vanno calcolati con o senza mobilia. Lo scrive il prof. Andrea Pugiotto su Diritto Virale del Dipartimento di Giurisprudenza di Ferrara.
Del degrado della funzione istituzionale del nostro sistema carcerario rimangono vittime non solo i detenuti ma anche gli stessi agenti di polizia penitenziaria, che sono costretti ad operare in contesti difficilissimi e frustranti. Certo, non mancano le eccezioni, ma purtroppo esse rimangono tali.
Il malessere è profondo. Le condizioni di vita all'interno di numerosi istituti sono, per reclusi e agenti, difficilmente sopportabili. Non mancano gli episodi di violenza. Tra detenuti, di detenuti nei confronti degli agenti, di agenti nei confronti dei detenuti. Questi ultimi rarissimamente vengono perseguiti, quasi fosse una forma risarcitoria a favore dei primi per le difficilissime e spesso inumane condizioni di lavoro.
Rachid Assarag è un detenuto la cui storia può riassumere bene la situazione: vittima di pestaggi sistematici, è stato sballottato in una quindicina di istituti su tutto il territorio nazionale. Durante la sua detenzione è riuscito a registrare le voci di coloro che lo hanno pestato, di medici, infermieri, psicologi, che, per quieto vivere, si sono voltati dall'altra parte. A Firenze, a Prato e a Piacenza sono partiti i processi che lo vedono testimone principale. Ma lui non c'è. Nel frattempo è stato espulso e riaccompagnato nel suo paese d'origine nonostante sia legalmente sposato con una cittadina italiana. Le Questure non concedono il permesso di rientrare in Italia per testimoniare richiesto dai Pm. "È pericoloso". Già.
In tutto questo ora abbiamo finalmente una emergenza vera e terrificante. La pandemia mondiale. Le carceri sono diventate un problema anche per coloro che 'stanno fuori'. La situazione è ancor di più esplosiva. Scoppiano violentissime le rivolte. Ma soprattutto, per il cosiddetto comune sentire, possono diventare pericolosissimi focolai di infezione anche fuori dalle loro mura. Si ammalano detenuti e agenti, di nuovo accomunati dalla loro difficile condizione di vita. Talvolta gli uni contro gli altri, ma sempre nelle stesse comuni condizioni di rischio.
Gli appelli sempre più pressanti, quello del Papa su tutti, sembrano finalmente poter trovare ascolto. Il 21 marzo scorso il Dap invia una nota a tutti gli istituti penitenziari con la quale chiede loro, "per combattere il contagio" di "segnalare detenuti over 70 con malattie". Lo scopo è quello di consentirne la detenzione domiciliare sottraendoli all'elevato rischio di gravi e infauste complicanze. Quelle tristemente note derivanti dall'infezione del Coronavirus.
Tra di loro vi sono anche famosi boss di mafia al 41bis. Insorgono quindi anche magistrati di chiara fama, indignati. Nessuno si indigna sul perché le carceri siano in queste condizioni. La famosissima riforma Orlando sulla Giustizia qualcosa di veramente buono lo aveva: la riforma dell'ordinamento Penitenziario. È stata letteralmente pattumata (perdonatemi il termine poco tecnico) dalla politica. Si è preferito concentrare ogni energia per partorire le nuove discipline in tema di prescrizione e intercettazioni telefoniche.
Dagli stimabilissimi magistrati che occupano in questi giorni i palinsesti di numerosi talk show parlando di politica mi aspetterei qualche parola in più in materia di rispetto dei diritti umani e sulle condizioni delle nostre carceri. Sembra quasi che queste problematiche li trovino disinteressati. Freddi. Ho detto tutto.
*Avvocato Penalista
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 25 aprile 2020
Il coronavirus non c'entra e dubitarne scredita la magistratura. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano si è trovato ieri a dover spiegare - verrebbe da dire a dover giustificare - il proprio operato attraverso un comunicato stampa. I fatti si riferiscono alla concessione della detenzione domiciliare a Francesco Bonura, detenuto per reati di mafia. Con la scusa del coronavirus, è stato infatti detto, si fanno uscire i boss mafiosi. Il comunicato spiega che il provvedimento è stato adottato "secondo la normativa ordinaria applicabile a tutti i detenuti, anche condannati per reati gravissimi, a tutela dei diritti costituzionali alla salute".
Bonura ha 78 anni e ha serie patologie oncologiche e cardiorespiratorie. La normativa ordinaria, quella che applichiamo in Italia da decenni e decenni, permette a chi si trova in queste condizioni di uscire dal carcere per andare a chiudersi in un luogo le cure possano essere più accessibili. Nulla c'entra il coronavirus con questa norma. I giudici di Milano spiegano che Bonura sarebbe comunque uscito per fine pena tra meno di undici mesi.
Se si tratta di un pericoloso capomafia che tornerà ad agire sul territorio pur nelle sue condizioni di salute, tra meno di undici mesi potrà farlo indisturbato. Sarà quella l'ora di preoccuparci, dunque. Adesso, infatti, il provvedimento del Tribunale si limita a chiuderlo dentro casa, con serrati controlli ("sono state preventivamente acquisite informazioni di Polizia che garantiscono l'idoneità del domicilio, sottoposto ad assiduo controllo delle Forze di Polizia nel rispetto delle stringenti prescrizioni che impediscono qualsiasi uscita non autorizzata").
Le affermazioni di chi ha paventato rischi gravi per la lotta alla mafia non credo facciano bene alla verità. Penso ad esempio a quelle rilasciate a questo giornale dal magistrato consigliere del Csm Nino Di Matteo, il quale non accenna al fatto che Bonura tra pochi mesi sarà comunque libero, che avrà finito di scontare la sua pena, né accenna alle sue gravi condizioni di salute che sicuramente lo rendono meno capace di agire.
Dice invece che la sua scarcerazione è un "segnale tremendo" e che non vorrebbe che "questo Paese stesse dimenticando definitivamente la lunga stagione della trattativa Stato-mafia che corse parallelamente" alle stragi mafiose. Afferma anche che tale segnale "rischia di apparire come un cedimento dello Stato di fronte al ricatto delle organizzazioni criminali che si è concretizzato con le violenze, le proteste delle settimane scorse nelle carceri di tutta Italia".
Ma queste affermazioni mi paiono sganciate dai dati di fatto e dalla verità della situazione discussa. Innanzitutto si parla delle rivolte carcerarie di marzo come se fosse pacifico che siano state messe in atto dalle organizzazioni criminali, circostanza non ancora dimostrata e da molti esperti contestata (almeno nella forma di immaginare che la criminalità organizzata abbia avuto un ruolo nel dare il via ai disordini e non solamente nel cavalcarli una volta iniziati).
In secondo luogo si dice che il provvedimento di detenzione domiciliare di Bonura sarebbe un indice di dimenticanza delle stragi mafiose da parte dei magistrati di sorveglianza milanesi. Ma la lotta alla mafia è una cosa così importante e qualificante per un Paese come l'Italia che non può essere messa in discussione dal fatto che un detenuto sconterà chiuso in casa sotto controllo di polizia piuttosto che in carcere gli ultimi undici mesi di pena per motivi di salute, in totale aderenza alla normativa in vigore.
In argomenti così sensibili per l'opinione pubblica, è importante mantenere sobrietà e aderenza ai fatti. Dovrebbero farlo tutti. Certi giornalisti, che ci trasmettono le informazioni e gestiscono un enorme potere. E ancora di più chi rappresenta la magistratura e la governa. Screditarla facendo passare chi applica le norme per uno smemorato sulle stragi mafiose è molto pericoloso.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Gennaro Migliore*
Il Mattino, 25 aprile 2020
La scarcerazione di alcuni detenuti sottoposti a regime di 41bis è stata occasione di polemiche e successive smentite da parte del ministro Bonafede. Dopo un'accurata ricognizione, è doveroso segnalare numerose criticità. È bene precisare; che si esce dal carcere, nel caso di detenuti sottoposti a regimi così restrittivi, solo ed esclusivamente se lo Stato non riesca a garantire la sicurezza sanitaria del detenuto e, quindi, accertando una totale incompatibilità con il regime carcerario. A titolo d'esempio, durante i governi Renzi e Gentiloni, i detenuti Bernardo Provenzano e Salvatore Riina non lasciarono il carcere, poiché le loro gravi condizioni di salute ricevevano una adeguata tutela nel regime detentivo.
Oggi assistiamo alla scarcerazione di quattro boss mafiosi: Francesco Bonura di 78 anni e Vincenzo Di Piazza di 79, appartenenti a Cosa Nostra; Vincenzo Iannazzo boss della 'Ndrangheta di 66 anni; infine, ieri, il boss della Camorra Pasquale Zagaria di 60 anni.
Per ciascuno di costoro i magistrati hanno rilevato l'incompatibilità con il regime carcerario. Eppure sarebbe il caso di guardare un po' più a fondo, senza cadere in deliri forcaioli, ma avendo chiaro che si tratta di scarcerazioni molto critiche.
Prendiamo il caso di Zagaria, detenuto a Sassari e malato di tumore. Ho letto l'ordinanza di scarcerazione, dove si scrive che le cure di cui necessita il detenuto non possano essere effettuate in Sardegna, ma si scrive anche che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) non abbia risposto ai magistrati né fornito indicazioni per un eventuale trasferimento in una sede dove fosse possibile, in regime di 41bis, somministrare le cure necessarie (per esempio a Milano o a Parma). A quel punto i magistrati hanno optato per la detenzione domiciliare, nonostante il termine della pena fosse previsto per il 2025.
In aggiunta ci sono state più di cento scarcerazioni di AS3 (detenuti in Alta Sicurezza per affiliazione alla mafia o per traffico di stupefacenti). Cosa sta succedendo? Succede che con un'improvvida Circolare del Dap si sia, di fatto, scaricata la responsabilità di affrontare la crisi Covid sui soli magistrati di sorveglianza. Invece, la stessa circolare avrebbe dovuto prevedere due fondamentali azioni, fatte salve le competenze della magistratura: per prima cosa dire che il dipartimento avrebbe provveduto in ogni modo a realizzare le condizioni per la tutela sanitaria dei detenuti e di chi lavora negli istituti; in secondo luogo avrebbe dovuto distinguere tra detenuti in alta sicurezza e comuni (molti dei quali non dovrebbero neppure essere in carcere, ma ai domiciliari o in comunità di recupero per tossicodipendenti). E invece questa distinzione tra detenuti non si è fatta e sono arrivate le scarcerazioni "eccellenti".
Ma stiamo scherzando? Un ministero che non distingue, perché è questa la mancanza più grave in quella circolare del Dap, non fa un buon servizio. Si continua a parlare di braccialetti elettronici, che non sono certo la soluzione al problema del sovraffollamento, e poi si trascura questa enorme questione di sicurezza?
Per la cronaca, hanno fatto istanza per ottenere i domiciliari boss del calibro di Santapaola e Cutolo! Sarebbe il caso di smetterla con la retorica del "tutto sotto controllo" e dare più ascolto a chi vive tutti i giorni le criticità del carcere: dai direttori alla polizia penitenziaria. E sì, perché i sindacati della Polpen quotidianamente denunciano le gravi carenze dell'amministrazione penitenziaria e del suo vertice.
È assurdo che di fronte a questa situazione si preferisca gridare al complotto o dire che si tratti di fake news. Purtroppo la verità è sotto gli occhi di tutti: basta aprirli anche a via Arenula.
*Deputato di Italia Viva, ex sottosegretario alla Giustizia
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 25 aprile 2020
Cascini, capo della corrente di sinistra, aveva chiesto provvedimenti contro il laico professor Lanzi. Aveva detto: non si criticano i magistrati. E su Di Matteo che ha accusato di mafia i colleghi? Silenzio, è un alleato. Il Csm tace, tace, tace.
- Napoli. Il Garante dei detenuti di Napoli scrive a Bonafede: "Pianificare una fase 2 per le carceri"
- Processo da remoto, il dietrofront del governo: "Pronti a modificarlo"
- Circolare Dap. Boss scarcerati, istanze andranno a procure antimafia
- "Deve fare la chemio". Ai domiciliari il fratello del boss Zagaria
- Mi manca l'incontro e la mano da stringere










