di Davide Varì
Il Dubbio, 26 aprile 2020
La bozza dei provvedimenti per far ripartire la giustizia italiana ai tempi del Coronavirus. Graduale ripresa dell'attività non limitata più ai soli casi indifferibili e urgenti, orari sfalsati per i dipendenti con la settimana lavorativa che passerebbe da 5 a 6 giorni e consolidamento della via digitale con le video-conferenze. Sono alcuni dei punti individuati nella bozza di accordo tra sindacati e ministero, letta dall'Agi, per aprire la "Fase due" negli uffici dell'amministrazione giudiziaria.
Per far fronte alla "necessità di contenere al massimo la presenza negli uffici giudiziari di personale dipendente e utenti esterni", si prevede di "diluire l'affollamento dei locali e, in generale, di alleggerire la mobilità urbana mediante un meccanismo di presenza a scacchiera, distribuire le prestazioni lavorative e l'apertura al pubblico degli uffici su un più lungo arco temporale, valorizzando al massimo le possibilità operative offerte dal contratto nazionale quali la previsione di turni anti-pomeridiani e meridiani, l'orario flessibile, il passaggio dall'orario su cinque giorni all'orario su sei giorni, includendo così anche la mattina del sabato".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 26 aprile 2020
Il consigliere laico del Csm Alessio Lanzi era stato "censurato" dai magistrati di Area dopo aver parlato di "giustizia spettacolo per il Trivulzio". "Non c'è stata alcuna delegittimazione dei pm milanesi. Si è trattato di semplici opinioni, legittimamente espresse, che non ledono l'autonomia e l'indipendenza della magistratura".
I togati moderati di Magistratura indipendente prendono, dunque, le distanze dai colleghi progressisti di Area che in occasione del Plenum di questa settimana avevano messo nel mirino il laico in quota Forza Italia Alessio Lanzi, "reo" di aver criticato in una intervista la spettacolarizzazione con cui la Procura milanese sta conducendo le indagini sui decessi per Covid-19 nelle case di riposo del capoluogo lombardo.
Era stato Giuseppe Cascini a voler porre la questione in apertura del Plenum di mercoledì scorso chiedendo l'apertura di una pratica a tutela del pm milanesi. "Il compito del Csm - aveva esordito il togato di Area - è quello di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura; i componenti del Csm non dovrebbero mai esprimere giudizi sul merito di una iniziativa giudiziaria in corso e certamente mai dovrebbero farlo con quei toni e quelle espressioni, che delegittimano il ruolo dell'autorità giudiziaria e dell'ufficio procedente".
Lanzi, per Cascini, doveva quindi "evitare di avventurarsi in una polemica così fuori luogo e fuori tempo". "Siamo alle solite: in questo Paese quando si toccano certe Procure si attiva immediatamente una rete protezione", si era difeso il professore milanese. "Io criticavo solamente - aveva aggiunto - alcune modalità operative della Procura. Ad esempio, la perquisizione del Pirellone è avvenuta in diretta tv: se si vogliono acquisire documenti ci sono modi meno eclatanti. Si rischia di consegnare all'opinione pubblica messaggi di sconforto e sfiducia nelle istituzioni. È una questione di sensibilità". "Si usano due pesi e due misure a seconda di cosa si tratti; nei confronti del centro destra va sempre bene tutto. La dichiarazione di Cascini è un atto politico, la critica dovrebbe intervenire unicamente sul merito delle mie dichiarazioni e sui relativi contenuti giuridici", la replica piccata di Lanzi.
Per poi aggiungere: "Nino Di Matteo ha attaccato durante il Tribunale di sorveglianza che questa settimana ha scarcerato per motivi di salute un boss detenuto al 41bis affermando che "lo Stato sta dando l'impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte". Bene, perché nessuno ha espresso solidarietà all'ufficio di sorveglianza di Milano?".
"Io ho voluto evidenziare che è in atto, soprattutto da parte di alcuni organi d'informazione, una campagna mediatica violentissima contro la Lombardia. Ci sono tanti dibattiti televisivi mirati con personaggi che sparano sentenze senza conoscere nulla e dove passano sotto silenzio comportamenti analoghi in altre Regioni", aveva quindi concluso il professore milanese.
"Difesa" accolta dai magistrati di Mi che, all'inizio di questa consiliatura, prima di convergere su David Ermini, avevano puntato su Lanzi come vice presidente del Csm. "Il consigliere - puntualizzano i consiglieri Paola Braggion, Loredana Micciché, Antonio D'Amato - ha precisato di non pronunciarsi sull'inchiesta in corso, criticando invece la spettacolarizzazione delle indagini e la ripresa Tv della perquisizione negli uffici della Regione".
"Il clima di "spiccata mediatizzazione" - proseguono i consiglieri di Mi - fa perdere di vista il processo vero per concentrarsi su emozioni da dare in pasto all'opinione pubblica. "Volevamo aprire sul punto un dibattito in Plenum ma non ci è stata data la possibilità", aggiungono, ricordando che non c'è solo la Procura di Milano impegnata in questo momento "a chiarire i fatti e a verificare eventuali responsabilità penali".
Con una precisazione: "L'apertura di pratica a tutela richiede, secondo il regolamento consiliare, comportamenti lesivi per l'indipendenza e il prestigio della magistratura che non appaiono compromessi dalle dichiarazioni di Lanzi, il quale ha invocato prudenza e ha richiamato la necessità di non emettere sentenze affrettate o a celebrare processi di piazza, proprio nel rispetto delle vittime, del dolore dei parenti e di tutti quelli stanno impegnando energie e competenze per fronteggiare questa drammatica emergenza".
Insomma, per i consiglieri di Mi "le dichiarazioni di Lanzi risultano espressione di libero esercizio del diritto di critica. Dispiace constatare che la paventata apertura della pratica sia seguita ad una pubblica richiesta di smentita dell'intervista", la stoccata finale ai colleghi di Area.
di Simone Lonati e Carlo Melzi d'Eril
lavoce.info, 26 aprile 2020
Per consentire il proseguimento dell'attività giudiziaria anche nel corso dell'emergenza sanitaria, il governo propone di svolgere in videoconferenza l'esame di alcune parti. Ma è una scelta che rischia di minare il principio del contraddittorio.
Il Parlamento discute in questi giorni la conversione del decreto legge n. 18 del 2020. Con l'emendamento n. 1900 il governo propone l'introduzione di disposizioni volte a consentire il prosieguo in sicurezza dell'attività giudiziaria, non solo nel settore penale. Tra le novità di maggior rilievo vi è la possibilità, prevista dall'articolo 83, ai commi 12 bis e seguenti, di svolgere in videoconferenza le udienze previste per l'assunzione dell'esame delle parti private, degli ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, dei consulenti tecnici, periti o interpreti.
Ne sarebbero escluse soltanto le udienze previste per l'esame dei testimoni. Chiedersi come la celebrazione dei processi debba confrontarsi con l'attuale emergenza sanitaria non è cosa banale. Per un periodo non breve, sarà indispensabile mantenere un distanziamento sociale che impedisce le udienze come le conosciamo. Bisognerà evitare ciò che è usuale, ovvero l'assembramento di molte persone nella stessa aula, a volte persino accalcate una sull'altra, per l'elevato numero di processi nella giornata o delle parti, con relativi difensori.
L'alternativa è tra rinviare ogni attività giudiziaria o modificarne lo svolgimento, in modo da evitare il più possibile comportamenti che rischiano di veicolare il contagio. Se si vuol continuare a celebrare i processi penali, va trovato un compromesso che corrisponda a un equilibrio virtuoso tra gli interessi in gioco. Se da una parte vi è la salvaguardia della salute pubblica, dall'altra c'è quella di non snaturare del tutto il sistema, delineando un giudizio dai risultati meno affidabili.
La presenza fisica delle parti e del giudice in udienza è necessaria anzitutto per garantire l'effettiva partecipazione di tutti. Ma anche poiché l'assunzione della prova orale, salvo eccezioni, richiede il contraddittorio, che può svilupparsi compiutamente solo al cospetto di tutte le parti. L'esame incrociato, con i propri tempi serrati, le risposte all'impronta, le reazioni e il linguaggio non verbale che suscita, è attività delicata e complessa, il cui effetto sulla formazione della prova si esplica al massimo se i protagonisti si trovano faccia a faccia e non davanti allo schermo di un computer.
Il paletto da non oltrepassare - Suscita, quindi, forti perplessità la scelta del governo. E ciò per molteplici ragioni. In primo luogo, la soluzione appare irrazionale. Non si comprende perché consentire l'esame di ufficiali di polizia giudiziaria, parti private, consulenti e periti rispetto all'esame degli altri testimoni: si svolgono tutti sempre oralmente e in contraddittorio, sicché pare illogico operare distinzioni. In secondo luogo, se il contraddittorio per la prova è il metodo meno fallace che contraddistingue il nostro ordinamento tanto da essere menzionato nell'articolo 111 della Costituzione, abdicarvi significa scardinare il sistema e riservare a certi (sfortunati) processi un metodo di verifica del capo di imputazione sicuramente meno efficace.
Da ultimo, con buona pace della riserva di legge, il comma 12 bis è una norma in bianco, che per il proprio contenuto rinvia a un decreto del direttore generale dei sistemi informativi del ministero a cui spetterà indicare le caratteristiche tecniche idonee a salvaguardare contraddittorio e partecipazione. Non ogni regola che contraddistingue il processo ha la stessa portata nel definire un sistema. Questa del consentire al contraddittorio di potersi espandere al massimo nel formare gli elementi di prova a disposizione del giudice per verificare l'accusa ci pare un paletto che deve rimanere fermo e non può essere oltrepassato, pena l'abbandono di quel giusto processo delineato dalla Costituzione, che considera il metodo dialettico un pilastro fondamentale.
Dove la tecnologia può aiutare - Ciò non significa che la tecnologia non possa aiutare a mantenere "in vita" il processo, sia pure una vita, come la nostra in questo momento, a scartamento ridotto. Nel cercare il compromesso virtuoso, infatti, potrebbe essere accettabile celebrare in videoconferenza udienze senza attività istruttoria orale. Ve ne sono e non sono poche. Si pensi, per esempio, a tutti quei procedimenti in camera di consiglio in cui le parti sono sentite solo se compaiono: si potrebbe prevedere che comunichino preventivamente via posta certificata se intendono partecipare. Oppure a quei processi d'appello o in Cassazione in cui le parti hanno già deciso di limitare la loro discussione richiamandosi ai motivi dell'atto di impugnazione.
Ma, soprattutto, vi sono altre attività che potrebbero essere portate avanti senza alcun sacrificio per le garanzie del nostro sistema: le notifiche di avvisi, il deposito da parte della difesa di atti, memorie o istanze, a mezzo della posta certificata, per esempio; o la consultazione di fascicoli, digitalizzati ed esaminabili per via telematica dai difensori. Oppure i colloqui fra pubblici ministeri e avvocati, questi sì in videoconferenza, senza alcuna sofferenza per la fisionomia del processo.
Timori e opportunità per il futuro - L'ingranaggio della giustizia ripartirà, come ogni altro. Ma qualcuno sostiene che dopo la pandemia niente sarà come prima. Temiamo che lo strappo a un principio di valore costituzionale come il contraddittorio, tanto fragile nella pratica perché poco radicato nella nostra cultura giuridica, rischi di non farlo più attecchire.
L'abitudine a una cross-examination debole, perché a distanza, potrebbe, come già accaduto, tentare quella parte di magistratura che ancora considera le regole del processo accusatorio un faticoso orpello. La "mala pianta" della eccezione alla regola, innestata in una situazione di emergenza, rischierebbe di diventare a propria volta la regola, infestando tutto il sistema.
Concludiamo però con una nota di ottimismo, per quanto secondo Ambrose Bierce l'ottimista sia "un sostenitore della dottrina che il nero è bianco". Forse tra i cambiamenti portati dalle nuove abitudini ci sarà quella di affidarsi alla tecnologia, ove può rendere più comoda la vita, senza toccare i principi. Si potrebbe obiettare che non ci voleva una pandemia per accorgersene. Obiezione accolta.
di Simona Musco
Il Dubbio, 26 aprile 2020
Nel documento della Camera penale di Roma tutte la falla del processo da remoto che uccide garanzie e diritti. "Nello spazio telematico si sacrifica scientificamente il 70/80% delle informazioni normalmente percepite dall'individuo attraverso il linguaggio del corpo; basterebbe già solo questo per affermare che il cambiamento che si prospetta all'orizzonte sarà una svolta infelice".
La frase tra virgolette rappresenta solo un passaggio di un lungo documento pubblicato dalla Commissione linguistica giudiziaria della Camera penale di Roma, che ha "smontato" il processo penale da remoto - pensato per superare l'emergenza coronavirus - evidenziandone tutti i limiti linguistici. Un'analisi semiotica che va ben oltre l'efficacia ovvia del linguaggio - centrale in un processo orale - per addentrarsi in quella che, agli occhi dell'avvocatura, appare come una vera e propria decostruzione del diritto alla difesa.
Il processo da remoto, insomma, sfronda l'intervento del difensore di momenti vitali per la difesa stessa: prosodia, prossemica e cinesica, che gonfiano le arringhe e tutti gli altri interventi degli avvocati di sensi ed efficacia. A danno di coloro che rappresentano e, dunque, di un diritto sancito dalla Costituzione.
Il nuovo modello processuale, si legge nel documento, incide così necessariamente "sul corretto accertamento del fatto", attorno a cui ruota l'intero dibattimento. Partendo da un ridimensionamento della discussione orale, che rappresenta "un determinato modo di organizzare tutta la struttura del processo". Che è soprattutto - e non anche - dialogo, aspetto da cui deriva l'esigenza di abbreviare le distanze tra i protagonisti dello stesso.
L'efficacia del metodo dialettico consiste proprio nella formazione delle prove dinanzi al giudice "consentendo a quest'ultimo di averne una diretta percezione e di istituire un più genuino collegamento tra l'istruttoria e il giudizio finale". L'oralità è il punto di contatto tra il giudice e la fonte di prova, "così da poter percepire direttamente egli stesso elementi irripetibili e non riproducibili in un verbale o in una trascrizione e che non potranno essere colti tramite un collegamento via etere da remoto, quali il tono della voce, il contegno tenuto, le eventuali incertezze o esitazioni, tutti elementi necessari e imprescindibili per vagliare la credibilità del dichiarante e, quindi, per accertare correttamente il fatto e giungere ad un equo giudizio", scrive la Commissione.
E non si tratta di un principio astratto: anche la Corte di Strasburgo riconosce e garantisce il principio di oralità e immediatezza "in quanto espressione del diritto dell'equo processo", affermando che "coloro che hanno la responsabilità di decidere sulla colpevolezza o l'innocenza degli accusati devono in linea di principio essere in grado di sentire i testimoni e di valutare la loro attendibilità in prima persona. La valutazione dell'attendibilità di un testimone è un compito complesso che di solito non può essere soddisfatto da una semplice lettura delle sue dichiarazioni". Insomma: la compresenza nel medesimo luogo fisico, per la Cedu, è fondamentale affinché possa parlarsi di giusto processo.
Ma con le udienze da remoto viene meno anche un altro principio: la pubblicità del processo. Un processo il cui attore principale - l'imputato - rimane oltretutto relegato a figura di sfondo. "La pubblicità - scrive la Commissione - deve garantire la trasparenza e la presenza del pubblico funge da deterrente, anche per i comportamenti "inconsueti ed autoritari del giudicante".
Ed ecco, dunque, che un dibattimento a distanza rischia di eliminare le garanzie processuali, con il rischio concreto "di un aumento degli errori giudiziari, una piaga del nostro sistema, spesso taciuta e silenziata". Ed è ancora una volta la Corte europea a sottolineare che la pubblicità del dibattimento "è principio volto a tutelare i singoli da una giustizia che sfugge al controllo del pubblico e rappresenta così uno degli strumenti per contribuire al mantenimento della fiducia nei tribunali".
Il monitor aumenta le distanze tra chi parla e chi ascolta, mettendo al centro la sola immagine di chi, in quel momento, ha la parola. E ciò impedisce "di percepire adeguatamente i soggetti ascoltatori, di verificarne lo stato dell'attenzione, nell'oblio del costante insegnamento della linguistica", problemi ingigantiti dalle possibili interferenze di natura tecnologica. L'uso di una piattaforma informatica, inoltre, "riduce l'immediatezza, il ritmo, la velocità e la spontaneità dello scambio comunicativo", minacciato anche dalla durata dell'attenzione - naturalmente ridotta - davanti al monitor, trasformando chi ascolta in un soggetto "ricettivo-passivo".
E a ciò si aggiunge la mancanza di elementi paralinguistici, che si tradurrà in un linguaggio più conciso, con una semplificazione del linguaggio che potrebbe tramutarsi "in un impoverimento dell'atto comunicativo". E non si tratta di semplici scelte stilistiche, bensì dell'esigenza "di dare forza comunicativa al discorso, il quale nel processo penale è di tipo persuasivo e argomentativo, del tutto opposto a un modello plasmato su una elencazione meccanica di dati".
Ma c'è anche la questione dello spazio, l'aula, all'interno della quale il giudice rappresenta l'arbitro delle interazioni, il regista, colui che ha in mano la gestione del turno di parola, da sempre attività di negoziazione. "Con la remotizzazione del processo vi è un rischio evidente - continua il documento -: la gestione del contraddittorio potrà avvenire mediante meccanismi meno graduali, meno negoziabili e più immediati".
E il ruolo di regista si limiterà ad una concessione o meno della loro stessa voce agli interlocutori. "In definitiva, il processo penale determinerà un inaridimento della complessità comunicativa tra i soggetti partecipanti al processo, con evidenti conseguenze sul piano dell'effettività del diritto di difesa", si legge ancora.
D'altronde, anche l'articolo 146 bis del codice di procedura penale "chiarisce l'importanza fondamentale della dimensione non verbale della comunicazione in aula, disciplinando quale debba essere la collocazione all'interno dell'aula della persona sottoposta a esame", ovvero in modo da "consentire che le persone stesse siano agevolmente visibili sia dal giudice che dalle parti". Garanzia che con l'udienza da remoto viene meno. Lo spazio tra le parti e il giudice "consente loro di osservarsi reciprocamente e di verificare che la partecipazione al contraddittorio avvenga secondo modalità corrette".
Effetti negativi ancora più gravi nei casi in cui a testimoniare sono soggetti deboli, per i quali la comunicazione non verbale non è affatto secondaria, "ma costituisce un canale che spesso sostituisce quello verbale. I soggetti socialmente più svantaggiati - continua la relazione - rischiano di non essere adeguatamente compresi e ascoltati nel corso di un'udienza a distanza, ampliandosi così il loro svantaggio sociale".
Infine, a risentirne sarà la difesa d'ufficio: il processo da remoto amplificherà la distanza genetica tra un indagato e un difensore che non ha un mandato fiduciario. "Nel processo da remoto verrebbe meno la stessa dimensione empatica della comunicazione tra avvocato e assistito", così come non sarà possibile garantire ad un imputato alloglotta un contatto continuativo con l'interprete e il difensore, "relegando l'effettività della difesa a mera dichiarazione di principio e rendendo i diritti illusori" e riducendo "il contraddittorio a mera parvenza virtuale".
salernotoday.it, 26 aprile 2020
L'appello del cappellano della Casa circondariale. Frustrazione e malessere causati dal paradosso della "concessione non concessa", hanno portato, in particolare, un detenuto del carcere di Aversa a tentare il suicidio: sarebbe dovuto essere trasferito presso la Domus di Brignano.
Possibilità di godere di una pena alternativa al carcere? Sì, ma solo se muniti di braccialetti elettronici. Peccato che, al momento, di tali dispositivi in Campania non ce ne sia l'ombra. Nell'ambito delle misure anti-Covid-19 che stanno interessando le carceri, infatti, hanno creato angoscia e perplessità, tra diversi detenuti, i provvedimenti a loro carico legati all'utilizzo di un braccialetto al momento non disponibile. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati 5000, ma intanto anche in Campania i tempi di attesa risultano infiniti per i detenuti che hanno ottenuto la concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico.
Il tentato suicidio - Frustrazione e malessere causati dal paradosso della concessione non concessa, hanno portato, in particolare, un detenuto del carcere di Aversa a tentare il suicidio, gesto scongiurato soltanto grazie alla professionalità e alla prontezza del personale in servizio. Il detenuto, cittadino straniero precedentemente ristretto nel carcere di Fuorni e preso a cuore dal cappellano della casa circondariale di Salerno, don Rosario Petrone, era stato trasferito nel carcere di Aversa, dopo essere stato preso di mira e bullizzato da alcuni compagni di cella.
A seguito di un inter lungo e non semplice, il detenuto aveva ottenuto dal giudice la misura alternativa alla detenzione, presso la Domus Misericordiae di Brignano, a Salerno, struttura voluta e guidata da don Petrone. Unica condizione: l'utilizzo del braccialetto elettronico che, ad oggi, non è stato ancora fornito a nessuno nel nostro territorio. Da quell'illusione, secondo il cappellano, è nato il tentativo di farla finita da parte del ragazzo, attualmente ricoverato in ospedale, ad Aversa.
L'appello di don Rosario - "Faccio appello al ministero dell'interno e al dipartimento di pubblica sicurezza perché vengano forniti i braccialetti ai detenuti e siano ridotti i tempi di attesa che ledono la dignità di chi, in sostanza, viene illuso con possibilità che poi, senza i necessari strumenti, non si concretizzano. Per giunta in un clima di tensione come quello di emergenza nazionale che stiamo vivendo.
di Manuela Marziani
Il Giorno, 26 aprile 2020
Nessun ente ha le carte in regola per occuparsene. Così per ora lo tengono in Pronto soccorso. Steven Spielberg nel film "The terminal" racconta la storia di un uomo che rimane bloccato in aeroporto. Sedici anni dopo, in tempi di coronavirus, un altro regista magari italiano potrebbe cimentarsi con la storia altrettanto kafkiana di un uomo che da dieci giorni vive al Pronto soccorso del San Matteo. Non è una scelta quella di un 63enne. Scarcerato da Torre del Gallo, si è ritrovato in mezzo a una strada. Con l'esplosione dell'emergenza Covid, infatti, anche per Giovanni (il nome è di fantasia), come per altri detenuti le porte del carcere si sono aperte, ma non è stata una riconquistata libertà.
L'uomo, che soffre di diverse patologie e ha bisogno di farmaci e presidi sanitari, appena uscito da Torre del Gallo ha raggiunto a piedi il posto più vicino, via Vigentina. Per quattro giorni ha vissuto sotto una pensilina dell'autobus nei pressi del centro commerciale Carrefour e per quattro giorni non ha né mangiato né bevuto. Appena calavano le tenebre, si stendeva sulla panchina utilizzata da chi aspetta l'arrivo del pullman e si addormentava. Con poche persone in giro nel rispetto di quanto prevede il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, però, la sua presenza non poteva passare inosservata.
E così è stato. Subito dopo Pasqua quindi il 63enne è stato avvicinato da un'équipe del 118 e soccorso. Aveva bisogno di idratarsi e di mangiare qualcosa. Avendolo accompagnato al San Matteo, i sanitari si sono presi cura di lui occupandosi delle patologie croniche che accusa e che non gli permettono di vivere nei centri messi a disposizione dei senzatetto. Nel frattempo la macchina si è mossa per trovare all'uomo una sistemazione.
Sono stati contattati i familiari di Giovanni per verificare se intendessero farsi carico del loro congiunto, ma si sono opposti. Il Comune di Rozzano, dove risiede, ha risposto che gli ingressi nelle strutture residenziali sanitarie in questo momento di emergenza sono bloccati e quindi non è possibile un trasferimento. Sono stati interessati quindi anche i Servizi sociali di Pavia che però non possono occuparsi di una persona residente altrove. E la Questura non si può muovere perché la questione non ha rilevanza penale. Pure gli enti caritatevoli, a loro volta chiamati in causa, non hanno potuto fare niente per Giovanni perché non hanno a disposizione i farmaci che deve assumere e i presìdi sanitari che gli sono indispensabili.
Corriere di Verona, 26 aprile 2020
"Non è vero che detenuti, agenti di polizia e dipendenti sono stati abbandonati". Francesca Businarolo, deputata 5 Stelle e presidente della Commissione giustizia, respinge le critiche piovute dall'amministrazione comunale: "Risultano essere stato consegnati nel carcere di Montorio - spiega Businarolo - 8.590 maschere protettive.
Di queste, 7.900 chirurgiche, 100 Ffp3, 480 Ffp2 fornite dal dipartimento di amministrazione penitenziaria e dalla protezione civile, e altre 120 Ffp 2 acquistate dalla casa circondariale con fondi messi a disposizione. Si aggiungono al conteggio le cento mascherine Ffp2 fornite dal Comune di Verona e le 1.500 lavabili e riutilizzabili messi a disposizione dalla meritoria cooperativa Quid. Sono arrivati, inoltre, 18 mila guanti monouso, 25 kit di protezione, 20 tute impermeabili, 10 visiere facciali e due termometri a infrarossi".
Quindi, la risposta ad alcuni esponenti della maggioranza comunale: "Non risulta pertanto corrispondere al vero quanto continuano ad affermare, cioè che se non fosse stato per la mobilitazione del Comune, agenti e detenuti si troverebbero senza protezioni. Fin da quando si è appresa la situazione di contagio nell'istituto veronese, il ministero della Giustizia si è attivato per assicurare le forniture".
Giornale di Sicilia, 26 aprile 2020
"Esistono ragioni di sicurezza, di ordine pubblico e di buon senso per dire no al rientro di alcuni detenuti pericolosi nei luoghi dove vivevano e dove hanno commesso gravi reati. Ecco perché certe decisioni lasciano sbigottiti. E l'incredulità che provano alcuni magistrati, da sempre in prima linea, è la stessa che sta provando la gente comune. Se proprio si rende necessario assegnare agli arresti domiciliari personaggi mafiosi di spessore, allo scopo di decongestionare le carceri in questo periodo di epidemia, si prendano assolutamente in considerazione soluzioni diverse".
Lo afferma il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, alla luce dei casi Bonura, Iannazzo, Sansone e, per ultimo, Zagaria. Tutti detenuti condannati per mafia che hanno lasciato la cella in considerazione del loro stato di salute raggiungendo le rispettive abitazioni.
Il governatore siciliano si rivolge al premier Conte e ai ministri dell'Interno Lamorgese e della Giustizia Bonafede, affinché si valutino misure alternative alla scarcerazione. Per Musumeci "la Sicilia è una terra che oltre ad avere pagato un altissimo tributo al potere mafioso, in termini di vite spezzate e di sviluppo negato, non può assolutamente correre il rischio che il ritorno a casa di alcuni boss, sia pure con tutte le restrizioni e i controlli del caso, riaccenda chissà quali dinamiche di potere all'interno delle organizzazioni criminali".
di Annalisa Filonzi
artribune.com, 26 aprile 2020
L'arte serve a tessere relazioni, anche dove sono state interrotte, soprattutto con sé stessi. Da chi è recluso per lunghi periodi a chi è oggi "prigioniero" nella propria casa. Vi raccontiamo l'esperienza dei Guerrilla Spam nel carcere circondariale di Larino a cura del Premio Antonio Giordano.
Evadere da un carcere di massima sicurezza attraverso il disegno: metaforicamente, attraverso colori non reali che hanno trasformato il cemento grigio del cortile dell'ora d'aria in ambienti di natura impossibile, ma anche concretamente, grazie ai poster con pensieri e immagini che i detenuti hanno affidato agli artisti e sono stati affissi "fuori", al Parco Dora a Torino, per creare un contatto tra l'interno e l'esterno. Mani in alto! è il titolo del progetto che per tre anni consecutivi, dal 2017 al 2019, i Guerrilla Spam hanno realizzato nella Casa Circondariale di Larino, a cura dell'Associazione Culturale Giordano che organizza l'omonimo Premio di writing e Street Art a Santa Croce di Magliano, in collaborazione con il C.P.I.A. Campobasso sede di Termoli.
Il titolo, che ricorda il momento dell'arresto, non vuole però essere una resa, ma uno sprone all'intraprendenza, al "fare" con le mani, per i circa quindici detenuti di varie nazionalità ed età della struttura di reclusione che ogni anno hanno partecipato, e che si trovano a scontare una pena, a volte per molti anni o per sempre, in spazi ristretti, privati della loro libertà.
Chiamati a partecipare ad attività laboratoriali in classe ogni volta su una tecnica diversa, gli ospiti della prigione, per lo più ragazzi dai 20 ai 30 anni, hanno intrapreso un percorso artistico e formativo, ma soprattutto relazionale, anche in vista di un futuro reinserimento nella società, un'operazione concreta che li ha messi a confronto con modi di pensare divergenti, spesso spiazzanti, e li hanno costretti a ripensare diversamente se stessi attraverso l'arte. Un beneficio non solo per i detenuti, che pur nelle migliori situazioni vivono in condizioni critiche, ma anche per tutta la collettività.
Insieme agli artisti i detenuti hanno anche ridipinto i cortili interni della struttura di reclusione, con progetti ogni volta meno esecutivi e più partecipati, che li hanno coinvolti nel pensare a geografie immaginarie, veri spazi di evasione in nature fantasiose; e riflessioni sul concetto di identità, con rappresentazioni di sé stessi e delle proprie "isole", elementi spaziali ma anche autoritratti che raccontano chi si è, i propri mondi, le proprie origini.
L'impossibilità di movimento, ci siamo accorti in questi giorni, è una grande privazione. L'arte dei Guerrilla Spam non ha preteso di cambiare la condizione di quei ragazzi reclusi, ma è stata sicuramente un'occasione per trascorrere momenti più sereni. D'altronde Dostoevskij diceva: "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni".
Quando sarà possibile, i Guerrilla Spam sono pronti a "tornare dentro" per vivere da vicino questa incredibile chance di apprendimento e miglioramento che un carcere, che abbia le necessarie condizioni di umanità, può dare a chiunque sappia guardare ai momenti critici come a un'opportunità.
di Simone Fanti
Corriere della Sera, 26 aprile 2020
All'interno della Casa circondariale G. Satta di Ferrara prosegue l'esperienza del teatro Nucleo con una modalità diversa che coinvolge una trentina di detenuti-attori. Le possenti mura del carcere non fermano chi calca il palcoscenico nemmeno al tempo del Covid-19. Il teatro Nucleo, fondato nel 1974 a Buenos Aires da Cora Herrendorf e Horacio Czertok e stabilitosi definitivamente a Ferrara nel 1978, prosegue la sua opera all'interno della Casa circondariale G. Satta della città estense. Lasciata la modalità vis a vis a periodi più facili (nella foto di Daniele Mantovani un momento dell'attività prima dell'emergenza sanitaria), con il Coronavirus si torna alle lettere. A seguito dell'impossibilità di accedere alla struttura detentiva, Horacio Czertok e l'attore e promotore dell'iniziativa Marco Luciano, hanno deciso di portare avanti la costruzione dello spettacolo Album di famiglia, nato all'interno del carcere con detenuti-attori, per corrispondenza attraverso il progetto Esercizi di libertà, in cui la preparazione della pièce avviene per via epistolare.
Sospese le visite, le prove e molte attività formative, i membri del teatro Nucleo hanno ritenuto che the show must go on, non si poteva interrompere. Era troppo importante. "Soprattutto quando abbiamo visto le immagini delle rivolte in carcere - spiega Marco - abbiamo pensato che dovevamo inventarci qualcosa. Come ci è venuto in mente?
La lettera supera i limiti carcerari ed è una modalità conosciuta da questi 26 detenuti-attori che hanno una scolarità e un'età molto varia (da 21 a 67 anni). Spesso per dare forma a una pièce, infatti, chiediamo a tutti di scrivere una lettera, a parenti o a un amico, e da questa enucleiamo i concetti che daranno vita e cuore ai nostri spettacoli".
"Il nostro lavoro serve anche ad allentare le tensioni - prosegue Czertok - e se n'è accorto anche chi inizialmente era contrario. Mi ricordo ancora gli inizi all'interno della casa carceraria ferrarese nel 2005 quando avvertivamo le comprensibili perplessità del personale penitenziario. Superate con il tempo. Anzi fu proprio il responsabile degli agenti penitenziari che venne da me e mi disse "mi devo ricredere... funziona".
Poche parole che accrebbero, se fosse stato necessario, l'entusiasmo del gruppo. Dopo due anni di lavoro intenso stava vedendo la luce Album di Famiglia: attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del '900, da Heiner Muller a Laforgue, i detenuti hanno rielaborato le loro biografie con uno studio quasi antropologico sulla colpa, il lutto, l'eredità e il conflitto generazionale intorno al tema "padri e figli", argomento comune proposto a tutte le Compagnie che fanno parte del Coordinamento Regionale Teatro-Carcere della Regione Emilia Romagna.
"I livelli di alfabetizzazione sono molto diversificati - racconta Marco Luciano - e soprattutto gli ultimi arrivati hanno difficoltà a leggere i testi, ma la solidarietà dei compagni supera i limiti. Per questo nelle lettere affrontiamo temi complessi con una scrittura articolata - dalla pandemia alla libertà, dalla paura all'intelligenza collettiva - certi del sostegno interno al gruppo". E, una volta proposti fuori dalle mura del carcere, gli spettacoli fanno da ponte tra società e persone detenute aprendo un dialogo che va oltre la pena, lo stigma e i pregiudizi.
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